domenica 3 ottobre 2021

ANDRÉ VILLERS: PICASSO E GLI ALTRI Dialoghi in bianco e nero

Ho ritrovato parte dei dialoghi che avevo scritto per la mostra REFLEXions dans les chambres d'André Villers, dedicata al fotografo personale di Picasso e di altri grandi artisti del Novecento, curata da Debora Ferrari e dal sottoscritto ad Aosta nel 2008. Poiché avevamo dato priorità alla parte antologica, il testo non era stato inserito nella pubblicazione del nostro catalogo Album Villers. Scritto a mano, si era perso nella massa cartacea del grande lavoro di preparazione. Questi sono i primi fogli che sono riuscito a recuperare.


GIORNO DI FESTA

Picasso

Oggi è un giorno di festa. Ogni opera d’arte è un giorno di festa, per i vivi, per i morti. Ci permettiamo il lusso di scordare che tutti i colori sbiadiscono.

Prévert

Come il tabacco che diventa cenere. Un’altra sigaretta, la scintilla di un nuovo amore e il fumo che non si vede nel bianco del cielo di una fotografia. Bianco e nero come i sogni più belli: non è vero, André?

Boulez

Rispondo in foto a nome del fotografo, permettendomi di scordare anche gli strumenti. Convertendo in musica la vostra conversazione nel mio “Dialogo dell’ombra doppia”, per clarinetto.

Le Corbusier

Considerando la lentezza della velocità del suono rispetto a quella della luce forse avremo tempo di progettare una nuova città ancora più umana. Se resta solo sulla carta, Picasso la abiterà con i suoi schizzi. Ogni nuvola, un verso di Prévert.


REFLEXions

Cocteau

Si discute di città e poi si finisce a parlare del proprio studio o di un qualsiasi luogo dove esporre, esporre noi, quei caleidoscopi che siamo e cerchiamo di fissare in un’immagine che però contempli tutti i suoi cambiamenti. Ecco che allora, Pablo, io vorrei una città che sia tutte le città a seconda dei punti di vista. Da sud è Parigi, da nord è Roma e così via. Ma resta la Città, una, una città mutante.

Picasso

Io, Jean, mi accontenterei anche solo di una città in mutande. Mutande semplici e bianche come quelle che porto io e non mi vergogno di mostrare, come i bambini. Quando tornerò finalmente a disegnare come un bambino… E poi lo sai bene anche tu che in questo momento ci sentiamo come loro, dentro un’opera d’arte. Sempre felici come bambini nella quadratura del cerchio dal nostro Villers.

Simone De Beauvoir

La felicità è un figlio desiderato e non imposto. È una città dove anche le donne costruiscono con gioia, mattone dopo mattone come nella “Città delle donne” di Chistine de Pizan. Per questo il vostro vicino di casa Fernand Léger dovrà dipingerle fianco a fianco dei suoi muratori. Nella mia riproduzione in foto di André, nei miei occhi leggi anche i mei libri: resteranno progetto definito e concreto di architrave dell’essere umana e donna.

Xenakis

Saffo o Anattoria per te, Simone, le donne di una Grecia libera che mi costarono letteralmente un occhio della testa. La mia musica per la metà del volto che ho perso per la Resistenza, ricostruito ad arte e fatto proprio dalla foto di André. Il fotografo ha conosciuto il sanatorio, sa bene quanto sia luminosa anche la parte lasciata in ombra. Più di qualsiasi arma che pretenda di deformarci, infinitamente più bella la realtà, l’immagine di lei, la melodia, il ritmo che siamo coscienti di amare.


TEMPI DI DANZA

César

André ci ricorda che siamo presenze che affiorano, per dire qualcosa di più oltre il moto ondoso che finirà per sommergerci. Lo sfasciacarrozze ha già composto per chi vorrà diventare direttore d’orchestra e io, che emergo grazie a uno spruzzo di acido rivelatore, ho compresso macchine, automobili come noi, perché forse anche noi siamo un assemblaggio degno di memoria.

Picasso

Ho danzato fra un’opera e l’altra anche quando crepavo di fame. Periodo rosa, periodo blu, ma ogni volta c’era quella specie di pausa musicale che è la vita. Una canottiera, un paio di calzoncini e poi l’esposizione in mostra, alla luce dove le opere parlano ormai sazie come l’autore. Quando diventi storia dell’arte e sei vivo, vuol dire che hai mangiato.

Clouzot

Una danza di 24 passi al secondo per vincere il Premio Speciale della Giuria a Cannes. Dovrà esserci una capra, che tu dipingerai e io riprenderò a colori da questa notte che sembra gravare sul set. Luce artificiale, montaggio, postproduzione. Come la vita, la vita di un genio o due quando l’attimo della creazione non ci fa più soffrire. La capra sembrerà sul punto di belare dal dipinto nel film, come il nostro dialogo muto in apparenza nella foto, in attesa del sonoro al cinema.

Ionesco

E io non smetto di saziarmi della danza dei “capelli d’angelo” che André ha rielaborato vis-à-vis in camera oscura. Tutto sembra così chiaro e invece tutto è assurdo. Assurdamente bello vivere, mangiare ed essere riprodotti su ogni foglio di carta.

Luca Traini


Mentre leggo ALBUM VILLERS al Salone del Libro di Torino (2008)

lucatraini.blogspot.com/2012/09/andre-villers

lucatraini.blogspot.com/p/arte

lucatraini.blogspot.com/p/press

sabato 11 settembre 2021

JOSQUIN DESPREZ, RAFFAELLO SANZIO: ARMONIA E DISSONANZE

Raffaello, Josquin: arte due volte orfana a distanza di un anno. 1520, 1521 e altri 5 secoli di superiore lontananza.

Amore a distanza anche il mio, perché fin da giovane la passione fu prima per Michelangelo e poi per Johannes Ockeghem: Cappella Sistina per l’italiano, Requiem del fiammingo. Negli altri tutto sembrava troppo facile, senza tormento.


Leonardo da Vinci, Ritratto di musico, 1485 circa
Ma è lui Josquin? O è Franchino Gaffurio, come ancora propendo
(anche se mi piacerebbe fosse il fiammingo, giovane, invece dell’attempato uomo inciso col turbante),
che ho inserito nel mio post su un evento che ho curato ad Abbiategrasso?
Cosa passava in quel momento per le orecchie, gli occhi di Leonardo?

Fu poi quel canto gentile e struggente di Josquin per il maestro Johannes, la Deploration, ad aprirmi le orecchie, gli occhi anche sulle sfumature sofferte dell’ultimo Raffaello. Le ninfe dei boschi invocate dalla canzone piangevano anche la bellezza del pittore, dell’uomo scomparso a 37 anni.

E come avevo intessuto la trama di un dialogo fra i personaggi delle opere di un altro artista, spento alla stessa giovane età – Resurrezione e morte di Jean-Antoine Watteau – così ho iniziato a comporre emozioni e pensieri dai ritratti dell’artista di Urbino, marchigiano, come me. Rimasti allo stato di frammento, come quelli per Lotto a Recanati (dove regna il silenzio, rotto solo dalle parole di Leopardi).

I musicisti sembrano avere la fortuna di vivere più a lungo. Le note di Couperin e Rameau come eco delle tele di Jean-Antoine. I quadri di Raffaello Sanzio in armonia, armonia comprensiva di dissonanze, con le quattro voci del pentagramma di Josquin Desprez.

 

SE OGNI COLORE È CANTO


Frammento Primo



Baldesar Castiglione

(come recitasse i suoi versi da quegli occhi così azzurri e tristi)

“Così, se ben un tempo al tempo guerra

fanno l’opre famose, a passo lento

e l’opre e i nomi il tempo invido atterra”.

 

L’uomo ritratto con Raffaello

Io credo parli d’amore anche questo silenzio.

 

Raffaello

Tu sei buono, amico mio. Ma io sento un destino che si accanisce, mordendo lento la mia fama da vivo, la mia fortuna di più di tre secoli. Prima di questa mostra altri duecento anni dove il rispetto ha spento la passione. Il cuore di questi nuovi sguardi batte per Leonardo, Michelangelo… Bellezza, gentilezza, generosità, la mia stessa dolcezza, “per non so quale astro avverso”, mi furono contro.

Lo stesso genio. Lo stesso destino del mio Petrarca.

Preferiscono Dante.

 

La Velata

Quella poesia che tu amavi tanto. Come me, che ricambio i tuoi, i suoi versi:

“Lassare il velo o per sole o per ombra”

… Ombra…

“Mentr’io portava i be’ pensier’ celati”.

 

E un’ombra sempre più grande scende fino a far svanire i volti al canto “Adieu, mes amours” di Josquin.


Frammento Secondo


 

Giulio II

Quello che resta, Leone, è un povero vecchio. Un vecchio leone dal volto emaciato, gli occhi dentro due caverne che fissano il vuoto. Leggi il teschio, io mi pulirò la bava col fazzoletto. Con discrezione. È Raffaello: fasto sobrio, preziosi dettagli. Oro, rosso, il verde che ho dietro le spalle. Potere, sangue, speranza io non li curo, non mi curano più. Davanti a me c’è solo quella cosa che non si vede. E non è come nelle tue preziose miniature.

 

Leone X

Io sono il figlio di Lorenzo de’ Medici e ogni libro è sacro. Posare mi rilassa, specie dopo questo Concilio in Laterano che hai voluto tu. Dovevamo riformare la Chiesa, lavoro colossale: un affresco di Michelangelo, di Raffaello. E invece… miniaturisti di bottega. C’era da ricostruire una Chiesa sulla roccia e non riusciamo neppure a procedere con San Pietro. La Germania si è ribellata contro le indulgenze e io devo capire se processare questo agostiniano, questo Martin Lutero. Raffaello mi ha fornito una lente preziosa. Temo preziosa solo per le miniature.

 

Appare l’”Estasi di Santa Cecilia” sulle note dell’Agnus Dei dalla “Missa L'homme armé super voces musicales” di Josquin Desprez.


Luca Traini

lunedì 5 luglio 2021

WATERFALL OF TIME. YOSHIN OGATA SCULPTURES


Una nuova mostra a cura di Debora Ferrari e Luca Traini, un nuovo catalogo TraRari TIPI, col mecenatismo di Banca Generali Private e in collaborazione coi Musei Civici di Varese, patrocinio Comune di Varese

INAUGURAZIONE domenica 11 luglio ore 11.30, con la presenza dell’artista,uno dei grandi della scultura in campo internazionale

SALA VERATTI, VARESE, DALL’11.7 ALL’1.8.2021, dal giovedì alla domenica ore 15-18.30 Ingresso libero



In principio forse è un dio che fa colare da una lama

gocce che diventano isole, arcipelago, il Giappone.

Una fisica, come fondamento, che si trasfigura in arte

e plasma sintesi fra nature ondulatorie e corpuscolari.

C’è la goccia di Ogata come un pendolo donato dalle nuvole

bloccato nell’istante in cui trapassa in pietra,

discesa e danza simbolica, concreta,

di come la scultura - ancora e sempre -

è colonna che unisce terra e cielo.

Goccia come scaturigine di ogni sorgente,

cerchi fissati nella propagazione di una misura tutta umana.

Né perturbazione, né sassi scagliati: questa è pietra scolpita ad arte,

dove ogni cosa nasce e cresce unendo in armonia le differenze.

Ecco allora che la forma affiora da ogni terra che sceglie l’artista

sincronizzando il ritmo dello scalpello a quello della natura.

L’onda, un’eco fragile, si fa materia

ora come carezza, ora come abbraccio, forte.

Luca Traini (poesia tratta dal catalogo)


In concomitanza con la mostra sul Giappone al Castello di Masnago, Musea TraRari TIPI porta a Varese uno dei più importanti scultori nipponici di fama  internazionale.

Foto di D. Barraco

Yoshin Ogata nasce a Miyakonojo in Giappone nel 1948. Espone le sue prime sculture nel 1969 a Tokyo e nel 1970 si trasferisce a Londra. Quindi viaggia in Europa, poi negli Stati Uniti e in Messico, dove svolge le sue ricerche nei musei locali. Vive tra Wakayama e il Golfo dei Poeti a La Spezia ed è uno dei più rinomati scultori giapponesi. Numerosissime le sue mostre e le opere pubbliche in tutto il mondo. 

Le sue sculture sono da sempre caratterizzate dall’elaborazione dell’elemento ambientale, sia nel segno che nella materia, pietra, legno, metallo, spesso sul tema dell’acqua, della goccia come impronta e soggetto.

In Sala Veratti, da luglio ad agosto, con il sostegno di Banca Generali Private insieme a la collaborazione di Liguria Vintage Design e LarioIn, sono esposte sculture, fotografie dei monumenti realizzati nel mondo e bozzetti. Catalogo Trarari TIPI in mostra. Sarà presente lo scultore Yoshin Ogata per incontrare il pubblico nella sede espositiva.

“Banca Generali è orgogliosa di sostenere la mostra di Yoshin Ogata, un artista completo, dall’animo internazionale e con una visione aperta sul mondo. La personale ospitata dal Comune di Varese è un’iniziativa importante di cui, mai come in questo momento, sentivamo il bisogno. Abbiamo patito tutti la mancanza dell’arte e della cultura vissuta dal vivo. Finalmente siamo tornati” dicono Daniela Parravano della filiale varesina BGP e Guido Stancanelli district manager di Banca Generali e presidente di LarioIn, associazione culturale che da più di un decennio opera sul territorio.

“Può stupire che uno scultore decida di incentrare il proprio lavoro nel marmo, nei graniti e travertini, nel bronzo, su ciò che per antonomasia una forma non ha se non quella di ciò che la racchiude: l’acqua -scrive Debora Ferrari. Eppure Yoshin Ogata, dalla seconda metà del secolo trascorso a oggi, dedica la sua attenzione non al suo incessante scorrere eracliteo, ma all’attimo dinamico che ce la racconta. E’ un divenire diverso quello che cogliamo nell’istantanea scolpita nei sedimenti minerali della terra, un fermo-immagine solido, compiuto, universale: la trasmutazione che avviene nella materia grazie al pensiero del suo autore”. E prosegue Luca Traini “Nel segno della pietra, che unisce simbolicamente cielo e terra (e rispettive acque). Dai vulcani del Sol Levante alle Alpi Apuane, a quei marmi di Carrara in cui ha saputo fondere il lavoro della nostra tradizione con la concezione vitalistica della natura della cosmologia nipponica, dove non esiste una netta demarcazione fra oggetti e creature viventi”.

L’esposizione in Sala Veratti ospita una ventina di sculture tra il 1970 e i nostri giorni, pannelli fotografici con le opere monumentali dello scultore nipponico, informazioni sull’artista e un percorso guidato di visita insieme all’antropologo Armando Montoya, con la direzione artistica e organizzativa di Musea TraRari TIPI, la piccola casa editrice varesina che ha curato e pubblicato anche il catalogo per questo evento internazionale.

L'ospitalità dello scultore è stata curata da Capolago Hotel, che ha anche allestito un'area dedicata nella reception.



SALA VERATTI, VARESE

DALL’11.7 ALL’1.8.2021

Dal giovedì alla domenica ore 15-18.30. Ingresso libero.


Info: culturalbrokers@gmail.com

Fb:  Trararitipi_eventi e libri intorno all’arte

Twitter @trararitipi

www.yoshinogata.com

lunedì 10 maggio 2021

LA PERFETTA IMPERFEZIONE TECNOLOGICA DELL’ARTE

L’arte più recente invecchia prima.

Questione di forma, che in tempi ravvicinati si comporta come una moda.

Questione di storia delle forme, perché oltre l’invecchiamento c’è l’antichità, sia in termine stretto (Età Antica) che relativo (per i media più recenti si parla di decine di anni).

Analogia con la vita: quando siamo giovani non vediamo l’ora di cambiare; quando siamo passati oltre, parti del nostro remoto sembrano affiorare intatte rispetto a mutamenti indefinibili dalla cronologia più prossima. Percezioni vive che basta una vecchia foto a far tornare visioni oggettive. Ma un eventuale ritratto disegnato o dipinto, tecnica arcaica e quindi nobilitata, fa meno impressione.

Quanto ai contenuti più generali - amore in primis, nelle sue diverse declinazioni - questi vengono percepiti e attualizzati, anche a costo di travisamenti, con più facilità rispetto a quelli più specifici (delegati progressivamente a una minoranze sempre più di nicchia di esperti).


Spazi-tempi dell'entropia formale

Vedi anche 

L’“entropia formale” della nostra cultura si attiva più rapidamente quando lo strumento che è alla base dell’opera racchiude una maggiore complessità a livello tecnologico ed è ancora molto diffuso, fruito o usato a livello di massa.

I casi contemporanei più eclatanti sono quelli della foto, del video e della riproduzione musicale. Per non parlare di quanto, molto semplicisticamente e sinteticamente, relazionato ai mondi virtuali generati dalla rivoluzione informatica, che si parli di computer, di videogame (da pixel o bit delle origini all’odierno iperrealismo) o di veste grafica e spazi di contenuto dei social (dalle prime rudimentali chat alle piattaforme transcontinentali di oggi). L’uso, recente e compassionevole, di una definizione come “vintage” salva prodotti anche vecchi solo di una decina d’anni da quelle condanne di “passatismo” che erano caratteristiche del secolo appena passato (censure violente anche perché rivolte contro fenomeni e resistenze datate nell’ordine di secoli).

Perché questo? Perché lo strumento, il medium espressivo, è ancora comunemente usato in quanto tale e non ha assunto come principale la valenza simbolica di quelli che lo hanno preceduto. “Tavolozza e pennello” o “penna e calamaio”, per quanto sostanzialmente superati, hanno creato una tale aura intorno a sé da farli diventare sinonimo di “arte” come un’epifania e sembrare quasi eterni, dimenticando la fatica che originariamente hanno fatto per affermarsi rispetto ai mezzi espressivi precedenti.


Radiazione culturale di fondo

Vedi anche

Non sono passate indenni migliaia di anni in cui l’epoca presente veniva interpretata come decadenza da una mitica Età dell’Oro. È stato così per quasi 10.000 anni, da quando è sorta quella cultura specifica che noi chiamiamo “civiltà” perché all’origine dei nostri insediamenti stabili sempre più estesi e che, finché ha basato la sua economia sull’agricoltura, ha vissuto in diverse forme un senso di peccato originario, un misto di fragilità e desiderio di onnipotenza ogni volta frustrato da quelle stesse divinità a cui si faceva sovrintendere la fertilità dei campi.

Dalla Rivoluzione Industriale in poi a questa radiazione culturale di fondo si è sovrapposta, eclissandola ma non senza mai eliminarla del tutto, una nuova prospettiva di sviluppo e di progresso che ha accelerato dinamica, sensazione e comprensione di quanto definiamo “cambiamento”, presentandolo in termini sempre più positivi, soprattutto come “rivoluzione” (rielaborazione tutta terrena e propulsiva di quanto prima era un tranquillo moto astrale).

Più di due secoli di escalation culturale che hanno rimesso in discussione e ribaltato etiche ed estetiche precedenti. Recuperandole tuttavia come oggetto di studio sempre più approfondito e riconnettendosi in modo critico ad altre epoche, specie a quelle considerate affini nel desiderio di riappropriarsi della tradizione in vista di un cambiamento. E questo proprio perché più aumentava la differenza col passato preindustriale più lo si poteva inquadrare nella sua diversità. Considerata questa grande diversità di base, si possono allora visualizzare e considerare la decisa minoranza di elementi simili, simili soprattutto nella loro immagine generale più che per come sono stati vissuti. La migliore ricostruzione del passato è quella che ci offre la nostra contemporaneità. È una bellissima compassione da cimitero, lo dico senza ironia: equivale alla pietà verso una persona cara che è scomparsa. Nessuno ha mai amato con maggiore disinteresse il passato come noi, meglio, come i nostri migliori studiosi. Amore, comprensione e dialogo per la differenza, che dovrebbero anche essere la cifra diffusa a livello di massa del nostro vivere civile.


La perfetta imperfezione della Democrazia

Vedi anche

Per tornare all’arte, si fa fatica a capire nelle nostre democrazie quanto spesso sia stata negletta nel passato al di là dei contenuti che erano utili al potere. Certo, anche oggi è utile alla democrazia, ma la democrazia, è sempre utile ricordarlo, è migliore di qualsiasi sistema politico del passato - quanto meno degli ultimi diecimila anni – e in questo breve scritto prendo in considerazione solo gli esempi migliori.

Abbiamo recuperato, grazie alla scienza archeologica, civiltà di cui si era persa la memoria, considerandole con grande rispetto e senza le condanne preventive di tutte le altre epoche. Abbiamo cercato di ridare vita all’originale cercando sempre meno di ricostruire in base alle nostre mode. E questo perché la cultura democratica ha quella cura particolare del singolo individuo che coinvolge anche le singole culture e/o civiltà. Ha cura di un’equilibrata e paritaria relazione fra i singoli e quindi è – dovrebbe essere - sempre attenta anche alle correlazioni fra le diverse culture nel presente come fra quelle passate e quelle odierne, sempre in vista di quel futuro migliore promesso dal binomio sviluppo e progresso.

Un equilibrio fragile e sempre messo in discussione, che ha posto in evidenza come mai prima la fragilità di ogni esperienza civile e quindi dell’arte. Altro che “monumentum aere perennius” (“monumento più duraturo del bronzo”) cantato da Orazio: conservare è un duro lavoro, anche quando si tratta di piramidi.


Elogio dei contemporanei

Vedi anche

Divenuti esperti nel confrontarci con le nostre eredità, cerchiamo di conservare i nostri passati proprio grazie a quegli strumenti di cui il passato era privo: le nuove tecnologie. Si tratta di una contraddizione solo apparente perché, tranne occasionali eccezioni, le epoche che ci  hanno preceduto tenevano a presentarsi, in modo esplicito o implicito e a seconda delle diverse condizioni (dalle classi più umili alle élite), con il massimo della tecnologia possibile. Allora come oggi l’abito della festa. Ma le strade per incontrarsi sono tutt’altro che pulite: occorre liberarsi di continuo di tutta una serie di preconcetti che rischiano di impolverare le nostre migliori intenzioni. La polvere delle tradizioni, dopo essere stata inventariata, va rimossa con estrema cautela, come fa un paleontologo con un fossile. Ricerca, conservazione e riproposizione devono essere portati avanti con i migliori strumenti di cui ogni volta si dispone, sia dal punto di vista degli esperti che compiono il lavoro sia del pubblico a cui si rivolgono. Strategia e tecnica di questa restituzione del passato al presente in vista del futuro implicano una più ampia discussione riguardo alla “tecnologia” presa alla radice del suo significato, che è “discorso intorno a progetti, norme e strumenti da usare”.

Quali i modi migliori per ridare vita al passato? Tutti “artificiali”, nel senso migliore del termine, cioè, frutto di un duro lavoro da parte di esseri umani per cercare di immedesimarsi in epoche non vissute in prima persona. Facendo uso della migliore strumentazione presente, spesso inventata per tutt’altri fini, per conservare quanto altra tecnologia, come quasi sempre successo in altre epoche, avrebbe semplicemente eliminato come inconveniente. Pensiamo a quanti affreschi medievali sono stati cancellati con una mano di bianco perché non più compresi dal nostro Rinascimento (ma si potrebbero fare tanti altri esempi in ogni arte). Pensate a tante epoche considerate “decadenti” a fronte delle certezze, tutt’altro che inossidabili, di altre… E noi, tanto vituperati contemporanei, a sudare per far tornare alla luce e a cercare di comprendere tutta la ricchezza di forme un tempo solo motivo di fastidio!


Nuove Tecnologie, nuovo discordo intorno all'arte

Vedi anche

Diciamolo: l’"antico passato" può restare "antico presente" solo grazie all’uso consapevole delle nuove tecnologie.

Che lo proteggono come nipoti nei confronti di avoli e bisavoli. Certo, a volte travisandolo - chi è che non sbaglia e almeno oggi ne siamo coscienti - pensiamo soltanto ai nostri musei con le loro brave luci elettriche fisse come il sole quando tutte quelle opere erano viste tremanti alla luce delle candele. Non è l’unico esempio. Vediamo anche al caso opposto (uno dei tanti), in cui dei capolavori venivano piazzati in una posizione infelice e lasciti lì: i Caravaggio della chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, provate a goderveli senza mettere la moneta nella macchina che fa luce.

Oggi (ma è così da più di due secoli), parchi archeologici e monumenti ancora in situ a parte (ma fino a un certo punto, perché anch’essi faticose e mai certe ricostruzioni), abbiamo scelto di salvare il passato dall’antica entropia culturale curandolo in musei, fotografie, cataloghi con foto e documentari in video. Il costo è stato la decontestualizzazione, ma l’abbiamo pagato volentieri cercando di indurre il visitatore - o lo spettatore – a una visione dalla riflessione e dalla fantasia cosciente, aiutati in questo, altro elemento fondamentale, dalla scolarizzazione di massa. È il pubblico che deve rielaborare e immaginare, nei modi prima sperimentati dagli studiosi, come quanto oggi racchiuso dovesse sbocciare e diffondersi, all’aperto o al chiuso, nei periodi della storia o della preistoria presi in considerazione.


Realtà Virtuali in atto

Vedi anche

Oggi c’è a disposizione tutta una “realtà virtuale”, ma in atto a livello planetario, che può rendere ancora più viva l’esperienza estetica del contatto con esistenza e bellezza forgiate da altre epoche storiche. Si tratta di uno strumento o, se vogliamo, di un contenitore nella sua sostanza presente non diverso da quelli ideati da cultura e pensiero astratto (caratteristica di noi Sapiens) nei tempi che ci hanno preceduto (dal recinto sacro al tempio quadrangolare alla chiesa al museo).

Naturalmente, come i musei non hanno soppresso le chiese o i templi, così la realtà virtuale non elimina le forme precedenti di rivisitazione delle nostre eredità culturali, ma si pone in simbiosi potenziando la curiosità, la molla interattiva che ci spinge a confrontarci con quanto abbiamo di fronte, in tutta la sua ricchezza di connessioni fra passati e presenti (il plurale, se parliamo di scienza, è d’obbligo).

E come per l’immaginario del Novecento è stato giusto tradurre lo studio storico in immagini in movimento – esempio classico il documentario in ambito cinematografico e televisivo – così, nella concreta realtà virtuale del XXI secolo, non possiamo che trasporlo anche nel medium espressivo che più le appartiene, cioè, quello del videogame, con le regole date dal “game” e i piaceri insiti nel gioco stesso, il “play” (faccio mia la suddivisione di Umberto Eco nell’introduzione a Homo ludens di Huizinga). Non quindi una semplice successione di fotografie (medium che viaggia verso i duecento anni) o un girovagare per nuovi labirinti deformati, ma una visita capace di mettere in gioco l’esperienza di vita e cultura di esseri umani che, proprio sulla base dell’interazione, prerogativa principe di artisti e studiosi, da semplici spettatori diventano protagonisti della riscoperta di un passato che gli appartiene e di cui, grazie anche alla “realtà aumentata” e a tutta una serie di elementi innovativi caratteristici dei nuovi media, vogliono diventare parte viva - perché è questa la realtà concreta in cui vivono - e quindi attiva, per trasmetterla nel futuro nel modo più efficace possibile.


Metamorfosi della Conservazione (un finale aperto)

Vedi anche
Debora Ferrari, Luca Traini, Neoludica Game Art Gallery

Non dobbiamo quindi stupirci né tanto meno scandalizzarci per questo: ci ritroveremo sempre nel mondo studiato, vissuto e sognato perché torni in forme nuove presenza forte e pregnante contro ogni oblio.

“Riunire, da collezioni pubbliche o private di tutto il mondo, un gran numero di opere di un artista nel corso della sua carriera ci permette di esaminare il suo sviluppo (o l’assenza di questo) con un’accuratezza che né lui né i suoi mecenati potevano permettersi, neanche quando disponevano di stampe tratte dalle sue creazioni principali” (Francis Haskell, La nascita delle mostre, Skira, 2008).

Haskell scriveva della nascita delle antologiche, di nuovi punti di vista d’insieme sulla storia e sull’arte mai sperimentati prima e portati avanti con metodo. Parla di stampe, altro medium relativamente recente, figlio della rivoluzione del libro a stampa, più fragile della tela o della tavola originale come un libro stampato rispetto alla pergamena. La modernità – e quindi la modernità del passato – è sempre a rischio. Sta a noi proteggerla con modalità sempre aggiornate.

Perfetta dunque in senso letterale – e soprattutto umano - è questa imperfezione di base, forse rispetto alla vita invincibile (forse quella degli archeobatteri), questa specie di insoddisfazione e fame inestinguibile di vivere nelle forme più diverse che sappiamo ci appartiene e ha generato quelle inesauribili metamorfosi che chiamiamo “arte”.

Luca Traini

Testo© di prossima pubblicazione in un libro della casa editrice TraRari TIPI.

sabato 3 aprile 2021

AMORI LONTANI?

 Guglielmo d'Aquitania e Beatrice di Dia

Nei sogni di ragazzo c’era l’incontro dei miei trovatori preferiti: Guglielmo, duca d’Aquitania, e Beatrice, contessa di Dia.  E un grande amore superava come niente cento anni di distanza. Meglio, come il “nulla” della canzone di Guglielmo, che inventava così, con questa noncuranza, mille anni di poesia in volgare. In quella Provenza dove tutto ti stordisce, dal calore del sole alla terra che sa di lavanda.

Gugliemo

“Una poesia farò di puro nulla:

non su di me né sopra gli altri,

neppur d’amore e di gioventù,

e di null’altro,

che anzi fu scritta mentre dormivo

sopra un cavallo.”

Il cavaliere dorme e sogna la sua bella. O la sogna ancora dopo essere stato con lei. Che a sua volta lo ricorda nel sogno a occhi aperti che ci unisce agli altri, la poesia.

Beatrice

“Bell’amico, gentile e valoroso,

Quando vi terrò in poter mio?

Giacere con voi almeno una sera

Per farvi dono d’un bacio d’amore!

Voi,invece che il marito,

A patto d’avermi giurato 

Di far tutto ciò ch’è in mio volere."

Ecco, nella poesia dell’amore avevano perso i loro titoli. Due esseri umani: tanto cercavo. Breve, fragile incanto.

Poi lo studio, com’è giusto, mi ha fatto riconoscere l’entità del privilegio e della convenzione. La mano che accarezzava, la stessa del macellaio: una spada per la crociata, una mannaia per il banchetto. La donna regina della luna alla luce del sole: semplice pedina di una politica matrimoniale.

E poi quello strano, misterioso rapporto – e era fu solo politica – con l’eresia dei Catari o Albigesi, così tormentata dalla castità nei più zelanti da eliminare il corpo con la morte volontaria per inedia (endura). Corpi sterminati comunque a inizio ‘200 – e con lo stesso zelo - per volontà della Chiesa di Roma e strategia della corte francese di Luigi IX, fatto santo anche per questo. Fine della musica.

Tutta questa ferocia, per quanto raffinata, mi ha reso esperto a non rimpiangere il passato. Ma l’emozione resta sempre viva ed è una lezione d’amore per il nostro presente, migliore e sempre da migliorare.

Per questo il duca armato di tutto punto per la prima crociata desidero sia cortesemente invitato da un musicista a spogliarsi delle armi e a danzare sul filo sospeso della storia fino alla sua amata. Paradiso terrestre o celeste, lo sceglieranno loro.

Io intanto frugo fra ricordi e carte vecchie di decenni e nel frammento rimasto di un mio dramma sui trovatori, forse l’unico, accenno così a loro probabile, impossibile dialogo:

Guglielmo

Cos’è che sogni, contessa, a cent’anni di distanza: il sogno dell’amore o la sua lontananza?

Beatrice

Sogno la vita che dà vita al sogno e vivo il sogno dell’amore: è quanto basta.

Luca Traini

mercoledì 31 marzo 2021

L’ANTRO DELLE NINFE

 Vie di fuga (con e senza ritorno) nella filosofia, nella politica e nell’arte

Leggo e rileggo il libro di Porfirio (III sec.), ogni volta tormentandolo di note (una specie di esorcismo), perché il suo pensiero neoplatonico è tanto affascinante quanto riprovevole, con quella fuga disperata dal mondo materiale. Perché testimonia al livello più alto la crisi devastante di un mondo e di un modo di pensare che non ho proprio nessuna voglia si ripeta oggi. Noi contemporanei abbiamo e dobbiamo avere la forza di comprendere e assorbire nei valori migliori di sempre, quelli della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948 e successivi aggiornamenti), qualsiasi cambiamento. Quando affronto queste pagine mi ronza sempre nelle orecchie quel passaggio sublime nella forma e ripugnante nel contenuto del suo maestro Plotino: “Come sulle scene del teatro, così dobbiamo contemplare anche [nella vita] le stragi, le morti, la conquista e il saccheggio delle città come fossero tutti cambiamenti di scena e di costume, lamenti e gemiti teatrali.” (Enneadi III 2,15, trad. G. Faggin, Rusconi). Gli orrori dell’anarchia militare di Roma nel III secolo ridotti a un gioco di ombre stile grotta di Platone. Come non fosse già terribile la vita in tempo di pace per la stragrande maggioranza della popolazione, schiavi in primis. E io mi immagino tra questi, non un senatore (i miei amati musei di arte antica dovrebbero esplicitarlo che noi moderni facciamo la nostra visita di rovine da privilegiati). Nella diffusa idealizzazione di tutto ciò che è antico, tesa a presentarne solo gli aspetti positivi, specie nei social, spesso in funzione critica di elementi e situazioni del presente (vedere soprattutto il negativo della contemporaneità è una vecchia, peggio, ancestrale abitudine dura a morire), è bene che si facciano vivi esperti del settore in grado di contestualizzare queste importanti eredità culturali in tutte le loro sfumature senza pregiudizi rispetto al loro valore storico, ma soprattutto senza predisposizioni acritiche riguardo a tutta la complessità, nel serio e documentato dosaggio di giudizi positivi e negativi, dei tempi che stiamo attraversando. Quindi, quando si fa l’ingresso nell’antro delle ninfe, cantato da Omero, reinterpretato da un filosofo di mille anni dopo - e anche preda di esaurimenti nervosi e manie suicide in cui Leopardi volle travasare in modo perfetto la sua infelicità - bisogna fare attenzione.

"L'antro di Itaca descritto in questi versi da Omero è un enigma:
In capo al porto vi è un olivo dalle ampie foglie:
Vicino è un antro amabile, oscuro,
Sacro alle Ninfe chiamate Naiadi;
In esso sono crateri e anfore
Di pietra; lì le api ripongono il miele.
E vi sono alti telai di pietra, dove le Ninfe
Tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi;
Qui scorrono acque perenni; due porte vi sono:
Una, volta a Borea, è la discesa per gli uomini,
L'altra, invece, che si volge a Noto, è per gli dei
E non la varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali".
(Porfirio, L'antro delle ninfe, 1,1-15, a cura di Laura Simonini, Adelphi, 1986)

Infatti non si tratta solo di una lettura esegetica assolutamente decontestualizzata, ma anche - questa è la mia convinzione – di un messaggio politico neppure troppo velato. Nel canto dell’Odissea in questione, il XIII, Ulisse viene riportato a Itaca dai Feaci e lasciato sulla spiaggia di Phorkys mentre dorme un sonno profondo. Sulla cima del dirupo che contorna il porto si trova il nostro antro con accanto un ulivo che domina il paesaggio: ai suoi piedi i marinari di Alcinoo sistemano le ricchezze dell’eroe greco (“bronzo, oro e molte vesti”). Questi, al risveglio, non riconosce subito la sua isola e solo grazie all’ennesimo travestimento di Atena comprenderà con gioia di essere tornato in patria, di aver conosciuto la verità della sua situazione e di essere tornato a quello che era l’obiettivo principale, il fondamento della sua attività di uomo che ha conquistato quanto necessario per tornare alle radici della sua esistenza arricchito. Naturalmente non solo da un punto di vista materiale per Porfirio. Il suo Odisseo nasconde le sue ricchezze nell’antro sacro e si prepara, sotto le mentite spoglie di un mendicante, a ristabilire il suo potere a corte contro gli usurpatori, i Proci. Come non leggere nella riscossa di questo falso figlio di Penìa (la dea della povertà madre di Eros nel Simposio platonico) quella del mondo pagano caro al filosofo contro gli “intrusi” cristiani? Se la datazione de L’antro delle ninfe, operazione tutt’altro che facile, si può far risalire ai primi tempi della frequentazione di Plotino da parte di Porfirio, ecco che allora troviamo un giovane discepolo che non ha ancora assorbito la fondamentale rinuncia alla vita politica del maestro, ma cerca di rispondere ai drammi dell’anarchia militare senza accettarli come fantasmi  e proponendo una via per una possibile restaurazione ideologica dell’ordine sulla base di una nuova lettura della tradizione. Non è un’interpretazione campata per aria, lo dimostra il carattere sanguigno dell’autore che, una volta scomparso Plotino, riaccenderà la lotta contro il cristianesimo - probabilmente durante l’impero di Aureliano, il costruttore delle mura di Roma (della Penelope ideale assediata) - scrivendo un violentissimo Contro i cristianiCi torneremo.

"Né gli antichi costruivano templi senza simboli mistici, né Omero espose a caso il suo racconto su questo soggetto.
Più si potrà mostrare che quanto riguarda l'antro non è finzione di Omero, ma era stato consacrato prima di lui, più questo luogo sacro si rivelerà un tesoro di antica saggezza: per questo merita un'attenta ricerca ed esige che sia rivelato il carattere simbolico della sua consacrazione."
(L'antro delle Ninfe 4, 9-17).

Ora analizziamo la grande parafrasi del filosofo in dettaglio. Perché quanto alluso dal mito cantato dall’autore o dagli autori dell’Odissea viene soavemente - e disperatamente – ricomposto come un cadavere a cui ridare vita contro il Lazzaro – altro mito, ma vincente – dei cristiani. C’è all’inizio tutta una concretezza ingannevole nel definire questo antro come un assurdo geografico (testimone il filosofo pitagorico Cronio, di cui non ci è rimasto nulla) e una stranezza materiale - come potrebbero tessere le ninfe Naiadi un telaio di pietra? – che altro non è che una tela di ragno dove restare prigionieri di un mondo altro di formidabili simbologie. La corsa verso l’astrazione è un formidabile crescendo che trae spunto dalla presenza nella grotta di api e miele. Quelle api simbolo di purezza che si credeva nascessero per generazione spontanea dal cadavere di un bue (ma anche da un leone, come nel caso biblico che ho già affrontato in La leggenda diAlessandro Magno in Valle d’Aosta): la “bugonia” cantata da Virgilio nelle Georgiche e da Ovidio nei Fasti. Al bue viene poi connesso il toro rappresentato in altri antri, quelli mitraici (così cari all’élite militare), immagine dell’uccisione del toro primordiale, fecondatore di vita, da parte del dio Mitra (“tauroctonia”, per sottrarlo allo spirito del male Arimanios). Api e bovini simboli di rinascita oltre la morte materiale. Ma l’analisi di Porfirio, la cui filosofia al contrario di quella di Plotino è impregnata  di viva partecipazione ai culti misterici, non si contenta di questa affermazione di fondo. Deve ancora fornire un’interpretazione di quella che per lui è la giusta condotta dell’uomo che sa e giustificarla alla luce dell’ordine immateriale che regola il cosmo, l’universo retto da un ordine.

"Consideravano l'antro simbolo non solo, come si è detto, del cosmo, cioè del generato e del sensibile, ma l'oscurità degli antri li indusse  a vedervi il simbolo anche di tutte le potenze invisibili, la cui essenza appunto non è percepibile allo sguardo."
(L'antro delle ninfe, 7, 10-14).

Rielaborando la descrizione delle due porte, quella in discesa per gli uomini e l’altra per l’ascesi degli dei (di cui molto probabilmente sono reminiscenza le quattro aperture del Mito di Er nel X libro della Repubblica di Platone), il filosofo neoplatonico passa oltre l’esposizione del dato di fatto della poesia omerica, trasfigurando le due aperture come emblema della natura e sbocchi di due opposte condotte di vita: “Dato quindi che ovunque le due porte sono simbolo della natura, anche l’antro di Omero non ha un solo ingresso, ma due porte, diverse l’una dall’altra a somiglianza della realtà, e una si addice agli dei e ai buoni, l’altra ai mortali e ai più ignobili” (L’Antro delle ninfe 31, 1-6).

Nascita di Atena, tripode attico a figure nere del VI sec. a.C.

Concludendo con l’analisi dell’immagine iniziale dell’olivo, con un uso sapiente dell’artificio retorico dell’“hysteron proteron” nell’ambito della gerarchia dei contenuti, l’esegesi porta a compimento trionfalmente il suo “metodo” ( il suo "cammino di ricerca”): "Non si tratta, come si potrebbe pensare, di una pianta germogliata lì per caso: essa abbraccia e dà unità all'intero enigma dell'antro. [...] È simbolo della saggezza di dio. L'olivo, infatti, è pianta di Atena e Atena è la saggezza. Poiché la dea è nata dalla testa del padre (Zeus), il teologo pensò che il luogo adatto per l'olivo fosse consacrarlo in capo al porto; con ciò volle significare che l'universo non è formazione spontanea o frutto di un caso irrazionale, ma è realizzazione perfetta di natura intelligente e di sapienza, dalla quale è separato come lo è l'olivo, che si erge staccato ma vicino all'antro e in capo a tutto il porto. [...] Giunti a questo antro, dice Omero, bisogna deporre ogni possesso esterno, denudarsi e assumere l'aspetto di un mendico dal corpo avvizzito, gettare ogni cosa superflua, staccarsi dalle sensazioni e allora deliberare con Atena, seduto con lei ai piedi dell'olivo, su come eliminare tutte le passioni che traviano la propria anima. [...] Non bisogna pensare che tali interpretazioni siano forzose [...] ma pensando quanto grandi furono la sapienza degli antichi e l'intelligenza di Omero e la sua perfezione in ogni virtù, non si disconosca che egli ha nascosto l'immagine di realtà più divine sotto la finzione di una favola." (L'antro delle ninfe, 32-36).

Mosaico Socrate e i Sette Saggi, Baalbek, Libano (III sec. d.C.)

Bisogna ammetterlo: la bellezza della prosa di Porfirio e dei versi di Omero sono una rapsodia perfetta in cui restare intrappolati per essere poi assorbiti dalla lettura allegorica del testo poetico. Volutamente, perché i poemi omerici non erano solo questo: erano lo specchio in cui amava riflettersi la cultura greco-romana e brama anche la nostra, se ci facciamo prendere dai sensi e non usiamo la ragione (e qui sono io a usare gli strumenti del filosofo come lui gli esametri del poeta). Quando il neoplatonico “pagano” del III secolo intraprende una lettura allegorica di quella che è la sua tradizione culturale per eccellenza lo fa sullo stile e in sfida con quanto due secoli prima Filone di Alessandria aveva approcciato l’Antico Testamento della Bibbia (primo di una lunghissima serie). E Porfirio, che era fenicio di Tiro, nell'odierno Libano (il nome originario era Malco, “re”, e quindi la porpora del nome ellenizzato gli era congeniale), conosceva l’ebraico e la traduzione in greco di Antico e Nuovo Testamento (lo testimoniano bene i frammenti rimasti del suo Contro i cristiani). Nulla era a caso, come tipico della letteratura antica. L’antro delle Ninfe Naiadi, quelle delle sorgenti da cui tutto ha origine, diventano per così dire Oceanine, perché la loro grotta diventa simbolo del cosmo, dell’universo ben ordinato tanto caro al pensiero ellenico. Desiderio di ordine tanto più sentito in un’epoca di continui e profondi rivolgimenti. Se L’antro era stata una proposta costruttiva, il testo contro la nuova religione orientale è ormai “destruens”, combatte una guerra che sembra – ed è – già persa.

Per la difficoltà di essere filosofi nella vita di tutti i giorni, dura realtà concreta che Porfirio sperimentò sulla propria pelle, rimando alle pagine magistrali di Peter Brown: "Un filosofo non era solo un uomo che conosceva la filosofia. Era chiamato a 'essere' un filosofo. Ed era un filosofo perché era divenuto padrone delle proprie passioni: poteva parlare con autorevolezza a coloro che non lo erano, come una guida spirituale e, se necessario, come un censore.[...] Il mondo del potere era contrassegnato da un'agghiacciante assenza di freni legali alla prassi amministrativa. Il sistema giudiziario era andato facendosi sempre più brutale. [...] La schiavitù rimaneva una scuola domestica di crudeltà. I logoi erano la sola garanzia di salvezza che le classi colte sentivano di far propria. 'Con parole misurate - scriveva Gregorio di Nazianzo - tengo a freno la mia rabbia'. Le parole erano una riserva d'ordine in un mondo violento. [...] Era un mondo in cui ci si attendeva che ciascuno apparisse equilibrato quanto le proprie frasi. [...] Era solo in questi termini che la cruda realtà del potere poteva venire articolata e assorbita. Il controllo del potere era reso intellegibile nei termini di un sistema culturale su cui le élites greche avevano prodigato, fino al 400 d.C., un'ingente fatica simbolica".
(Il filosofo e il monaco, in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol. XIX).

Che sia stato scritto sotto Aureliano o abbia gettato benzina sul fuoco delle persecuzioni di Diocleziano il risultato è lo stesso. Il fallimento del tentativo di fermare il tempo storico all’ombra della metafisica tradizionale, nell’estremo connubio di Platone e Aristotele con vecchi e nuovi culti misterici, insomma tutto questo calderone fondamentalmente riservato a un’élite di iniziati, è equivalente alla scarsa fortuna in campo economico del ben più strutturato calmiere dei prezzi del 301 d.C.. La diffusione e, soprattutto, l’organizzazione del cristianesimo a livello di massa, di cui abbiamo già scritto in Palladio, “La storia lausiaca”, era ormai tale da riuscire a resistere alle stragi dei tetrarchi. Soltanto Giuliano, ancora più in ritardo e con pochissimo tempo a disposizione (361-363 d.C.), tenterà di riprodurre qualcosa di simile cercando di pianificare a livello istituzionale una specie di credo pagano unificato. Vanamente, anche perché si trattava di un Olimpo troppo affollato e differenziato.

Di iniziatico e neoplatonico resterà la nuova immagine dell’imperatore, ormai sacralizzato non più solo nelle province e celato, insieme alla sua corte, agli occhi dei comuni mortali, che emana i suoi editti da una realtà superiore a quella terrena come una specie di Uno plotiniano. 

I cristiani risolveranno questo problema dichiarando Costantino “uguale agli apostoli” e le nuove basiliche dei loro vescovi raccoglieranno migliaia di discepoli (numeri che gli antichi filosofi non si erano mai sognati).

Di ninfe restò solo santa Ninfa, compatrona di Palermo, dalla storia assai confusa ambientata nell’epoca di Costantino, probabile invenzione del XII secolo e comunque surclassata dal successivo culto di santa Rosalia.

Ecco il nostro filosofo immaginato a colloquio con Averroè in una miniatura del XIV sec.

Poi, come capita nella storia - quella concreta, umana - dal pensiero di Porfirio e di Plotino prendono a piene mani proprio quei rivali cristiani per potenziare, in modo implicito, la loro egemonia sul mondo (come detto, avevano strutturato i mezzi materiali per farlo). E in modo esplicito per il medioevo occidentale resta solo la radiografia di Porfirio, la logica tradotta da Boezio, la parte utile, stile quanto capiterà per la dialettica hegeliana col pensiero marxiano e marxista (diverso il caso in Oriente con il mio caro Michele Psello che, in pieno XI secolo, elabora un compendio de L’Antro nella cosiddetta “Università di Costantinopoli”).

Fino a quando il neoplatonismo antico non viene rispolverato per quello nuovo di Marsilio Ficino a conclusione dell’Umanesimo di Firenze. Ed è proprio durante la crisi di quest’ultimo, con un Savonarola di cui Lorenzo, per quanto Magnifico, non riesce più a liberarsi, che un pittore dalla sensibilità raffinata quanto vulnerabile come Botticelli cercherà un’estrema sintesi alla pari fra eredità pagana e cristiana inserendo la Natività proprio nell’antro di Porfirio, in un’Adorazione dei magi (1490-1500) dalla composizione tormentata (vedi la bellissima analisi di Giacomo Montanari). Tentativo non riuscito (anche questo). Quadro mai portato a termine.

Sarebbe arrivato il fatidico 1492 con la morte di Lorenzo de’ Medici e l’America di Colombo (all’inizio scambiata per il Paradiso Terrestre). Sarebbero giunti il Rinascimento del ‘500 e poi la Controriforma, con l’eredità “pagana” confinata dietro le quinte. E poi la filologia tedesca dell’Ottocento dove gli studiosi avrebbero viaggiato in treno, come gli eserciti. Fino al testo tradotto in italiano per Adelphi che oggi ho in mano e che richiudo nella speranza, che sarà anche cristiana ma per me è soprattutto quella di Ernst  Bloch, di non ritrovarci ad avere a che fare con nostalgici, predicatori fanatici e rispettivi eserciti. Con l'ennesima crisi materiale e di pensiero e una fuga, meravigliosa ma inutile, impossibile in un nuovo “antro delle ninfe”.

Luca Traini