LETTURE

LA MEMORIA SALVATA DA TRE DONNE: LILIANA SEGRE, FAUSTA CIALENTE, ANNIE ERNAUX
HO RITROVATO PROUST ALLA KOLYMA Salamov, Proust, Czapski, Primo Levi
CLASSICI E NONLUOGHI 2: LA COENA CYPRIANI DI AMAZON
LA SCUOLA MISTERIOSA E LA GRAMMATICA INQUIETANTE DI VIRGILIO MARONE GRAMMATICO
UNA RAGIONE PER CREDERE, FAR CREDERE, DOVER CREDERE L'esempio negativo del "Fedro" di Platone
I MIEI HÖLDERLIN
PIOVE: E' TEMPO DI MAX FRISCH L'uomo nell'Olocene
DONNE OLTRE OGNI MURO: KAROLA BLOCH, SALLY MORGAN, OLIVE SCHREINER
GEMONIO NEL TEMPO Mostra fotografica_Anni '60-'80 (TraRari TIPI)
CLASSICI E NONLUOGHI 1: L'OMBRA DI WIELAND ALL'IKEA
TESSERE LA PAROLA: DUE NUOVI LIBRI DI FAUSTA SQUATRITI
ZURBARÁN A FERRARA, QUEVEDO IN SOGNO
IL PRINCIPE E IL CUOCO UN LIBRO E UNA RICETTA DEL XV SECOLO
NON SOLO MACHIAVELLI E GUICCIARDINI: LE MEMORIE DI PHILIPPE DE COMMYNES
APHRA BEHN & JOHNNY DEPP
UN LIBRO RUBATO: 22 ANNI DI CARCERE CON LA FIGLIA DEL RE (LEONORA ULFELDT)
LUCREZIA BORGIA, PIETRO BEMBO: “LA GRANDE FIAMMA”
MARIA SIBYLLA MERIAN: LA SIGNORA DELLE METAMORFOSI 
UN POEMA ELETTRICO DEL SETTECENTO: ANTONIO CONTI E ALESSANDRO VOLTA
VIAGGIO INTORNO ALLA MIA CAMERA: UNA LETTURA DA ZONA ROSSA
BISANZIO A COLAZIONE (2): in Biblioteca con Fozio, in Etiopia con Nonnoso
CONSIGLI DI LETTURA PER Assassin's Creed Valhalla
BISANZIO A COLAZIONE (1): PROCOPIO DI CESAREA E IL FASCINO DEL GRANDE NORD
ZOSIMO, GLI ULTIMI ETRUSCHI E "NARNIA"
LETTERE VIRTUALI: IL FALSO EPISTOLARIO FRA SENECA E SAN PAOLO
IL SOFISTA E LA COLONNA TRAIANA: DIONE CRISOSTOMO
UNA PINACOTECA VIRTUALE A NAPOLI NEL III SECOLO Le Immagini di Filostrato Maggiore
PITTRICI NELL'IMPERO ROMANO Iaia di Cizico e le altre
QUANDO IL GUSTO INCONTRA LA CULTURA




LA MEMORIA SALVATA DA TRE DONNE



Per salvare questa esigenza fondamentale dell’essere umano, cui il pensiero greco aveva messo a guardia ben due divinità (Mnemosyne e Mneme), occorre in primo luogo sconfiggere quello che la nostra preziosissima Liliana Segre ha definito “Il mare nero dell’indifferenza”, l’inquinamento della dimensione vitale della Storia.
Quindi è necessario rielaborare le proprie storie famigliari alla luce di eventi più grandi, mettere in crisi abitudini consolidate, anche eleganti, forse comprensibili, mai giustificate nel loro egoismo, messe in discussione con coraggio, nonostante e per l’affetto verso chi ci è caro. E’ il senso del Premio Strega ’76 appena ristampato: Le quattro ragazze Wieselberger di una nostra grande scrittrice–e partigiana–da riscoprire, Fausta Cialente.
Infine, indagarsi a fondo con stile senza scusanti ma sempre con partecipazione assoluta al destino degli altri, che è sempre anche il nostro. Come ha fatto Annie Ernaux. Gli anni, uno dei libri più belli che abbia mai letto. Lo scandaglio abissale del passato di Proust più la vertigine dietro ogni attimo presente della Woolf. Il respiro è concesso alla fine.
Perché la memoria non è un esercizio facile. Come la vita, che fa del passato futuro.
Memoria, Vita, Storia: tre dimensioni al femminile.




HO RITROVATO PROUST ALLA KOLYMA

Salamov, Proust, Czapski, Primo Levi


Ed ecco che il mondo (il quale non è stato creato una volta sola,
ma tutte le volte che è sopraggiunto un artista originale) ci sembra
completamente diverso da quello di prima, ma perfettamente chiaro.

I Guermantes, trad. M. Bonfantini, Einaudi, p. 354


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Ho ritrovato Proust alla Kolyma. Lo devo agli occhi di Varlam Salamov, che avevano visto quello che avevano visto eppure notarono un volume dove non avrebbe dovuto essere. Alle sue grandi mani piagate che scrissero uno dei racconti più belli e strazianti del secolo che fu. Marcel Proust nella sezione La resurrezione del larice o di come pagine leggere volino alte anche sopra l’inferno. I Guermantes ricoverati in un ospedale dell’Arcipelago Gulag, parte amputata di una Recherche tradotta in russo in anni impossibili (1934-38) e subito censurata.

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L’inizio è già la fine della lettura: “Il libro era sparito. Il grande e pesante volume in folio posato sulla panca era sparito sotto gli occhi di decine di malati. Chi aveva assistito al furto non l’avrebbe mai ammesso. […] Il furto  di un romanzo di Marcel Proust non è in sé un segreto tanto tremendo da dover essere serbato per sempre. […] Chi ha visto manterrà il silenzio per un buon motivo: ’ho paura’. Quanto questo silenzio porti benefici e vantaggi è confermato non solo da tutta la vita del lager, ma anche dall’intera esperienza nella vita civile.”. E Salamov era fin troppo esperto di quanto costi la parola. Due anni di lavori forzati alla Višera (dal ’29 al ’31), poi l’abisso dell’ Ežovščina con l’arresto nell’anno più terribile, il 1937. Stessa accusa: "attività trockiste contro-rivoluzionarie" (i dogmi amano gli ossimori). La monotonia è uno strumento fondamentale del potere quando deve stritolare ogni diversità, specie se affine (parliamo di eresie). Se poi una singolarità riesce, nonostante tutto, quel “tutto”, a sopravvivere, allora dall’alto cala di riserva come una pressa anche la variazione di stampo: condanna a dieci anni per “agitazione antisovietica” nel 1943 (agitazione estetica compresa: definire Ivan Bunin “un classico della letteratura russa”).
Bunin e Proust (per le affinità l’articolo di Anna Lushenkova), due leggerezze apparenti che pesano. Il prezzo di copertina dei Guermantes tradotti doveva certamente essere alto, specie nel Paese che ancora si definiva “dei Soviet”, ma, chissà da dove e da chi, la copia aveva raggiunto quell’ospedale sperduto del Dal’stroj nella figura dell’infermiere Kalitinskij, un imboscato che nel ‘47 poteva permettersi un paio di calzoni da golf di velluto che non sarebbero dispiaciuti allo scrittore francese. A Salamov ricordavano quelli di un comunista olandese che li aveva ricevuti dieci anni prima e non era riuscito a scambiarli con un po’ di pane. Si era spento in piedi occupando un posto di troppo fra i detenuti stipati come sardine in una “compagnia disciplinare” (“Rur”): “Il mio vicino Fritz David prima morì, e solo in un secondo tempo cadde a terra. Tutto questo era accaduto dieci anni prima: cosa c’entrava Alla ricerca del tempo perduto? Io e Kalitinskij rievocavamo insieme il nostro tempo perduto. Nel mio, di tempo, non c’erano i pantaloni da golf, ma c’era Proust e io ero felice di leggere i Guermantes. Non andavo neanche a dormire. Proust valeva per me più del sonno. E poi Kalitinskij mi faceva fretta.”.

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La fretta dei giudici, degli aguzzini nelle miniere d’oro e di carbone, dello scrittore che cerca di fuggire e non è mai più veloce dei cani. E ora anche quella, più tollerabile, come la condizione di prigioniero-infermiere, sopravvissuto alla schiavitù, ai 50° sottozero, al tifo; salvato l’anno prima da un medico-prigioniero, il cui nome va ricordato: A. M. Pantjuchov. Se possiamo leggere un testo fondamentale per l’umanità lo dobbiamo anche a lui.
“Il libro era sparito. Ma chi avrebbe dunque letto questa prosa così strana, quasi senza peso, come pronta a involarsi nel cosmo e nella quale tutte le proporzioni sono scompigliate, rimescolate, in cui non c’è più né il grande né il piccolo? Davanti alla memoria, come davanti alla morte, tutti sono uguali ed è facoltà dell’autore ricordare il vestito della domestica e dimenticare i gioielli della padrona. Questo romanzo allarga in modo straordinario gli orizzonti dell’arte letteraria. Io, uno ‘zek’ della Kolyma, ero stato trasportato in un mondo perduto da tempo, in altre abitudini, dimenticate, inutili. Il tempo di leggere non  mi mancava. Ero infermiere al turno di notte. Ero stato sopraffatto da I Guermantes.”.

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La storia racconta di un deportato rapito dalla lettura di un prigioniero volontario, uniti dal segno di una malattia che va oltre il tifo dell’uno o l’asma bronchiale dell’altro. Una malattia sociale, l’odio tradotto in politica, che condanna l’oppositore sovietico così come l’ebreo omosessuale francese. Salamov non vedrà mai pubblicati in Unione Sovietica I racconti di Kolyma (lo saranno solo in era Gorbaciov, 1987), finendo i suoi giorni in una triste casa di riposo in piena stagnazione brezneviana. L’anno prima (1981) aveva ricevuto il Premio della Libertà proprio dalla sezione francese del Pen Club. Meglio tardi che mai, come il Premio Goncourt a Proust tre anni prima di morire, nel 1922, risparmiandosi almeno la visione del rogo dei suoi libri da parte dei nazisti, così come, stella gialla o triangolo rosa, il lager e la camera a gas. L’ultimo autodafé della Recherche, è bene ricordarlo, data 1976, opera dei generali golpisti argentini.

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Ma che fine aveva il libro? Kalitinskij naturalmente pensava l’avesse rubato Salamov: ”Rubare a ogni piè sospinto era nella tradizione della Kolyma, una tradizione dettata dalla fame. […] Passarono decine di sere e dei Guermantes non si ritrovò traccia alcuna. Se non era stato venduto a un estimatore – estimatori di Proust fra le autorità del lager! nel loro mondo si poteva trovare al massimo Jack London, ma Proust! – sarebbe servito a fare carte da gioco. […] Era un tomo ponderoso. Per le carte da gioco… L’avrebbero fatto a pezzettini – e chiuso.”. Ma la realtà era decisamente più complessa.
“Il libro era rimasto sul bordo di una panca nel grande cortile dell’edificio in muratura a due piani dell’ospedale. Quel giorno, seduti su quella panca, io e Nina Bogartirȅva avevamo scambiato quattro chiacchiere. Io ero reduce dalla Kolyma e da dieci anni di peregrinazioni per i suoi monti e valli, Nina dal fronte di guerra. La nostra conversazione, triste e agitata, non era durata molto.”.

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Non erano durate molto neppure le relazioni di Nina e della sorella Tonja con due piccoli delinquenti perfettamente a loro agio nel gulag. Bisognava pur mangiare e i lager anche nei regimi in apparenza progressisti restano il luogo del tradizionalismo più squallido. Ma Zolotinskij, tagliatore di pane (mestiere lucroso), e Volodja Raguzin, infermiere senza titolo, avevano portato in dote anche la sifilide. E così, dopo la sorella, anche Nina era in procinto di partire per la “venzona”, altra emanazione di lager per affetti da malattie veneree.
“- Come? Sei infermiere e non sai perché si manda la gente nelle ‘venzony’? Sono stati i paralumi di Volodja. Ho avuto due gemelli. Erano cagionevoli. Non ce l’hanno fatta.
- Ti sono morti? Per te è stata una fortuna, Nina.
- Sì. Adesso sono libera come un uccello. Mi farò curare. L’hai poi ritrovato il, libro quella volta?
- No, non l’ho più ritrovato.
- L’avevo preso io. Volodja mi aveva chiesto qualcosa da leggere.”.
Qualcosa da leggere. Qualcosa da ricordare. In quel gelo – senza che Salamov ne fosse a conoscenza (né tanto tanto meno Volodja) – qualcuno aveva già avuto la forza di restituire alla memoria la Ricerca.

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Solo qualche anno prima (fra il ’40 e il ‘41), in un’altra isola dell’arcipelago concentrazionario (Grjazovec), un altro deportato, uno dei pochi ufficiali polacchi scampati alle Fosse di KatynJózef Czapski, aveva avuto addirittura la forza di fare delle vere e proprie conferenze, raffinatissime, sull’opera proustiana. E’ stato tradotto in italiano qualche anno fa col titolo Proust a Grjazovec. Poco più di un centinaio di pagine rispetto a 1283, ma, nella comune bellezza e grandezza, sta a I racconti di Kolyma, come un concerto da camera sta a una sinfonia.

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Ho ritrovato Proust grazie a Salamov scoprendo l’opera di Czapski. Erano tutti in quel laboratorio che Primo Levi descrive nel Sistema Periodico “non dimenticato, pieno di gelo, di speranza, di spavento”.
Continuo a sperare che il nostro legame chimico con la poesia non possa essere spezzato.


Nota Testi citati: V. Salamov, I racconti di Kolyma, Einaudi, 1999; J. Czapski, Proust a Grjazovec, Adelphi, 2015; p. Levi, Il sistema periodico, Einaudi, 1994.





CLASSICI E NONLUOGHI 2: LA COENA CYPRIANI DI AMAZON

Commento musicale Resurrexi (Roma, VIII sec.), Ensemble Organum

"Giovanni (porta) il miele,
Abramo il latte; Sara fa la pasta,
Gesù prepara i dolci, tutto serve Paolo"


Amazon sta alla Coena Cypriani come il sole a Plutone e io, sulla Terra, ricevo il pacco di un libro che bramo in traduzione da trent'anni.
Sulla copertina c'è perfino un po' di polvere: vuol dire che è vivo. Sia della Fascia di Kuiper o di un deposito meno virtuale del previsto, la conservo come sabbia di una spiaggia esotica.
Ma il lido dove approdare è quello di Ostia (anche in senso religioso) perché il contesto di questo prezioso libricino è la Roma dei papi del IX secolo.




LA SCUOLA MISTERIOSA E LA GRAMMATICA INQUIETANTE DI VIRGILIO MARONE GRAMMATICO


Mestum extrico pulmone tonstrum,
Sed gaudifluam pectoreis arto procellam arthereis
Cavo fuori dai polmoni un mesto turbamento,
Trattengo nella trachea l’allegria che scorre tempestosa
Hisperica Famina

Mare quoque undosum biluosumque in turbinosa
cordis profunditate hominis et in ipsa ratione
E anche il mare ondoso e abitato nella tempestosa
profondità del cuore umano e nella stessa ragione
Virgilio Marone Grammatico


Cosa ci fa un grammatico che compone opere per quasi duecento pagine e sembra rivolgersi alle folle di Roma antica nella Tolosa del VII secolo, nel momento di massima depressione demografica (e non solo) dell’Europa Occidentale? E soprattutto chi è? Il nome sembra fittizio, il regno merovingio dopo Dagoberto è sempre più in crisi e le sue opere hanno poco a che fare con il classicismo latino del vicino regno visigoto. Nella loro oscurità ricordano più lo stile degli Hisperica Famina di certi scrittori che venivano dall’Irlanda o dall’Inghilterra.
Per analizzare questo mistero, che mi appassiona dall’esame universitario di latino medievale del remoto ’86, partirò da un’abbreviazione che attribuisce a un non meglio identificato retore Emilio, roba da far impallidire le sigle degli enti sovietici o del nostro parastato di una volta: “Disse con eleganza SSSSSSSSSS.PP.NNNNNNN.GGGG.RR.MM.TTT.D.CC.AAAAAAA.IIIII.VVVVVVV.O.AE.EEEEEEE. E questa è la soluzione: sapiens sapientiae sanguinem sugens sanguissuga venarum recte vocandum est (“il sapiente che sugge il sangue della sapienza deve giustamente essere chiamato sanguisuga delle vene”)”.
Un inizio a scoppio, tanto per invogliare a un argomento complesso quanto mai intricato. E più che di abbreviazione si dovrebbe parlare di “scomposizione delle parole”, “scinderatio fonorum”, che è qualcosa di più problematico, di iniziatico: “Le parole si dividono per tre motivi: il primo è per mettere alla prova i nostri alunni nel ricercare e trovare le cose difficili; il secondo è per dare eleganza e struttura al discorso; il terzo è perché tutte le cose iniziatiche devono essere rivelate soltanto ai saggi… Scrittori enigmatici e di ingegno sottile”. C’è quindi anche una “scinderatio” attribuita niente meno che a Cicerone. Che naturalmente non ha nulla di ciceroniano…


I misteri laici della parola hanno inizio. I testi sono due, 15 Epitomi e 8 Epistole, ma l’argomento è uno solo: la grammatica. Un testo scolastico quindi, sulla scia delle grammatiche tardoantiche di successo, quella di Donato (IV sec.) su tutte, ma anche di opere enciclopediche finalizzate allo studio come le Nozze di Mercurio e Filologia di Marziano Capella (V sec.) o le più recenti Etimologie di Isidoro di Siviglia (inizio VII sec.): tentativi colossali di salvaguardare il patrimonio della letteratura latina in un’età storica di profondi cambiamenti. Perché il medioevo, nonostante un’immagine vecchia a morire, è stato un’epoca di continue trasformazioni e l’alto medioevo, specie prima dell’impero carolingio, ha poco a che vedere con l’immagine tradizionale di massa legata al medio e tardo medioevo italiano della Lega Lombarda, delle città marinare o di Dante.


Ma si diceva: un’opera di grammatica per le (pochissime) scuole dell’epoca. Peccato che buona parte dei contenuti siano assolutamente inventati e gli autori citati con numerosi esempi dei perfetti sconosciuti. Si va da un vecchio Donato di Troia vissuto mille anni che avrebbe fondato una scuola nella Roma di Romolo a tre Virgili (di cui il nostro sarebbe l’ultimo) di cui il primo, Virgilio d’Asia (alunno del Donato millenario), avrebbe scritto 70 volumi sulla metrica, a tutta un’altra serie di insegnanti sparsi fra Europa, Africa e Asia fino all’India, fino al nonno (“Martule, uomo dotto e di bell’aspetto”) e allo zio dell’autore (“Samminio, gioia di mamma sua”). E al suo maestro per eccellenza dal nome troiano, Enea, assolutamente irreperibile in qualsiasi fonte storica.
Tutto questo insistere sulla matrice troiana del suo lavoro è, a mio modo di vedere, da un lato un congiungersi alle origini leggendarie del popolo romano, come cantate dal più famoso – e reale – Virgilio, e della sua lingua, il latino. Dall’altro potrebbe essere una conferma dell’elaborazione dell’opera in Francia. È proprio in questo periodo che prende forma scritta la leggenda dell’origine troiana del popolo franco, attestata nella Cronaca di Fredegario e poi nella Historia Daretis Frigi de origine Francorum.


Dopo questa breve parentesi geopolitica torniamo all’irrealtà del corpo docente del Grammatico. Ecco allora sfilare Balpsido, Galbungo, Gergeso, Blasto, Vulcano, Sagillo: solo per fare qualche nome e una specie di scioglilingua. Frotte di maestri e discepoli per dibattiti e convegni le cui cifre, rapportate a oggi, comporrebbero una folla da palazzetto dello sport. E questo in una realtà scolastica disastrata come quella della Francia del VII secolo! Sembra più nostalgia dei bei tempi andati quando, come scrive lo storico Manlio Simonetti, “la Gallia del IV/V secolo fu famosa per le sue scuole, ma… il fatto che Giuliano Pomerio (2a metà V sec.) da maestro di scuola sia diventato prete è emblematico del nuovo stato di cose”. Ma neanche la nuova cultura ecclesiastica se la passava bene: “In Gallia la condizione di favore di cui la chiesa si trovò a godere provocò una completa simbiosi con la classe politica: di qui politicizzazione, mondanizzazione, coinvolgimento nella dominante barbarie, per cui, imbarbarita, neppure essa fu in grado di operare culturalmente in modo efficace.” (M. Simonetti in Romani e barbari: le letterature latine alle origini dell’Europa (secoli V-VIII), Carocci, 2018).
E poi ci sono quelle  stranezze ancora più strane. Cito solo due casi.
La teoria delle dodici specie di latino di cui una sola in uso (Epitome I,4). L’esempio che propone, ricco di tutta una serie di impliciti riferimenti, è quello del fuoco, che dalla forma basilare “ignis”, in una specie di progressione celeste, diventa “quoquihabin”, “ardon”, “calax”, “spiridon”, “rusin”, “fragon”, “fumaton”, “ustrax”, “vitius” (ma nel senso che col suo “vigor” ridà vita “vivificat” le membra quasi morte), “siluleus”, “aeneon” (“dal dio Enea che dimora in esso e dal quale viene il soffio degli elementi”). Ancora Enea, il suo adorato maestro (davvero adorato), e l’ascendenza troiana.
Lo scontro armato fra due grammatici con tanto di schiere di 3,000 di guerrieri per parte in una questione di verbi incoativi (Epistola III,10). Fra le righe della lettera emerge il sogno di una massa critica di letterati: il sogno proibito del nostro Virgilio e del suo minuscolo club esoterico.
Leggendo queste pagine, a volte ho sentito spirare quell’aria di grande menzogna che avvolge la Storia Augusta, di cui ho scritto nel mio Il Dittico di Aosta. Ma qui non si tratta di una storia manipolata in senso politico dove tutta una serie di falsità viene attribuita a personaggi esistiti realmente, opera di gruppi di potere che hanno ancora qualche probabilità di vittoria. No, qui tutti i protagonisti di questa epica grammaticale sono – o sembrano – tutti inventati. Come il latino proteiforme con cui parlano e scrivono Virgilio e i quattro gatti senza speranza a cui si rivolge. Se Franchi, forse gli ultimi maestri della tradizione laica.


A una prima occhiata il tutto sembra l’opera di un folle (e qualche illustre studioso l’ha preso come tale). La seconda cosa che viene in mente è una grande parodia. Passaggi come “quanto più si vuol difendere la propria autorità, tanto più si scopre che essa è una falsa menzogna” (Epitome V,9) o quest’altro, degno di Ionesco, “i dotti usarono le parole più rare non perché volessero creare problemi agli ascoltatori, ma per aiutarli, in modo che, vedendo queste parole scritte nelle loro opere noi le possiamo usare come comuni e note” (Epitome V,15), fanno riflettere. Non è un caso infatti che Giovanni Polara - cui si deve il mostruoso lavoro di edizione dei testi originali e la prima (e unica) traduzione in italiano, insieme a Luciano Caruso, delle due opere nella mitica edizione Liguori del ’79 – nella sua Introduzione citi Alfred Jarry e scriva: “Questo autore bizzarro certe volte sembra vissuto almeno mille anni troppo presto, questo strano personaggio su cui sono stati pronunciati i più disparati  giudizi”. Poi, però, ci  sono i recenti studi di Caterina Babino - parliamo della prima metà di questo decennio - che mettono in discussione buona parte delle precedenti interpretazioni e propongono un autore che si rivolge a una ristretta cerchia – verrebbe voglia di dire una setta – di colleghi con un linguaggio iniziatico volto a rivendicare un’aura di autonomia di pensiero alle scienze umane rispetto al sempre più preponderante dominio della teologia. Dietro la grammatica vediamo quindi emergere la filosofia che, specie dal Cratilo di Platone in poi, aveva fatto dello studio del discorso, della connessione fra le parole e della corrispondenza tra significante e significato (vedi anche le Etimologie di Isidoro) l’arma principe nel suo incontro-scontro con la dimensione del mito, del sacro.


Sarà un caso che il nostro Grammatico inizi la sua prima Epitome profondendosi proprio nella definizione della parola “sapientia”? “Essa deriva dal sapore, perché, come succede nel senso fisico del gusto, così anche nell’attività dell’anima c’è un gusto che è capace di sentire la dolcezza delle arti e di distinguere la forza delle parole e delle frasi, respingendo tutto ciò che è amaro e cercando il dolce. E amare per noi sono le affermazioni che contraddicono la verità delle dottrine filosofiche, dolci invece quelle che ci danno la conoscenza di ciascuna arte e materia. Questo sapere è duplice, celeste e terreno, cioè umile e sublime”. E’ uno dei passaggi più belli. E coraggiosi, perché la tradizione della teologia, specie quella latina (dal “Credo quia absurdum” di Tertulliano ai meno estremi ma sempre severi e tormentati Gerolamo e Agostino), pur attingendo a piene mani dalla multiforme tradizione filosofica pagana, aveva privilegiato la strada dell’amarezza, del rifiuto di quanto non indispensabile alla scrittura e alla Scrittura, cioè, il contenuto: grammatica per imparare a leggere e scrivere e basta. Non era ancora nato un Giovanni Scoto Eriugena,capace di offrire una sintesi, né un imperatore come Carlo il Calvo in grado didifenderla. Virgilio Marone Grammatico, se mai è il “Vergilius tolosanus” di cui parla Abbone di Fleury, viveva nella più umile Tolosa del duca Boggio, i cui non certi nonno e padre erano stati assassinati su istigazione di Dagoberto.


Tutto è “forse” qui. Tranne le certezze di AngeloMai, il cardinale filologo in corrispondenza con Leopardi, che col santo abate di Fleury trovò subito un’intesa quanto alle origini del Nostro: il problema dei problemi . E’ vero che, nell’Epitome IX,2,  Virgilio fa dire a un altro dei suoi retori ignoti, Terrenzio (con due erre), “È necessario che i Galli siano ingannatori”  e sembra un nuovo Epimenide di Creta (che ho già trattato per altri versi nel mio Classicismo con rabbia), tuttavia la qualità dell’opera, come abbiamo già sottolineato, ha poco a che fare con la crisi letteraria della Francia dell’epoca. A meno che non sia stato uno di quegli immigrati letterari che, sulla scia di san Colombano (la cui arma, non dimentichiamolo, erano la parola e i libri “più dolci del miele”), erano venuti dall’Irlanda a far rivivere, almeno in ambito colto, il latino proprio perché per loro era una lingua ex novo e quindi immune da quelle contaminazioni, che oggi ci piacciono molto, dal parlato (tipo la “c” e la “g” gutturali, come in origine, e non le nostre dolci “ci” e “gi”). Quelli che insomma avrebbero portato, come ha ben sottolineato il grande Peter Brown nel suo splendido La formazione dell’Europa cristiana, “una lingua misteriosa, del tutto aliena” a un “nuovo latino stabile, puro e prevedibile, perché era un latino morto” dove “a ogni simbolo grafico corrispondeva una unità fonetica”, per cui “in un mondo in cui ‘directum’ era pronunciato come ‘dreit’ e ‘monasterium’ come ‘moustier’, una regola di pronuncia di questo tipo rendeva praticamente incomprensibile il latino pronunciato in maniera corretta”.


Ancora qualcosa di difficile comprensione: ma cosa non lo era in un periodo così poco conosciuto e in tumultuoso cambiamento? L’imperatore era ancora quello dell’impero bizantino, con cui il sud della Francia manteneva rapporti commerciali e culturali (Virgilio afferma di saper leggere il greco e il celare la propria identità dietro il nome di un autore antico era una moda che veniva dall’oriente). La Chiesa di Roma, mentre Colombano scendeva sul continente, spediva in Inghilterra nuovi emissari come Agostino e Lorenzo. Il cristianesimo irlandese privilegiava una data per la Pasqua non in sintonia con quella sostenuta dal papa e il regno longobardo, ancora in maggioranza ariano e rivale per eccellenza di quello franco, accoglieva Colombano e gli concedeva di costruire il monastero di Bobbio. Tutta una sere di problemi geopolitici e religiosi da cui Virgilio Marone Grammatico sembra volersi parare nella prefazione alle sue Epistole, indirizzate a un ecclesiastico, Giulio. Nelle Epitomi non aveva mai esplicitato riferimenti alla religione cristiana e anche se qui non manca di farlo è sempre a modo suo, tirando fuori da chissà quale sacco un profeta persiano di nome Tarquinio(!), che avrebbe visto scendere dal cielo un fiume di vino che si sarebbe mescolato a un ruscello d’acqua sorto dalla terra. Risultato: un unico torrente di-vino che avrebbe unito cielo e terra: “E tu, fratello diacono Giulio, ubriaco del bellissimo vino della divina scrittura e della dottrina celeste, bevi anche da questo piccolo ruscello del sapere filosofico… Condivido la tua stessa fede”.


Le apparenze – e la sostanza – sono salve e questa sorta di George Perec del VII secolo può tornare anche nelle Epistole a veicolare una nostalgia di fondo verso l’antichità pagana esibendo i suoi “auctores” mai esistiti ma fondamentali. O forse questa apparente divulgazione in una società tornata a un livello quasi tribale è opera di uno dei tanti esponenti di quelle tribù irlandesi - perché tale rimase in fondo la struttura politica dell’Irlanda fino ai massacri di Cromwell, ma nel XVII secolo – che avrebbero dato vita a una vera e propria rinascita culturale e cristiana dell’Europa prima di Carlo Magno e del suo “ministro della cultura” Alcuino (non a caso di York), che tirò le fila di tutta questa trama complessa inaugurando una nuova era.


La fortuna dell’opera del Grammatico, infatti, è quasi tutta di stampo irlandese o inglese. A partire dalle citazioni dai suoi scritti. Il primo è sant’Aldelmo di Malmesbury (639-709), ex alunno della scuola irlandese dell’abazia di Iona (isola delle Ebridi), un altro che amava il latino difficile e conosceva bene anche gli Hisperica Famina (molto probabilmente composti proprio a Iona dopo la metà del VII secolo). E poi, cosa che mi ha stupito sempre, anche il più sobrio e misurato Beda il Venerabile (santo e dottore della Chiesa cattolica). Fino ad arrivare ad Attone vescovo di Vercelli (X sec.). E mai nessuno che alzi la benché minima condanna! Segno che era preso sul serio. Un maestro, un caposcuola vero anche se parlava di maestri immaginari. Certamente per questo è piaciuto a Umberto Eco e sarebbe stato un ottimo soggetto per Borges.
Virgilio aveva dunque fatto bene il suo – surreale – lavoro. E i codici, specie delle Epitomi, vennero copiati con un certo successo soprattutto nel IX secolo: bel contrasto anche questo con la ricerca di chiarezza della scuola carolina! Ma, come ha ben sottolineato Mirella Ferrari nella sua Nota sui codici di Virgilio Marone Grammatico, i quattro manoscritti fondamentali dei suoi testi “hanno origine tutti nell’arco cronologico di soli cinquant’anni circa (prima metà del sec. IX) in regioni invece piuttosto disparate: Luxeuil, Ile de France, Corbie, Salisburgo. Il comune denominatore che li lega è la provenienza da scuole dell’impero carolingio nelle quali la componente culturale irlandese era attiva o addirittura prevalente”.


Eccola qui che torna l’ipotesi irlandese. Piace anche a me: un san Brandano della grammatica, con la sua navigazione a vista attraverso le secche dell’ortodossia. Però in questo caso dovremmo avere a che fare con un monaco e non con un laico e questo mi lascia perplesso.
Una navigazione che comunque non sarebbe durata a lungo. Ancora un secolo e poco più, alle soglie dell’Anno Mille col solito Abbone di Fleury, l’ultimo a citarlo (forse). Poi, dopo lo Scisma con Costantinopoli e la Riforma Gregoriana, la selezione degli scritti da parte della Chiesa di Roma si fa più oculata: Epitomi ed  Epistole non vengono più copiate. Cala il sipario, oltre il quale si tornerà a sbirciare solo nell’Ottocento.


La grammatica nasce per disinfettare le parole vive, quasi sempre sanguinanti. Il filologo e il filosofo se le scambiano e cercano di guardarle come lastre ai raggi X. In caso di malattia, l’analizzano pensando, sperando di esserne immuni. Virgilio Marone Grammatico o chi per lui aveva intravisto questa emorragia interna del corpo intellettuale, questa ferita aperta fra pensiero laico e religioso e cercò di cicatrizzarla usando parole e regole come esorcismi raziocinanti. Ne sortirono zombie dell’antichità e Frankenstein per la didattica. Contraddittoria volontà di potenza della parola.


Anche sul suo nome oggi eravamo solo in 5. Nella pagina, ottima, virtuale di Wikipedia.
Però ben oltre la media giornaliera di 2.
L’ultima stranezza.



UNA RAGIONE PER CREDERE, FAR CREDERE, DOVER CREDERE

L'esempio negativo del "Fedro" di Platone


Commento musicale Luigi Nono, ...Sofferte Onde Serene..




Un filosofo abusato per citazioni da Baci Perugina che invece va sempre contestualizzato. Il rischio è di finire con la solita mediocre manfrina che “siamo nani sulle spalle dei giganti”.
Il prologo del Fedro di Platone, in riva a quel fiume Ilisso oggi cementificato, forse esorcizzato, è esemplificativo di un pensiero reazionario che vuole – e deve – rinnovarsi senza rinunciare ai miti fondanti del proprio potere.
Di fronte alla domanda di Fedro se proprio dove avviene il dialogo – in apparenza libero – sia avvenuto il mito di Borea che rapisce la figlia del re di Atene Eretteo, Orizia, Socrate, un Socrate rivisitato e corretto, risponde, mentendo, di sì. Pur “sapendo di non sapere” – o proprio per questo, visto che il motto è un’eredità aristocratica sapienziale dell’Apollo delfico -  ci crede  e non sarebbe il personaggio strano, fuori moda che è se non ci credesse.
I motivi di questo credo antico riattualizzato sono due e tutti politici.
In primis,Borea è ormai un dio nazionale per l’Atene democratica, perché si crede a furor di popolo che sia intervenuto contro la flotta di Serse durante la seconda guerra persiana e, in ogni caso, è meglio che le masse credano a un dio della tradizione che a chissà quale nuova scienza (il naturalismo, l’atomismo o, peggio del peggio, la critica radicale di certi sofisti). E’ necessario non farsi nemici per blasfemia, specie se ci si deve presentare come tradizionalisti.
Due, perché, proprio innovando l’antica tradizione religiosa alla base dell’antico potere aristocratico, se lo si vuole rinnovare e scalzare la democrazia in crisi, bisogna tenere in piedi quel mito come primo gradino di un processo di conoscenza riservato a pochi che porta a una nuova verità assoluta e indiscutibile per un nuovo potere assoluto e indiscutibile: quello della nuova nobiltà proprietaria – terriera e non -  che rigiustifica il proprio dominio sociale, politico e culturale usando lo strumento che aveva aggiornato il nemico, quella parte della borghesia imprenditoriale che, in Atene, si era alleata con le classi lavoratrici (schiavi e stranieri purtroppo sempre esclusi nell’antichità): il metodo filosofico. Pochi nuovi filosofi che sanno cos’è bene e male per tutti gli altri. Nuovi legislatori che sanno usare la parola della tradizione come lo strumento rivoluzionario della scrittura per imporre la loro verità in forma di assoluto, sciolto da qualsiasi convenzione condivisa fra tutti come una Costituzione moderna: l’idea, le idee superiori che organizzano materia e materie inferiori.
Ecco perché, secondo Platone e tutte le migliori menti conservatrici, bisogna far credere a tutti che la tradizione dica la verità, a pochi che la tradizione indichi il primo passo verso la stessa e che la vera realtà sia un potere assoluto come quello di un dio, ma, fino a un certo punto, comprensibile. Oltre, c’è la punizione, la reclusione anche per i dissidenti della classe dirigente e, in assenza di pentimento, la condanna a morte perché tutto resti come prima. Anche se tutto cambia, “tradizioni” in primo luogo: è la contraddizione di fondo di tutte queste filosofie-teologie.

P.S. Consoliamoci, noi democratici contemporanei, con la filosofia. Siamo tolleranti, anzi, comprensivi nella migliore accezione di questo aggettivo (lo dico senza ironia) e qualcosa di “vero” c’è in questo tipo di sapere: non si può far finta che la tradizione, le tradizioni non abbiano la loro importanza (sul nulla non s’innesta niente). I legami che impediscono qualsiasi “assoluto” (“sciolto da tutto”) vanno sempre presi in considerazione così come vanno evidenziati, per quanto possibile, interessi e finalità che ci stanno a cuore. “Per quanto possibile”: la maledizione platonica diventa aristotelica. Ma se non ci affidiamo ad atti di coraggio, a pensieri responsabili finiremo solo per cementificare fiumi che presto o tardi romperanno ancora una volta gli argini.

Per approfondire vedi anche



I MIEI HÖLDERLIN

Commento musicale J. S. Bach, Passacaglia e Fuga in Do minore, BWV 582




Ci siamo incontrati nelle pagine del dramma di Peter Weiss, troppo spesso dimenticato. Quell’attacco: “Un lavoro su Federico Hölderlin/ non può evitare gli aspetti tetri/ perché anche quando immaginava/ un mondo tutto sano/ venivano poi sempre a sconciarglielo/ le circostanze”. Quelle stesse che lo portano a Tubinga: “Quando per la prima volta/ egli giunse in città/ la torre era già là/ sulla riva del Neckar/ vi gettò lo sguardo/ giù dalla bassa finestra/ della sua camera/ con la sua forma strana/ stava lì la sua prigione/ ed egli ne ebbe percezione”. Quante volte ho sentito l’eco di questi versi ne L'enigma di Kaspar Hauser di Herzog!
Nel dramma c’è il deus ex machina della Rivoluzione. Nella vita, la via di fuga nella follia: gli stessi anni che consumarono Leopardi.
“In alto il mio spirito si protese, ma, subito, amore
Lo tirò giù: dolore con più forza lo incurva;
Così ho percorso della vita
L’arco e ritorno donde mi  mossi”.
E c’era quella meravigliosa, falsa Grecia alle radici del Romanticismo tedesco, tutta verde, che lui sentì piena di terribile entusiasmo descrivendo, in pagine tormentate, il panico del volo di Empedocle nell’Etna:
“Da questa generosa terra verdeggiante,
i miei occhi non devono separarsi senza gioia”.
E i miei occhi restarono preda dell’immobilità ipnotica del film di Straub e Huillet.
Infine, il suo alter ego, Scardanelli, in una pausa di o dalla follia, forse l’ultima poesia, cui a volte – sempre le circostanze – sono tentato di mettere, in fondo, un punto interrogativo:
“Spesso appare il didentro del mondo annuvolato, chiuso,
Il sentire dell’uomo, pieno di dubbi, crucciato,
La splendida natura rasserena i suoi giorni
E resta lontana del dubbio la buia domanda”



PIOVE: E' TEMPO DI MAX FRISCH

L'uomo nell'Olocene


Commento musicale Ernest Bloch, Voce nel deserto 




Quando piove per giorni, appena ho tempo, torno a chiudermi nelle pagine di Max Frisch. Uomo nell’Olocene anch’io come il protagonista, l’anziano signor Geiser, in quella valle sperduta del Canton Ticino dov’è in corso una specie di alluvione che sembra non avere fine.


Forse è il diluvio sognato da Dürer, forse lo stillicidio delle gocce rimanda a un liquido amniotico cui fare ritorno, di certo c’è una montagna che incombe e - anche se nessuno ci crede o vorrebbe crederci – potrebbe franare e seppellire il paese “per l’eternità”. E’ il momento delle definizioni forti quando tutto sembra svanire, quando la modernità perde strade, corriere e trasmissioni televisive. Il tuono acquista nella mente di Geiser ben 16 definizioni diverse e, quando la memoria sembra impaludarsi, l’uomo riempie la casa di foglietti per riunire la sua storia personale alla Storia in tutte le sue declinazioni.

Geysir-Islanda-1
Photocredit: Andrew Gibson

Torna col ricordo al suo viaggio in Islanda, sostituendo la “i” del cognome con la “y”, a quel “Mondo prima della creazione dell’uomo. In certi punti non è dato indovinare quale era geologica sia in atto”. Alla previsione, purtroppo attualissima, che “Se il ghiaccio dell’Antartide si fonderà, New York sarà sott’acqua”.
Nel romanzo breve il maltempo ha fine e, dopo essere uscito di casa, passato per luoghi quotidiani quasi al buio per una giornata e infine crollato, il protagonista riacquista la coscienza e ritrova la figlia che lo ha finalmente raggiunto.


Frisch è uno dei giganti della letteratura di poche parole, essenziali, precise e, per questo, quanto mai evocative. Grande poesia ammantata da apparente, umile prosa.





DONNE OLTRE OGNI MURO: KAROLA BLOCH, SALLY MORGAN, OLIVE SCHREINER



#IoRestoaCasa ma sono felice che non vi siano rimaste queste tre meravigliose donne che hanno saputo unire così bene e con grande coraggio pensiero e azione nella scrittura. Ogni parola con cui circoscrivono, abbracciano la loro vita unendola a quella degli altri testimonia grande dignità, un sentire profondo in grado come pochi di unire in simbiosi la propria avventura umana con la Storia.
Karola è più conosciuta come la moglie del filosofo Ernst Bloch, a cui devo molto, ma, oltre a essere più simpatica, è stata un architetto ben capace di vivere di vita propria. La sua ironia, il suo sorriso è una luce in grado di descrivere con chiarezza le tragedie del Novecento cercando ogni volta di superarle (l’antisemitismo russo e polacco, il nazismo, il maccartismo, lo stalinismo): è lei il vero Principio Speranza, di cui ha scritto il marito.
Il brano in cui racconta un’esperienza lavorativa in un cantiere americano è il perfetto esempio in piccolo del suo modo sereno e consapevole di affrontare ogni avversità: “Nell’estate del 1939 in genere la sera disegnavo qualche particolare, leggevo o scrivevo una lettera, e la mattina presto ero già in cantiere; per arrivarvi dovevo attraversare un vasto spiazzo erboso che brulicava di serpenti: la maggior parte erano i cosiddetti milksnakes, innocui, ma per maggiore sicurezza portavo sempre i calzettoni e un paio di scarpe robuste e avevo sempre con me una lametta da barba per poter incidere e succhiare la ferita se fossi stata morsicata”.
Il capolavoro di Olive, Storia di una fattoria africana è del 1883 ma poteva essere scritto un secolo dopo tanto è stato il coraggio di questa femminista antirazzista sudafricana, sempre sostenuta da un marito fuori dal comune, Samuel Cronwright. Si scorda troppo facilmente quanto sia stata forte questa lotta per buona parte dell’Ottocento prima delle censure galanti della Belle Époque e della cortina di piombo di due Guerre Mondiali nella prima metà del Novecento. E' lei ad aprire la strada alla grande letteratura sudafricana e a fondamentali scrittrici del calibro di Doris Lessing e Nadine Gordimer: “Poteva anche darsi che quel mondo non fosse altro che un miraggio malefico, ingannevole; nondimeno era un mondo bellissimo e sedere lì al sole ad ammirarlo era la cosa migliore da fare. Valeva la pena essere stato bambino, e aver tanto pianto e pregato, per poter starsene ora seduto. Si fregò le mani come se le stesse lavando alla luce del sole. Ci sarebbe stato sempre qualcosa per cui valeva la pena vivere finché ci fossero stati pomeriggi brillanti come quello”.
Sally infine descrive in un crescendo particolarmente coinvolgente quanto sia traumatico, ancora e solo dopo gli anni della Contestazione, scoprire di avere origini aborigene. Un gioco di parole che costa ancora caro, dato l’impegno profuso dai colonizzatori per eliminare le tracce della cultura dei primi abitanti dell’Australia. E il libro viene pubblicato nel 1987 non un secolo prima: “Quando Nan (la nonna) era più giovane gli aborigeni erano considerati subnormali e incapaci di venire educati allo stesso modo dei bianchi. Sai, l’industria degli ovini è stata edificata sul lavoro degli schiavi. Gli aborigeni furono costretti a lavorare e,  se non lo facevano, i proprietari della stazione chiamavano la polizia. Ho sempre pensato che l’Australia fosse diversa dall’America, Mamma, ma anche qui abbiamo avuto la schiavitù. Forse la gente non veniva venduta sui ceppi come i Negri d’America, ma allo stesso modo avevano un padrone”.
E’ questo secolo che passa dalla fattoria africana a quella australiana che unisce queste tre donne nella lotta contro i lati oscuri della nostra civiltà. Una lotta che vale sempre la pena di continuare nel segno di una grande lezione di forza, eleganza e fiducia nel futuro che soprattutto le donne sanno donare.





GEMONIO NEL TEMPO Mostra fotografica_Anni '60-'80 (TraRari TIPI)



Un nuovo catalogo TraRari TIPI per la mostra “Gemonio nel tempo” (al Museo Bodini fino al 29/9)
Le foto scelte fra le tante offerte dagli abitanti ricostruiscono con amore e fedeltà la Gemonio dagli anni ’60 agli anni ’80, quando era una specie di piccola repubblica operaia dove lo sviluppo industriale (USAG e Curtiriso i marchi più noti) si univa all’amore per l’arte (illustri concittadini due importanti artisti del ‘900: il pittore Innocente Salvini e lo scultore Floriano Bodini). Vissuta in prima persona, in una comunità coesa da precisi e partecipati riti laici e religiosi, da Debora Ferrari, curatrice del libro, che in numerose opere ne ha ricostruito la storia culturale. La mostra, fortemente voluta e curata dall’amministrazione comunale, ospita più di cento foto.

In foto: il tornio, gli uffici tecnici e la pressa della USAG; la banda musicale con ospite il ciclista Vittorio Adorni, l’osteria della Cooperativa e volti d’epoca: la chiesa romanica di San Pietro, i pittori Innocente Salvini e Renato Guttuso, il catalogo TraRari TIPI della mostra.

Alla fotografia centrale dell’osteria ho dedicato questi versi:



Presto, ragazzo, che la luce si spegne.
Bevi ancora un bicchiere: qui non si piange.
Bevi – Prosit! – e passa oltre quella porta là in fondo.
Cos’è quella lacrima? Siamo tornati e qualcuno ci aspetta.
Andiamo e torniamo: così va il mondo.




CLASSICI E NONLUOGHI 1: L'OMBRA DI WIELAND ALL'IKEA


Commento musicale Eliane Radigue, L'ile re-sonante

L’ombra di Wieland è sempre con me quando vado all’IKEA.
Mi piace rovistare le librerie degli arredi in vendita, quando ci sono libri veri. E questo è un signor libro: “Storia degli Abderiti”, romanzo di Cristoph Martin Wieland (1733-1813). Un classico della letteratura tedesca dei Lumi, che nel Novecento ha ispirato anche un radiodramma del mio amato Dürrenmatt.
Qui “naturalmente” (sempre in senso illuminista) nella versione svedese, ma che ricordo nella mitica traduzione UTET.


Trama: l’assurdo processo per un’ombra ambientato nell’antica città-stato di Abdera, patria di emeriti testoni e della loro perfetta antitesi, il sapiente Democrito.
Contenuto: una satira pacata, all’ombra del grande filosofo, sulla “nuova Grecia”, la Germania di Kant e Lessing in dialettica tumultuosa verso Hegel. Laocoonte cerca di liberarsi dalle spire del drago. Temperie romantica in arrivo.

Antoine Coypel (1661-1722), Democritus

Mi piacerebbe sapere chi fa queste scelte. L’ultima volta ho scovato perfino i “Cento anni di socialismo” di Donald Sassoon (in Italia pubblicato da Editori Riuniti). Doveroso omaggio all’epopea della socialdemocrazia svedese? Signora scelta anche questa.

www.archeobologna.beniculturali.it

Cammino senza ricordare perché sono venuto ma con l’impressione di avere a fianco Gustavo VI Adolfo di Svezia (1882-1973), il re archeologo che amava l’Italia. E come Wieland spunta dalla libreria Billy, un vaso in stile attico emerge dagli scavi in Etruria.


C’è coda alla cassa anche se è agosto e le nostre scelte saranno oggetto di vaglio per gli archeologi del futuro: “Erano edifici enormi di colore blu con una grande scritta gialla, diffusi un po’ dovunque secondo lo stesso schema, come le terme romane”.





TESSERE LA PAROLA: DUE NUOVI LIBRI DI FAUSTA SQUATRITI



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Man RayFausta Squatriti, 1974
(Corriere della Sera)

Aspettare – salpare – salvarsi – annegare –
Frugare – ricevere – raccogliere.
Riscrivere la  storia si deve.

Fausta Squatriti, Vietato entrare, XXVII


Una protagonista dell’arte contemporanea che ha il dono di rimettersi continuamente in gioco. Seguire sentieri mai interrotti, aprire nuovi squarci, tessere connessioni fra poetiche diverse. Spirito concreto e visionario, Fausta Squatriti lascia sempre un segno inconfondibile non solo in quanto si è soliti definire “arte”, ma anche in un ambito letterario (altra convenzione) dove poesia e prosa sono in costante osmosi (bene: è anticonvenzionale). La compartimentazione stagna delle culture la lasciamo ad altri.

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“Zachor – In Memoria” Ricordare per essere liberi
Installazione di Fausta Squatriti realizzata per il Giorno della Memoria
Ex Sinagoga di Monte San Savino (da poesia.lavitafelice.it)

Bio e bibliografia sono ricchissime: artista visiva, scrittrice, docente alle Accademie di Belle Arti di Carrara, Venezia, Milano e Mons, visiting professor all'Università di Honolulu, editrice, curatrice della sezione Arte e scienza: colore alla Biennale di Venezia del 1985 (anno in cui vince il Premio Montale per l’inedito)… Per non essere riduttivi rimando al suo ottimo sito: http://www.faustasquatriti.com/.
Due libri freschi di stampa, La Cana (Puntoacapo Editrice) Pollice verso. Storia di un arazzo (Nardini Editore), inusuali nel panorama letterario attuale, cosa che non può che piacermi, e che stanno l’uno all’altro come inferno (o purgatorio) e paradiso, limbo (antipurgatorio) e cielo della luna. Per questo vanno letti insieme.

 

Voglio iniziare dal finale di Pollice Verso, così franco e limpido che mi ha commosso:
“Ci volgiamo indietro per ragioni di studio, per capire, anche attraverso le fragilità, quello che è accaduto prima di noi. In assenza di una nuova avanguardia, oggi finisce per piacerci anche quanto era inguardabile fino a qualche decennio fa, così com’è accaduto per molti oggetti ottocenteschi divenuti popolari dalla rivalutazione del loro kitsch di cui nessuno, fino alla metà degli anni Sessanta, avrebbe mai voluto occuparsi. L’eccesso di artisticità permea di malinconia il semi-brutto che ci offre, più docilmente del bello, indizi narrativi che lasciano spazio allo spirito conservatore che non muore mai”.

Fausta Squatriti, Palermo Window (da Beata solitudo sola beatitudo, 2002-2005)

Poi l’inizio de La Cana, intrico e squarcio, luogo fisico e dell’anima di un protagonista sgradevole, da cui non riuscirà né vorrà in fondo uscire:
“La villetta collocata nel piano liscio come una chiazza di petrolio, ai margini del bosco, sia con il suo volume sia con il bianco dell’intonaco, ferisce la spianata di terra bruna che è ragionevole supporre come un futuro delizioso praticello. Frutto insano del desiderio di qualche abitatore della città di farsi largo nell’intrico di alberi e arbusti…”.

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Fausta Squatriti, Memento mori, 2014

Il testo di Pollice verso è un saggio (come gli altri nove, di autori diversi, che ben completano l'opera) , ma in realtà un romanzo breve che ha per oggetto un arazzo e soggetto una memoria genetica, perché i protagonisti sono antenati in linea materna della scrittrice: gli Angioletti, una dinastia milanese di artigiani/artisti del  tessuto. Intraprendenti e innovativi, nel 1898 si cimentano nella riproduzione  in arazzo di un quadro tanto accademico quanto di successo come Pollice verso  (1872) di Jean-Léon Gérôme (icona di culto tanto nella Belle Époque che nel cinema a seguire, da Guazzoni a Ridley Scott, quanto ancora oggi nei social). Tecnologia e tradizione rimarcati dall’autrice in un inciso che sottoscrivo in toto: “La tessitura a Jacquard funziona a righe parallele, precorrendo i pixel dei computer”. Operazione tanto affascinante quanto audace, bloccata purtroppo sul nascere (solo due copie: una in lana, cotone e seta, dai forti chiaroscuri; l'altra, luminosa, evanescente, solo seta) dalla causa intentata da un altro pioniere dell’arte nell’era della sua riproducibilità tecnologica: il francese Goupil (aveva messo il pittore a contratto in esclusiva per le sue riproduzioni a stampa). Non proprio un lieto fine, ma in pieno positivismo è d'obbligo essere ottimisti e seguire la trama della scrittrice di questa elegia in prosa, oltre la stazione d'ombra, su quelle rotaie che Giolitti avrebbe nazionalizzato: "Ci furono anche le grandi commesse per le Ferrovie dello Stato, velluti per i sedili di prima classe e tendine che si allacciavano con un occhiello di cuoio a un perno in ottone, quelle marroni con la sigla FS intrecciata a serti di fiori tono su tono riservate ai vagoni di prima e poi declassate ai vagoni di seconda classe, che ho fatto in tempo a vedere pure io, alla fine degli anni Cinquanta".


La Cana è invece lavoro di restauro di un affresco o di un mosaico mai terminato e in rovina, in veste di romanzo, di dramma muto con pause di dialogo. In evidenza lacune e ferite inferte e sofferte dal protagonista. Siegfried (già nel nome un destino funesto - e tutt’altro che eroico) cerca di esorcizzare il suo passato di giovane nazista e disertore negli stessi luoghi italiani senza nome che lo avevano visto fuggiasco. Una fuga vana, in primo luogo dalle schegge mai ricomposte di se stesso. Un’individualità precaria, uno stillicidio di tentativi d’oblio, anche tramite l'arte (è stato bibliotecario in tempo di pace, una pace fredda): lo studio delle forme, il loro calcolo, non ha dato i risultati previsti, soltanto ossessioni numeriche. La casa bruciata, lo stanco squallore che vi domina, la sua presenza come piaga non rimarginata dell’intrico del bosco - specie di foresta ancestrale dove il sole traluce a stento, in frantumi che non riscaldano - sono il traslato di Siegfrid. Una gabbia da cui non si scappa ("Dopo che la Wehrmacht nel maggio del '45 depone le armi, finisce una generazione del tutto priva di felicità"), tanto meno con la presunzione di chiamarla ordine umano da imporre alla “natura”. Anche a Lili, la cagna, la Cana del titolo, l’unico suo vero amore. L’amore totalizzante di un padrone, termine appropriato per chi non riesce in tutto il romanzo a celare la propria vena autoritaria di fondo, specie nei rapporti con le ex amanti che tornano da lui solo per avere la conferma che è inevitabile lasciarlo. Abbandonarlo, dopo brevi pause di erotismo incendiario ma cupo,  a un passato che non passa, a una vocazione ossessiva all’annientamento che finirà per contrastare, inevitabilmente, anche l’istinto vitale della Cana.
La brama di ridisegnare la natura in nome di una razionalità assurda - e disperata: "Le colpe sono sempre culturali" - è resa dalla scrittrice in settori precisi di squarcio della trama, dove la ricchezza delle subordinate evidenzia tanto la complessità del labirinto quanto l'impossibilità di una via di fuga della volontà di potenza del protagonista.
Un corredo fotografico è posto a sigillo del romanzo: architetture, disegni, nature e oggetti senza didascalia, solo in apparenza muti. Le geometrie che restano.


“Sorte senza risposta
Scava della fuga il tunnel
Nel disordine di soccorsi lasciati a metà.”

Fausta Squatriti, Vietato entrare, XIV

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Fausta Squatriti, Ascolta il tuo cuore, città (Vita pensata)


Brani musicali che ho scelto come introitus alla lettura

La Cana
Richard Strauss, Metamorphosen

Pollice verso. Storia di un arazzo
Giovanni Sgambati, Berceuse-Rêverie


ZURBARÁN A FERRARA, QUEVEDO IN SOGNO

Da un lato era giovane e dall’altro era vecchia.
A volte camminava piano, a volte velocemente.
Ora sembrava esser lontana, ora essere vicina.
Le chiesi chi fosse e lei mi rispose: “La morte”.

Francisco De Quevedo, Sogni e Discorsi


Commento musicale I Girolamo Frescobaldi, Toccata VIII, Libro I, clavicembalo


Francisco de Zurbarán, Natura morta, 1630

Francisco de Zurbarán e Ferrara non hanno in comune quasi nulla se non una data.
Il 1598, quando nasce il pittore e la città e la Spagna perdono la loro grandezza: la prima finendo assorbita dallo Stato Pontifico, la seconda con la morte di Filippo II e tre bancarotte.
Non molto. Certo, fare la stessa esposizione a Hong Kong sarebbe stato ancora più surreale (meno a Macao, Casinò Venetian permettendo), ma le mostre, si sa, non contano tanto per i singoli quadri quanto per l’insieme delle opere in simbiosi con tutto l’apparato multi e cross mediale che fa da cornice.
Sono, in sintesi (anche chimica), delle installazioni, arte contemporanea. Quindi vanno bene dappertutto.

Questo non significa che il restauro delle singole opere non debba essere condotto col massimo rigore filologico, né che allestimento e catalogo non debbano cercare di ridare vita a una dimensione storica, tutt’altro. Ma essere coscienti, sempre, che la complessità di tutto questo travaglio corrisponde alle aspettative consce o meno di restauratori e allestitori in carne e ossa, che lavorano confrontandosi con una tradizione di fedeltà all’originale che data sì e no due secoli, quando prima, tranne rare eccezioni, neppure ci si poneva il problema.

Insomma, non c’è niente di male: il rapporto col passato non può che essere straniante. Dopotutto state leggendo un blog impalpabile e vedrete dei file Jpg.
Inoltre fare oggi una mostra di Zurbarán in un convento, luogo di elezione dell’artista, non ricreerebbe che in minima parte la fatidica “aura” delle origini – e nemmeno la sua puzza e il fanatismo che solo una grande arte riuscì a sublimare.
Un’arte ufficiale, benedetta da Stato&Chiesa, ma sentita fino al midollo. Noi oggi per questo siamo disposti a perdonare Damien Hirst, figuriamo quindi Francisco e i suoi francescani.

Francisco de Zurbarán, San Francesco (1639, 1645, 1635)

Incenso consigliato: i versi di Giovanni della Croce.

O fiamma d'amor viva,
Che sì dolce ferisci
Nel centro dell'alma, ove s'interna e cela!
Or che non sei più schiva,
E che lo vuoi, finisci:
5
Rompi del dolce incontro omai la tela!

Profumo: la prosa di Teresa d’Avila.

Se i rapimenti mi fanno uscire di me per la gioia, la mia anima viene colta da sospensione anche per un dolore molto forte e rimango priva di sensi. (Libro delle relazioni e delle grazie, 15).


Anche visitare le uniche tele rimaste in loco, al Monastero di Nostra Signora di Guadalupe, senza la percezione di spazio e tempo tipiche dell’età barocca è illudersi, una splendida illusione, una “dissimulazione onesta”, ma pur sempre una finzione, come chi ripete a piedi il cammino di Santiago senza feudatari, Inquisizione, epidemie, denti cariati.


Francisco de Zurbarán, Visione di San Pietro Nolasco, 1629

¿Qué es la vida? Un frenesí.
¿Qué es la vida? Una ilusión,
una sombra, una ficción,
y el mayor bien es pequeño;
que toda la vida es sueño,
y los sueños, sueños son.


Pedro Calderón de la BarcaLa vida es sueño


Dicevamo, la mostra a Ferrara… Beh, è una bella cartina al tornasole per mostrare le tenebrae del pittore spagnolo, esaltate dal chiarore del  capoluogo emiliano. Perché il Secolo d’Oro della cultura spagnola fu anche il secolo della sua ombra, la grande ombra politica che sarebbe scesa sulla penisola iberica. Capolavori proiettati come splendidi fuochi d’artificio dalle sconfitte dei suoi eserciti, strappati al “magazzino in cui si custodisce il buio delle notti” (ancora Quevedo, ancora Sogno della morte).


Commento musicale II Tomás Luis da Victoria, Tenebrae factae sunt


Si può citare come madre l’arte di Caravaggio, che arrestato proprio dagli spagnoli perse l’ultima fatidica nave per Roma, e padre il Rinascimento italiano riflesso nelle opere degli artisti della corte multietnica di Carlo V, ma tanta originalità sarebbe stata impossibile senza lo strano connubio fra il nazionalismo castigliano nascente e la rivoluzione estetica di un pittore straniero come El Greco.
Eccolo, “Il sogno di Filippo II”.

Dominikos Theotokopoulos El Greco, Il sogno di Filippo II, 1600

E il doppio del sogno di Filippo II, la morte dell’artista cantata da Góngora:

Tanta urna, a pesar de su dureza,                 Un'urna così insigne, benché dura,
lágrimas beba y cuantos suda olores            lacrime beva e quanti essuda odori
corteza funeral de árbol sabeo.                     funebre scorza d'albero sabeo.

Il sogno che si sarebbe trasformato nell’incubo della restaurazione aristocratica seguita alla morte del re, nonostante i tentativi del Conte-Duca d’Olivares, potente primo ministro di Filippo IV (quello del Manzoni dei Promessi sposi anche se, per l’arte del Secolo d’Oro, sarebbero più adatti certi passaggi degli Inni sacri).
Ecco allora che forme e contenuti del Barocco spagnolo vengono a configurarsi come un grande esorcismo contro la decadenza.
Dalla vena popolare sanguinante di Jusepe de Ribera nella Napoli dei vicerè

Jusepe de Ribera, Il bevitore, 1637

al perfetto e futuribile ritratto in piena luce di un’epoca nelle tele di Velázquez, il Raffaello spagnolo,

Diego Velázquez, Ritratto del Conte Duca di Olivares a cavallo, 1634

all’Agnello di Dio pronto per essere macellato: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice”.

Francisco de Zurbarán, Agnus Dei, 1640

Fra i primi capolavori del Nostro c’è lo splendido, prostrato San Serapio, un santo medievale inglese, certo scelto per propagandare la solidarietà con i cattolici anglosassoni emarginati ma quanto mai vivo nella sua trasumanata sofferenza, preludio a uno di quei martìri atroci (gli furono strappati gli intestini con un argano) di cui si nutriva tanto teatro barocco (pensiamo solo alla Tragedia spagnola di Thomas Kyd, al Tito Andronico di Shakespeare o all’Aristodemo del nostro Carlo de’ Dottori).
Ma Zurbaran allude, non indulge mai in dettagli truculenti. La sua è una religiosità visionaria ma sommessa. La luce si sprigiona dalla visione aperta nella tela come una piaga. Che non sanguina più.
E’ il gioco divino che illumina due parallele che si incontrano nel San Pietro Crocifisso appare a San Pietro Nolasco.

Francisco de Zurbarán, Apparizione dell'apostolo San Pietro a San Pietro Nolasco, 1629

Poi, negli anni ’30, il mistico sembra trasformarsi in creatore di moda. E’ l’epoca di un mirabile defilé di sante a cui si è certamente ispirato Almodovar nel suo Entre Tinieblas. Eccovi quindi una scelta di tre sacre Grazie dall’inquietante bellezza impassibile con tanto di strumenti del loro martirio e una vezzosa borsetta. Quella di Santa Margherita sembra appena uscita da una bottega del commercio equo e solidale. E non a caso: l’America Latina fu una meta privilegiata per la produzione in serie della bottega del pittore.

Francisco de Zurbarán, Santa Casilda (1635), Santa Margherita (1634), Santa Marina (1650)

In parallelo a questa metafisica trasfigurata in corpi sognanti si apre la stagione delle “nature morte”. Il termine italiano, naturalmente, non rende giustizia a questa vera e propria arte da mangiare. Anzi, da transunstanziare.

Francisco de Zurbarán, Natura morta, 1633

E l’elenco sarebbe ancora lungo.

Ma non servì al genio. Che morì povero e dimenticato in un lontano 1664. Nel crepuscolo del regno di Filippo IV. Prima della lunga notte triste dell’infelice Carlo II.


Alla Vergine sfugge una lacrima.

Francisco de Zurbarán, Cristo e la Vergine a Nazaret, 1640




BIANCO NATALE, BIANCOMANGIARE:
DOLCI AUGURI CON “IL PRINCIPE E IL CUOCO”

Un libro e una ricetta del XV secolo

Nessuno presuma sconsideratamente
Di conoscere l'arte dei conviti,
Se prima non ha indagato a fondo
La sottile scienza dei sapori

Orazio, Satire, II, 4

Fratelli Limbourg, Les Très Riches Heures du Duc de Berry, 1412-1416
Commento musicale Guillaume Dufay, Bon jour, bon mois

Il principe e il cuoco, squisito saggio di Antonella Salvatico, illustra e spiega le ricette del Livret du fait de cuisine dettate nel 1420 dal maître Chiquart, uno dei grandi della cucina tardomedievale insieme a Maestro Martino, Giovanni Bockenheim e Taillevent.
Ci troviamo alla corte ancora tutta francese di Amedeo VIII di Savoia (1383-1451), di cui il fedele capocuoco accompagnerà trionfi (e sconfitte) per più di mezzo secolo con pranzi fastosi ricchi di colore e simboli (sia araldici che alchemici). Dall’ascesa del conte alla carica di duca nel 1416, all’annessione di buona parte del Piemonte (1419), alla salita al soglio pontificio come papa (poi declassato, in vita, a cardinale e, nella storia, ad antipapa) Felice V (1439-1449). Una carriera che toccherà il suo culmine con una ricompensa eccezionale: una signoria nel mandamento di La Baume.
Veri e propri banchetti “politici” in un mondo e in una cucina fatti di forti contrasti dove la sfumatura, invenzione rinascimentale, non era di casa. L’”autunno del medioevo” fu infatti il regno dell’agrodolce, dei toni squillanti e degli accostamenti stridenti: dal cibo all’abito all’araldica (che trovò la sua forma distintiva proprio in questo periodo).
Il tutto in una specie di “hortus conclusus” dove il duca - seguendo l’esempio francese e, soprattutto, borgognone (era imparentato con entrambe le case regnanti) – trasformava una contea di confine in una vera e propria corte alla moda. Ingaggiando il primo storico ufficiale, Jean Cabaret d’Orville. Commissionando opere a fior di artisti: il delicatissimo miniaturista Jean Bapteur, un pittore naturalista tendente al grottesco come Giacomo Jaquerio insieme a un raffinato seguace del nuovo stile fiammingo, Konrad Witz (altro accostamento stridente). Ospitando il poeta Martin Le Franc, reduce dall’aver dedicato a Filippo II di Borgogna quel gioiello di poema che è Le Champion des Dames, un raro omaggio in versi al ruolo delle donne nella storia, e impegnato nella diffusione del nuovo sound polifonico di scuola inglese forgiato da John Dunstable.

Konrad Witz, La pesca miracolosa, 1444

Un mecenatismo culturale che non troverà pari nel seguito della dinastia e che gli permetterà di fare suo anche uno dei più grandi musicisti dell’epoca: il mio adorato Guillaume Dufay.
Le ragioni di questo successo furono già comprese dai più attenti osservatori contemporanei. In particolare da Enea Silvio Piccolomini, ecclesiastico ma anche autore di uno dei best seller della letteratura erotica del ‘400 (Eurialo e Lucrezia) e poi papa col nome di Pio II (1458-1464), che fu tra i sostenitori di Amedeo VIII in versione Felice V. Nei suoi Commentari,  un capolavoro di cui consiglio vivamente la lettura, si esprime in questi termini: “Il duca era un principe potentissimo, temuto dai Francesi e dagli Italiani, che di solito era coperto di vesti d’oro, circondato da molti cortigiani, preceduto [come nell’antica Roma] dai fasci e seguito da coorti di armati e da una folla di potenti. […] Era congiunto in parentela con quasi tutti i re cristiani. Le disgrazie dei vicini furono la sua grande fortuna. In Francia scoppiò il dissidio fra Borgognoni e Armagnacchi e il regno fu turbato dagli attacchi bellicosi degli Inglesi. In Italia i Veneziani e i Fiorentini scesero in guerra con implacabile odio contro Milano. Amedeo, che regnava sui monti e lontano dalle armi, veniva scelto come arbitro ora da questi ora da quelli e veniva considerato l’unico capace di reggere saggiamente sé e gli altri”.
Certo tutt’altro che un santo, ma per l’epoca raro esempio di potente più innamorato dei poemi cavallereschi che delle guerra. Appassionato cultore di alchimia: fu lui a commissionare il Libro delle Due Parole al medico-alchimista Gugliemo Fabri.
E poesia, alchimia e medicina rientravano nella dietetica consigliata dal maître Chiquart. Il Livret du fait de cuisine inizia e termina con delle ballate, rinvia spesso a significati alchemici nella sovrabbondante colorazione dei piatti (quando non si arriva a ricette a base di oro e pietre preziose da cuocere in un sacchetto di lino bianco insieme alla carne in acqua di rose) e propone cibi curativi, in linea col medico di corte Antonio Guainerio, anche della peste: lo zenzero su tutti, ma anche pollame e cacciagione(!).
Ecco allora che ci addentriamo in una vera e propria orgia di carni, pesci, intingoli e spezie in totale antitesi con qualsiasi consiglio dietetico dei nostri giorni. In sintonia con la cucina imperiale romana, viene bandito qualsiasi sapore genuino in nome di un’artificiosità cosmopolita e simbolica che tende a separare i gusti dell’aristocrazia dal resto della società anche in fatto di palato. Le portate pantagrueliche, poi, sono un ulteriore segno di famelica distinzione dalla povertà e dalla diffusa denutrizione cronica, specie nelle campagne, in Savoia come nel resto d’Europa.
Eccone un esempio, tratto probabilmente dal banchetto in sei portate offerto all’imperatore del Sacro Romano Impero Sigismondo in occasione della nomina del conte a duca nel 1416:

Arrosti interi, capretto con salsa all’agresto verde, porchetta con salsa camellina,lombata di vitello, lombata di maiale con salsa piccante, spalla di montone con salsa, pollame arrosto,oche grasse e capponi con salsa, fagiani, pernici, conigli e maialino con salsa camellina, piccioni con sale fino e aironi Cacciagione con polenta di farro Flan di crema di latte con torte di carne e di formaggio  4 Brodetto  camellino su lesso misto di carne Brodetto rosso su lesso misto di carne 6 Biancomangiare in quattro colori, tutti nel medesimo piatto

Stomaci da eroi di poemi, cultori di cibi come il delfino, destinato alle sole mandibole dell’alta nobiltà, o la marmotta sotto sale (raro esempio di piatto tipico), con tutta una serie di poco simpatici effetti collaterali contro cui poco potevano la colza o il ravizzone finale per pulire la bocca.
Rare eccezioni sono i dolci. Anche se si fa davvero fatica a trovare del ricettario del maître un dolce in senso moderno. Infatti ve ne sono solo due e uno di questi è proprio il “biancomangiare in quattro colori” al termine della servizio appena descritto. Quasi certamente assaporato dall’illustre compagnia dopo un “entremets”, un “intermezzo” di piatti decorativi che rappresentavano “La fontana di Amore”, ispirata al Roman de la Rose e accompagnata dalle esibizioni di cantori, attori e menestrelli.

Roman de la Rose, miniatura del XV secolo 

I quattro colori – l’oro imperiale e il rosso già cari agli antichi (vd. Filostrato Maggiore, Le immagini), il bianco che simboleggiava l’argento e l’azzurro salito agli onori dal XII secolo – rappresentavano, in un gioco caleidoscopico, anche quattro importanti casate del ducato: la signoria di Thoire-Villars (oro e rosso), il marchesato di Saluzzo (argento e blu), il casato de La Baume (oro e azzurro) e i valdostani Challant (rosso e argento).

Biancomangiare in quattro colori

Ingredienti Molte mandorle, acqua tiepida, sale, polvere di zenzero bianco, molto amido, zucchero, olio, alkanna, tornasole, zafferano, meleghetta

Pulite le mandorle dalla cuticola e pestatele nel mortaio, ammorbidendole con poca acqua tiepida. Aggiungete le spezie (zenzero in polvere e meleghetta) e fate il latte di mandorle, poi filtrate con cura. Dividete il latte così ottenuto in quattro recipienti, aggiungete in ognuno molto zucchero e scaldateli su un bel fuoco. Prendete poi molto amido, pulitelo, lavatelo bene e suddividetelo in quattro diversi piatti, tanti quanti sono i recipienti di latte. Unite l’amido mescolando bene fino a quando il composto non sia denso. Fate la stessa operazione con il latte di tutti e quattro i recipienti. Per ottenere il primo colore, l’oro, prendete dello zafferano pestato e stemperatelo nel latte di uno dei quattro recipienti mescolando continuamente con un cucchiaio. Per l’azzurro prendete molto tornasole e mescolatelo al latte prescelto, poi colate tutto in una bella secchia e mescolatevi anche l’amido. Colate nuovamente il latte azzurro nel recipiente originale. Per ottenere il rosso, fate scaldare dell’olio di buona qualità, filtratelo e soffriggete molta alkanna ben pulita. Filtrate poi con l’angolo di una stamigna e unite poco per volta mescolando delicatamente il colorante così ottenuto al latte del terzo recipiente fino a che non sarà della tonalità desiderata. Per ottenere il color argento stemperate altro amido nel latte. Filtrate e aggiungete la dose di amido necessaria per legare il composto.

Lascio alla fantasia del lettore l’abbinamento del vino. Chiquart o il duca forse avevano in mente un vino chiaretto molto speziato o – chissà - qualcosa che avesse a che fare con “l’oro potabile” descritto dall’alchimista Fabri.
Chi non ama affatto significati esoterici ma la Storia e la buona tavola, come il sottoscritto, consiglia semplicemente: spumante o champagne.

Auguri.





NON SOLO MACHIAVELLI E GUICCIARDINI

Le Memorie di Philippe de Commynes

"Una grandissima efficacia di rappresentazione.
Personaggi e paesi sono colti sul vivo o con pochi tratti essenziali e
caratteristici che li rendono indimenticabili. Par di vedere sul volto,
solitamente grave del nostro autore, un finissimo sorriso che è già
un po' quello dello humour. Come Erasmo, Commynes conosce gli
uomini e compatisce le loro follie con discrezione e indulgenza"
Maria Clotilde Daviso di Charvensod

Claus SluterPozzo dei profeti: re Davide (Certosa di Champmol, Digione, fine XIV sec.)


Ricordi, dubbi, rimpianti
Commento musicale Antoine BrumelSicut lilium

La Storia si fa coi “se” e i “ma” se sono i protagonisti a farla. E Philippe de Commynes lo fu ai più alti livelli, ministro e consigliere privato di sovrani in due grandi corti della seconda metà del XV secolo, prima in Borgogna e poi in Francia, dove si decidevano i destini dell’Europa nell“autunno del medioevo” (secondo la felice definizione di Huizinga). I suoi ricordi, i suoi dubbi, i rimpianti nei suoi Mémoires: seCarlo il Temerario non si fosse ostinato contro gli Svizzeri, se Luigi XI non si fosse accanito controMaria di Borgogna, se Carlo VIII non avesse sperperato una fortuna per la sua calata in Italia…
Tutti quei soldi, tutti quei morti.

Arazzi di Alessandro Magno (Fiandre borgognone, seconda metà del XV sec., foto di Sailko)
"Credo di aver visto e conosciuto la parte migliore d'Europa e non ho visto nessuna signoria e nessun paese, anche di assai più grande estensione, che avesse tale abbondanza di ricchezze, di mobili, di edifici e anche di ogni sorta di prodigalità, di spese di feste e di vivande (come la Borgogna)... La buona fortuna e la grazia di Dio durarono per lei lo spazio di 120 anni." (Commynes, Memoires V, 10).
"Tutta questa raffinata nostalgia/ trasudava di vernice fresca./ Dopo i tornei, i balli e i canti/ sarebbe venuta la macelleria./ Poi la noia,/ la muffa/ e ancora la nostalgia." (Luca TrainiVillon).

E forse non li avrebbe scritti se non invitato da Angelo Catone, arcivescovo di Vienne, cui dedicò l'opera. Il vescovo era un umanista, lui no, il passato lo aveva rispolverato dopo essere caduto per la prima volta in disgrazia, nel 1489, ma era il presente che aveva contribuito a costruire che avrebbe raccontato nel suo francese non troppo curato ma vivo, come bozza per una possibile messa in scena di altri, magari in latino, ma cosciente che dietro quella finzione ci sarebbero state le sue quinte, dove la storia che pulsa è fatta anche di giri di parole, di ripetizioni, di smemoratezze volute o impreviste. Non c’è traccia di idealizzazione nel racconto di questo uomo, di questo ministro e diplomatico razionale che ci ricorda il Guicciardini, pragmatico e costruttivo, che volle raccontare soprattutto quanto aveva vissuto in prima persona: il lento lavoro che prelude alle decisioni ponderate come ai compromessi e le improvvise accelerazioni imposte dagli eventi (dalle soluzioni geniali o da apparente follia).

Anonimo, Busto di Philippe de Commynes (primo quarto del XVI sec., Parigi, Louvre)
"Delle astuzie e dei raggiri che si fecero nei nostri paesi da vent'anni a questa parte non ne sentirete parlare da nessun altro con tanta verità quanto da me." (Mémoires III, 5)
"Il sapere corregge un uomo, anziché renderlo peggiore; non fossa'altro per la vergogna di conoscere il proprio peccato, se non sarà trattenuto dal mal fare, almeno ne farà di meno. E se non è buono, farà tuttavia finta di non voler far male o torto a nessuno. Ne ho visti parecchi esempi fra i grandi che sono stati dissuasi da molti cattivi propositi dal sapere e anche sovente dal timore della punizione di Dio, di cui avevano maggior conoscenza che non gli ignoranti, i quali non han visto né letto nulla." (Mémoires V, 18).


Sconvolgimenti epocali

Sotto gli occhi vigili, prudenti e spesso spaventati di un memorialista che non si fa pudore di ammettere la paura come uno dei fattori determinanti dell’azione politica, nella fattispecie militare, viene passata in rassegna, senza ombra di retorica, un’età feroce e spregiudicata caratterizzata da mutamenti imprevisti, sconvolgimenti epocali. Nelle sue pagine non troviamo ancora descritti quegli elementi strutturali economici, politici e sociali, cardine del mutamento storico, fatti propri dalla nostra storiografia nell’ultimo secolo. Duchi e re sembrano ancora decidere i destini dei propri popoli e le memorie di un ministro avrebbero dovuto educarli alla giusta misura delle proprie azioni.

A sinistra: Anonimo, Filippo il Buono e suo figlio Carlo il Temerario (Recueil d'Arras, metà XVI sec.).
A destra: Ritratto di Luigi XI (disegno del XVI sec. da un ritratto di Jean Fouquet, Bibliothèque Nationale de France).
"Il giorno in cui giunsero due servitori del conestabile di Lussemburgo (Luigi di Sainville e il segretario Richer) il re (Luigi XI) fece nascondere il signore di Contay, servitore del duca di Borgogna (Carlo il Temerario), con me dietro un grande e vecchio paravento che era nella sua camera... Il re si sedette su uno sgabello proprio accosto al paravento affinché noi potessimo udire  quel che diceva Luigi di Sainville... E mentre Luigi di Sainville parlava (dell'alleanza di Carlo il Temerario  con Edoardo IV d'Inghilterra), pensando di piacere al re, cominciò a contraffare il duca di Borgogna, a pestare un piede per terra, a bestemmiare per san Giorgio, a chiamare come lui il re d'Inghilterra Blayborgne, figlio di un arciere che portava questo nome, e a farsi beffe di lui in tutti i modi possibili. Il re rideva forte, e gli diceva che parlasse ad alta voce perché cominciava a diventare un po' sordo, e che ripetesse tutto di nuovo. L'altro non si faceva pregare e ricominciava di gran buona voglia. Il signore di Contay,con me dietro il paravento, era l'uomo più sbalordito del mondo." (Mémoires IV, 8).
"Lo scrittore è secco, acuto, con uno stile aderente ai fatti: le qualità di descrittore si fondono con quelle del moralista e dello psicologo, che penetra nelle coscienze per registrare i vizi ed il valore. Il ritratto di Luigi XI non è indegno di un Saint-Simon." (Giovanni Macchia).


Ecco, in questo Commynes è in un certo senso anche umanista, quando rispolvera il suo Tito Livio di base, così diverso da quello del Machiavelli, e il punto di vista vincente di un imperatore elogiato per la sua tradizionale “misura” come Ottaviano Augusto. E visto che si parla di Machiavelli c’è da chiedersi come mai la teorizzazione del memorialista francese sia così scarsa a confronto di quanto espresso dallo scrittore de Il principe. La risposta, in sintesi, è semplice: le teorie rivoluzionarie, di norma, nascono dalle sconfitte mentre la prassi del regno francese era stata vincente, per meriti come per fortunate circostanze. Squadra che vince non si cambia e Commynes aveva assistito, dopo il disfacimento della potenza inglese sconvolta dalla Guerra delle Due Rose (1455), al tracollo improvviso e imprevisto del Ducato di Borgogna (1477), che sembrava destinato a sostituire come superpotenza continentale sia la Francia, reduce dagli incubi della prima metà del ‘400, che il Sacro Romano Impero germanico (in crisi da secoli). Il suo Dio, che ogni tanto compare fra le righe senza miracoli ma armato di legge implacabile (e imprevedibile), sembrava proprio parlare francese. Il rischio paventato, quella superbia che aveva travolto Inghilterra e Borgogna.

A sinistra: Arazzi di Alessandro Magno (particolare). A destra: Anonimo, Battaglia di Morat (1476).
“Negli Arazzi di Alessandro Magno, seguendo l’interpretazione di Aby Warburg, possiamo vedere ritratti nei panni immaginari di soldati macedoni Carlo il Temerario e il suo esercito. Aggiungo il fatto che la lotta contro gli ‘uomini selvaggi rappresenta quella contro i francesi, così rappresentati alla luce del Ballo degli ardenti narrato da Jean Froissart. Nel 1393, infatti, quattro danzatori vestiti da ‘sauvages’ che si esibivano davanti al re Carlo VI (che già mostrava segni di squilibrio mentale) erano finiti bruciati vivi a causa dell’incendio provocato da una torcia portata dal fratello del re, Luigi I d’Orléans.” (Luca Traini, Alessandro Magno e la sua leggenda, Varesecorsi 1996).
"Gli Svizzeri si erano radunati, ma non in gran numero, come sentii raccontare da molti di loro. Dalle loro parti non si trae tutta la gente che si crede e allora se ne traeva ancora meno di adesso: dopo, infatti, i più hanno lasciato l'aratro per farsi soldati." (Mémoires V, 1).



Gabbie di ferro e cannoni

Un “peccato” compiuto da Carlo VIII nella sua impresa italiana, che vide Commynes, consigliere poco ascoltato, decisamente contrario al tentativo di riconquista francese del Regno di Napoli. Lo storico conosceva bene la nostra penisola, era stato in missione a Firenze nel 1478, dove aveva avuto occasione di conoscere e stimare Lorenzo de’ Medici: sapeva quale razza di pericoloso intrico si nascondesse dietro il fragile equilibrio sorto dalla Pace di Lodi. D’altro canto qualche “peccato” l’aveva compiuto pure lui, tramando contro il giovane Carlo VIII  e finendo rinchiuso otto mesi, nel 1487, in una gabbia di ferro nel titanico castello di Loches (vi finirà prigioniero i suoi giorni anche Ludovico il Moro nel 1508, non in gabbia ma nel torrione), con tanto di confisca di un quarto dei beni. Riabilitato, viene spedito come ambasciatore a Venezia nel biennio 1494/95 per assicurasi la neutralità della Serenissima: "Io tardai qualche giorno a partire perché il re ebbe il vaiolo e fu per morire; gli venne la febbre, ma non durò che sei o sette giorni... Lasciai il re ad Asti e credevo fermamente che non sarebbe andato più oltre. In sei giorni giunsi a Venezia con muli e carri, poiché la strada era la più bella del mondo." (Mémoires VII, 7). Da questo punto di vista privilegiato analizzerà il formidabile - e inaspettato - successo della discesa in Italia delle truppe francesi: "Dappertutto in Italia non avrebbero avuto altro desiderio che ribellarsi, se le cose del re fossero state condotte bene, con ordine e senza ruberie." (Mémoires VII, 8). E Venezia resterà nel suo cuore per la bellezza e il sistema di governo, una repubblica aristocratica che, insieme al parlamento inglese, darà le ali al suo sogno, mai realizzato, di una monarchia affiancata da un forte potere assembleare della nobiltà. La borghesia e, tanto meno, il popolo minuto non rientravano nei disegni di questo signorotto di provincia assurto ai più alti onori, non è possibile chiedergli tanto. In compenso la sua descrizione di Venezia ispirerà molto l’immaginario francese fino a Proust e ad Assassin’s Creed II.

Il donjon del Castello di Loches  (foto di Clayton Parker).
Vittore CarpaccioArrivo degli ambasciatori inglesi alla corte del re di Bretagna (Venezia, 1495).
"Questo re nostro padrone (Luigi XI) aveva fatto fare prigioni assai rigorose, vale a dire gabbie di ferro o di legno rivestite dentro e fuori di placche di ferro ferrate in modo terribile, larghe otto piedi e alte soltanto un piede di più che la statura di un uomo. Il primo che le immaginò fu il vescovo di Verdun, che fu subito chiuso nella prima che fu fatta e vi dormì per quattordici anni. Dopo di lui molti lo maledissero ed anch'io, che la assaggiai per otto mesi sotto il re che c'è adesso (Carlo VIII)" (Mémoires  VI, 11),
"La mia meraviglia fu grande nel vedere la posizione di quella città (Venezia) e nel vedere tanti campanili e monasteri e casamenti tutti sull'acqua e la gente senz'altro modo di andare qua e là che in quelle barche, di cui credo se ne potrebbero mettere insieme almeno trentamila, ma che sono assai piccole... E' la città più splendida che io abbia mai visto e quella che fa più onore agli ambasciatori e agli stranieri e che si governa più saviamente e dove il servizio di Dio è fatto più solennemente" (Mémoires VII, 18).


Gli occhi prosaici del cronista, affinati dal pragmatismo veneziano ("Sia per mezzo dei servi degli ambasciatori sia in altri modi... non badavo a spese per essere avvertito." Mémoires VII, 19), svelano i retroscena delle velleità cavalleresche del giovane Carlo VIII: l’incompetenza dei ministri di corte, le astuzie di Ludovico il Moro (uno dei principali responsabili dell’operazione) e soprattutto le spese folli per la spedizione con il conseguente enorme indebitamento: "Il re era giovane assai,debole di persona, voglioso di fare a suo talento, attorniato da poca gente savia e senza buoni capitani. Denaro sonante, niente, giacché ancor prima di partire furono presi a prestito centomila franchi dalla banca Sauli di Genova, all'interesse del quattordici per cento, da pagarsi a ogni fiera; e come dirò poi, furono fatti prestiti da molte altre parti. Non c'erano tende né padiglioni, e così si entrò d'inverno in Lombardia; ma c'era questo di buono che la compagnia era gagliarda, piena di giovani gentiluomini, benché, a dir vero, poco disciplinati." (Mémoires VII, 1). I proclami irreali (conquista di Napoli più successiva crociata contro i Turchi) e i facili eroismi non trovano spazio nelle pagine dei Mémoires, piuttosto si sottolinea l’importanza dell’esercito professionale costruito da Carlo VII e da Luigi XI dopo i disastri della Guerra dei Cento Anni: “Mi pare che un principe accorto, il quale possa disporre di diecimila uomini e abbia mezzo di mantenerli, è assai più da temere e da stimare di quanto non lo siano dieci alleati stretti insieme, che abbiano ciascuno seimila uomini; perché fra loro sono tante le cose da stabilire e da sbrigare che la metà del tempo si perde prima che qualcosa sia concertato e concluso” (Mémoires I, 16). Il supporto fondamentale di un forte contingente di truppe svizzere (già la Francia di Luigi XI aveva favorito con larghe elargizioni lo sviluppo militare della Confederazione in funzione antiborgognona). E la novità fondamentale di un uso massiccio dell’artiglieria, più agile, maneggevole e soprattutto spaventosamente efficace (quelle armi da fuoco così drammaticamente sottovalutate dal Machiavelli umanista de L’arte della Guerra): “Nessuno si rendeva conto degli effetti della nostra artiglieria, che è davvero la più possente di tutte le artiglierie del mondo” (Mémoires VIII, 23). Oltre ai metodi spietati di combattimento, altra eredità dei massacri della Guerra dei Cento Anni e dei suoi strascichi. Ce ne offre un breve esempio il Guicciardini: "Accostandosi a Fivizzano, castello de' fiorentini... lo presono per forza e saccheggiarono, ammazzando tutti i soldati forestieri che vi erano dentro e molti degli abitatori: cosa nuova e di spavento grandissimo a Italia, già lungo tempo assuefatta a vedere guerre più presto belle di pompa e di apparati, e quasi simili a spettacoli, che pericolose e sanguinose." (Storia d'Italia I, XIV).


Melchiorre FerraioloCronaca figurata: entrata delle truppe francese in Napoli il 22 febbraio 1495.
"I signori e i capitani vivono in Italia sempre in maneggi con i nemici e in gran timore di trovarsi fra i più deboli.";
"Questa, di compiacere ai più forti, è la natura dei popoli d'Italia; ma erano, e sono, trattati così male che bisogna scusarli.";
"Poche volte, facendo questo viaggio, i nostri indossarono l'armatura, e per andare da Asti a Napoli il re mise quattro mesi e
diciannove giorni soltanto; un ambasciatore ci avrebbe messo poco meno. Per questo concludo col dire, dopo averlo sentito
da molti religiosi e uomini di santa vita e da molta altra gente di ogni sorta (ed è quindi voce di Dio perché è voce di popolo),
che Nostro Signore voleva punire quei principi in modo che tutti se ne accorgessero.";
"La gente infatti ci adorava come santi e stimava che in noi ci fosse ogni fede e bontà; ma quest'opinione durò poco."
(Mémoires VII, 11; VII, 9; VII, 14; VII, 8).
La spedizione di Carlo VIII segna il passaggio dall'Umanesimo italiano, così come si era venuto formando in un secolo da Petrarca
e Boccaccio in poi, al fenomeno europeo del Rinascimento. La fine di un'epoca è ben rappresentata dal finale dell'Arcadia,
il poema del napoletano Jacopo Sannazzaro, che allude alla conquista francese della sua città:Ultimamente un albero bellissimo di arancio, e da me molto coltivato, mi parea trovare tronco dalle radici, con le frondi, e i fiori, e i frutti sparsi per terra.”.


Come si sa, dopo il successo iniziale, Carlo VIII si ritrovò sì padrone di Napoli ma invischiato in una penisola in piena rivolta. L’uscita da questo cul de sac fu drammatica. Il rischio era quello di fare la fine del Temerario, intestarditosi in imprese pericolose e, soprattutto, non necessarie. A Venezia lo storico fu testimone oculare della nascita della Lega Santa, che scatenava Ducato di Milano e Repubblica Veneta insieme a mezza Europa (Aragona, Sacro Romano Impero e Inghilterra) contro le truppe francesi: "Presso un masso di porfido, dove si sogliono fare le pubblicazioni, fu pubblicata la lega. Io stavo a vedere di nascosto da una finestra con l'ambasciatore del Turco... quella notte stessa venne a parlarmi per mezzo di un Greco e stette quattro ore nella mia camera; aveva un gran desiderio che il suo signore fosse nostro amico" (Mémoires VII, 20). Sono i primordi della lunga alleanza tra Francia e Impero Ottomano in funzione antiasburgica. Commynes raggiunse il suo re a Siena: "Mi scrisse di andargli incontro a Siena, dove lo trovai... mi chiese ridendo se i Veneziani avrebbero mandato gente contro di lui: tutti coloro che lo circondavano erano infatti giovani che non credevano che ci fosse al mondo qualcun altro buono e capace di tener le armi in mano." (Mémoires VIII, 2).
Non si aveva idea di quanto sarebbero state drammatiche la successiva attraversata degli Appennini e la battaglia di Fornovo (6 luglio 1495) dove, grazie anche a divisioni, indecisioni e lentezze della coalizione nemica, i francesi riuscirono infine ad aprirsi una via per il ritorno in patria: "Il re smontò in una cascina poveramente costruita, ma dove c'era una grandissima quantità di grano in covoni, di cui tutto l'esercito profittò... Io so che dormii in una vigna, ben disteso sulla nuda terra... senza mantello; quella mattina il re si era fatto imprestare il mio, e i miei bagagli erano troppo lontani... A tutti pareva di averla scampata bella, e non eravamo più così pieni di superbia come un po' prima della battaglia." (Mémoires VIII, 12).


A destra: La battaglia di Fornovo (stampa d'inizio XVI sec.).
A sinistra: Gerolamo Savonarola ritratto in un incunabolo delle sue opere (1496). 
"Quando arrivai a Firenze per andare incontro al re andai a visitare un frate predicatore chiamato fra Gerolamo (Savonarola), uomo di santa vita, per la ragione che aveva sempre predicato in favore del re... e diceva che era stato mandato da Dio per castigare i tiranni d'Italia... Molti lo biasimavano perché diceva che le cose gli erano state rivelate da Dio; altri vi prestavano fede; per parte mia lo credo un bravo uomo. Gli domandai se il re avrebbe potuto passare senza rischiare la vita... Mi rispose che in cammino avrebbe avuto dei fastidi, ma che l'onore sarebbe rimasto suo... e che Dio, il quale lo aveva guidato nell'andata, lo avrebbe condotto ancora al ritorno." (Mémoires VIII, 3).
"Anche loro erano come noi scarsi di buoni capitani... I Veneziani non vollero rischiare tutto in una volta e sguarnire il campo; invece per loro sarebbe stato meglio metter tutto in gioco, visto che erano assai ad attaccare... Non è possibile al mondo caricare con più ardimento di quanto si caricò dai due lati. I loro stradiotti, che erano in coda, videro i muli e i bagagli che fuggivano in direzione dell'avanguardia e che i loro compagni vincevano. Andarono tutti in quella direzione, senza seguire i loro uomini d'arme, che si trovarono senza scorta; senza dubbio, se a noi si fossero mescolati un millecinquecento cavalli leggeri, con in pugno le loro scimitarre, che sono spade terribili, noi, in pochi che eravamo, saremmo stati sconfitti senza rimedio... Avevamo un gran seguito di valletti e servitori che si gettarono su quegli uomini d'arme italiani, che per la maggior parte furono uccisi da loro; quasi tutti avevano in mano accette per tagliare la legna e con queste rompevano le visiere delle celate e davano loro gran colpi sulla testa; perché erano molto difficili da ammazzare, tanto erano forti le armature... Il nostro esercito aveva un gran seguito di vagabondi e di vagabonde, che fecero fortuna con i morti... Il combattimento non durò più di un quarto d'ora... In Italia le battaglie di solito non vanno in questo modo, perché essi combattono squadra per squadra e la battaglia dura talora tutto il giorno senza che né l'uno né l'altro sia vincitore... Quando si giunse a Nizza della Paglia... la sete era tale che vidi una quantità di fanti bere ai fossati di quei piccoli borghi dove passavamo. Noi bevevamo a grandi e lunghi sorsi acqua sporca e non corrente... Di una cosa bisogna dar lode a quell'esercito, ed è che non sentii mai nessuno lagnarsi; eppure, fu il viaggio più faticoso che io abbia mai visto in vita mia, per quanto ne abbia visti con il duca di Borgogna di quelli molto duri." (Mémoirs VIII, 11-14).



La morte, la storia, l’arte
Commento musicale Antoine BusnoisJe ne puis vivre ainsi

Le memorie si concludono con la fine ingloriosa di Carlo VIII,  una piccola vendetta per l’autore. Il re muore per le conseguenze di una testata contro una porta in un passaggio diroccato detto “il pisciatoio”: "Uscì dalla camera della regina Anna di Bretagna, sua moglie, per andare con lei a vedere quelli che giocavano a pallacorda" - un gioco fatale per i re francesi - "nei fossati del castello (diAmboise); era la prima volta che ve la conduceva, ed entrarono insieme in una loggia abbattuta... ed era il più brutto posto che ci fosse, perché tutti vi pisciavano... Per quanto fosse basso di statura, entrandovi, picchiò la testa contro la porta; poi stette a lungo a guardare i giocatori, discorrendo con tutti... Dicendo questo, cadde riverso e perdette la parola... Chiunque voleva poteva entrare in quella loggia e lo trovava disteso su un misero pagliericcio, dove rimase finché ebbe reso l'anima... Io giunsi ad Amboise due giorni dopo e andai a dire la mia preghiera là dove c'era il corpo e ci rimasi cinque o sei ore; e, a dir il vero, non vidi mai tanto cordoglio e di tanta durata. Ma è anche vero che i suoi familiari, come i ciambellani o i dieci o dodici giovani gentiluomini della sua camera, erano trattati meglio e avevano stipendi e donativi più grandi di quanti mai ne abbia dati, e persin troppo. Il suo era il più umano e dolce parlare che mai ci sia stato, e credo che a nessuno abbia detto cosa che potesse dispiacere. Non poteva morire in più buon punto per restare famoso nelle storie ed essere rimpianto da quelli che lo servivano" (Mémoires VIII, 25 e 27).
Sic transit anche la carriera politica di Commynes. Il nuovo sovrano, Luigi XII, non si sarebbe mostrato riconoscente contro chi l’aveva sostenuto nella congiura del 1484 pagata in una gabbia di ferro: "Andai incontro al nuovo re, del quale ero stato intimo più di ogni altro e per il quale mi ero messo in tanti guai e avevo avuto tante perdite; eppure in quel momento se ne ricordò appena." (Mémoires VIII, 27).
Non restò che scrivere una grande opera storica, che testimonia tra l’altro la simpatia per l’Italia e l’amore per la sua arte, una passione che di lì a qualche decennio avrebbe portato Francesco I a ospitare Leonardo da Vinci nel maniero di Clos-Lucé e a incaricare architetti e pittori manieristi per la ristrutturazione del castello di Fontainebleau.

BergognoneGian Galeazzo Visconti offre alla Vergine il modello della Certosa, fine XV sec. (foto di Danielkwiat).
"Quella bella chiesa dei certosini, che è davvero la più bella che io abbia mai visto e tutta di bel marmo." (Mémoires VII, 9).


Addii e rinascite
Commento musicale Josquin DesprezAdieu mes amours

La splendida edizione Einaudi del 1960 (che io sappia, purtroppo mai ristampata) termina con il commosso saluto del grande Federico Chabod alla storica Maria Clotilde Daviso di Charvensod, morta dopo aver curato e tradotto i Memoires: "Con ugual serenità e coraggio affrontò la Resistenza. Uno degli ultimi ricordi che ho di Lei è un suo improvviso arrivo, con Giorgio Vaccarino, nellaValsavarenche già occupata dai partigiani, l'estate del '44. Spirito di verità, non mai lusinga di soddisfazioni e riconoscimenti esteriori, la condusse alla ricerca storica, poi costantemente perseguita per tutta la vita; e il suo Commynes è come un epilogo". Un lavoro fondamentale, che va ricordato. La sua forza può essere riassunta nella precisa - e commovente - distinzione che la Daviso opera fra il senso della storia per Philippe de Commynes e il nostro, ricordandoci con passione quanto la memoria sia preziosa, oggi: "Questo l'autore che, con la sua umanità, evoca, vivo e popolato di uomini vivi, un mondo per i più spento e lontano, in cui risuonano vuoti nomi senza volto. Noi non pensiamo più, come lui, che il leggere antiche storie valga a istruire i principi nell'arte di conoscere ed evitare inganni, né cerchiamo nelle vicende umane conferma della giustizia divina. Per noi la storia non deve essere un lugubre panorama di morte sul quale sconsolatamente meditare, ma conoscenza di vita che ci tempri all'azione".

Il donjon del castello di Commynes a Renescure com'è oggi, sede del Municipio
“Cuori di noia da tempo avviliti,
Grazie a Dio, sono ora sani e felici;
Andatevene, cambiate dimora,
Inverno, voi non resterete più”.


Luca Traini




APHRA BEHN & JOHNNY DEPP

Aphra Behn ritratta da Mary Beale

Ho letto Aphra Behn  grazie a Johnny Depp nel 2005, proprio così: era il Conte di Rochester nel film The Libertine.
Vecchia conoscenza il conte, cui tornai a far visita: la sua biografia scritta da Graham Greene, l'avevo pescata da chissà quale bancarella vent’anni prima. La copertina conciata come le pagine che la piccola scimmia strappava nel suo ritratto:  “Were I, who to my Cost already am/ One of those strange, prodigious Creatures Man,/ A Spirit free, to choose for my own Share,/ What sort of Flesh and Blood I pleas’d to wear,/ I’d be a Dog, a Monkey, or a Bear,/ Or anything, but that vain Animal,/ Who is so proud of being Rational” (“Foss’io - che a spese mie sono di già/ Una di quelle strane, prodigiose creature: un uomo -/ Uno spirito libero di scegliere/ Quale involucro di carne e sangue indossare,/ Cane vorrei essere, scimmia od orso,/ O qualunque altra cosa, tranne l’animale vano,/ Che è tanto fiero d’essere razionale”, A Satire Against Mankind, 1679, trad. Masolino d’Amico).


Drogato da Greenaway, avevo atteso chissà quanto di vederlo sbucare dai Giardini di Compton House.





E invece il miracolo l’aveva compiuto Laurence Dunmore (di cui poco si sa e io non sapevo niente). Con l’unica pecca che in questo gioiello mancava l’ultima incastonatura: Aphra. C’era “Easy Etherege”, il commediografo George Etherege, del cui “Man of Mode” parlerò in un’altra occasione, ma lei, l’amica, la scrittrice ispirata e coraggiosa che ne scrisse il compianto e sarà poi ammirata da Virginia Woolf e Vita Sackville-West, no.
Strana censura oggi per una donna che a un’epoca come il XVII secolo, in cui per nulla si poteva finire al rogo come streghe, era capace di rispondere per le rime: I curst my Birth, my Education,/ And more the scanted Customes of the Nation:/ Permitting not the Female Sex to tread,/ The Mighty Paths of Learned Heroes dead./ [...]/ The Fulsom Gingle of the times,/ Is all we are allow'd to undestand of hear" ("Fino a oggi maledissi la mia nascita, la mia educazione,/ E ancor più l'avara legge dei popoli/ Che non concede al sesso femminile di percorrere/ I gloriosi sentieri degli Eroi colti, ormai scomparsi./ [...]/ Il disgustoso frastuono del nostro tempo/ E' tutto quello che ci è dato capire e sentire", To Mr. Creech... On his Excellent Translation of Lucretius, trad. Viola Papetti).
Versi di rara potenza, forgiati da una commediografa sanguigna avvezza a farsi strada con forza in un teatro del mondo tutto al maschile, come testimoniato anche dalla sua prosa:
“Sono un’autrice che è costretta a scrivere per danaro e non si vergogna di ammetterlo. Di conseguenza deve scrivere per intrattenere (se vi riesce) una società che per molti segni mostra di compiacersi di questa maniera di scrivere. Una maniera troppo volgare agli occhi degli uomini colti che scrivono per la gloria, una maniera che anch’io disprezzo, al di sotto di me”.
“Non mi basta scrivere per la cassetta. Alla fama attribuisco gran valore, come fossi nata per essere un eroe”.

Mary Beale, Self-portrait, 1675-80 circa

Dopotutto io trovai il suo The Rover (1677) – la commedia Il giramondocurata da Viola Papetti - in un fondo di magazzino, sepolto da una marea di Shakespeare (ma anche Stratford-upon- Avon era in provincia). Ecco, appunto, The Rover: una trama ritessuta ad arte da un’altra opera (il Thomaso, uno dei peggiori testi del pur interessante Thomas Killigrew) e un drappello di protagoniste pronte a tutto per amore in una Napoli inverosimile, che strizzava l’occhio al teatro spagnolo contemporaneo e a Boccaccio. Prostitute comprese, com’erano considerate allora attrici e scrittrici.
Alle donne era stato permesso di calcare le scene per la prima volta solo nel 1660, grazie all’ordinanza di Carlo II che aveva riaperto i teatri dopo la chiusura imposta dai puritani diciotto anni prima, ma  occhio a scrivere “Miss” invece che “Mrs” prima del proprio nome!

La prima edizione (1686) delle Poesie di Anne Killigrew con un'incisione tratta da un suo autoritratto

Aphra, ritratta da un’altra donna, Mary Beale (ma dipingere non era così peccaminoso). La sua voce accorata raccolta nello splendido libro di Antonia Fraser L'ombra di Eva insieme a quella di Anne Killigrew, morta a soli 25 anni nel 1685 (“For there’s no Light/ But all is Night,/ And Darkness that you meet”, “Giacché non vi è luce/ Ma solo notte/ E buio incontri”,  Cloris Charmstrad. Anna Silva) e di Anne Finch (“Alas! A woman that attempts the pen/ Such an intruder on the rights of men/ Such a presumptuous Creature, is esteem’d/ The fault, can by no virtue be redeem’d”, “Ahimé! Una donna che si cimenta con la penna/ Come intrusa dei diritti maschili/ Come creatura presuntuosa è vista./ La sua colpa non può essere redenta da alcuna virtù”, The Introductiontrad. Anna Silva).


Anonimo, Ritratto di Anne Finch, senza data

Con la differenza che lei non era nobile sulla carta come loro, apparteneva al drappello d'acciaio di donne fuori dai ranghi che aveva visto fra le sue fila protagoniste dell'emancipazione culturale come Basua Makin e Mary Ward.
C'è da dire inoltre che gli anni della Restaurazione Stuart furono un’epoca strana, in cui una borghese dalla vita difficile (origine discutibile, probabile giovinezza in Suriname, forse un matrimonio con un olandese, probabilmente spia della Corona in Belgio, certo una vedovanza e un periodo in prigione per debiti, sicuramente buoni guadagni grazie a un profondo connubio col pubblico sulla scena) poteva aver successo.Prima che la pur Gloriosa Rivoluzione buttasse via l’acqua sporca col bambino, stigmatizzando la complessità di un’intera epoca con condanne superficiali anche da parte di critici del calibro di Richard Steele su pagine di classe come lo Spectator di Addison. E nella trama delle banalità sarebbe caduto anche il Leopardi felice dell’epoca, Alexander Pope.
Ma, come scriveva l’Anonimo del Sublime, i grandi hanno grandi cadute e la nostra grande Aphra Behn, incurante di ogni critica, avrebbe portato a compimento uno dei primi veri e propri romanzi dell’epoca moderna: Oroonoko or The Royal Slave. Un’opera antischiavista che avrebbe ispirato un altro genio, questa volta in campo musicale, Henry Purcell, con il suo Abdelazer or The Moor's Revenge.





Di Purcell conosciamo tutti il rifacimento al sintetizzatore della Musica per i funerali della regina Maria posto da Stanley Kubrick all’inizio di Arancia meccanica, ma voglio anche ricordare la ripresa struggente del Cold Song nel suo King Arthur ad opera di un formidabile Pierrot elettrico della mia giovinezza, Klaus Nomi, che, come Purcell, ci lasciò troppo presto.



Neppure Aphra raggiunse i 50 anni ma, cosa incredibile per i tempi, fu sepolta nell’Abbazia di Westminster, dove possiamo ancora vedere la sua lapide.
C’è scritto “Here lies a Proof that Wit can never be/ Defence enough against Mortality”, eppure l’ironia dovrebbe vincere sul tempo.
E quindi è giusto ricordarla con la scena di The Libertine in cui Depp/Rochester aiuta la sua migliore attrice, Elizabeth Barry, a diventare il simbolo di una stagione irripetibile di quel teatro che chiamiamo”umanità”.





"Yet, after all, could build my nest with thee,/ Thither repairing when I'd loved my round,/ And still reserve a tributary flame./ To gain your credit, I'll pay you back your charity,/ And be obliged for nothing but for love" ("Ma, dopo tutto, potrei costruire con te il mio nido, ove tornare quando avessi concluso il mio vagabondaggio sempre recando un'amorosa offerta. Per guadagnare la tua fiducia ricambierò la tua carità e ti sarò debitore solo d'amore").

The Rover.





UN LIBRO RUBATO: 22 ANNI DI CARCERE CON LA FIGLIA DEL RE

Commento musicale  Mogens PedersønMorirò, cor mio

Leonora Christina Ulfeldt, “Memorie dalla Torre Blu”, da me rubato a 17 anni, insieme al “Rapimento di Proserpina” di Claudiano (colpa del titolo) e a “Hölderlin” di Peter Weiss (altra torre, altra reclusione): tutti libri di cui negli anni ’80 non importava niente a nessuno. Scaffali classici e seconde scelte: i meno sorvegliati. I tre libri sistemati come una cintura Gibaud sotto il maglione e via, ostentando massima tranquillità, verso il reparto sportivi (massima vigilanza) e poi la cassa, questa volta per pagare un altro mio livre de chevet: Gian Paolo Ormezzano, Enzo Bearzot, “Storia del calcio”. Era geologica priva di antifurto, uscita: poker.
A 18 anni vado a lavorare d’estate in fabbrica, la pianto col furto dei libri (mai rubato altro) e cerco  inutilmente col mastice di riattaccare le mie “Memorie dalla Torre Blu” della Bompiani, che già vanno in pezzi, come buona parte dei tascabili di una volta. Una lettura drammatica, quindi, in tutti i sensi (oggi c’è l’elegante - e resistente – libro ripubblicato da Adelphi, ma se volete riprovare certe forti  emozioni potete trovare la mia edizione anche su eBay).
Io e la figliastra del re Cristiano IV di Danimarca (che aveva ripudiato sua madre, moglie morganatica), ognuno con la sua prigione. M’innamorai subito, ma lei era tutta presa da quel personaggio inquietante di suo marito (“inquietante” per i nostri anni ’80, per oggi, non certo per l’epoca barocca), il diplomatico Corfitz Ulfeldt, e per amor suo – pensare che era stato un matrimonio combinato quando aveva solo la metà dei miei anni, 9 – congiura contro il re, il fratellastro Federico III, partorisce ben 15 figli e, quando lui riesce a scappare, si fa 22 anni di carcere senza l’ombra di un rimprovero: “Dio ha operato cose meravigliose nei miei riguardi, perché è del tutto incomprensibile che io sia potuta sopravvivere alle sventure che mi sono capitate, mantenendo intatta la mia ragione, la mia mente, i miei sensi”.

Leonora Christina col marito in un'incisione di Jacob Folkema, 1746 _  Il Castello di Copenaghen in un'incisione del XVII sec.

Nella Torre Blu del Castello di Copenaghen (non cercateli: sono stati demoliti nel 1732), un nome che tanto mi affascinava da ragazzo, quanto, ad  ogni rilettura di “Jammers Minde” (“Ricordo del dolore” questo il titolo originale), si riscattava invece per il suo quotidiano squallore solo grazie alla penna delicata e spietata di questa grande donna: “Sono stata molto combattuta in merito a queste Memorie, non sapendo decidere se fosse meglio fare lo sforzo di dimenticare o quello di ricordare. Ma alcune ragioni che urgevano mi hanno finalmente convinto non solo a rievocare le mie sofferenze, ma ad affidare alla penna questi ricordi e indirizzarli a voi, miei cari figli, ora che posso sperare che i miei scritti giungano nelle vostre mani, essendosi di molto mitigata negli ultimi tre anni la durezza della mia prigionia”.

Il manoscritto originale
Commento musicale Johan Peter Emilius HartmannSonata for piano in F major


E anch’io, anni dopo, ormai insegnante, per quanto non in programma, facevo leggere ai miei alunni queste pagine collegandole a un libro delizioso nel frattempo uscito per i tipi della Salerno Editrice: “Antiche ballate danesi”. In particolare quella intitolata “La fanciulla dalle piume d’uccello” e i versi:

“Ti chiedo, mia diletta,
chi ti ha condannato a questa pena?”
“Sedevo alla tavola di mio padre,
e giocavo con rose e con gigli;
venne avanti la  mia matrigna,
nulla di buono aveva in pensiero.
Di me fece un piccolo usignolo,
e m’ordinò di volare nel bosco;
cambiò in lupi le mie sette ancelle,
l’usignolo dovevano sbranare”.

Ma l’usignolo riuscì a cantare e finalmente uscì da quella torre, nel 1685, grazie a un nuovo re, Cristiano V (quando si dice il nome), per finire i suoi giorni in monastero (il marito era morto ventuno anni prima), forse rileggendo Giobbe – “Cari figli, posso davvero esclamare con Giobbe: se si potessero mettere sulla bilancia tutte le mie sofferenze e tutti i miei patimenti, risulterebbero più pesanti della sabbia del mare. Tante e così grandi sono le mie sofferenze, pesanti e innumerevoli” – ma questa volta il lieto fine. E lasciando il manoscritto ai pochi figli sopravvissuti, che preferirono celarlo finché un altro Christian, Andersen, e i romantici non lo riportarono alla luce in pieno Ottocento, facendo conoscere al mondo una Danimarca che non è solo Amleto o la Sirenetta, ma la patria di una delle più grandi scrittrici di sempre.




LUCREZIA BORGIA, PIETRO BEMBO: “LA GRANDE FIAMMA”

Bartolomeo Veneziano, Lucrezia Borgia - Tiziano, Pietro Bembo
Commento musicale Josquin Desprez, Mille Regretz

Per sfatare certi giudizi nefasti su Lucrezia Borgia, anche se portano la firma di Victor HugoGaetano Donizetti, non c’è niente di meglio che la lettura de La grande fiamma - Lettere fra Pietro Bembo e Lucrezia Borgia (1503-1517), edito da Archinto.
Sì, perché fra lo scrittore veneziano poi cardinale e la figlia di papa Alessandro VI, allora moglie di Alfonso I d’Este  e duchessa di Ferrara, fu vero amore (e, a quanto pare - e  nonostante i gusti petrarchisti di entrambi - non solo platonico).
In meno di cento pagine, nelle poche lettere rimaste (lui quaranta, lei appena nove),  il dialogo a distanza tra il futuro  architetto della lingua italiana e la raffinata mecenate di poeti (su tutti l’Ariosto) rispecchia in modo cristallino, tormentato e sognante tutti i chiaroscuri della vita di corte rinascimentale. Perché proprio il cuore, nel linguaggio cifrato dei due amanti, è chiamato “cristallo” (seconda lettera di lei “lo incontro del vostro o nostro cristallo”, terza lettera di Pietro, in endecasillabi: “Avess’io almen d’un bel cristallo il core” e quarta, in prosa, “Ora m’è il mio cristallo più caro che tutte le perle de gl’indiani mari”). Perché particolarmente preziosi erano stati cinque esametri latini del Bembo, il cui incipit era inciso in un braccialetto d’oro a forma di serpente di proprietà della duchessa e dove il gioiello in prima persona cantava l’unione tra i fiumi Tago e Po.
E la donna – già, la donna, perché dell’avvelenatrice non c’è traccia in questa storia d’amore che è storia, non leggenda – la dama, in perfetta sintonia con il suo tempo, inviava brani di canzoni spagnole (“Yo pienso si me muriesse”, quinta cobla da “Si mis tristes pensamientos” di Lope de Stúñiga) al suo amato, che rispose con tre sonetti fra quelli di miglior cesello della sua raccolta di Rime (esattamente i numeri 88 89 90 dell’edizione curata da Carlo Dionisotti).
In particolare quattro versi dell’89:

“Madonna più che mai tranquilla, umile,
con tai parole e ‘n sì cortese affetto
mi si mostrava, e tanto altro diletto
ch’asseguir no ‘l poria lingua né stile”.

Raffaello, Ritratto di giovane (Pietro Bembo?) - Bartolomeo Veneziano, Ritratto di giovane (Lucrezia Borgia?)
Commento Musicale Tielman Susato, Danze rinascimentali

Un rapporto nato ai primi di giugno del 1503, con l’arrivo del poeta a Ferrara e l’invio alla duchessa dei suoi dialoghi sull’amore, gli Asolani.
Un gioco amoroso che ha avuto il suo culmine nei due anni successivi.
Pietro: “A voi bascio ora quella mano col cuore, che fra poco verrò a basciare con quella bocca che ha in sé il vostro bel nome sempre”.
Lucrezia: “Misser Pietro mio, cum singolare piacere e consolatione ho receputa e lecta una vostra lettera, per la quale inteso lo che mi scrivete”.
Una fitta corrispondenza che testimonia insieme alla condivisione tutte le difficoltà che possiamo immaginare (“mille lontananze, mille guardie, mille steccati, mille muri”, Bembo, Lettera 27), poi sempre più rarefatta con la dipartita dell’uomo dalla città (1505).
Una passione via via negli anni sempre più idealizzata dal poeta, fino all’ultima corrispondenza che data 13 ottobre 1517: “Né lunghezza di tempo né mutamenti di fortuna mi torranno giammai che io non sia, e che io non isperi a qualche tempo più ozioso poterla e visitare e servire”.

Resta - oltre le lettere, le canzoni, i versi – la ciocca di capelli (“Più simili ad oro che altro”, Bembo -  «Sono i capelli più biondi che si possano immaginare», Lord Byron)  che Lucrezia donò al suo Pietro (come non cambiano i gesti di chi ama), custodita dal 1685 alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano, nella teca realizzata da un grande gioielliere del ‘900, Alfredo Ravasco.


“Con promessa de ferma perseveranza. La vostra Duchessa de Ferrara” (Lettera 6).


Luca Traini





MARIA SIBYLLA MERIAN: LA SIGNORA DELLE METAMORFOSI




Per la Giornata Internazionale della Donna e come antidoto a questi tempi grigi, i colori vivi e pulsanti di una formidabile Sibylla.
Nata in Germania , famiglia di artisti, sposata a un pittore, madre di due figlie che porto con sé in una comune religiosa in Olanda separandosi dal marito – nel 1685! – per intraprendere, nel 1699, con la secondogenita Dorothea, un viaggio di studio in… Suriname.
Devo ringraziare il Ruud Gullit del 1987 per aver approfondito la storia del suo Paese, imbattendomi nelle “audaci imprese” (pacifiche) della Merian col commento musicale del Magnificat di Isabella Leonarda, quasi coetanea di Maria e fra le prime donne a diventare maestra di cappella.
Ecco allora spiccare il volo un genio capace di unire arte e scienza in simbiosi di rara bellezza , anticipando, con viaggi in loco e disegni dal vero, tanti scienziati maschi (pensiamo solo a Darwin). Ecologista ante litteram e, grazie al suo imponente lavoro sulle metamorfosi degli insetti, antesignana dei critici della famigerata “generazione spontanea” come il nostro Spallanzani.
Un grande coraggio - suo, della figlia e, non dimentichiamolo, delle donne indie e africane in schiavitù che le aiutarono - che solo la febbre gialla riuscì a fermare.
Tornata tuttavia ad Amsterdam ,la pubblicazione dei risultati fu un successo.
C’è una farfalla in quasi ogni sua opera d’arte: è lei, pronta sempre a volare libera da qualsiasi bozzolo.





UN POEMA ELETTRICO DEL SETTECENTO

Commento musicale Benjamin Franklin(1706-1790)  Quartet for strings with continuo (glass harmonica)

Donato Creti (1671-1749), Donna e cometa

Devo essere ancora nel teatro degli automi di Jaquet-Droz al Musée d’Art et d’Histoire o al Fantastic Film Festival di Neuchâtel quando passo da un lago all’altro e attracco ad Arona per trovare su una bancarella Il globo di Venere  di Antonio Conti (1677-1749).
Un poema. Un segno, perché no? Fantascienza DOC: il viaggio astrale di un abate cosmopolita, dalla natia Padova a Parigi, da Londra ad Hannover passando per l’Olanda, fino al pianeta Venere, oggetto dei suoi versi. Impresa agevolata dal fatto che il poeta era anche filosofo (traduttore di Voltaire) e scienziato di prestigio tale da diventare una specie di arbitro nella disputa sul calcolo infinitesimale fra Newton e Leibniz, suoi corrispondenti.
Precursore del Neoclassicismo - quindi più caro a Foscolo che alla contemporanea Arcadia - nei suoi limpidi endecasillabi sciolti figli degli esperimenti del Trissino e di Torquato Tasso, si avventura nel “cielo profondo” virgiliano in compagnia della Storia vera di Luciano, de L’altro mondo di Cyrano de Bergerac (quello vero non la maschera di Rostand) e della cortese sollecitazione dell’amica Madame de Caylus.
Forse è proprio quest’ultima a vestire i panni di Eubulìa, donna guida nell’opera a metà strada fra la Beatrice di Dante e un concetto greco preso pari pari dall’Etica Nicomachea di Aristotele  (traduzione letterale: “buon consiglio”). E’ grazie a lei che approdiamo in un pianeta che è tutt’altro che la sorella infernale della Terra dove la sonda Venera 13 riuscì a resistere solo 127 minuti, ma una sfera  luminosa e calda ricca di palazzi, statue e templi: su tutti quello dedicato alla nobile Antonietta Anguissola, moglie appena scomparsa del dedicatario Paolo Carrara.
In realtà, il fisico preilluminista ci ha tratto in un luogo dell’anima, la Venere Celeste cara a Platone e Petrarca dove Bellezza e Armonia (“ed amar la virtude, amar il bello/ natura è in noi”) scaturiscono dalla simbiosi fra Ragione e Immaginazione (“le parole alate/ del dolce mele che non sazia il senso”) e si materializzano in un défilé internazionale di bellezze femminili guidate da Laura e Beatrice: “Agili ninfe in breve gonna e cinte/ di corone di rose i biondi crini/ le seguiano tessendo allegri balli;/ indi sacerdotesse in bianca veste/ con incensieri, con vessilli e faci;/ultimamente due reine o dive,/ che dive mi sembraro agli atti, al volto,/ al serto d’oro, allo stellato manto,/ da’ due fanciulli che le stanno a lato/ sfavillanti di luci, e con occhiute/ piume sul dorso e colorite ad Iri”.
Il fatto che questa fantasmagoria presenti all’orizzonte montagne la cui cima è “ingombra/ di metalliche piante” per qualche istante mi fa tornare alla mente il paesaggio da incubo descritto da Stanislav Lem ne L'Invincible, dove microautomi dominano il pianeta Regis III. Tuttavia il cristallino corpo celeste cartesiano del poeta, che pure presenta un intero regno animale costituito da automi, è decisamente più pacifico, stile lupo e agnello biblici.  Dal motore niente affatto aristotelico, l’elettricità: “Veniano a volo aquile e colombe,/ e sui fiori scherzavano e su l’erbe/ cervi, leoni ed agnelletti e tigri./ Tali appariano a la sembianza esterna,/ ma pe’ nervi metallici vagava/ elettrico vapor, elastic’aura/ che trasfondea quasi energia di vita”. Sembra il destino dell’Occidente, già intravisto dal Lokapannatti, trattato cosmologico birmano di origine indiana in cui l’eco remota della razionalizzazione agricola dell’impero romano faceva immaginare un’economia gestita da “macchine veicoli di spiriti”.
Già, l’elettricità, la stessa che oggi mi permette di scrivere comodamente su questo computer. E il destino della rivoluzione scientifica e industriale aveva già condotto a una gita di piacere sul Verbano proprio l’inventore della pila, Alessandro Volta. Faccio ritorno dall’Anno Domini 2013 al 1776. Vacanza presto risolta nella minuziosa perlustrazione dei canneti delle sponde e dell’Isolino Partegora di fronte al municipio di Angera, rimuovendo una bella quantità di fanghiglia, provocando tutta una serie di bollicine, facendo scaturire a colpi di acciarino tante piccole lingue di fuoco sulle rive. Scoprendo insomma la natura organica del metano, definito dal grande scienziato "aria infiammabile nativa delle paludi".
Proprio così, il metano, le stesse lingue blu che uscendo dai fornelli della cucina permettono a noi scrittori di avere qualche ora in più da dedicare all’arte. Ma quanto deve l'arte alla tecnologia (quando insegnavo mettevo sempre le Lettere di Volta nel programma di Italiano)! E magari aveva portato in barca proprio il libro del Conti. Dopotutto il collegamento che fa tra caduta delle comete e “diluvi” (e qui rimando alla lettura del capolavoro di Paolo Rossi, I segni del tempo) si è ormai dimostrato scientificamente valido: l’acqua dei nostri oceani (e quindi anche il mio lago) sembra proprio avere origine da .

“Le immagini riflesse/ incontrano le dense e terse nubi”. E Angera.

“Il sogno mi disparve: io mi destai”. Approdo e ultimo verso del poema.


Luca Traini




VIAGGIO INTORNO ALLA MIA CAMERA: UNA LETTURA DA ZONA ROSSA




#Iorestoacasa con Xavier de Maistre, confinato per 42 giorni a Torino nel 1790 a causa di un duello vietato (ma vinto). Questo giovane soldato irrequieto ha già fatto il giro delle guarnigioni del Ducato di Savoia (compreso il forte di Exilles, enorme avamposto lunare in terra piemontese), compiuto un volo in mongolfiera a vent’anni, nel 1784, e si diletta di chimica, pittura e scrittura.
Scrittore italiano in lingua francese o scrittore francese in uno stato della penisola italica che nel nome aveva una regione oggi francese, la sua, la Savoia? In realtà un cosmopolita come lo erano gli intellettuali – e i soldati – dell’epoca, quando la lingua franca era quella forgiata dal Re Sole. Lato luminoso di una famiglia dal fresco titolo nobiliare di conte il cui dark side era il fratello maggiore di Xavier, il filosofo oscurantista Joseph, capace di criticare il Congresso di Vienna come troppo moderato ma che almeno ha contribuito a diffondere l’opera del Nostro, purificandola – c'è da stupirsi? – dai troppi italianismi del suo francese di frontiera. Tuttavia il poeta Alphonse de Lamartine, imparentato tramite la sorella coi de Maistre, elogiando lo scrittore, da bravo romantico sottolineava ancora nel 1826 “cet accent naïf, tendre, mélancolique”.
Viaggiatore incallito anche se ai domiciliari, unendo la dimensione scientifica dei viaggi di Cook  a quella sentimentale di Sterne, Xavier effettua una minuziosa esplorazione della camera in cui è rinchiuso col prezioso servitore Joannetti e la cagnolina Rosine, trasformandola in un macrocosmo sinestetico ancora oggi esemplare, fonte di ispirazione anche per Marcel Proust: “Chi potrà contare le innumerevoli sfumature nei diversi individui e nelle diverse età della vita? Il ricordo confuso di quelli della mia infanzia mi fa ancora trasalire”. Dal cielo stellato agli arredi, dai libri a quadri e stampe. Per concludere allo specchio, nello specchio: “Mai mi sono accorto più chiaramente ch'io sono doppio. Mentre ripiango le mie gioie immaginarie, mi sento consolato a forza: una potenza segreta mi trascina”.
La stessa che, una volta uscito, gli permetterà di reggere alle sconfitte delle truppe del duca a opera dei rivoluzionari francesi e, rifugiatosi ad Aosta coi fratelli (uno dei quali, André, diventerà durante la Restaurazione vescovo della città per un breve periodo), di intraprendere un dialogo singolare con un lebbroso rinchiuso in una torre. Questo monumento, la Torre del Lebbroso, è oggi perfettamente conservato, come tutti gli altri del capoluogo della Valle, che ha dedicato anche una via allo scrittore, dove c’è l’Istituto Storico della Resistenza e si passa per andare in Piazza Émile Chanoux o al Teatro Romano. L’incontro fra l’acuta sensibilità dello scrittore-soldato e la solitudine forzata ma ricca di luce di Pietro Bernardo Guasco da Oneglia è del 1797. La pubblicazione del racconto, delicato e struggente, del 1811 (la prima traduzione in italiano, poi, è nientemeno che opera della sorella di Giacomo Leopardi, Paolina).
De Maistre all’epoca è ormai in Russia da molti anni e nel 1813 sposa Sofia Zagrjazskaja, damigella d'onore dell'imperatrice e zia della moglie di Aleksandr Puškin, il padre della grande letteratura russa, che proprio Xavier aveva ritratto in un piccolo ovale da bambino. Conclusa l’epopea napoleonica, conquista i salotti letterari di San Pietroburgo con La giovane siberiana e I prigionieri del Caucaso senza dimenticare né l’Italia né i suoi interessi scientifici, inviando e facendo discutere all’Accademia delle Scienze di Torino alcuni suoi scritti sulla chimica dei colori.
Quando, nel 1832, uno dei suoi corrispondenti più prestigiosi, Alessandro Manzoni, gli scrive: "Signore, viaggiate ancora nella vostra camera?", De Maistre è già tornato nella nostra penisola da sei anni con la moglie, alla ricerca di un clima migliore per gli ultimi due dei quattro figli (invano purtroppo: l’ultimo morirà a Napoli nel 1837). A poco era servita la gran croce dell’Ordine Mauriziano conferita dal triste Carlo Felice. Qualche soddisfazione in più (ma non troppo), a Parigi nel 1839: l’omaggio di un “portrait” da parte del critico letterario per eccellenza dell’epoca: Sainte-Beuve.
Il ritorno in Russia, in un Paese in profondo cambiamento dopo la rivolta decabrista, lo portò a chiudersi sempre di più e a dedicarsi alla letteratura religiosa (mai comunque ultramontana come quella del fratello Joseph, scomparso nell’anno delle prime crepe della controrivoluzione, il 1821). La morte arriva nel 1852, l’anno successivo a quella della moglie. Viene sepolto nel cimitero di Smolensk, a San Pietroburgo.
Il viaggio iniziato in una camera ha termine in un altro spazio sconfinato: “Chi inonda così l'oriente di luce, non la fa brillare al mio sguardo per inabissarmi nelle tenebre del nulla. Lui che stende questo orizzonte incommensurabile, Lui che elevò queste masse enormi, le cui cime ghiacciate ora tutte sfolgorano dei primi raggi del sole, è quello che ordinò al mio cuore di battere e al mio spirito di pensare”.




BISANZIO A COLAZIONE (2): in Biblioteca con Fozio, in Etiopia con Nonnoso





#IoRestoaCasa e questa volta metto le ali al patriarca di Costantinopoli Fozio che, al contrario di Procopio, amava i Paesi caldi. Il suo capolavoro, la Biblioteca, risale all’855, quando, ancora allo stato laico e in procinto di partire per un’ambasciata (forse mai avvenuta) presso il califfo abbasside al-Mutawakkil, riceve dal fratello Tarasio la richiesta di “un resoconto scritto delle opere che ho letto”. Tarasio viene allora sommerso da 279 schede monografiche con citazioni per un totale di più di mille pagine, dalla teologia alla fantascienza, dalla Grecia antica al primo impero bizantino (escludendo per di più quei classici, specialmente poesia, letti nelle scuole dell’epoca, e i testi “il cui uso e la pratica consentono di esercitare le varie arti e scienze”). Un’eredità formidabile per noi, perché più della metà delle opere che tratta non ci sono pervenute.
Fra queste le “Storie” di Nonnoso, scritte tre secoli prima da questo esponente di una dynasty di ambasciatori nei paesi arabi che si era spinto fino in Etiopia, alla corte del re cristiano di Axum Kaleb. Una missione guidata dal legato Giuliano - di cui parla anche Procopio, che chiama il re etiope Ellesteeo (La guerra persiana I, XIX-XX) - voluta da Giustiniano per chiedere alleanza contro la Persia.
“La città di Axum è grandissima ed è la capitale di tutta l’Etiopia. […] Il porto di Adulis dista da Axum quindici giorni di cammino e, mentre erano nei dintorni di Aue, a metà strada, apparve uno spettacolo straordinario: un enorme branco di circa cinquemila elefanti che pascolavano in un’immensa pianura”.
E non è tutto.
Arriano (II sec. d.C.), al termine della sua Anabasi di Alessandro Magno, citava la navigazione della costa occidentale dell’Africa da parte del cartaginese Annone (VII-VI sec. a.C.) e la sua scoperta dei “gorilla” (termine probabilmente locale e comunque traslitterato in greco dal punico): forse primati, forse esseri umani rivestiti di pelli.
Nonnoso, più di mille anni dopo, sulla costa orientale intravvede qualcosa di simile: “Esseri che avevano figura e sembianze umane, ma molto piccoli di statura, di carnagione scura e con il corpo interamente coperto da una folta peluria. […] Nel loro aspetto non vi era nulla di feroce né di selvaggio: essi avevano, anzi, una loro lingua come gli altri uomini, ma tale idioma era assolutamente incomprensibile a tutti i loro vicini. […] Vivevano delle ostriche e dei pesci che le onde del mare gettavano. […] Alla sola vista dei nostri uomini correvano a nascondersi, come facciamo noi di fronte alle più grosse fiere” (tutte le traduzioni sono di Claudio Bevegni in Fozio, Biblioteca, Adelphi, 1992). In questo caso sembrerebbe di avere a che fare con una tribù di Pigmei, popolazione che all’epoca aveva una diffusione maggiore nel continente africano. E facevano bene a evitare contatti con sconosciuti, specie se ben armati, visto che ancora oggi la loro cultura è vittima di pregiudizi e persecuzioni.
Così come lo sarebbe stata la ben più potente civiltà etiope nel secolo scorso, purtroppo ad opera nostra, di quegli invasori italiani che era riuscita a sconfiggere ad Adua nel 1896 e che si sarebbero vendicati a colpi di gas venefici e massacri nella guerra di occupazione fascista del 1935-36.
E pensare che la ricerca di alleanze fra Etiopia e potenze cristiane europee era stata reciproca al tempo delle Crociate come nel Rinascimento!
Se non altro almeno abbiamo restituito a chi di dovere la Stele di Axum, trafugata e piazzata da Mussolini a Roma nel 1937 per il quindicesimo della sua marcia. Il capolavoro,  alto 23,40 metri e dal peso di circa 150 tonnellate, scolpito e innalzato qualche secolo prima del viaggio di Nonnoso, è stato ricollocato accanto alla stele gemella nella valle del Tigrè nel 2008.




CONSIGLI DI LETTURA PER Assassin's Creed Valhalla


Per assaporare un videogame colto cosa c’è di meglio di un po’ di letture come si deve per aumentare il feedback col gameplay?
È vero che dopo le ultime puntate più contemplative e raffinate nell’Egitto tolemaico e nella Grecia classica qui si torna a prediligere l’aspetto bellico, ma sono certo che il mio amico Maxime Durand, a capo dello staff di storici Ubisoft, avrà perfettamente curato la ricostruzione dell’epoca in cui è ambientato il gioco.
IX secolo: Vichinghi ancora “pagani” contro Anglosassoni cristianizzati da appena due secoli e con le regole della Chiesa di Roma che avevano avuto la meglio su quelle di ascendenza irlandese. Due termini che riassumono due diversi insiemi di popolazioni germaniche che si erano mosse via mare in tempi diversi quando ormai, dopo il V secolo, era impossibile farlo via terra a causa dei regni romano-barbarici consolidati sul continente. Con l’avvertenza che diverse circostanze storiche avevano trasformato culture agricole sostanzialmente pacifiche in genti bellicose all’avanguardia nel campo della navigazione e che, nel caso dei “Vichinghi”, parliamo di una minoranza guerriera in ambito scandinavo, spesso di carattere multietnico (è attestata la presenza, quasi sempre in funzione di subordine, di numerosi elementi celti, slavi e di altri ceppi germanici nelle flotte piratesche impegnate nelle varie scorrerie).
Amando poco fantasy e storie romanzate ho incontrato solo all’università l’epopea norrena, nei suoi aspetti meno attraenti: contese e cavilli sul diritto agrario che appassionavano tanto questi popoli quanto le razzie estive. Poi la poesia, così artificiosa quanto affascinante, con quelle “kenningar”, perifrasi e metafore che, unite a colossali bevute di birra, davano un gusto superiore a una vita ossessionata dai rigori del clima e dalla perdita di status (l’esatto opposto delle odierne democrazie scandinave e della politica del mio amato Olof Palme).



Le saghe che ho più apprezzato, sempre con un misto di attrazione/repulsione, sono state La saga degli uomini delle Orcadi La saga di Egill, entrambe ottimamente curate da Marcello Meli. Guarda caso, entrambi i libri recano in copertina miniature medievali che rappresentano l’invasione dell’Inghilterra da parte del vichingo danese Ivar Senz’Ossa (865), fulcro delle avventure del videogioco.
Nel primo caso l’epica degli “jarlar”, dei capi dell’aristocrazia di quel capolavoro della natura che sono le Isole Orcadi, canta il loro inquieto vagare per l’oceano (“Arduo è distinguere quel che arriva prima, se l’inferno o la gloria duratura”) fra il nord della Scozia (di cui l’arcipelago verrà a far parte solo nel 1468), l’Irlanda e la Scandinavia in un periodo che va dal X agli inizi del XII secolo. Così come il difficile rapporto con il resto della rissosa nobiltà locale, tanto avvezza a un grande spirito di ospitalità fra pari quanto poco disponibile a farsi mettere i piedi sulla testa nel nome di un’antica “libertà” (ancora alla fine del X secolo, durante le razzie nell’impero carolingio in crisi questa gente era solita rispondere ai Franchi che chiedevano di dialogare con il loro capo: “ Nessuno è nostro capo: siamo tutti uguali!”).


Foto delle Isole Orcadi di John Ireland

Di particolare interesse, a mio avviso, il viaggio dello “jarl” Rögnvaldr in Terrasanta (1151-1153, capitoli LXXXVI-IX), con il suo innamoramento per Ermengarda di Narbona, i suoi combattimenti in Galizia e Sardegna, il servizio militare prestato a Manuele Comneno (già nella mia amata Cronografia di Michele Psello è descritta la guardia personale dell’imperatore composta da “Vareghi”, scandinavi), il suo sbarco a San Giovanni d’Acri con tanto di pestilenza e il sospirato arrivo a Gerusalemme con traversata finale a nuoto del Giordano.

"Paganusque ferus surgens aquilonis ab axe"
"E il feroce pagano che spunta dal polo nord"

Con Egill torniamo al X secolo e con un orizzonte ancora più allargato: dall’Islanda (terra di conquista) ai Paesi Baltici (luogo di razzia). Questa eccezionale figura di poeta guerriero (che oggi non esiteremo a definire psicopatico di una dinastia di psicopatici), tanto bravo nell’uso delle armi quanto nella poesia (“la pialla della lingua"), rappresenta il ribelle per eccellenza al consolidarsi della  monarchia norvegese da Aroldo Bellachioma in poi. Nella saga il protagonista arriva solo a pagina 73 ma a 3 anni è già quel fenomeno tutto chiaroscuri che occupa le successive 200 pagine, fino alla morte e alla conversione del figlio Þorsteinn al cristianesimo: “Crescendo si vide subito che sarebbe diventato piuttosto ombroso e, come era stato il padre, nero di capelli. Già a tre anni era alto e forte, come lo sono gli altri ragazzi, ma a sei o a sette anni. Precocemente dimostrò facondia e inclinazione a usare le parole, ma era difficile trattare con lui quando giocava con gli altri giovani”. E’ il preludio alla carriera di un grande “berserkr”, quel tipo di guerriero invasato capace di fare stragi senza nemmeno accorgersene e cadere da uno stato di forsennata euforia a un altro di prostrazione profonda. Perfettamente a proprio agio nella guerra, perennemente a disagio in una situazione di stasi. Pronto a combattere sotto qualsiasi stendardo che non sia quello del proprio re e dei suoi successori, che vede come tiranni. Infatti il suo datore di lavoro ideale – e amico - sarà il re Atelstano I d’Inghilterra, nipote di quell’Alfredo il Grande presente come antagonista nel videogioco.


Egill finirà, vecchissimo, i suoi giorni in Islanda, zona franca di rifugio di tutti i ribelli, preso in giro dalle donne toste della sua gente per aver voluto avvicinare in giorni particolarmente freddi i  piedi al focolare, proprio lui! “Brancolo cieco verso il focolare,/ – e tregua chiedo alla ‘Syn della lancia’ (Valchiria)/ per questa infermità che opprime le ‘ossa/ alle palpebre intorno’”. Era diventato cieco. Morì e non vide il suo cranio “straordinariamente massiccio” esposto nel recinto della chiesa di Mosfell, quando per decisione della libera assemblea degli Islandesi il cristianesimo divenne religione dell’isola. Si tentò di spaccarlo con un’ascia col risultato che divenne ancora più bianco. Forse un simbolo di quel tentativo di fare chiarezza sul passato che avrebbe animato più di un secolo dopo il vate dell’Islanda, Snorri Sturluson, l’autore dell’Edda in prosa, forse discendente per parte di madre da Egill (e c’è chi dice autore della stessa saga).


Ma in Assassin’s Creed non poteva mancare l’eroe colto in senso classico (ricordate Ezio Auditore?) e, in questo caso, anche se in funzione di antagonista, troviamo Alfredo il Grande, re del Wessex dall’871 al 901. Imbevuto di cultura latina, riuscì a sconfiggere definitivamente gli invasori danesi nell’896 grazie al riutilizzo di alcune tecniche belliche dell’esercito romano, ordinò l’apparato amministrativo e giudiziario seguendo l’esempio di Giustiniano e riorganizzò il sistema scolastico fondando una scuola palatina sul modello di quella di Carlo Magno. Contribuì alla stesura della Cronaca anglosassone, prima opera di storia scritta in inglese antico, e fece tradurre dal latino in volgare tanto la Storia contro i pagani di Orosio (che vedete sul mio tavolo qualche anno fa mentrescrivevo Il Dittico di Aosta) quanto la Storia ecclesiastica degli Angli di Beda il Venerabile (solo per fare qualche titolo).
In questa valorizzazione della letteratura anglosassone, per una maggiore comprensione della cultura di questo popolo, non possiamo non far rientrare due capolavori di due diverse epopee, scritti fra VIII e IX secolo.
Quella pagana, più nota, rappresentata dal poema anonimo Beowulf, a cui si sono già ispirati diversi film e videogame. Beowulf è un eroe che presenta molte analogie con l’Egill di cui sopra, anche perché si muove fra Germania del Nord e Scandinavia meridionale, luoghi d’origine degli Angli e dei Sassoni.

“Un uomo carico
di frasi superbe   di canzoni a memoria,
che rievocava a stormi    lontane leggende
di ogni tipo possibile,    inventava parole
nuove, legate a norma.    Poi l’uomo prese a dire
dell’avventura di Beowulf    con perizia e a comporre
rapidamente un racconto    sapiente, a variare le frasi.”
Beowulf, 868-874

Quella cristiana, decisamente meno conosciuta, con il primo grande poeta di cui ci sia rimasta l’opera completa: Cynewulf. Certo, non siamo più nell’epoca marziale tutta Antico Testamento della prima poesia anglosassone di Caedmon, ma gli accenni drammatici ed eroici non mancano certo quando fa parlare l’Albero del Signore nel suo poema Il sogno della Croce (un albero che ricorda non poco – e non a caso: viene innestata una sostituzione del sacro – il frassino Yggdrasill di Odino).

“Fu lungo tempo fa – ancora lo ricordo –
Allorché io fui abbattuto sul margine del bosco
[…] Dei guerrieri mi portarono sulle spalle,
Finché non mi posero su un monte,
ove assai nemici mio fissarono. Io vidi il Re degli uomini
affrettarsi con grande coraggio, ché Egli voleva ascendermi.
[…] Tremai allorché l’Eroe mi abbracciò; ma non osai piegarmi a terra,
cadere al suolo, ma dovetti restar salda.
Quale Croce fui innalzata; sostenni il Re possente,
il Signore dei Cieli; non osai chinarmi."
Cynewulf, Il sogno della Croce28-45

E pensare che tutto era iniziato con la leggenda di papa Gregorio Magno che aveva incontrato degli Angli al mercato degli schiavi trovandoli così belli da fargli pensare a una radice etimologica che li collegasse ad “angeli”. Aveva così spedito in missione verso l’ex Britannia romana – e questo è un fatto storico – il monaco Agostino nel 596: il futuro – e santo – primo arcivescovo di Canterbury (601-604). Evangelizzazione tutt’altro che facile, ma che avrebbe avuto la sua consacrazione col primo pellegrinaggio a San Pietro di un sovrano anglosassone, Caedwalla, che aveva appena abdicato al trono del Wessex e morì proprio a Roma. Fu ricordato con un solenne epitaffio.

"Gloria, dovizie, prole, regno, potenza, trionfi,
nobili guardie, mura, città, famiglia, tutto
che la virtù degli avi e lui stesso aveva adunato,
Caedwalla potente in terra lascia per amore di Dio,
venendo, re pellegrino, a Pietro e alla sede di Pietro
[…] Convertito, depose lieto il furore barbarico,
indi il suo stesso nome: e Pietro volle chiamarlo
il papa Sergio."
(Mosaico romano del VII secolo, foto di Sailko)

E l’epilogo dell’epoca di “furore barbarico” dei Vichinghi, tutti ormai cristianizzati, giunge convenzionalmente nel 1066 con l’invasione normanna dell’Inghilterra. Ironia della storia: i Normanni, in buona parte danesi ormai francesizzati, sconfiggono il re anglosassone Aroldo, danese per parte di madre, e riescono a mantenere la loro conquista come invece non era riuscito ai discendenti del re di Danimarca Canuto il Grande, che aveva già fatto sua l’isola esattamente cinquant’anni prima.


Sembra un gioco. E nel caso di Assassin's Creed Valhalla lo è. Ma il teatro del gioco – e di questo in particolare - esorcizza la storia nei suoi aspetti più crudeli: il sangue virtuale come catarsi di quello vero.
E ora che le regole del game sono state arricchite il piacere del play sarà doppio.


Altre letture storiche di Assassin's Creed in



BISANZIO A COLAZIONE (1): PROCOPIO DI CESAREA E IL FASCINO DEL GRANDE NORD




#IoRestoaCasa e dedico il mio muesli allo storico che sognava un viaggio nel misterioso Nord Europa. Mediterraneo e Medio Oriente li conosceva bene: era al seguito del generale Belisario in Africa contro il regno tunisino dei Vandali; in Asia Minore nei consueti scontri con l’altro impero, quello persiano; in Italia nel corso della decennale – e devastante – guerra contro gli Ostrogoti. Ma non voglio parlare degli orrori di guerre e pestilenze descritti a dovere con una specie di triste rassegnazione da parte dell’autore: una corazza sempre più spessa di scetticismo di cui l’ex cantore di trionfi si spoglierà per sfogare la sua rabbia nelle Carte segrete, opera (postuma) sulle quinte oscure degli splendori del regno di Giustiniano. Voglio accennare all’uomo che fa capolino fa le pagine de La guerra gotica e chiede continuamente informazioni ai numerosi mercenari delle terre a settentrione presenti nell’esercito bizantino. Dov’è la mitica isola di Tule intravista da Pitea di Marsiglia, ossessione greco-romana già da otto secoli? E’ la Scandinavia (ritenuta un’isola)? E’ l’Islanda? O addirittura la Groenlandia (come recentemente sostenuto ne L’America dimenticata dal mio caro Lucio Russo)?
“Tule è grandissima, più del decuplo della Britannia, molto più lontana di questa, a Nord.” – e qui, aggiungo io, in fatto di misure con la Groenlandia ci siamo; meno, invece, con quanto segue, che poco ha a che fare con la cultura Dorset allora presente sull’isola – “La terra è in massima parte desertica; nel paese abitato ci sono però tredici genti assai popolose, ciascuna col suo re. Lì si verifica ogni anno un fatto prodigioso: il sole, attorno al solstizio d’estate, non tramonta mai per quaranta giorni, ma si vede alto sulla terra. E non meno di sei mesi dopo, circa il solstizio d’inverno, il sole non si vede mai sull’isola, ch’è avvolta da una notte illimitata. […] Personalmente ho sempre avuto un  gran desiderio d’andare in quell’isola, per essere testimone oculare, ma non m’è stato possibile. Tuttavia, da quelli che ne sono tornati mi sono informato di come riescano a tenere il computo dei giorni” (Procopio, La guerra gotica, II, 15, trad. F. M. Pontani, Fratelli Melita, 1981).
Nel racconto più affascinante - nel Libro IV dell’opera, dove lo storico sembra ormai stanco di tutta la macelleria bellica che volge al termine e apre più excursus verso miti e leggende del Grande Nord - c’è già l’Isola dei Morti di Böcklin: è l’isola Brittia, ancora oggi di difficile localizzazione (parrebbe tra la foce del Reno e la Britannia vera e propria, cioè l’Inghilterra).
“Giunto a questo punto della mia storia, sento il bisogno di raccontare un fatto che ha tutto l’aspetto di una favola. A me non pare affatto credibile, benché sia riferito da un numero sterminato di persone. […] Dicono dunque che le anime dei trapassati vengono trasportate via via in questo posto. In che modo lo dirò subito: ho udito più volte gli uomini della regione raccontare i fatti con molta serietà, anche se sono convinto che tutti quei racconti si debbano attribuire a una suggestione onirica. […] Sulla costa del continente abitano uomini che vanno a pesca, coltivano la terra e navigano per commercio; per tutto il resto sono soggetti ai Franchi, ma non pagano loro nessun tributo, dispensati come sono ab antiquo da quest’onere per un certo servizio (così si racconta), di cui adesso dirò. Il loro dovere è quello di scortare le anime traghettandole  a turno. Quelli a cui tocca l’incombenza la notte seguente vanno a dormire appena fa scuro. A notte fonda sentono bussare alla porta e odono una voce indistinta che li chiama all’opera. Si alzano subito e vanno alla spiaggia, senza capire quale necessità li costringa, ma sentendosi comunque costretti. Lì vedono delle navi vuote, non le loro ma alcune strane. Salgono a bordo e danno di piglio ai remi. Durante il viaggio le sentono appesantirsi di un gran numero di passeggeri, bagnate dai flutti fino all’estremo dei tavolati e degli scalmi, a meno di un dito dal pelo dell’acqua. In un'ora toccano terra, mentre di norma il viaggio con le loro navi (a remi perché non usano vele) dura un giorno e una notte. Approdati a Brittia, depongono il carico ed ecco che le barche diventano improvvisamente tanto leggere da bagnare solo la chiglia” (IV, 20).
Ora è vuota anche la mia la tazza di latte, di soia (originaria di quella Cina, di cui è proprio lo storico a raccontare la missione dei monaci che tornano a Costantinopoli con le uova dei bachi da seta).
Il caffè è pronto, come un’altra storia di un altro autore bizantino sulla patria di questa prodigiosa bevanda.




ZOSIMO, GLI ULTIMI ETRUSCHI E "NARNIA"




Il mio amore per le epoche di passaggio nasce a 16 anni col furto più acrobatico che abbia mai fatto in una libreria, quello de La storia nuova di Zosimo (in realtà vecchia di 1500 anni): libro e cofanetto dorato in un colpo solo, celati in una zona vitale e coperti da un osceno dolcevita acrilico vinaccia e da un piumino sfilacciato verdastro. Abiti che certo sarebbero dispiaciuti a un aristocratico tardoantico innamorato di raffinati tessuti serici. Gli sarei sembrato uno di quei fanatici cristiani che si vestivano di stracci e che, da nostalgico pagano, avrebbe disprezzato. “Anche i Visigoti ora amano vestirsi in modo decente e tu…”.
Io ti ho letto e ti rileggo sempre con passione, nostalgico (solo dal punto di vista estetico) di grafica e design delle edizioni storiche Rusconi degli anni ’70 (Zosimo era del ’78, l’anno in cui ero emigrato a Varese). All’università poi, in uno splendido corso di letteratura bizantina su un altro mio amore, la Cronografia di Michele Psello ho avuto la fortuna di conoscere il tuo traduttore: il mitico professor Fabrizio Conca.


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Sei uno storico che neanche finge come Tacito - altro che “sine ira atque studio”! - scorbutico, arbitrario nei giudizi, dalle prospettive annebbiate se non assenti, un grande pessimista come poteva esserlo un uomo dalla ricca pensione, ma di una nostalgia così tenera e feroce che non riesco a non volerti bene. Hai ritratto un cosmo che vedevi – pazzesco! - andare in rovina senza avere la forza di cercare di rimettere in sesto i cocci in qualche nuovo mosaico, brandelli di vita ricuciti in un qualche insieme come per chi sta per morire, stile Dionisiache di Nonno diPanopoli in gara contro la Tebaide di Palladio. Stava crollando tutto il tuo  mondo e la tua opera si arresta poco prima del Sacco del 410: la mano non ha retto al dolore? hai avuto la fortuna di morire e non vedere? ti sei chiuso in un silenzio definitivo dopo le parole piene di sdegno?


File:Semissis-Anastasius I-sb0007.jpg
Semisse in oro di Anastasio I (imperatore dal 491 al 518)

Meglio non caricare troppo di un alone romantico, perché hai scritto un secolo dopo quel cataclisma e ben al riparo nella sicura Costantinopoli.
Nella tua edizione, curata con tutto quell’amore di cui sono capaci i miei contemporanei (è sempre un sollievo, anche quando le cose vanno storte, non essere vissuto nel tuo mondo orribile), ho imparato ad amare quel gioiello artistico di trapasso che è il Dittico eburneo del console Anicio Probo, tra le pagine 288 e 289, l’alleanza di Stilicone con  gli Alani e gli Unni e la falsa notizia della morte di Alarico. Ti ho saccheggiato come un Visigoto quando ho scritto il mio romanzo Il dittico di Aosta.



Quando mi dedico alla curatela delle mostre di Neoludica mi torna sempre in mente la tua lamentazione sul fatto che la decadenza dell’impero dipendesse dalla decisione degli imperatori cristiani di non celebrare più i Ludi Saeculares, i giochi pubblici organizzati ogni 110 anni (ma per dubbi e complessità del calcolo rinvio alla lettura di CensorinoDe die natali, XVII, 1-15 ) per rivitalizzare il mito della potenza di Roma. Che ne dici, proviamo a evitare la solita lagna sulla decadenza dell’Occidente con i videogiochi? Con un Serious Game invece del solito “sparatutto”? “Gli affollati ludi e i canti/ Tre volte nel chiaro giorno, tre/ Nella gradevole notte” (Orazio , Carmen Saeculare, trad. Luca Canali) come oggi per una Global Game Jam.


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Ross WilsonStatua di C. S. Lewis,(foto di Genvessel), Belfast

E poi non credo di essere stato l’unico a saccheggiarti. Chi ha dato vita a quel fantasy di successo de Le Cronache di Narnia, parlo di Clive Staples Lewis, credo proprio abbia avuto l’idea leggendoti direttamente o indirettamente (su qualche manuale di storia) quando parli degli ultimi Etruschi e dei loro riti magici. Perché tu sei l’ultimo autore dell’antichità a citarli in quanto tali, di passaggio a Roma provenienti da Narni, in latino Narnia (come precedente mi ricordo solo la moglie dell’imperatore DecioErennia Etruscilla, del III secolo, segno che di famiglie importanti fiere ancora del proprio sigillo etrusco ne esistevano ancora).


File:EtruscillaDaViaAppiaNuova-MNRPalMassimo.JPG
Ritratto attribuito a Erennia Etruscilla, Museo Nazionale Romano (foto di MM)

Si dice che Lewis si sarebbe ispirato a una cartina dell’Italia romana… Io invece sono del parere che sia stata la semplice “captatio benevolentiae” di un professore di lingua e letteratura inglese a Oxford che non poteva non conoscere un autore come te, che più di altri hai descritto la fine del dominio romano sulla Britannia. Termine di un’epoca che avrebbe scatenato la fantasia di un Goffredo di Monmouth  e la nuova epica arturiana. E poi c’è la drammaticità del contesto da te descritto a scatenare la fantasia. Roma Anno Domini 408, assediata e stremata dai Visigoti di Alarico: “Pompeiano, prefetto della città, si incontrò con alcuni uomini giunti a Roma dall'Etruria. Costoro dissero di avere liberato una città di nome Narnia  dai pericoli incombenti pregando la divinità e celebrando i riti tradizionali: allora si erano avuti straordinari tuoni e lampi, che avevano allontanato la minaccia dei barbari” (V, 41). Quest’atmosfera cupa e fiammeggiante è l’ideale per un fantasy.


File:Etruscan mural typhon2.jpg
Tifone, affresco etrusco (III-I sec. a.C.), Tarquinia

Nella realtà, in una Roma ormai cristianizzata, quei riti non ebbero il successo sperato. Il prefetto informò papa Innocenzo I che, a sorpresa (e alla disperata), li permise, purché venissero celebrati in segreto. Modalità inefficace a parere degli Etruschi, che quindi li celebrarono insieme a un drappello di senatori sul Campidoglio e in alcune piazze in totale solitudine: “Nessuno ebbe il coraggio di partecipare alle cerimonie tradizionali”.
Svanivano così, in silenzio, due culture dalla storia millenaria. Anche questo muto, crudele trapasso può essere stato fonte di ispirazione.
Roma tornò a trattare una momentanea salvezza e la ottenne pagandola a peso d’oro, di seta e di pepe.


File:Notitia dignitatum - insignia comitis largitionum.jpg
Peronet LamyDonazioni in moneta e in natura (XV sec.), miniatura dalla Notitia Dignitatum (V sec.)

Narnia avrebbe ottenuto tutto questo qualche millennio dopo diventando un romanzo, un film e un videogioco di successo.

“Viene poi l’imbrunire, chiamato forse così perché le cose incerte sono dette oscure, ed è incerto se questo periodo appartiene al giorno o alla notte. Successivo è il periodo delle luci accese…” (Censorino, De die natali, XXIV, trad. di Valter Fontanella).




LETTERE VIRTUALI: IL FALSO EPISTOLARIO FRA SENECA E SAN PAOLO


#IoRestoaCasa e rivedo le note al libro che la prima volta divorai cercando traccia di quei passaggi sublimi che illuminavano le opere del filosofo e del teologo.

Paolo
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l'amore… (1Corinzi, 13)
Seneca
Quando avrò misurato Dio, saprò che tutto è meschino (Questioni naturali I, 17)
Paolo
Non sei tu che porti la radice ma è la radice che porta te (Ai Romani, 11)
Seneca
Comandare se stessi è il comando più alto (Lettere a Lucilio, CXIII, 30)

E invece cosa mi sembrò di aver trovato? Due vecchi amici che si scambiano cartoline e bigliettini stile lista della spesa o consigli per gli acquisti. E l’apostolo che ci fa una figura da ignorante quale non era affatto!

Paolo
Secondo me la pensi come noi e poi scrivi delle lettere che quasi parlano
Seneca
Ragioni da dio, però dovresti scrivere meglio: ti ho spedito un libro di latino

Questa la mia sintesi dall’originale. Con l’aggravante: quale latino? La lingua colta per questo tipo di dialoghi era il greco e Paolo la conosceva bene. Il Iatino avrebbe assunto tutti i crismi di lingua filosofica (e teologica) solo nel medioevo occidentale.
In realtà le cose stavano diversamente. A una seconda lettura più tranquilla, più da Seneca che da Paolo di Tarso, le quattordici brevi missive che componevano il libretto presero tutta un’altra luce. Si trattava di una di quelle affascinanti operazioni letterarie tipiche del IV secolo dove, con diverse modalità, si tendeva a mostrare  contatto e continuità, in contenuti e poi in forma, tra pensiero e letteratura pagana e nuova egemonia culturale cristiana (sullo stile di quanto compiuto in ambito politico da Costantino).
Inoltre la filosofia di Seneca era sentita vicina al cristianesimo già dalla fine del II secolo, da quel “Seneca spesso nostro” nel De anima di Tertulliano (certo non uno dei più concilianti). E questo – sarà un caso? – mentre il filosofo e la sua scrittura venivano criticati da maestri della retorica classica come Quintiliano. Senza contare che il genere dell’epistolario fittizio era in voga da secoli nelle scuole e aveva trovato la sua consacrazione letteraria, solo per fare un esempio, nelle Heroides di Ovidio (delizioso scambio di lettere in distici elegiaci fra eroine famose).
E poi non ritenevano autentica la corrispondenza tra filosofo e apostolo personaggi del calibro di Sant’Agostino e, soprattutto, San Girolamo. Specie quest’ultimo, così “ciceroniano” al punto di sentirsi in colpa, sapeva bene che la semplicità apparente della forma colloquiale era stata tipica anche del suo idolo nelle Lettere ai familiari (quando, mille anni dopo, le riscoprì Petrarca ci restò così male). Possiamo quindi affermare che il lavoro dell’Anonimo autore dell’Epistolario tra Seneca e San Paolo fu decisamente ben fatto. Un falso che ha sortito, se non altro, il positivo effetto di tramandare l’opera dello scrittore romano senza sospetti per tutto il medioevo (un po’ come la statua equestre di Marco Aurelio scambiata per il Caballus Constantini).
Ma da dove sarebbe sbucato fuori? Dalle segrete di una cancelleria, come quattro-cinque secoli dopo la Donazione di Costantino? Da una congrega segreta di uomini di potere, come la fronda senatoria pagana che avrebbe sovrinteso alla stesura della Historia Augusta, classico di falsi storici per tutti i servizi segreti a venire (vedi Historia augusta: un fantastico libraccio indecente)? Parrebbe di no. Sembra più trattarsi di un buon elaborato “mimetico” di alta  scuola (nel senso proprio di istituzione scolastica).
Ecco allora rivivere come in un mediometraggio l’incontro di due protagonisti agli antipodi della storia del I secolo: l’uomo di potere a Roma poi in disgrazia con l’ex pupillo Nerone e l’ex persecutore ebreo illuminato cristiano che cerca di ampliare gli orizzonti del suo movimento religioso. Insieme a un affascinante elemento di congiunzione (ma fino a un certo punto): l’imperatrice Poppea, protettrice della comunità giudaica a Roma e i cui funerali, stando a Tacito, non furono svolti secondo la tradizione ma con cerimonie “orientali”.
Un panorama complesso e ricco di chiaroscuri dove due brillanti intellettuali impegnati su diversi fronti cercano un punto d’incontro e lo trovano in un happy end che certo sottintende ma esclude la descrizione  del reciproco martirio. Acqua e sangue passati. Ora anche le guide cristiane, i vescovi diventavano amministratori dell’impero. La simbiosi era compiuta.

Seneca
Se a me e al mio nome è non dico unito, ma strettamente associato un uomo così grande e  amato da Dio in tutti i modi, al tuo Seneca andrà benissimo… Tu sai di essere un cittadino romano. Infatti, il mio posto è anche il tuo, vorrei che il tuo fosse anche il mio. (Lettera XII)

Paolo
Nelle tue riflessioni ti sono state rivelate cose che la divinità ha concesso di conoscere a pochi… Ti farai nuovo fautore di Gesù Cristo, mostrando con proclamazioni retoriche quella sapienza irreprensibile che hai ormai raggiunto e la farai penetrare nel sovrano temporale, nei membri della sua corte e nei suoi amici fidati. (Lettera XIV, traduzione di Manica Natali, Rusconi Libri, 1995).




IL SOFISTA E LA COLONNA TRAIANA: DIONE CRISOSTOMO


Commento musicale Musica greca antica Il pianto di Tecmessa 

Io, Dione, fui un raffinato fanfarone. E nacqui, vissi e morii nel momento più splendido dell’impero romano.
Ho avuto una tale fortuna che ho dovuto perfino inventarmi un periodo sfortunato: a quarant’anni, spedito in esilio dall’imperatore Domiziano, che aveva cacciato da Roma filosofi e raccontafrottole. Pur appartenendo a questa seconda categoria mi sono stracciato le vesti e ho finto di essere un filosofo cinico, vivendo come un cane di giorno e andando ai bagni di notte.
In realtà ero stato solo allontanato dalla mia città, Prusa, in Bitinia, il primo pezzo d’Asia dopo il Bosforo: i miei concittadini non mi sopportavano più. Ma se pensavano di fregare un propagandista nato come me si sbagliavano di grosso. In esilio, in esilio! Ed eccomi creata l’aureola del martire in compagnia di Tucidide, di Senofonte... di Socrate!
Quando torna il bel tempo e l’imperatore Domiziano viene assassinato; quando torna al potere il senato con i nuovi signori Nerva e Traiano, abbandono gli stracci, vengo fatto cittadino romano e scrivo il primo panegirico che la storia ricordi, anticipando Plinio il Giovane.
Faccio un sacco di soldi e passo alla storia come “Crisostomo”, “Bocca d’oro”. Mi riesce meravigliosamente facile scrivere di tutto - basta non chiedere approfondimenti. Io, quando declamo, riempio gli stadi. Ho elogiato il fumo come l’arrosto, la morale come le zanzare. Una delle cose migliori è quando ho descritto, nell’”Euboico”, la vita di una povera famiglia di cacciatori. Un idillio dei bei tempi andati, che forse non furono mai, come potrebbe benissimo non esserci niente e tutto essere nulla, fuorché la parola.
Andavo molto fiero soprattutto dei miei capelli. Perciò ho composto un “Elogio della chioma”. Ho visto dei legionari offrire delle teste mozzate all’imperatore stringendone i capelli frai denti. Ah, il potere è una tragedia funesta, ma di successo. E d’altronde i trionfi sono uno spettacolo imperdibile: ero al fianco del mio sovrano quando festeggiò il secondo massacro dei Daci, nel 107.
E se non fosse stato per quel piccolo scandalo di cinque anni dopo, forse potrei anche rivelarvi la data della mia morte. Ma non la ricordo. Probabilmente avevo il mal di gola, stavo perdendo i capelli... Avevo perso l’uso della parola. E perciò ero già morto.





UNA PINACOTECA VIRTUALE NELLA NAPOLI NEL III SECOLO

Le Immagini di Filostrato Maggiore


Orsù, Muse, mentre mi unisco al vostro coro
Ponetemi accanto il multiforme Proteo: che si mostri
Nei suoi cangianti aspetti, perché io modulo
Un inno screziato.

Nonno di Panopoli


Volete visitarla? Sfogliate l’elegante edizione pubblicata da Aragno a cura di Letizia Abbondanza. In epoca di gallerie virtuali eccone una fantastica – reale? immaginaria? immaginaria e reale? – a Napoli, “città di abitanti di origine greca e raffinati” (Proemio 4), in un portico a più piani forse a Posillipo. Descritta da un sofista dalla curiosità insaziabile (autore anche - Dario Del Corno docet - di quella Vita di Apollonio di Tiana che fu il mio Adelphi preferito al liceo).
L’epoca è quella della dinastia dei Severi (e l’autore faceva parte del circolo dell’imperatrice Giulia Domna, “ammiratrice di ogni arte dell’eloquenza”): mosaico brillante attraversato da crepe sempre più grandi (ritorno all’ordine, cittadinanza universale – prima soltanto sogno da filosofi – tassazione crescente per l’aumento di spesa degli eserciti, nuova anarchia militare). Età d’oro del sincretismo religioso (dove l’imperatore Alessandro Severo poteva adorare icone di Orfeo con Cristo e Abramo) e dell’eclettismo nelle arti, in primis la Seconda Sofistica, dove la parola dei retori cerca di dominare qualsiasi argomento.
Con la sua esposizione appassionata Filostrato cerca di mettere in ordine, con soave disperazione, tutto il patrimonio figurativo della tradizione greco-romana classica in 64 quadri esemplari, innestandolo, con le sue maniacali descrizioni (ekphraseis), di tutti i chiaroscuri espressionisti della sua epoca (già testimoniati, solo per fare un esempio, dai rilievi della Colonna di Marco Aurelio).
Un programma da visita scolastica d’istruzione: “Il discorso non riguarda i pittori, né la loro storia, ma alcuni aspetti della pittura, raccolti per i giovani come lezioni, dalle quali imparino a interpretare e curare il proprio giudizio” (Proemio 3).
Una fantasmagorica via di fuga dai problemi economici, politici e sociali sempre più drammatici che tendevano a sbiadire il grande affresco della restaurazione severiana, una tumultuosa fuga immersiva costellata da tutta una serie di affabulate Sindromi di Stendhal: “Ma cosa mi è successo? Sono preso dal quadro e penso che i personaggi non siano dipinti ma che esistano realmente, si muovano e amino… Tu non hai pronunciato parola, nemmeno tanto da allontanarmi dal delirio, poiché sei vinto come me, e non sai risvegliarti dall’inganno e dal sogno” (Cacciatori I, 28).
E’ proprio questa contraddizione di fondo che ce lo rende così attuale (ha certamente influenzato anche la pinacoteca surreale del Satyricon di Fellini).
Contraddizione che non poteva essere avvertita dai grandi pittori del Rinascimento, che consideravano ancora l’antichità come un tutto unico. Infatti lo presero come pura fonte di ispirazione classica. Tradendolo meravigliosamente.
Stiamo parlando della fortuna del libro come repertorio iconografico: dall’editio princeps delle Eikones  curata dal grande Aldo Manuzio nel 1503, alla prima traduzione italiana operata qualche anno dopo da Demetrio Mosco per Isabella d’Este fino a quella francese di Blaise de Vigenère (1609).
Il Trionfo di Galatea di Raffaello alla Farnesina è una rivisitazione del Ciclope (II, 18) così come i capolavori di Tiziano Omaggio a Venere, Bacco e Arianna e Baccanale degli Andri prendono spunto, più o meno fedelmente dagli  Eroti (I, 6), dall’Arianna (I, 15) e da Gente di Andros (I, 25). Il successo di quest’ultimo quadro della pinacoteca di Filostrato è testimoniato anche dalla versione seicentesca di un altro innamorato del classicismo come Nicolas Poussin (Baccanale con suonatrice di chitarra) che, sulla scia della traduzione del Vigenère, dipingerà anche una Nascita di Bacco, mescolando liberamente Semele (I, 14) e Narciso (I, 23).
Dosso Dossi riproporrà invece ironicamente Eracle tra i Pigmei (II, 22), aggiornando questi ultimi in veste di soldati contemporanei. Tramontata l’utopia del Principe machiavelliano, almeno il sogno di un eroe ex machina per l’Italia devastata dagli eserciti stranieri.
Ma è il suo Giove pittore di farfalle la traduzione perfetta, per immagini, di quanto affermato con coraggio (pendeva la condanna di Platone) nel Proemio, dopo l’abbraccio di arte e poesia: “La pittura è una creazione degli dei” (Proemio 1).




PITTRICI NELL'IMPERO ROMANO

Iaia di Cizico e le altre




Un capitolo poco conosciuto, perso nella monumentale Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (il 147 del Libro XXXV). Pochi anche i nomi: Timarete, Aristarete, Olympias, Irene, Kalypso.
E su tutte Iaia di Cizico, “perpetua virgo” (quindi libera da mariti padroni), greca ma attiva a Roma fra II e I secolo a.C., autrice su tavola e avorio soprattutto di ritratti femminili: “Nessun’altra mano fu più veloce a dipingere e con tanta arte da superare i due ritrattisti più celebri dell’epoca, Sopolis e Dionysos, le cui tavole riempiono le pinacoteche”.
Nella grande assenza della pittura d’autore dell’arte antica non ci resta che immaginarla sulla scia delle pittrici ritratte negli affreschi di Pompei, nelle miniature medievali delle Donne famose di Boccaccio (dove passa alla storia come Marcia) o nel quadro di Michel Corneille nel Salon des Nobles a Versailles (in buona compagnia prefemminista con Penelope, Saffo e Aspasia).
Torna alla memoria quello struggente verso della poetessa Sulpicia (altra rarità), che visse qualche decennio più tardi:
“Hic animum sensusque meos abducta relinquo”
“Trascinata altrove è qui che abbandono /Il mio animo e gli affetti”.




QUANDO IL GUSTO INCONTRA LA CULTURA

14 diversi incontri con un rito quotidiano


       


      


      

File:Boccaccio - Faltonia Betizia Proba - De mulieribus claris.jpg       File:B Escorial 18.jpg



      


      




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