Il mistero dell’arte di Vandi
Commento musicale Johannes Ockeghem, Missa Au Travail Suis
Sfuggire a un’epoca di disillusione e chiudersi per 30 anni in una piccola villa nella minuscola frazione di Vararo in cima a Cittiglio (VA). E solo dopo la morte (2023), grazie al figlio e a un imprenditore innamorato dell’arte, che acquista casa affrescata e opere accumulate in ogni dove rapito da una vera estasi - quanti ne vorremmo di dirigenti di azienda così nel nostro Paese! – viene offerta al sottoscritto e alla critica d’arte Debora Ferrari l’opportunità di conoscere, archiviare e promuovere più di 2.000 lavori mai rivelati (tranne l’affresco all’esterno della chiesa di San Bernardo, ma pochissimi sanno che è suo). Vittorio Aldrovandi, ingegnere(?) all’Aermacchi e pittore autodidatta, sodale della migliore avanguardia e amico di numerosi artisti varesini, era volontariamente scomparso da ogni orizzonte espositivo già dalla prima metà degli anni ‘80. Ancora siamo alla ricerca della causa scatenante che lo portò ad abbandonare mostre, famiglia e lavoro per chiudersi in una solitudine totale e spartana, dove la luce per le notti era paragonabile a quella delle lampade per i minatori. Ogni pittura reca traccia del suo tormento interiore, di un’umanità che cerca disperatamente la sua traccia divina in un mondo di macchine e macchinari che conosce bene, cosciente di quanto siano tutt’altro che astrazioni i disegni di un tecnigrafo. Ecco allora che i fantasmi della storia dell’arte, studiata a fondo e fatta propria fino al parossismo, emergono come ossessione e difesa di un pittore che dipinge a protezione della propria umanità allo sfinimento. La realtà cede all’incubo, poi al sogno, infine a tutta una serie di formidabili metamorfosi dove perdersi nell’attesa di un miracolo che forse non verrà. L’attesa, questo conta, il fare - come fosse un nuovo Ligabue o, meglio, un nuovo Goya - il fare poesia in tutte le sue forme, i suoi volti che affiorano dalla memoria: unica, povera, grande ricchezza di ciò che amiamo chiamare “arte”.
Ma qui lascio la parola a Debora Ferrari, autrice del primo articolo rivelatore sulla prestigiosa rivista Terra e gente, di fresca pubblicazione questo dicembre: “Lontano da circuiti ufficiali, Vandi costruisce una vera e propria cattedrale privata dell’immaginazione. La casa stessa, dipinta in ogni angolo, diventa parte integrante della sua opera, mentre migliaia di lavori vengono conservati, nascosti, come un archivio personale dell’anima. Dopo la sua morte, questa produzione si rivela in tutta la sua forza: un mondo stratificato, fatto di pitture murali, tele, carte, frammenti visivi e poetici che documentano un viaggio interiore di rara coerenza e intensità. Il suo linguaggio pittorico si distingue per l’ibridazione di epoche e codici visivi, dove convivono richiami a Goya, Rembrandt, ai fiamminghi, ai Simbolisti e ai maestri dell’Espressionismo tedesco, così come all’espressionismo contemporaneo alla Bacon (ma anche Füssli e Dalí, Redon e Rouault). Ma è nella libertà del gesto e nella profondità tematica che Vandi mostra la sua identità più autentica: quella di un artista estraneo alle mode, che ha vissuto la pittura come necessità spirituale, come rito personale di comprensione del mondo. La rilettura della sua opera, oggi, offre una straordinaria opportunità di riflessione sul rapporto tra arte, interiorità e neurodivergenza, e può attivare un dialogo trasversale che unisce ambiti culturali e scientifici, in linea con le più attuali ricerche sulle intersezioni tra creatività e mente. L’avvio di un percorso di studio, catalogazione e divulgazione pubblica – mostre, conferenze, laboratori – non è solo un atto di giustizia verso un autore sconosciuto ma prezioso, bensì un progetto culturale di grande portata, capace di interrogare e ispirare il presente. La folle genialità di Vandi si manifesta in un universo dove la pittura invade ogni spazio, dalle tele agli oggetti della casa, trasformando la solitudine dei boschi di Vararo in un nido visionario e totale, abitato dall’arte tanto quanto dall’artista stesso”.
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