mercoledì 4 maggio 2022

FORME DEL TEMPO AUTENTICO

 TEMPO AUTENTICO (STILL LIFE RELOADED 2020-21)

Fabrizio Jelmini photographer

Banca Generali Private Como, Via Lungo Lario Trento 9

Inaugurazione Sabato 7 maggio Ore 11

Info, stampa e prenotazioni: culturalbrokers@gmail.com; tel. Banca 031 3254611

Dal 7 maggio al 30 giugno, in orario di apertura della filiale, a cura di Debora Ferrari e Luca Traini, dopo essere stata presentata a Legnano, arriva a Como la mostra di Fabrizio Jelmini nella sede di Banca Generali Private con una trentina di fotografie, stampate in grande formato.

L'esposizione è accompagnata da un originale catalogo ed. TraRari TIPI in limited edition con fotografie scelte dell’autore, sempre a cura di Debora Ferrari e Luca Traini - editori.

“Lo Still Life di Jelmini ci porta dentro il concetto di esistenza non solo in quello di tempo e vanitas. Ogni scatto della sua fotografia con oggetti inanimati o piante e fiori è un palcoscenico in cui gli attori si mettono oltre il sipario per portarci un profondo significato. Quello che opera con composizione, inquadratura, scatto e preparazione della fotografia su supporti speciali è un’alchimia di colori e volumi, come in un dipinto ma con la luce e gli sfondi, e i soggetti racchiusi nel suo teatro ci narrano di vita e di morte, racchiuse entrambe nella memoria, come in un duplice asse cartesiano. Anche qui conduce un reportage: dalla vita delle cose alla permanenza nell’arte” (Debora Ferrari).



“Non posso che ringraziare Banca Generali Private - 
dice Guido Stancanelli, District Manager - che ci asseconda e sostiene nella realizzazione di questi eventi, come nel caso della mostra delle opere di Fabrizio Jelmini, uno dei fotografi più prestigiosi a livello nazionale. I suoi scatti di grande fascino e purezza di stile sono un esempio di come anche oggi, soprattutto ai nostri giorni, si possa fare arte all’insegna della più schietta originalità attingendo a una grande, ricca tradizione di linguaggi estetici capaci ogni volta di rinnovarsi. Le forme del Tempo Autentico di queste fotografie ci lanciano un messaggio di occhi attenti e cuore pulsante, che è preziosa testimonianza di cura e passione per vedere e cercare di comprendere con uno sguardo di sostanziosa premura le realtà in cui siamo immersi senza dare nulla per scontato”.


Viaggio intorno alla camera ottica

"La traccia del grande viaggiatore – e Fabrizio Jelmini lo è stato in foto e video per anni e grandi spedizioni – resta anche nell’evidenza di quanto rivelato fra quattro mura o in un giardino. Rigore e passione non si misurano in chilometri ma in viaggi-luce. Fotografie di continenti strappati alla deriva i suoi still life, dove il magma di fondo si compone e trasfigura in colori o bianco e nero dai contorni così precisi che non possono che alludere altrove: la fuga da ogni cornice. La visione di una foto nasce a camera chiusa. Apri gli occhi e la mappa dei soggetti inquadrati è una  cartina tornasole che non fa distinzioni fra quanto altri definiscono come cose e fiori, ma unisce in simbiosi quelle cronologie distanti in una sola, quella dell’obiettivo. La geografia dello sguardo prevede fiori fissati come meridiani con relative proiezioni che tendono al cielo fissandolo alle proprie radici. È una quotidianità che sottintende l’eterno, una pulizia formale che non teme le rughe del tempo. E i fiori di Fabrizio - teatro di anatomia e petali, sospesi - amano piegarsi e rivolgersi alle cose: è un dialogo che ricerca sostegno alla vita, allo stesso modo di noi umani verso quanto dovrebbe essere solo oggetto e invece è anche altro. È arte, è sentire con chiarezza la complessa differenza dei tempi fra diverse forme di esistenza, diversi tempi di esposizione" (Luca Traini).


Fabrizio Jelmini, @Emanuela Balbini, 2020

Fabrizio Jelmini è fotografo tra i più apprezzati e richiesti, capace di dosare la sensibilità del suo scatto nei multiformi campi d’indagine di quest’arte unendo in simbiosi rigore, passione e originalità e spaziando, in più di quarant’anni di esperienza, dal reportage giornalistico e documentaristico alla moda, dallo still life alla psicologia del ritratto. Nato ad Arconate nel 1961, ma sempre in viaggio fra i diversi continenti (ha visitato più di cento Paesi), è giornalista pubblicista e professionista della fotografia dal 1980. Numerose le collaborazioni, in primo luogo con prestigiose testate nazionali (Corriere della sera, Il Giorno, Repubblica, I viaggi di Repubblica, D-La Repubblica delle Donne) e riviste quali Ulisse 2000, Riders, About BMW, Cafe Racer, Vie e trasporti, Flotte & finanzaIntensa anche l’attività con importanti emittenti televisive (Rai 1, Rai 3, Canale 5, Rete 4, LA7, Arte, solo per citare le principali), curando reportage di particolare interesse, come a Mostar durante la guerra nell’ex Jugoslavia o in Iraq con uno speciale sull’uso bellico dell’uranio impoverito,  lavorando in qualità di operatore per il programma Overland e dirigendo numerosi documentari sportivi, aziendali e di carattere sociale. La passione per l’archeologia l’ha portato inoltre a seguire, in veste di fotografo e operatore, le spedizioni in Nordafrica dei noti antropologi Alfredo e Angelo Castiglioni, realizzando in Sudan dei film/documentario tra i quali Iveco Faraonic Track, selezionato alla XV Rassegna internazionale del cinema archeologicoHa all’attivo tredici libri pubblicati, fra cui I presidianti: storia della rivolta popolare alla Cava Sant'Antonio (1991-1993), Sete d’Etiopia (2004), Nuotare nei cieli. Volare nei Mari (2012) e Metro Lilla (2015). Dal 2010 è docente di format, tecniche audiovisive e fotografia presso l'Accademia di Belle Arti ACME di Milano. Ha prodotto diverse mostre fotografiche: da I presidianti (1993) a La via dei faraoni neri (2003, esposta allo stand ufficiale Nikon durante il Photoshow del 2004), da I nuovi Milanesi (2013) a Ora d'aria (realizzata nel 2015 presso il carcere di Bollate e presentata al festival di filosofia Filosofarti) alla partecipazione a Matera 2019 col toccante reportage Favela (ambientato a Salvador de Bahia, nel Nordest del Brasile) nell’ambito della collettiva Fotografia e coscienza dell’uomoNella mostra Tempo autentico (Still life Reloaded 2020-21), a cura di Debora Ferrari e Luca Traini, nella sede di Banca Generali Private a Como (dal 7 maggio al 30 giugno) sono presenti anche le opere della recentissima esposizione nella sede di Banca Generali Private a Legnano. L’artista è presente sui vari social, in particolare su Instagram dove presenta una nutrita galleria di tematiche: @fabriziojelminiphotography.

martedì 22 marzo 2022

MUSICA PER HUGO VAN DER GOES (1440-1482)

Cura e malattia del genio

Ho sempre sfogliato con tenerezza il volume dei Maestri del Colore dedicato a Hugo van der Goes, perché la biografia in bianco e nero riportava solo qualche notizia strappata al silenzio prima dei suoi accessi di malinconia feroce. Restava segnata qualche traccia del successo di un artista inquieto - dovevi investire nel tessile, fiammingo, e sei rimasto prigioniero della trama di una tela: non avevi neanche trent’anni e, nel 1468, figuravi tra i migliori salari per le decorazioni delle nozze fra Carlo il Temerario e Margherita di York. Decano della gilda dei pittori di Gent nel 1474 ma già nell’autunno del ’75 frate converso nel convento degli agostiniani presso Bruxelles: lo studio innamorato del nudo nel Peccato originale diventava la slavina umana alle falde della montagna spoglia della Deposizione.

I profeti aprono lo scenario della sacra rappresentazione dell’Adorazione dei pastori e poi quella profusione di ori nell’Adorazione dei Magi, figlia delle ricchezze – e dell’arte – dei mercanti fiorentini. Il priore del convento, padre Thomas, chiude un occhio ma tu sei ossessionato dall’Antico Testamento, dal Vitello d’oro cui hanno consacrato la loro vita gli agenti commerciali dei Medici, come Tommaso Portinari.

E il Trittico Portinari è il tuo capolavoro e, contraddizione dell’Arte che pretende la consunzione, forse lo termini in convento. Ora è il momento della musica.

Gilles BinchoisAmoreux suy per il ritratto della giovane figlia del committente, Margherita, fulgida bellezza bionda accanto alla madre diafana.

De plus en plus per la santa omonima col libro e il dragone e la Maddalena, per gli unguenti che non guariranno.

La natura viva di fiori – gigli rossi e aquilegia, iris bianchi e garofani che alludono a tragedia e immortalità – e il covone di frumento che è eucaristia, “Betlemme” letteralmente “Casa del pane”, per te amaro. Eppure convitati e angeli sembrano cantare la Missa Ecce ancilla Domini di Dufay, diretta dal mio caro René Clemecic, scomparso pochi giorni fa, dall’"antico" Clemencic Consort sulla quinta traccia dell’ LP e del CD, quel maestoso finale del Kyrie.

E verrà l'ora dell’impassibile Ritratto di donatore con S. Giovanni Battista, della Morte della Vergine mentre il tuo priore dispone il coro per cercare di rasserenarti, inventa la musicoterapia.

Ma il pane non può essere spezzato su una tavolozza di colori. Alle mani giunte in preghiera deve essere strappato il pennello. La stessa cosa accade a Botticelli più o meno negli stessi anni.

Tu, come scrive il tuo compagno di noviziato Gaspard Ofhuys, vinci l’autodistruzione e la condanna di Dio: esci dalla “frenesis magna” per morire, come si dice, “sano di mente”.

Forse volevi diventare anche musicista ma il tempo, il tempo… Il genio vuole provare tutto prima che sia troppo tardi. E io, insano per la tua bellezza, non posso fare a meno di dedicarti il Planctus o la Déploration di Ockeghem sulla morte di Binchois.


Luca Traini


STORIA, ARTE, MUSICA E LETTERATURA DEL QUATTROCENTO




giovedì 17 febbraio 2022

VITE PARALLELE Punti di incontro fra Grecia e Italia

Plutarco è un mio contatto dal 1980. Le sue Vite parallele, uno dei primi acquisti di libri senza immagini quando, terminata prematuramente la carriera di atleta (lungo, triplo e 110 ostacoli), tolto il gesso dell’ultima frattura decisi di balzare nell’agone intellettuale. Tre meravigliosi Oscar Classici Mondadori a prezzo popolare (non a caso pubblicati negli anni ’70). 46 eroi a 4000 lire, meno di 100 a testa scolpita (46 Vite così oggi non le puoi avere neanche remainder). Letteralmente da divorare. Peccato solo la rilegatura da quattro soldi (una pennellata di colla e via), immediatamente devastata. Fortuna in casa c’era ancora il mastice del nonno quando lavorava le scarpe a Porto Sant’Elpidio: mastice doc per unire cultura d’élite a masse popolari (era la stagione dell’egemonia culturale del PCI). Comunque che contrasto fra il mio ambiente e quello di tutti quei busti paludati! Ma come li rendeva vivi in quel profluvio di pagine lo scrittore greco! Plutarco di Cheronea era quel vecchio barbogio ritratto subito dopo la copertina, asciugamano in testa e mano sulla tempia: una signora emicrania dopo 1438 pagine.

Erano i primi mesi di liceo classico, una noiosissima quarta ginnasio (conquista eroica per mia madre, ma l’avrei capito solo al terzo anno). La prima lettura dei tre meravigliosi mattoni fu rovinata dalla splendida introduzione del grande Carlo Carena (anche sua la traduzione), dove si raccontava di come questo placido nonnetto facesse frustare i suoi schiavi – e io, date le origini, mi immaginavo uno di loro - con implacabile impassibilità. Era così: questo signore coltissimo, curiosissimo, magari non originalissimo - ora platonico ora scettico ora pitagorico ora stoico - non si incazzava mai. Però la servitù la faceva frustare lo stesso, magari continuando pacatamente a discutere con la vittima in un dialogo tra sordi. Come Platone o i nuovi padroni della Grecia, i romani, se uno schiavo non ripuliva a dovere il vomito dopo i loro simposi.

DUE MORTI PER UN CONCETTO Una diversa lettura dell'Eutìfrone di Platone

Avevo già compreso il lato oscuro della forza dei classici greco-latini e, partendo da questo cono d’ombra, dall’università in poi ho sempre cercato con fatica di contestualizzare il dato storico. Ma nella prima lettura, nonostante anche l’immane sforzo dello scrittore – filosofo, politico, ambasciatore culturale e poi sacerdote nella congrega misteriosofico-politica del tempio di Apollo a Delfi – rivolto a dare concretezza a un trait d’union fra le vecchie classi dirigenti greche e quelle nuove romane piazzando ogni volta un personaggio delle prime con uno delle seconde, ebbene la mia fu una questione di scelte tranchant.

Temistocle e Pericle sì, Catone no, Crasso assolutamente no (Volume 1). Lisandro e Silla no per carità, Pelopida e Timoleonte sì, Alessandro va bene ma con riserva, Cesare no anche se aveva narrato le sue macellerie con stile perfetto (Volume 2). Volume 3: Sertorio certo che sì (ci scrissi anche un dramma trent’anni fa e prima o poi lo riprenderò), Eumene però, Focione bel problema, Gaio Mario sì di massima, i Gracchi sì convinto (specie Gaio).

Sia ben chiaro: non mi rimprovero queste ingenuità da minorenne. Sono rimaste come radiazione di fondo quando sfoglio, sfascio e riempio continuamente di note i miei classici.

Poi nel corso degli anni ’80 ci sarebbe stata la sbornia della pubblicazione a pezzetti di quanto era passato alla storia come corpus dei Moralia plutarchei (alcuni neanche suoi o solo attribuiti). Roba da snob e per snob - la colpa non era di Plutarco - e ancora oggi li digerisco a forza. Peggio poi le citazioni da cioccolatini sparse in manualetti per professionisti o sofisti di vario genere - ve le evito – revival scipito di vetusti frasari da eruditi.

IL SOFISTA E LA COLONNA TRAINANA

Lette e rilette, le Vite valgono per la qualità con cui furono scolpite dallo scrittore, per la fortuna che il genere biografico avrebbe avuto da allora ispirando narratori e drammaturghi – Machiavelli, Montaigne, Shakespeare, Corneille, Racine fino a Goethe e ad Alfieri - fino a quando nel XIX secolo non se ne cominciò a sentire i limiti: zero accenni a quelle che oggi sono le fondamentali analisi del contesto economico e sociale - parlava a chi se la passava bene come lui - problemi in fatto di cronologia quando non di geografia, scarsa comprensione delle tematiche militari. Valgono quindi per il grande piacere della lettura e, in particolare, per l’eredità etica - e politica - del progetto di unire i popoli facendo leva sulle comunanze della tradizione senza trascurare le differenze. Come ha ben sottolineato Françoise Frazier: “Plutarco ci ricorda che l’ideale antico non separava il sapere dalla vita”. L’impegno in prima persona per un fine sociale e multiculturale, questa oggi è la parte del lascito più importante, da rivisitare e rielaborare. L’autore, pur essendo greco, non aveva snobbato il nuovo dirompente impatto della cultura latina, anzi, aveva cercato di farlo proprio, studiando il latino – anche se a tarda età e in modo imperfetto - e anticipando tentativi di sintesi che si sarebbero concretizzati – anche se sempre parzialmente – solo in epoca tardoantica o nel medioevo (ma l’osmosi sarebbe giunta solo in età moderna col meraviglioso fraintendimento di un indifferenziato lascito greco-romano da parte di Umanesimo e primo Rinascimento).

Plutarco muore quando Adriano è ancora vivo. Nientemeno che l’imperatore di Roma si era mosso dall’Urbe, non per fare guerra ma per visitare in pellegrinaggio una patria dell’anima che sentiva più sua, la Grecia sempre ideale degli scrittori. Si era fatto pure crescere la barba come un antico filosofo. Un nuovo, maturo Apollo, dopo l’amore smisurato, dionisiaco di Nerone negli anni della giovinezza dello scrittore delle Vite. E in vecchiaia Adriano lo avrebbe anche nominato procuratore. Tutto sarebbe filato liscio o quasi nel secolo d’oro delle classi dirigenti civili, degli Antonini.

Poi sarebbe arrivata la peste con la riscossa dei popoli ai confini, i “barbari”.

Luca Traini, Il Dittico di Aosta

Il silenzio che regna a Delfi non è ancora scosso dai terribili massacri alle frontiere quando un altro imperatore romano, un altro barbuto, questa volta filosofo tout court - anche grazie a un ex schiavo, greco, filosofo (forse ancora con le tracce della frusta), Epitteto – predilige scrivere in greco, ma solo A sé stesso. Nessuna nuova carica con Marco Aurelio, se non in battaglia, e nuove parole per una speranza diversa: “Bisogna partire con rassegnazione, come l'oliva matura cade benedicendo la terra che l’ha nutrita e rende grazie all'albero che l'ha prodotta”.

Questione di biologia, di politica, come per l’uomo di Cheronea, questa volta impassibile nella tomba.


Luca Traini

mercoledì 29 dicembre 2021

MUSICA PER RAGGI INFRAROSSI

 Il James Webb Telescope in orbita sulle note dei fratelli Herschel

Musica e astronomia erano state sorelle dalla filosofia pitagorica alla rivoluzione copernicana – un suono dal moto di ogni sfera celeste a comporre un’armonia universale, pensiamo solo al Paradiso di Dante – poi il clamore di continue scoperte (e condanne) era stato accompagnato dal controcanto del silenzio notturno dell’osservazione e della riflessione di una nuova scienza. Il padre di Galileo Galilei, Vincenzo, aveva riscoperto la musica della Grecia antica e aperto il sipario al melodramma moderno (ne abbiamo già parlato nei Dispacci Musicali), ma questa opera lirica era stata solo un’ouverture ai capolavori (e al dramma) del figlio.

VINCENZO E GALILEO GALILEI
Musica antica e nuova per sfere celesti

Occorreva la scoperta di un nuovo pianeta perché le note del pentagramma - 7 come i corpi celesti dell’antico sistema solare - componessero una nuova musica grazie a due musicisti diventati astronomi: William e Caroline Herschel. Compositore il primo, soprano lirico la seconda. Come un grande metronomo il loro rivoluzionario telescopio: lui osserva, lei prende nota. William scopre Urano nel 1781 scambiandolo per una cometa. Caroline resterà esperta in fatto di comete. Nel 1834 il pittore architetto Schinkel (e abbiano scritto anche di lui) non potrà che dipingere la divinità in una sfera con la danza delle stelle come satelliti (Oberon e Titania, sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, realtà cosmiche osservate in primis sempre dagli Herschel nel 1787).

GOTICO PER LA REGINA DI CUORI, NEOCLASSICO IL RE DI QUADRI
Il genio architettonico di Karl Friedrich Schinkel fra Romanticismo e politica

Nel frattempo il duo era diventato trio con l’aggiunta del figlio di William, John, indagatore del cosmo con nuovi strumenti quali la fotografia (che deve a lui il nome). Tutti e tre membri della Royal Astronomical Society, di cui William fu il primo presidente e Caroline la prima donna a riceverne la medaglia d’oro (1828) e a diventare socia onoraria nel 1835, insieme alla matematica scozzese Mary Somerville.

A Neoludica non poteva sfuggire il fatto che anche un classico dei videogame, Mass Effect, ha dedicato un intero sistema solare agli Herschel. Protagonisti anche nella nuova frontiera dei telescopi spaziali. Nel 2009 è stato mandato in orbita l’Herschel Space Observatory, attivo nella ricerca nell’infrarosso fino al 2013 (e i raggi infrarossi erano stati proprio scoperti da William nel 1800).

Il suo successore è il James Webb Space Telescope di cui ho seguito con entusiasmo il lancio in questi giorni.

Colonna sonora:

l’Allegro Assai della Sinfonia 14 di William

o il Solfeggio di Caroline trascritto per organo e flauto da  Veniamin Vityazev, professore di Astrometrica all’Università di San Pietroburgo.

Il brano che segue è parte del mio frammento teatrale Definizioni di cosmo, di cui la poesia Definizioni di “cosmo”: allunaggio (Riemergendo da un Taglio di Lucio Fontana) è il prologo.

William

Vedi, Caroline, se ti destreggi nel mare di note di uno spartito hai un occhio già esperto per individuare le piccole sfere dell’infinito pentagramma del cielo.

Caroline

E nelle grandi pause di silenzio della notte le comete non sembrano, caro fratello, non sembrano forse scale musicali su cui innestare il ritmo di questa sinfonia celeste?

William

Pare proprio di sì, mia cara, e in fatto di sinfonie ho una certa esperienza. Da quella che sembrava una cometa è scaturito l’accordo su un nuovo pianeta. Galileo aveva scoperto che Saturno era un Do nella scala celeste e ora abbiamo il Re che lo segue.

Caroline

(Intona “Thou tun'st this World below” dall’Ode to St. Cecilia di Henry Purcell)

“O tu che fai vibrare in sintonia

Il mondo in basso con le stelle in cielo,

Che nella ronda celeste hanno moto

E risuonano della loro musica”.

William

Sorella mia, tu canti divinamente una perfezione che non c’è più mentre ne cerchiamo un’altra che forse non esiste. Ma non fosse per questa continua ricerca di armonia da qualche parte, anche a una lontananza siderale, in questa notte infinitamente più ricca di stelle che le candele in una cena di gala, non staremmo qui a rischiare il torcicollo ogni sera.

Caroline

Voglio scrivere un solfeggio anche per le nostre comete. Le loro orbite planeranno dolcemente nelle gabbie dei pentagrammi. La musica e il canto renderanno nuovamente liberi questi nostri cari fantasmi per farli salire ancora una volta al cielo.

Luca Traini

martedì 21 dicembre 2021

IL TELAIO DELL’INFORMATICA

Dialogo fra Ada Lovelace, Charles Babbage e Luigi Menabrea 

Hardware e software hanno anche una matrice italiana. Partendo, infatti, dalle Note sulla Macchina Analitica di Charles Babbage pubblicate nel 1842 da Luigi Federico Menabrea - scienziato, militare e poi capo del governo del Regno d’Italia (in questo caso non tra i miei preferiti) - Ada Lovelace, ispirata inoltre dalla scheda forata del Telaio Jacquard, elaborò l’idea di programma informatico, aprendo la strada ad altre grandi donne di scienza del Novecento come Grace Hopper, Hedy Lamarr e Katherine Johnson.

Il frammento di dialogo che ho ritrovato era parte del lavoro per le mostre The art of games ad Aosta nel 2009 e Neoludica alla Biennale di Venezia nel 2011 (decennale di un evento in prima mondiale rimasto unico nel suo genere). In entrambi i cataloghi, per ragioni di tempo e di spazio, preferii pubblicare solo il sonetto acrostico binario dedicato alla madrina di entrambe le esposizioni: Ada, che, in quanto figlia del poeta George Byron e della matematica Anne Isabella Milbanke, racchiudeva già nella sua persona la sintesi fra  arte, scienza e tecnologia.

Luigi Menabrea

Quando ero nel Genio militare ebbi in sorte di sostituire il conte di Cavour nei lavori di sistemazione del Forte di Bard. Forse fu lui a suggerire che questa macchina bellica, questa sorta di creatura viva strisciante sopra una collina, nulla avrebbe potuto sortire senza un continuo ricambio della presenza del genio umano. Una piccola specie di serpente di Esculapio lasciato libero di vagare, inquieto, sempre, dentro una struttura immane, immobile.

Ada Lovelace

Vedrò anch’io il vostro forte come il nostro Turner? Per ora mi accontento del più pacifico telaio di Jacquard. Il mio genio è quello di Penelope: una scheda per ogni possibile ritorno di Ulisse. E quando avrà smesso di vagare per le sue inutili guerre e vorrà finalmente vedere in faccia la verità di ogni memoria – è un risultato semplice nonostante calcoli così complicati – ebbene vedrà che nessun dio dell’Olimpo lo ha costretto. Noi decidiamo la nostra tessera, il ritratto che uscirà dal telaio. Saranno quei vuoti sulla carta bianca a dire come siamo, e cambiamo. E dovremo accettarli, perché quello che crediamo di essere è sempre altro. Sarà una donna a farvelo capire. Io, che so cosa vuol dire dare vita a un figlio. E dovrò sperimentare una morte per cancro uterino.

Charles Babbage

“La compianta contessa di Lovelace mi informò che aveva tradotto in inglese le memorie di Menabrea sulla mia Macchina Analitica. […] Le sue annotazioni permettono di allungare di circa tre volte la memoria originale. L’autrice è entrata con competenza in tutte le questioni più difficili e astratte riferite alla macchina”.

Ada Lovelace

Software, hardware… Siamo noi, caro Charles. E quelle idee di Platone così sottili. La scheda Jacquard di Diotima nel suo Simposio come nel nostro: una scheda sottile come l’amore fa muovere la complessa macchina della vita. Che sia il biglietto da visita di una reminiscenza o programma per il futuro, Luigi, Carlo, non dimenticate la vostra “Incantatrice dei Numeri”.


mercoledì 15 dicembre 2021

LEONI E ALTRI UMANI

LEONI E ALTRI UMANI Opere di Samuele Arcangioli

Banca Generali Private  Como | organizzazione Musea 

A cura di Debora Ferrari e Luca Traini

Fino al 6 febbraio 2022 è visitabile l’esposizione nella sede di Via Lungo Lario Trento 9

Si apre  un nuovo evento per la città di Como, firmato Musea e Banca Generali Private, in collaborazione con LarioIN.

Dal 16 dicembre fino al 6 febbraio 2022 si può visitare nella prestigiosa sede sul Lago di Como LEONI E ALTRI UMANI, un’affascinante esposizione del pittore varesino Samuele Arcangioli che ha dedicato molte delle sue opere ai grandi felini africani e ai nostri felini domestici, ai ritratti e agli omaggi dei grandi del passato, curata da Debora Ferrari e Luca Traini e con un catalogo pubblicato da TraRari TIPI edizioni in limited edition per l’occasione.

“Arte” ha la stessa radice di “artiglio” e “tecnica”- la “techne” greca - deriva da “tek”, “legno”. Questo il richiamo ancestrale dell’arte di Samuele Arcangioli quando fa emergere dalle tavole i suoi Felini -  e ci si ritrova per magia immersi in quello sguardo. Perché l’essere umano ha iniziato a rappresentare anche ispirato da quei graffi sulla pietra. E l’artista, cresciuto e tornato più volte in Africa, conosce bene quel segno.

In altra parte della sua vasta produzione Arcangioli - uno dei più originali e importanti artisti che abbiamo la fortuna di avere in Italia - si è dedicato ad affrontare la contemporaneità, cimentandosi anche nella Game Art nella mostra NEOLUDICA alla Biennale di Venezia del 2011. Ma nel suo alter ego felino la creazione di Samuele è sempre preistorica. Sarà quindi un graffio elegante e gentile, ma profondo, a farci vedere il mondo con occhi diversi. Grazie a quegli occhi di gatto, leone, pantera. Alle sette vite degli occhi di un artista.

Quattro le sale allestite per oltre 40 opere su tavola realizzate dal 2005 a oggi: Ritratti, Omaggi, Rapaci, Leoni e Felini.


Banca Generali Privatedichiara Guido Stancanelli District Manager - testimonia una volta di più la volontà unire alla consolidata esperienza nel campo degli investimenti percorsi originali e fuori dagli schemi tradizionali di fruizione dell’arte, nel segno della migliore tradizione e innovazione italiana. Due leoni s’incontrano: il marchio storico di Generali e la cifra di stile di un artista. Una simbiosi che apparenta due felini anche nel contenuto. Entrambe le immagini rappresentano infatti un animale in pace, un’anima forte ma pacifica. Nel caso di Generali il rimando del logo leonino, fin dalla sua creazione del 1861. Un marchio sottoposto a successivi aggiornamenti e restyling in diversi anniversari - 1881, 1911, 1971, 1991, fino al più recente del 2014 - e rivisitato negli anni in campo pubblicitario da diversi importanti artisti (Achille Beltrame, Marcello Dudovich, Gino Boccasile, giusto per fare qualche nome). Un leone in sintonia quindi con i Leoni di Samuele Arcangioli, anch’essi portatori pacifici e possenti di un messaggio di forza vitale”.

Le visite sono libere in settimana secondo gli orari della sede, l’artista sarà in mostra in due speciali incontri tra gennaio e febbraio, accompagnato da un reading letterario di Luca Traini aventi per tema i pittori del passato e il collezionismo contemporaneo. 

Info, contatti stampa e prenotazioni: culturalbrokers@gmail.com

Obbligo di mascherina e visita secondo normative anti-covid vigenti.

Altre importanti mostre curate da Debora Ferrari e Luca Traini a cui Samuele Arcangioli ha partecipato:


Come la luce: dai Macchiaioli allo Spazialismo (2019)

https://lucatraini.blogspot.com/2019/07/come-la-luce-dai-macchiaioli-allo.html


Nel segno di Lucio Fontana (2016)

https://lucatraini.blogspot.com/p/arte.html

 

Neoludica _ Art is a Game (Biennale Venezia, 2011)

https://lucatraini.blogspot.com/p/neoludica-game-art-gallery.html