martedì 1 marzo 2022

IL PESO DELLA CULTURA

Il libro prima di stampa e tascabili 

Forse proprio nell’epoca degli iPhone possiamo riscoprire la cura degli strumenti della nostra comunicazione, perché sappiamo quanto sono ingombranti, fragili e costosi. Fino al secolo scorso le nostre parole al telefono non pesavano nulla e il carico delle pagine stampate, tranne eccezioni, risentiva poco della legge sulla caduta dei gravi. Merito della tecnologia, che da Gutenberg in poi ha reso la quantità delle nostre conoscenze una qualità sempre più leggera da comunicare. Ma prima i manoscritti avevano sempre richiesto braccia forti per essere tramandati.

I libri belli e rettangolari come li conosciamo - e ne ho sviscerato a fondo il senso per la Biennale di Venezia nel mio testo La nostra civiltà è un sogno ad angolo retto - sono un’eredità tardoantica sviluppata con successo dalla diffusione dei testi cristiani. Prima c’era il volumen, lunghi fogli di papiri arrotolati, dalla lettura più difficile, racchiusi in confezioni che ricordano faretre per frecce. Già in questa forma, tuttavia, il libro si presentava come arma, sia offensiva quale dardo che difensiva in quanto scudo, perché nella storia i database delle civiltà sono stati questo. La nostra missione oggi è quella di rendere questo patrimonio non più strumento bellico, ma di condivisione e comprensione in segno e grafia della parola “pace”.

Tornando alle impronte lasciate più a fondo nella terra in ragione del loro peso, legge di gravitazione universale newtoniana o possibili gravitoni quantistici, è un dato di fatto che avere la disponibilità di scritture - specie nel medioevo - significava sacrificare greggi per avere pergamene e caricarsi una bella quantità di chili al fine di leggere la Scrittura per eccellenza - la Bibbia – o approfondirne il rapporto del Pastore con la società per mezzo di mattoni stile La città di Dio di Agostino, che non riesco a non leggere all’insegna dell’“odi et amo”.

Scrivere, sfogliare o copiare un libro era infatti come costruire o visitare una nuova città ideale, con le sue vie parallele – sviluppo degli originari solchi scavati dagli aratri, “negro semen seminaba”: ricordate l’Indovinello veronese studiato a scuola? - da seguire fino in fondo o da incrociare per fornire una correzione, una segnalazione, un commento. E sempre ad alta voce - immaginate il mormorio in crescendo delle biblioteche antiche o, nel secolo scorso, i miei nonni che dovevano comprendere allo stesso modo una pagina perché avevano fatto solo qualche anno di elementari - perché in ogni caso si trattava di una cerimonia cruciale per arricchire la memoria (giustificazione trovata dopo una lunga condanna dei testi scritti da parte della sapienza tradizionale, vedi il caso di Socrate o l’imbarazzo anche di un sublime scrittore come Platone.

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La lettura mentale è una conquista recente fatta di precisi e chiari segni di interpunzione (specie per quanto riguarda la poesia), partorita dal silenzio monastico e cresciuta a colpi di nuove vulgate e nerbate da un’ordinata burocrazia del pensiero, parallela a quella sviluppata in politica con la formazione dagli stati moderni.

Libri che bisognava conquistare attraversando reti stradali sconnesse e piene di pericoli, al cui confronto la nostra Rete virtuale è uno scherzo.

Piuma d’oca, stilo, biro, linotype, stampa digitale: sembra la realizzazione dei sogni metafisici degli antichi. Invece a loro erano destinati mole e frantoi di quelle pagine così pesanti per rarefare ogni riflessione. Fogli preziosi da utilizzare con parsimonia abbreviando le parole come nei nostri vecchi sms, pergamene dove grattare via contenuti considerati vecchi per trascriverne dei nuovi, come nei famigerati palinsesti, quelli per cui hanno perso la vista studiosi come il mio caro Studemund (le commedie di Plauto celate dalle tragedie del Libro dei Re.

Per i dettagli sulle moli pergamenacee delle opere cito quanto riportato da uno dei miei, leggeri, testi preferiti, La formazione dell’Europa cristiana di Peter Brown: “Per avere tutte le opere di Gregorio Magno bisognava produrre, con paziente copiatura, qualcosa come 2100 fogli di pergamena, del peso di 50 chili (la standard edition moderna ne pesa solo 3!). Per realizzare una Bibbia di un certo pregio si richiedevano le pelli di oltre 500 pecore”.

Dagli eserciti fuoriusciti dai monasteri (80 monaci più l’abate Ceolfrith per portare da Wearmouth a Roma la più perfetta copia della Vulgata di san Gerolamo, i 35 chili del Codex Amiatinus) , nuovi padroni della parola, alle schiere di filologi che da Petrarca in poi devono combattere con i topi una nuova Batracomiomachia per salvare i manoscritti ed emendarne la mole di errori di trascrizione. Specie per i testi laici antichi, Storia naturale di Plinio in primis, database fondamentale fino a buona parte dell’Umanesimo. Poi sarebbero state le controversie sui testi sacri a fare la differenza, perché dai fogli che sono come foglie non si può non passare alle radici, specie se sono piantate in contesti politici ben precisi. Pesare le parole non è solo un modo di dire.


Infatti, anche prima di questi nuovi innesti, non si tratta solo di valutare il carico quantitativo: dobbiamo prendere in considerazione anche il peso qualitativo. Il libro manoscritto mantiene un aspetto, diciamo così, magico finché la stampa non si diffonde a livello di massa. Se un profeta come Ezechiele si divorava un intero rotolo scritto per volontà divina e lo trovava  dolce come il miele, nell’alto medioevo, parola di un innamorato della parola scritta come Beda il Venerabile, venivano ancora triturate a scopo medico pagine della Sacra Scrittura provenienti dall’Irlanda, patria di un rivoluzionato studio dell’eredità cristiana: "Come ho visto io stesso, poiché certuni erano stati morsi dai serpenti, furono raschiati alcuni fogli di codici provenienti dall'Irlanda e questa raschiatura, messa nell'acqua e data da bere, subito portò via tutta la violenza del veleno e il gonfiore del corpo." (Storia ecclesiastica degli Angli I,1). E infatti Colombano, l’esponente più illustre di questo rinnovato fervore, lo scoviamo nelle pagine del suo biografo, Giona di Bobbio, mentre nei suoi vagabondaggi nel continente europeo vaga armato dei suoi enormi libri che riempiono di stupore le folle. Sembra di vedere la scena di uno dei film che più ho amato, Aguirre furore di Dio, quando i conquistadores, per quanto persi nei labirinti fluviali dell’Amazzonia, restano fanaticamente certi che il Libro della Scrittura parli di per sé (ma non per i poveri indios, a cui quella cosa dalla forma innaturale non dice niente).

C’è da chiedersi ancora oggi cosa teniamo in mano quando sfogliamo pagine di carta inchiostrata. Dobbiamo essere consapevoli che, anche se devoti al culto della pagine stampate (come il sottoscritto, per quanto di mestiere si dedichi al virtuale), quanto maneggiamo, anche se digitale, ha un carico di complessità tutt’altro che esente da errori e orrori, che vanno sempre rilevati, specie per le nuove generazioni. Perché la leggerezza è sempre una conquista gravosa. È un nostro dovere avere fiducia nel progresso al fine di raggiungere questo traguardo.

Luca Traini

giovedì 17 febbraio 2022

VITE PARALLELE Punti di incontro fra Grecia e Italia

Plutarco è un mio contatto dal 1980. Le sue Vite parallele, uno dei primi acquisti di libri senza immagini quando, terminata prematuramente la carriera di atleta (lungo, triplo e 110 ostacoli), tolto il gesso dell’ultima frattura decisi di balzare nell’agone intellettuale. Tre meravigliosi Oscar Classici Mondadori a prezzo popolare (non a caso pubblicati negli anni ’70). 46 eroi a 4000 lire, meno di 100 a testa scolpita (46 Vite così oggi non le puoi avere neanche remainder). Letteralmente da divorare. Peccato solo la rilegatura da quattro soldi (una pennellata di colla e via), immediatamente devastata. Fortuna in casa c’era ancora il mastice del nonno quando lavorava le scarpe a Porto Sant’Elpidio: mastice doc per unire cultura d’élite a masse popolari (era la stagione dell’egemonia culturale del PCI). Comunque che contrasto fra il mio ambiente e quello di tutti quei busti paludati! Ma come li rendeva vivi in quel profluvio di pagine lo scrittore greco! Plutarco di Cheronea era quel vecchio barbogio ritratto subito dopo la copertina, asciugamano in testa e mano sulla tempia: una signora emicrania dopo 1438 pagine.

Erano i primi mesi di liceo classico, una noiosissima quarta ginnasio (conquista eroica per mia madre, ma l’avrei capito solo al terzo anno). La prima lettura dei tre meravigliosi mattoni fu rovinata dalla splendida introduzione del grande Carlo Carena (anche sua la traduzione), dove si raccontava di come questo placido nonnetto facesse frustare i suoi schiavi – e io, date le origini, mi immaginavo uno di loro - con implacabile impassibilità. Era così: questo signore coltissimo, curiosissimo, magari non originalissimo - ora platonico ora scettico ora pitagorico ora stoico - non si incazzava mai. Però la servitù la faceva frustare lo stesso, magari continuando pacatamente a discutere con la vittima in un dialogo tra sordi. Come Platone o i nuovi padroni della Grecia, i romani, se uno schiavo non ripuliva a dovere il vomito dopo i loro simposi.

DUE MORTI PER UN CONCETTO Una diversa lettura dell'Eutìfrone di Platone

Avevo già compreso il lato oscuro della forza dei classici greco-latini e, partendo da questo cono d’ombra, dall’università in poi ho sempre cercato con fatica di contestualizzare il dato storico. Ma nella prima lettura, nonostante anche l’immane sforzo dello scrittore – filosofo, politico, ambasciatore culturale e poi sacerdote nella congrega misteriosofico-politica del tempio di Apollo a Delfi – rivolto a dare concretezza a un trait d’union fra le vecchie classi dirigenti greche e quelle nuove romane piazzando ogni volta un personaggio delle prime con uno delle seconde, ebbene la mia fu una questione di scelte tranchant.

Temistocle e Pericle sì, Catone no, Crasso assolutamente no (Volume 1). Lisandro e Silla no per carità, Pelopida e Timoleonte sì, Alessandro va bene ma con riserva, Cesare no anche se aveva narrato le sue macellerie con stile perfetto (Volume 2). Volume 3: Sertorio certo che sì (ci scrissi anche un dramma trent’anni fa e prima o poi lo riprenderò), Eumene però, Focione bel problema, Gaio Mario sì di massima, i Gracchi sì convinto (specie Gaio).

Sia ben chiaro: non mi rimprovero queste ingenuità da minorenne. Sono rimaste come radiazione di fondo quando sfoglio, sfascio e riempio continuamente di note i miei classici.

Poi nel corso degli anni ’80 ci sarebbe stata la sbornia della pubblicazione a pezzetti di quanto era passato alla storia come corpus dei Moralia plutarchei (alcuni neanche suoi o solo attribuiti). Roba da snob e per snob - la colpa non era di Plutarco - e ancora oggi li digerisco a forza. Peggio poi le citazioni da cioccolatini sparse in manualetti per professionisti o sofisti di vario genere - ve le evito – revival scipito di vetusti frasari da eruditi.

IL SOFISTA E LA COLONNA TRAINANA

Lette e rilette, le Vite valgono per la qualità con cui furono scolpite dallo scrittore, per la fortuna che il genere biografico avrebbe avuto da allora ispirando narratori e drammaturghi – Machiavelli, Montaigne, Shakespeare, Corneille, Racine fino a Goethe e ad Alfieri - fino a quando nel XIX secolo non se ne cominciò a sentire i limiti: zero accenni a quelle che oggi sono le fondamentali analisi del contesto economico e sociale - parlava a chi se la passava bene come lui - problemi in fatto di cronologia quando non di geografia, scarsa comprensione delle tematiche militari. Valgono quindi per il grande piacere della lettura e, in particolare, per l’eredità etica - e politica - del progetto di unire i popoli facendo leva sulle comunanze della tradizione senza trascurare le differenze. Come ha ben sottolineato Françoise Frazier: “Plutarco ci ricorda che l’ideale antico non separava il sapere dalla vita”. L’impegno in prima persona per un fine sociale e multiculturale, questa oggi è la parte del lascito più importante, da rivisitare e rielaborare. L’autore, pur essendo greco, non aveva snobbato il nuovo dirompente impatto della cultura latina, anzi, aveva cercato di farlo proprio, studiando il latino – anche se a tarda età e in modo imperfetto - e anticipando tentativi di sintesi che si sarebbero concretizzati – anche se sempre parzialmente – solo in epoca tardoantica o nel medioevo (ma l’osmosi sarebbe giunta solo in età moderna col meraviglioso fraintendimento di un indifferenziato lascito greco-romano da parte di Umanesimo e primo Rinascimento).

Plutarco muore quando Adriano è ancora vivo. Nientemeno che l’imperatore di Roma si era mosso dall’Urbe, non per fare guerra ma per visitare in pellegrinaggio una patria dell’anima che sentiva più sua, la Grecia sempre ideale degli scrittori. Si era fatto pure crescere la barba come un antico filosofo. Un nuovo, maturo Apollo, dopo l’amore smisurato, dionisiaco di Nerone negli anni della giovinezza dello scrittore delle Vite. E in vecchiaia Adriano lo avrebbe anche nominato procuratore. Tutto sarebbe filato liscio o quasi nel secolo d’oro delle classi dirigenti civili, degli Antonini.

Poi sarebbe arrivata la peste con la riscossa dei popoli ai confini, i “barbari”.

Luca Traini, Il Dittico di Aosta

Il silenzio che regna a Delfi non è ancora scosso dai terribili massacri alle frontiere quando un altro imperatore romano, un altro barbuto, questa volta filosofo tout court - anche grazie a un ex schiavo, greco, filosofo (forse ancora con le tracce della frusta), Epitteto – predilige scrivere in greco, ma solo A sé stesso. Nessuna nuova carica con Marco Aurelio, se non in battaglia, e nuove parole per una speranza diversa: “Bisogna partire con rassegnazione, come l'oliva matura cade benedicendo la terra che l’ha nutrita e rende grazie all'albero che l'ha prodotta”.

Questione di biologia, di politica, come per l’uomo di Cheronea, questa volta impassibile nella tomba.


Luca Traini

martedì 1 febbraio 2022

BRAMANTINO E BRUEGEL Sentire l’arte sulla propria pelle

I primi, profondi contatti con l’arte - il tatto oltre la visione di quelle pagine di cataloghi che non erano il Postal Market - li ho sentiti con forza quand’ero bambino e vivevo in quello che, a torto, è stato considerato il paese meno artistico d’Italia: la piccola, felice Repubblica Popolare di Porto Sant’Elpidio degli anni ’70. Tutto nuovo, nessuna sudditanza rispetto a chissà quale passato favoloso, caratteristica castrante - e indegna proprio del nostro migliore passato - della mia Italia.

Dopo tante fughe dalle Marche dell’interno come dalla Lombardia profonda, il cassone dove mia madre, finalmente sola e pittrice, teneva i suoi libri d’arte era nella camera dei suoi genitori, che vivevano con  noi. Lì stavano i Maestri del colore con Bramantino e i Classici dell’arte con Bruegel e io li sfogliavo sedendomi protetto in quel baule. Ma esiste protezione contro le scariche elettriche della grande arte?

Naturalmente no. E io cercavo di contrastare il Trionfo della morte di Bruegel imbrattando con la biro le pagine del libro con tutta una serie di soldati stilizzati di rinforzo contro l’esercito di scheletri che sembrava aver la meglio sui poveri umani, sulla pace che la mia famiglia materna aveva da poco conquistato sul ramo paterno, violento e nostalgico.

Poi, però, veniva Bramantino, con l’Ecce Homo allucinato, la Crocifissione di Brera e Madonna col Bambino che sta all’Ambrosiana, con quel cadavere composto accanto una rana mostruosa. Commento della nonna, vecchia contadina Azione Cattolica, che forse vuole solo andare a dormire (ma non è così): “Guarda, ormai hai sette anni: i peccati cominciano a essere mortali”. Così presto? I 10+ che mi ha dato in prima elementare il maestro Angelo Tocchetti, grande maestro per sempre, contano poco perché è un comunista…

Non mi arrendo. Continuo a disegnare aiuti contro la morte anche nei dettagli del Trionfo bruegeliano. Vorrei pure cancellare tutto il contesto di Bramantino. Mia madre con dolcezza mi dice di no: la bellezza, anche se fa male, va compresa. E io, che potrò andare all’università, troverò un giorno il modo per andare oltre.

Intanto scarabocchio nuovi difensori per le fortezze di Saul nelle pagine dell’artista fiammingo e, a 17 anni, scopro l’“apocatastasi” del teologo Origene, la non-eternità dell’inferno, per risolvere a lieto fine i drammi dell’altro pittore nato a Milano.

Oggi cerco di guardare con distacco questi due antichi amori violenti, tentando ancora una volta una soluzione, senza biro, senza alcun tipo di consolazione. Restano pagine, quadri: la nostra civiltà, che è un sogno ad angolo retto.

Luca Traini

I due racconti completi in



lunedì 10 gennaio 2022

TEATRI DI GUERRA

Il dramma della scrittura

Frammenti dal 1999


Prologo: Protagora e Socrate




Ambivio Turpione: commedie?



Filosofia in guerra: Colpa e necessità




Rosvita di Gandersheim: avanguardia in clausura




Albertino Mussato e Dante Alighieri: teatro horror per virtù civiche


https://lucatraini.blogspot.com/2020/06/teatri-di-guerra-4-albertino-mussato-e.html


Poliziano e Botticelli: componimento di Orfeo, crepuscolo dell'Umanesimo




Agrippa d’Aubigné, Brantôme, Isaac Casaubon, Enrico IV, Jean de Sponde

Frammenti di dialogo



La "Gloriosa restaurazione" del teatro inglese

Aphra, Etherege e Rochester: sipario aperto, sipario chiuso



Pietro Metastasio: Arcadia al potere


https://lucatraini.blogspot.com/2020/10/teatri-di-guerra-6-pietro-metastasio.html


Georg Büchner: teatro di scienza della rivoluzione




Il dramma del Futurismo italiano



Erwin Piscator a New York: teatro epico in tempo di pace



Chruščëv e il Concerto per pianoforte n.2 di Šostakovič


https://lucatraini.blogspot.com/2022/07/teatri-di-guerra-10-chruscev-e sostakovic .html


Luca Traini

mercoledì 29 dicembre 2021

MUSICA PER RAGGI INFRAROSSI

 Il James Webb Telescope in orbita sulle note dei fratelli Herschel

Musica e astronomia erano state sorelle dalla filosofia pitagorica alla rivoluzione copernicana – un suono dal moto di ogni sfera celeste a comporre un’armonia universale, pensiamo solo al Paradiso di Dante – poi il clamore di continue scoperte (e condanne) era stato accompagnato dal controcanto del silenzio notturno dell’osservazione e della riflessione di una nuova scienza. Il padre di Galileo Galilei, Vincenzo, aveva riscoperto la musica della Grecia antica e aperto il sipario al melodramma moderno (ne abbiamo già parlato nei Dispacci Musicali), ma questa opera lirica era stata solo un’ouverture ai capolavori (e al dramma) del figlio.

VINCENZO E GALILEO GALILEI
Musica antica e nuova per sfere celesti

Occorreva la scoperta di un nuovo pianeta perché le note del pentagramma - 7 come i corpi celesti dell’antico sistema solare - componessero una nuova musica grazie a due musicisti diventati astronomi: William e Caroline Herschel. Compositore il primo, soprano lirico la seconda. Come un grande metronomo il loro rivoluzionario telescopio: lui osserva, lei prende nota. William scopre Urano nel 1781 scambiandolo per una cometa. Caroline resterà esperta in fatto di comete. Nel 1834 il pittore architetto Schinkel (e abbiano scritto anche di lui) non potrà che dipingere la divinità in una sfera con la danza delle stelle come satelliti (Oberon e Titania, sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, realtà cosmiche osservate in primis sempre dagli Herschel nel 1787).

GOTICO PER LA REGINA DI CUORI, NEOCLASSICO IL RE DI QUADRI
Il genio architettonico di Karl Friedrich Schinkel fra Romanticismo e politica

Nel frattempo il duo era diventato trio con l’aggiunta del figlio di William, John, indagatore del cosmo con nuovi strumenti quali la fotografia (che deve a lui il nome). Tutti e tre membri della Royal Astronomical Society, di cui William fu il primo presidente e Caroline la prima donna a riceverne la medaglia d’oro (1828) e a diventare socia onoraria nel 1835, insieme alla matematica scozzese Mary Somerville.

A Neoludica non poteva sfuggire il fatto che anche un classico dei videogame, Mass Effect, ha dedicato un intero sistema solare agli Herschel. Protagonisti anche nella nuova frontiera dei telescopi spaziali. Nel 2009 è stato mandato in orbita l’Herschel Space Observatory, attivo nella ricerca nell’infrarosso fino al 2013 (e i raggi infrarossi erano stati proprio scoperti da William nel 1800).

Il suo successore è il James Webb Space Telescope di cui ho seguito con entusiasmo il lancio in questi giorni.

Colonna sonora:

l’Allegro Assai della Sinfonia 14 di William

o il Solfeggio di Caroline trascritto per organo e flauto da  Veniamin Vityazev, professore di Astrometrica all’Università di San Pietroburgo.

Il brano che segue è parte del mio frammento teatrale Definizioni di cosmo, di cui la poesia Definizioni di “cosmo”: allunaggio (Riemergendo da un Taglio di Lucio Fontana) è il prologo.

William

Vedi, Caroline, se ti destreggi nel mare di note di uno spartito hai un occhio già esperto per individuare le piccole sfere dell’infinito pentagramma del cielo.

Caroline

E nelle grandi pause di silenzio della notte le comete non sembrano, caro fratello, non sembrano forse scale musicali su cui innestare il ritmo di questa sinfonia celeste?

William

Pare proprio di sì, mia cara, e in fatto di sinfonie ho una certa esperienza. Da quella che sembrava una cometa è scaturito l’accordo su un nuovo pianeta. Galileo aveva scoperto che Saturno era un Do nella scala celeste e ora abbiamo il Re che lo segue.

Caroline

(Intona “Thou tun'st this World below” dall’Ode to St. Cecilia di Henry Purcell)

“O tu che fai vibrare in sintonia

Il mondo in basso con le stelle in cielo,

Che nella ronda celeste hanno moto

E risuonano della loro musica”.

William

Sorella mia, tu canti divinamente una perfezione che non c’è più mentre ne cerchiamo un’altra che forse non esiste. Ma non fosse per questa continua ricerca di armonia da qualche parte, anche a una lontananza siderale, in questa notte infinitamente più ricca di stelle che le candele in una cena di gala, non staremmo qui a rischiare il torcicollo ogni sera.

Caroline

Voglio scrivere un solfeggio anche per le nostre comete. Le loro orbite planeranno dolcemente nelle gabbie dei pentagrammi. La musica e il canto renderanno nuovamente liberi questi nostri cari fantasmi per farli salire ancora una volta al cielo.

Luca Traini

martedì 21 dicembre 2021

IL TELAIO DELL’INFORMATICA

Dialogo fra Ada Lovelace, Charles Babbage e Luigi Menabrea 

Hardware e software hanno anche una matrice italiana. Partendo, infatti, dalle Note sulla Macchina Analitica di Charles Babbage pubblicate nel 1842 da Luigi Federico Menabrea - scienziato, militare e poi capo del governo del Regno d’Italia (in questo caso non tra i miei preferiti) - Ada Lovelace, ispirata inoltre dalla scheda forata del Telaio Jacquard, elaborò l’idea di programma informatico, aprendo la strada ad altre grandi donne di scienza del Novecento come Grace Hopper, Hedy Lamarr e Katherine Johnson.

Il frammento di dialogo che ho ritrovato era parte del lavoro per le mostre The art of games ad Aosta nel 2009 e Neoludica alla Biennale di Venezia nel 2011 (decennale di un evento in prima mondiale rimasto unico nel suo genere). In entrambi i cataloghi, per ragioni di tempo e di spazio, preferii pubblicare solo il sonetto acrostico binario dedicato alla madrina di entrambe le esposizioni: Ada, che, in quanto figlia del poeta George Byron e della matematica Anne Isabella Milbanke, racchiudeva già nella sua persona la sintesi fra  arte, scienza e tecnologia.

Luigi Menabrea

Quando ero nel Genio militare ebbi in sorte di sostituire il conte di Cavour nei lavori di sistemazione del Forte di Bard. Forse fu lui a suggerire che questa macchina bellica, questa sorta di creatura viva strisciante sopra una collina, nulla avrebbe potuto sortire senza un continuo ricambio della presenza del genio umano. Una piccola specie di serpente di Esculapio lasciato libero di vagare, inquieto, sempre, dentro una struttura immane, immobile.

Ada Lovelace

Vedrò anch’io il vostro forte come il nostro Turner? Per ora mi accontento del più pacifico telaio di Jacquard. Il mio genio è quello di Penelope: una scheda per ogni possibile ritorno di Ulisse. E quando avrà smesso di vagare per le sue inutili guerre e vorrà finalmente vedere in faccia la verità di ogni memoria – è un risultato semplice nonostante calcoli così complicati – ebbene vedrà che nessun dio dell’Olimpo lo ha costretto. Noi decidiamo la nostra tessera, il ritratto che uscirà dal telaio. Saranno quei vuoti sulla carta bianca a dire come siamo, e cambiamo. E dovremo accettarli, perché quello che crediamo di essere è sempre altro. Sarà una donna a farvelo capire. Io, che so cosa vuol dire dare vita a un figlio. E dovrò sperimentare una morte per cancro uterino.

Charles Babbage

“La compianta contessa di Lovelace mi informò che aveva tradotto in inglese le memorie di Menabrea sulla mia Macchina Analitica. […] Le sue annotazioni permettono di allungare di circa tre volte la memoria originale. L’autrice è entrata con competenza in tutte le questioni più difficili e astratte riferite alla macchina”.

Ada Lovelace

Software, hardware… Siamo noi, caro Charles. E quelle idee di Platone così sottili. La scheda Jacquard di Diotima nel suo Simposio come nel nostro: una scheda sottile come l’amore fa muovere la complessa macchina della vita. Che sia il biglietto da visita di una reminiscenza o programma per il futuro, Luigi, Carlo, non dimenticate la vostra “Incantatrice dei Numeri”.


mercoledì 15 dicembre 2021

LEONI E ALTRI UMANI

LEONI E ALTRI UMANI Opere di Samuele Arcangioli

Banca Generali Private  Como | organizzazione Musea 

A cura di Debora Ferrari e Luca Traini

Fino al 6 febbraio 2022 è visitabile l’esposizione nella sede di Via Lungo Lario Trento 9

Si apre  un nuovo evento per la città di Como, firmato Musea e Banca Generali Private, in collaborazione con LarioIN.

Dal 16 dicembre fino al 6 febbraio 2022 si può visitare nella prestigiosa sede sul Lago di Como LEONI E ALTRI UMANI, un’affascinante esposizione del pittore varesino Samuele Arcangioli che ha dedicato molte delle sue opere ai grandi felini africani e ai nostri felini domestici, ai ritratti e agli omaggi dei grandi del passato, curata da Debora Ferrari e Luca Traini e con un catalogo pubblicato da TraRari TIPI edizioni in limited edition per l’occasione.

“Arte” ha la stessa radice di “artiglio” e “tecnica”- la “techne” greca - deriva da “tek”, “legno”. Questo il richiamo ancestrale dell’arte di Samuele Arcangioli quando fa emergere dalle tavole i suoi Felini -  e ci si ritrova per magia immersi in quello sguardo. Perché l’essere umano ha iniziato a rappresentare anche ispirato da quei graffi sulla pietra. E l’artista, cresciuto e tornato più volte in Africa, conosce bene quel segno.

In altra parte della sua vasta produzione Arcangioli - uno dei più originali e importanti artisti che abbiamo la fortuna di avere in Italia - si è dedicato ad affrontare la contemporaneità, cimentandosi anche nella Game Art nella mostra NEOLUDICA alla Biennale di Venezia del 2011. Ma nel suo alter ego felino la creazione di Samuele è sempre preistorica. Sarà quindi un graffio elegante e gentile, ma profondo, a farci vedere il mondo con occhi diversi. Grazie a quegli occhi di gatto, leone, pantera. Alle sette vite degli occhi di un artista.

Quattro le sale allestite per oltre 40 opere su tavola realizzate dal 2005 a oggi: Ritratti, Omaggi, Rapaci, Leoni e Felini.


“Banca Generali Private - dichiara Guido Stancanelli District Manager - testimonia una volta di più la volontà unire alla consolidata esperienza nel campo degli investimenti percorsi originali e fuori dagli schemi tradizionali di fruizione dell’arte, nel segno della migliore tradizione e innovazione italiana. Due leoni s’incontrano: il marchio storico di Generali e la cifra di stile di un artista. Una simbiosi che apparenta due felini anche nel contenuto. Entrambe le immagini rappresentano infatti un animale in pace, un’anima forte ma pacifica. Nel caso di Generali il rimando del logo leonino, fin dalla sua creazione del 1861. Un marchio sottoposto a successivi aggiornamenti e restyling in diversi anniversari - 1881, 1911, 1971, 1991, fino al più recente del 2014 - e rivisitato negli anni in campo pubblicitario da diversi importanti artisti (Achille Beltrame, Marcello Dudovich, Gino Boccasile, giusto per fare qualche nome). Un leone in sintonia quindi con i Leoni di Samuele Arcangioli, anch’essi portatori pacifici e possenti di un messaggio di forza vitale”.

Le visite sono libere in settimana secondo gli orari della sede, l’artista sarà in mostra in due speciali incontri tra gennaio e febbraio, accompagnato da un reading letterario di Luca Traini aventi per tema i pittori del passato e il collezionismo contemporaneo. 

Info, contatti stampa e prenotazioni: culturalbrokers@gmail.com

Obbligo di mascherina e visita secondo normative anti-covid vigenti.

Altre importanti mostre curate da Debora Ferrari e Luca Traini a cui Samuele Arcangioli ha partecipato:


Come la luce: dai Macchiaioli allo Spazialismo (2019)

https://lucatraini.blogspot.com/2019/07/come-la-luce-dai-macchiaioli-allo.html


Nel segno di Lucio Fontana (2016)

https://lucatraini.blogspot.com/p/arte.html

 

Neoludica _ Art is a Game (Biennale Venezia, 2011)

https://lucatraini.blogspot.com/p/neoludica-game-art-gallery.html