Commento musicale Kassia, Doxazomen Sou Christe
#IoRestoaCasa e questa volta metto le ali al
patriarca di Costantinopoli Fozio che, al contrario di Procopio di Cesarea, amava i Paesi
caldi. Il suo capolavoro, la Biblioteca,
risale all’855, quando, ancora allo stato laico e in procinto di partire per
un’ambasciata (forse mai avvenuta) presso il califfo abbasside al-Mutawakkil,
riceve dal fratello Tarasio la richiesta di “un resoconto scritto delle opere
che ho letto”. Tarasio viene allora sommerso da 279 schede monografiche con citazioni
per una totale di più di mille pagine, dalla teologia alla fantascienza, dalla
Grecia antica al primo impero bizantino (escludendo per di più quei classici,
specie della poesia, letti nelle scuole dell’epoca, e i testi “il cui uso e la
pratica consentono di esercitare le varie arti e scienze”). Un’eredità formidabile
per noi, perché più della metà delle opere che tratta non ci sono pervenute.
Fra queste le “Storie” di Nonnoso, scritte tre
secoli prima da questo esponente di una dinasty di ambasciatori nei paesi arabi
che si era spinto fino in Etiopia, alla corte del re cristiano di Axum Kaleb. Una
missione guidata dal legato Giuliano - di cui parla anche Procopio, che chiama
il re etiope Ellesteeo (La guerra
persiana I, XIX-XX), voluta da Giustiniano per chiedere alleanza
contro la Persia.
“La città di Axum è grandissima ed è la capitale di
tutta l’Etiopia. […] Il porto di Adulis dista da Axum quindici giorni di
cammino e, mentre erano nei dintorni di Aue, a metà strada, apparve uno
spettacolo straordinario: un enorme branco di circa cinquemila elefanti che pascolavano
in un’immensa pianura”.
E non è tutto.
Arriano (II sec. d.C.), al termine della sua Anabasi di Alessandro Magno, citava la
navigazione della costa occidentale dell’Africa da parte del cartaginese Annone
(VII-VI sec. a.C.) e la sua scoperta dei “gorilla” (termine probabilmente
locale e comunque traslitterato in greco dal punico): forse primati, forse
esseri umani rivestiti di pelli.
Nonnoso, più di mille anni dopo, sulla costa
orientale intravvede qualcosa di simile: “Esseri che avevano figura e sembianze
umane, ma molto piccoli di statura, di carnagione scura e con il corpo
interamente coperto da una folta peluria. […] Nel loro aspetto non vi era nulla
di feroce né di selvaggio: essi avevano, anzi, una loro lingua come gli altri
uomini, ma tale idioma era assolutamente incomprensibile a tutti i loro vicini.
[…] Vivevano delle ostriche e dei pesci che le onde del mare gettavano. […]
Alla sola vista dei nostri uomini correvano a nascondersi, come facciamo noi di
fronte alle più grosse fiere” (tutte le traduzioni sono di Claudio Bevegni in
Fozio, Biblioteca, Adelphi, 1992). In
questo caso sembrerebbe di avere a che fare con una tribù di Pigmei, popolazione
che all’epoca aveva una diffusione maggiore nel continente africano. E facevano
bene a evitare contatti con sconosciuti, specie se ben armati, visto che ancora
oggi la loro cultura è vittima di pregiudizi e persecuzioni.
Così come lo sarebbe stata la ben più potente
civiltà etiope nel secolo scorso, purtroppo ad opera nostra, di quegli invasori
italiani che era riuscita a sconfiggere ad Adua nel 1896 e che si sarebbero
vendicati a colpi di gas venefici e massacri nella guerra di occupazione
fascista del 1935-36.
E pensare che la ricerca di alleanze fra Etiopia e
potenze cristiane europee era stata reciproca al tempo delle Crociate come nel
Rinascimento!
Se non altro almeno abbiamo restituito a chi di dovere
la Stele di Axum, trafugata e piazzata da Mussolini a Roma nel 1937 per il
quindicesimo della sua marcia. Il capolavoro, alto 23,40 metri e dal peso
di circa 150 tonnellate, scolpito e innalzato qualche secolo prima del viaggio
di Nonnoso, è stato ricollocato accanto alla stele gemella nella valle del
Tigrè nel 2008.
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