lunedì 11 maggio 2020

BISANZIO A COLAZIONE (2) In Biblioteca con Fozio, in Etiopia con Nonnoso

Commento musicale Kassia, Doxazomen Sou Christe 



#IoRestoaCasa e questa volta metto le ali al patriarca di Costantinopoli Fozio che, al contrario di Procopio di Cesarea, amava i Paesi caldi. Il suo capolavoro, la Biblioteca, risale all’855, quando, ancora allo stato laico e in procinto di partire per un’ambasciata (forse mai avvenuta) presso il califfo abbasside al-Mutawakkil, riceve dal fratello Tarasio la richiesta di “un resoconto scritto delle opere che ho letto”. Tarasio viene allora sommerso da 279 schede monografiche con citazioni per una totale di più di mille pagine, dalla teologia alla fantascienza, dalla Grecia antica al primo impero bizantino (escludendo per di più quei classici, specie della poesia, letti nelle scuole dell’epoca, e i testi “il cui uso e la pratica consentono di esercitare le varie arti e scienze”). Un’eredità formidabile per noi, perché più della metà delle opere che tratta non ci sono pervenute.
Fra queste le “Storie” di Nonnoso, scritte tre secoli prima da questo esponente di una dinasty di ambasciatori nei paesi arabi che si era spinto fino in Etiopia, alla corte del re cristiano di Axum Kaleb. Una missione guidata dal legato Giuliano - di cui parla anche Procopio, che chiama il re etiope Ellesteeo (La guerra persiana I, XIX-XX), voluta da Giustiniano per chiedere alleanza contro la Persia.
“La città di Axum è grandissima ed è la capitale di tutta l’Etiopia. […] Il porto di Adulis dista da Axum quindici giorni di cammino e, mentre erano nei dintorni di Aue, a metà strada, apparve uno spettacolo straordinario: un enorme branco di circa cinquemila elefanti che pascolavano in un’immensa pianura”.
E non è tutto.
Arriano (II sec. d.C.), al termine della sua Anabasi di Alessandro Magno, citava la navigazione della costa occidentale dell’Africa da parte del cartaginese Annone (VII-VI sec. a.C.) e la sua scoperta dei “gorilla” (termine probabilmente locale e comunque traslitterato in greco dal punico): forse primati, forse esseri umani rivestiti di pelli.
Nonnoso, più di mille anni dopo, sulla costa orientale intravvede qualcosa di simile: “Esseri che avevano figura e sembianze umane, ma molto piccoli di statura, di carnagione scura e con il corpo interamente coperto da una folta peluria. […] Nel loro aspetto non vi era nulla di feroce né di selvaggio: essi avevano, anzi, una loro lingua come gli altri uomini, ma tale idioma era assolutamente incomprensibile a tutti i loro vicini. […] Vivevano delle ostriche e dei pesci che le onde del mare gettavano. […] Alla sola vista dei nostri uomini correvano a nascondersi, come facciamo noi di fronte alle più grosse fiere” (tutte le traduzioni sono di Claudio Bevegni in Fozio, Biblioteca, Adelphi, 1992). In questo caso sembrerebbe di avere a che fare con una tribù di Pigmei, popolazione che all’epoca aveva una diffusione maggiore nel continente africano. E facevano bene a evitare contatti con sconosciuti, specie se ben armati, visto che ancora oggi la loro cultura è vittima di pregiudizi e persecuzioni.
Così come lo sarebbe stata la ben più potente civiltà etiope nel secolo scorso, purtroppo ad opera nostra, di quegli invasori italiani che era riuscita a sconfiggere ad Adua nel 1896 e che si sarebbero vendicati a colpi di gas venefici e massacri nella guerra di occupazione fascista del 1935-36.
E pensare che la ricerca di alleanze fra Etiopia e potenze cristiane europee era stata reciproca al tempo delle Crociate come nel Rinascimento!
Se non altro almeno abbiamo restituito a chi di dovere la Stele di Axum, trafugata e piazzata da Mussolini a Roma nel 1937 per il quindicesimo della sua marcia. Il capolavoro,  alto 23,40 metri e dal peso di circa 150 tonnellate, scolpito e innalzato qualche secolo prima del viaggio di Nonnoso, è stato ricollocato accanto alla stele gemella nella valle del Tigrè nel 2008.

mercoledì 6 maggio 2020

ARTE & BENI CULTURALI Rendiamo l'arte fruibile sempre


Rendiamo l'arte fruibile sempre e ovunque senza spostare le opere

Ci ragionavamo da mesi e questa situazione ci ha fatto accelerare. Mettendo a frutto l'esperienza trentennale con i Beni Culturali e i Musei e quella dal 2008 su cultura videoludica e applicazione in campo cultural-turistico-sociale, ora le proposte sono pronte e vi invito a visitare la pagina e a compilare il form se vogliamo fare una catena di collaborazione per superare il terribile momento delle porte chiuse alla cultura.


Vi aspetto con fiducia e determinazione.

martedì 5 maggio 2020

Consigli di lettura per "Assassin's Creed Valhalla"


Per assaporare un videogame colto cosa c’è di meglio di un po’ di letture come si deve per aumentare il feedback col gameplay?
È vero che dopo le ultime puntate più contemplative e raffinate nell’Egitto tolemaico e nella Grecia classica qui si torna a prediligere l’aspetto bellico, ma sono certo che il mio amico Maxime Durand, a capo dello staff di storici Ubisoft, avrà perfettamente curato la ricostruzione dell’epoca in cui è ambientato il gioco.
IX secolo: Vichinghi ancora “pagani” contro Anglosassoni cristianizzati da appena due secoli e con le regole della Chiesa di Roma che avevano avuto la meglio su quelle di ascendenza irlandese. Due termini che riassumono due diversi insiemi di popolazioni germaniche che si erano mosse via mare in tempi diversi quando ormai, dopo il V secolo, era impossibile farlo via terra a causa dei regni romano-barbarici consolidati sul continente. Con l’avvertenza che diverse circostanze storiche avevano trasformato culture agricole sostanzialmente pacifiche in genti bellicose all’avanguardia nel campo della navigazione e che, nel caso dei “Vichinghi”, parliamo di una minoranza guerriera in ambito scandinavo, spesso di carattere multietnico (è attestata la presenza, quasi sempre in funzione di subordine, di numerosi elementi celti, slavi e di altri ceppi germanici nelle flotte piratesche impegnate nelle varie scorrerie).
Amando poco fantasy e storie romanzate ho incontrato solo all’università l’epopea norrena, nei suoi aspetti meno attraenti: contese e cavilli sul diritto agrario che appassionavano tanto questi popoli quanto le razzie estive. Poi la poesia, così artificiosa quanto affascinante, con quelle “kenningar”, perifrasi e metafore che, unite a colossali bevute di birra, davano un gusto superiore a una vita ossessionata dai rigori del clima e dalla perdita di status (l’esatto opposto delle odierne democrazie scandinave e della politica del mio amato Olof Palme).



Le saghe che ho più apprezzato, sempre con un misto di attrazione/repulsione, sono state La saga degli uomini delle Orcadi e La saga di Egill, entrambe ottimamente curate da Marcello Meli. Guarda caso, entrambi i libri recano in copertina miniature medievali che rappresentano l’invasione dell’Inghilterra da parte del vichingo danese Ivar Senz’Ossa (865), fulcro delle avventure del videogioco.
Nel primo caso l’epica degli “jarlar”, dei capi dell’aristocrazia di quel capolavoro della natura che sono le Isole Orcadi, canta il loro inquieto vagare per l’oceano (“Arduo è distinguere quel che arriva prima, se l’inferno o la gloria duratura”) fra il nord della Scozia (di cui l’arcipelago verrà a far parte solo nel 1468), l’Irlanda e la Scandinavia in un periodo che va dal X agli inizi del XII secolo. Così come il difficile rapporto con il resto della rissosa nobiltà locale, tanto avvezza a un grande spirito di ospitalità fra pari quanto poco disponibile a farsi mettere i piedi sulla testa nel nome di un’antica “libertà” (ancora alla fine del X secolo, durante le razzie nell’impero carolingio in crisi questa gente era solita rispondere ai Franchi che chiedevano di dialogare con il loro capo: “ Nessuno è nostro capo: siamo tutti uguali!”).


Foto delle Isole Orcadi di John Ireland

Di particolare interesse, a mio avviso, il viaggio dello “jarl” Rögnvaldr in Terrasanta (1151-1153, capitoli LXXXVI-IX), con il suo innamoramento per Ermengarda di Narbona, i suoi combattimenti in Galizia e Sardegna, il servizio militare prestato a Manuele Comneno (già nella mia amata Cronografia di Michele Psello è descritta la guardia personale dell’imperatore composta da “Vareghi”, scandinavi), il suo sbarco a San Giovanni d’Acri con tanto di pestilenza e il sospirato arrivo a Gerusalemme con traversata finale a nuoto del Giordano.

"Paganusque ferus surgens aquilonis ab axe"
"E il feroce pagano che spunta dal polo nord"

Con Egill torniamo al X secolo e con un orizzonte ancora più allargato: dall’Islanda (terra di conquista) ai Paesi Baltici (luogo di razzia). Questa eccezionale figura di poeta guerriero (che oggi non esiteremo a definire psicopatico di una dinastia di psicopatici), tanto bravo nell’uso delle armi quanto nella poesia (“la pialla della lingua"), rappresenta il ribelle per eccellenza al consolidarsi della  monarchia norvegese da Aroldo Bellachioma in poi. Nella saga il protagonista arriva solo a pagina 73 ma a 3 anni è già quel fenomeno tutto chiaroscuri che occupa le successive 200 pagine, fino alla morte e alla conversione del figlio Þorsteinn al cristianesimo: “Crescendo si vide subito che sarebbe diventato piuttosto ombroso e, come era stato il padre, nero di capelli. Già a tre anni era alto e forte, come lo sono gli altri ragazzi, ma a sei o a sette anni. Precocemente dimostrò facondia e inclinazione a usare le parole, ma era difficile trattare con lui quando giocava con gli altri giovani”. E’ il preludio alla carriera di un grande “berserkr”, quel tipo di guerriero invasato capace di fare stragi senza nemmeno accorgersene e cadere da uno stato di forsennata euforia a un altro di prostrazione profonda. Perfettamente a proprio agio nella guerra, perennemente a disagio in una situazione di stasi. Pronto a combattere sotto qualsiasi stendardo che non sia quello del proprio re e dei suoi successori, che vede come tiranni. Infatti il suo datore di lavoro ideale – e amico - sarà il re Atelstano I d’Inghilterra, nipote di quell’Alfredo il Grande presente come antagonista nel videogioco.


Egill finirà, vecchissimo, i suoi giorni in Islanda, zona franca di rifugio di tutti i ribelli, preso in giro dalle donne toste della sua gente per aver voluto avvicinare in giorni particolarmente freddi i  piedi al focolare, proprio lui! “Brancolo cieco verso il focolare,/ – e tregua chiedo alla ‘Syn della lancia’ (Valchiria)/ per questa infermità che opprime le ‘ossa/ alle palpebre intorno’”. Era diventato cieco. Morì e non vide il suo cranio “straordinariamente massiccio” esposto nel recinto della chiesa di Mosfell, quando per decisione della libera assemblea degli Islandesi il cristianesimo divenne religione dell’isola. Si tentò di spaccarlo con un’ascia col risultato che divenne ancora più bianco. Forse un simbolo di quel tentativo di fare chiarezza sul passato che avrebbe animato più di un secolo dopo il vate dell’Islanda, Snorri Sturluson, l’autore dell’Edda in prosa, forse discendente per parte di madre da Egill (e c’è chi dice autore della stessa saga).


Ma in Assassin’s Creed non poteva mancare l’eroe colto in senso classico (ricordate Ezio Auditore?) e, in questo caso, anche se in funzione di antagonista, troviamo Alfredo il Grande, re del Wessex dall’871 al 901. Imbevuto di cultura latina, riuscì a sconfiggere definitivamente gli invasori danesi nell’896 grazie al riutilizzo di alcune tecniche belliche dell’esercito romano, ordinò l’apparato amministrativo e giudiziario seguendo l’esempio di Giustiniano e riorganizzò il sistema scolastico fondando una scuola palatina sul modello di quella di Carlo Magno. Contribuì alla stesura della Cronaca anglosassone, prima opera di storia scritta in inglese antico, e fece tradurre dal latino in volgare tanto la Storia contro i pagani di Orosio (che vedete sul mio tavolo qualche anno fa mentrescrivevo Il Dittico di Aosta) quanto la Storia ecclesiastica degli Angli di Beda il Venerabile (solo per fare qualche titolo).
In questa valorizzazione della letteratura anglosassone, per una maggiore comprensione della cultura di questo popolo, non possiamo non far rientrare due capolavori di due diverse epopee, scritti fra VIII e IX secolo.
Quella pagana, più nota, rappresentata dal poema anonimo Beowulf, a cui si sono già ispirati diversi film e videogame. Beowulf è un eroe che presenta molte analogie con l’Egill di cui sopra, anche perché si muove fra Germania del Nord e Scandinavia meridionale, luoghi d’origine degli Angli e dei Sassoni.

“Un uomo carico
di frasi superbe   di canzoni a memoria,
che rievocava a stormi    lontane leggende
di ogni tipo possibile,    inventava parole
nuove, legate a norma.    Poi l’uomo prese a dire
dell’avventura di Beowulf    con perizia e a comporre
rapidamente un racconto    sapiente, a variare le frasi.”
Beowulf, 868-874

Quella cristiana, decisamente meno conosciuta, con il primo grande poeta di cui ci sia rimasta l’opera completa: Cynewulf. Certo, non siamo più nell’epoca marziale tutta Antico Testamento della prima poesia anglosassone di Caedmon, ma gli accenni drammatici ed eroici non mancano certo quando fa parlare l’Albero del Signore nel suo poema Il sogno della Croce (un albero che ricorda non poco – e non a caso: viene innestata una sostituzione del sacro – il frassino Yggdrasill di Odino).

“Fu lungo tempo fa – ancora lo ricordo –
Allorché io fui abbattuto sul margine del bosco
[…] Dei guerrieri mi portarono sulle spalle,
Finché non mi posero su un monte,
ove assai nemici mio fissarono. Io vidi il Re degli uomini
affrettarsi con grande coraggio, ché Egli voleva ascendermi.
[…] Tremai allorché l’Eroe mi abbracciò; ma non osai piegarmi a terra,
cadere al suolo, ma dovetti restar salda.
Quale Croce fui innalzata; sostenni il Re possente,
il Signore dei Cieli; non osai chinarmi."
Cynewulf, Il sogno della Croce, 28-45

E pensare che tutto era iniziato con la leggenda di papa Gregorio Magno che aveva incontrato degli Angli al mercato degli schiavi trovandoli così belli da fargli pensare a una radice etimologica che li collegasse ad “angeli”. Aveva così spedito in missione verso l’ex Britannia romana – e questo è un fatto storico – il monaco Agostino nel 596: il futuro – e santo – primo arcivescovo di Canterbury (601-604). Evangelizzazione tutt’altro che facile, ma che avrebbe avuto la sua consacrazione col primo pellegrinaggio a San Pietro di un sovrano anglosassone, Caedwalla, che aveva appena abdicato al trono del Wessex e morì proprio a Roma. Fu ricordato con un solenne epitaffio.

"Gloria, dovizie, prole, regno, potenza, trionfi,
nobili guardie, mura, città, famiglia, tutto
che la virtù degli avi e lui stesso aveva adunato,
Caedwalla potente in terra lascia per amore di Dio,
venendo, re pellegrino, a Pietro e alla sede di Pietro
[…] Convertito, depose lieto il furore barbarico,
indi il suo stesso nome: e Pietro volle chiamarlo
il papa Sergio."
(Mosaico romano del VII secolo, foto di Sailko)

E l’epilogo dell’epoca di “furore barbarico” dei Vichinghi, tutti ormai cristianizzati, giunge convenzionalmente nel 1066 con l’invasione normanna dell’Inghilterra. Ironia della storia: i Normanni, in buona parte danesi ormai francesizzati, sconfiggono il re anglosassone Aroldo, danese per parte di madre, e riescono a mantenere la loro conquista come invece non era riuscito ai discendenti del re di Danimarca Canuto il Grande, che aveva già fatto sua l’isola esattamente cinquant’anni prima.


Sembra un gioco. E nel caso di Assassin's Creed Valhalla lo è. Ma il teatro del gioco – e di questo in particolare - esorcizza la storia nei suoi aspetti più crudeli: il sangue virtuale come catarsi di quello vero.
E ora che le regole del game sono state arricchite il piacere del play sarà doppio.


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