martedì 5 luglio 2022

ARCHETIPI DANZANTI Opere di Walter Tacchini

 

ARCHETIPI DANZANTI

Opere di Walter Tacchini

a cura di Debora Ferrari e Luca Traini

con Marco Castiglioni, allestimento Sara Conte

Museo Castiglioni Varese dal 9 luglio all’11 settembre

Inaugurazione con apericena Sabato 9 luglio Ore 18

Banca Generali Private Como dal 12 luglio all’11 settembre 2022

Inaugurazione con apericena Martedì 12 luglio Ore 18

PROROGATA FINO AL 30 OTTOBRE

Una doppia mostra a Como e Varese rende omaggio ai prodigi e alle fantasticherie di Walter Tacchini, artista di La Spezia dal respiro internazionale. Nelle sue sculture c'è il segno di una grande stagione della cultura europea che si muoveva tra Sartre, le sorelle De Beauvoir, Cocteau e Jacques Prévert. Oggi ottantenne sempre dedito alla creazione con una verve ineguagliabile (sculture, quadri e mobili rigenerati con Liguria Vintage e le opere collezionate da Crastan Caffè nella sua sede Romito Magra), a vent’anni Walter ha scoperto che le mani erano un efficace strumento di creatività e quindi ha cominciato a dipingere, fare statue, scolpire la pietra, intagliare il legno, giocare con qualsiasi materia malleabile. La svolta della sua vita data agli inizi degli anni Sessanta quando la ditta edile del padre era impegnata nella costruzione della nuova casa di Franco Fortini e di sua moglie Ruth a Bovognano, lungo la strada che da Ameglia conduce a Montemarcello. «Verso il 1962-63 Le Corbusier – racconta Tacchini – venne da Fortini, di cui era amico. È in quell’occasione che lo conobbi e che apprezzò il lavoro che facevo con mio padre. Mi fece guardare verso Carrara, verso le cave, e mi disse: “Tu sei uno scultore nato, perché non ti dedichi alla scultura?”. E’ così che Tacchini inizia a elaborare una vena creativa assolutamente originale, dedita al recupero di forme e archetipi ancestrali, ispirati sia alle stele antropomorfe lunigiane di 5.000 anni fa come alle maschere tipiche come nella tradizione del Carnevale storico di Ameglia dell’Omo ar Bozo che lui stesso risveglia e rinvigorisce coi suoi costumi fin dagli anni ’70.

“Considerare la cultura come forza formidabile e valore inesauribile è un segno distintivo che caratterizza l’impegno di Banca Generali Private di Como nella sua offerta in campo artistico. Questa fiducia incrollabile nelle capacità creative di dare un senso positivo alla vita dell’individuo e al suo rapporto con la società in cui opera per un progresso condiviso è in sintonia con la persona e l’arte, in perfetta simbiosi, di Walter Tacchini. Con la mostra a lui dedicata, Archetipi danzanti, presentiamo quindi una personalità dalla verve ineguagliabile, capace di esprimere quotidianamente tutta una serie di creazioni originali che spaziano dalla pittura alla scultura, giocando con qualsiasi materia malleabile”. Scrive Guido Stancanelli, District Manager BGP, con Daniela Parravano, nella presentazione in catalogo.

Dai manifesti per il Teatro di Strada, di cui è artefice insieme ai grandi nomi europei, ai quadri, alle maschere, alle sculture che realizza anche per enti pubblici come di recente a Lerici, alle Uova e ai mobili rigenerati di recente creazione per Liguria Vintage di Marco Natale, usando una ricca serie di materiali che vanno dalla ceramica al legno. Al Museo Castiglioni il percorso si articola in rapporto alla maschere africane della collezione dei fratelli Castiglioni, mentre a Como i quadri materici ci riportano al valore del simbolo e alla sua interpretazione contemporanea, sul tema del tempo e della luce, elegante e poetica per un totale di quasi 100 opere nelle due sedi. Le mostre sono state annunciate in una conferenza incontro alla Fondazione Sangregorio di Sesto Calende, partner culturale dell’iniziativa, il 25 giugno alla presenza dell’artista, di alcuni partner e dei responsabili della Fondazione.

Catalogo edito da TraRari TIPI editore in limited edition.



Lo spazio, tra fisica e sentimento vitale

[...] Per Walter Tacchini possiamo parlare di ‘pensiero tangibile’. Raccoglie ogni istante la storia dentro di sé, la metabolizza, la trasforma, la crea a propria immagine dando all’elemento intellettivo una forma destinata a durare e testimoniare il pensiero che l’ha generata. Tra fisica e metafisica le opere di Tacchini si collocano sia nello spazio illimitato che tutto contiene -con quel discorso di micro e macrocosmo che cogliamo nei lavori- sia nello spazio divino che nutre l’animo umano. C’è predominanza dell’elemento sacro in tutto, sia per l’esecuzione che per la poetica. Si vedano le forme delle sculture, delle maschere, delle stele, ma si raccolgano anche le gamme cromatiche usate per la definizione delle campiture e il risalto dei pani, sia bi/ che tridimensionali. Lo spazio è quindi condizione di esistenza per le sculture, naturalmente, ma diviene un concetto capace di contenerne altri, ritornando sia alla narrazione del tempo, sia alle radici recuperate e rielaborate. Questo nell’ottica della complessità della sua opera globale, ovvero nell’insieme di progetti e sculture, grandi e piccole, realizzate nella sua lunga e fertile carriera. Ma quando parliamo di spazio singolo di ogni opera il rapporto è 1:1 con il pubblico, da una parte una preghiera dall’altra una tauromachia. In che senso? Proprio nel confronto vitale: davanti a una scultura possiamo porci come in meditazione, ma anche in sfida qualunque cosa rappresenti o emani il soggetto creato. Si sentono le mani del demiurgo artista, si sente la sua forza dinamica, potendo raccogliere sia l’aspetto ispirato, sia il processo sofferto della produzione. Tutte le opere di Walter Tacchini contengono radici, tempo, luce, spazio, divino, sentimento. È la capacità di far danzare gli archetipi che ce le rendono tanto ancestrali e contemporanee così come contemporanee ma fortemente antiche. Nel per sempre, meravigliosamente.

Debora Ferrari


Foto della recente mostra all'Hotel Byron di Lerici (da La Gazzetta della Spezia)

Walter Tacchini è uno di quei giovani ottantenni che fanno impallidire chi è giovane solo all’anagrafe. C’è da chiedersi se il merito sia delle uova che continua a forgiare ogni giorno o del fatto che queste opere, che ti lasciano a bocca aperta per quanto sono belle, siano frutto della sua giovinezza senza età. Naturalmente no. La risposta esatta è la seconda. Quindi non voglio dilungarmi a discutere delle uova nella storia dell’arte – è chiaro che dietro c’anche la lunga covata estetica dei millenni – voglio piuttosto sottolineare che non si tratta di ellissoidi o sferoidi risistemati freddamente, ma di creature-creazioni vive e vivaci che sanno giocare con tutte le vibrazioni della luce e infondere nell’animo di chi le contempla quella gioia di vivere che solo la vera arte sa offrire. Il regalo, come nelle vere uova pasquali, è lo spirito di rinascita che sta dentro.

Poi, le maschere. Che non mascherano nulla, anzi, rivelano quanto mascheriamo. Una sfilata affascinante di se stessi che l’ordinarietà tende a ridurre a uno e invece sono la somma di un’individualità più grande. Perché in quelle di Walter, anche se le puoi godere esposte beate e tranquille, ci senti pulsare dietro il teatro, quello di strada (è un’altra via che ha percorso prima e durante l’insegnamento all’Accademia di Carrara). È il passaggio davanti alla porta di casa di tanti diversi io che sono altri e altro, che devi invitare a pranzo per mangiare e bere i frutti di quella terra da cui l’artista trae altro. Sempre per te. Walter non ama la distanza fisica, le religioni misteriche, peggio, l’élite. Lui ti guarda, di persona o nella magia di quanto compone, cerca il dialogo e il confronto come gli artisti di una volta, come quando Picasso passeggiava per Mougins e si fermava a parlare con le persone in giro. Come va? La vita, voglio dire. Se la vita e l’arte sono una cosa sola, e per tutti, va bene.

Luca Traini

Walter Tacchini ritratto da Roberto Battistelli

Classe 1937, nato a Romito Magra, frazione di Arcola (SP), Walter Tacchini è un artista unico nel suo genere. La sua prolifica carriera di scultore e pittore, grazie anche a una formazione sviluppatasi fra Italia e Francia, può vantare una lunga serie di collaborazioni e riconoscimenti a livello internazionale. Legno e ceramica sono i materiali che predilige per esprimere una sintesi assolutamente originale fra astrazione e figurazione. La sua forte personalità, caratterizzata da un’operosità inesauribile e da una continua attenzione tanto alle eredità del passato quanto agli aspetti più innovativi, non ha mai cercato un’arte fine a se stessa, ma un costante rapporto con altre dimensioni estetiche. Lo testimoniano i numerosi contributi al mondo del cinema e del teatro, grazie al design di costumi e maschere dalle metamorfosi sempre in atto. Da sottolineare, inoltre, il suo tenace impegno sociale nel corso degli anni e la promozione della sostenibilità ambientale anche in tempi in cui non era di moda. Un artista capace di far arrivare la complessità del suo lavoro dritta al cuore, grazie a una visione fuori dal comune unita a una limpida chiarezza d’intenti e realizzazioni. Un uomo caratterizzato da una risoluta volontà costruttiva, ereditata dai tempi in cui lavorava nell’impresa edile del padre. E proprio mentre era alle prese con la casa di Franco Fortini a Bavognano sopra Ameglia, verso il 1962-63, un gigante dell’architettura come Le Corbusier, ospite del poeta, si rivolse all’artista ventenne indicando Carrara e le sue cave: “Tu sei uno scultore nato, perché non ti dedichi alla scultura?”. “Come me, Le Corbusier era figlio di un edile e non era laureato” ha tenuto a sottolineare Walter in un’intervista a Repubblica nel 2019. Fatto tesoro di questo prezioso consiglio, nel 1966 Tacchini può già presentare a Sarzana la sua prima personale, che ripete l’anno successivo, quando espone le sue opere anche alla Mostra di Pittura di Castiglioncello ricevendo la Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica Italiana. Nel 1968 amplia il suo raggio d’azione in Toscana, vincendo il Primo Premio alla mostra Mare e monti di Marina di Carrara, al Concorso Castello Malaspina di Fosdinovo e alla Galleria L’approdo di Viareggio. L’anno seguente, dopo essere stato presente alla VI Biennale Internazionale di Scultura di Carrara e aver vinto il Primo Premio al Concorso Luci e colori di Massa, approda a Milano dove è presente alla VI Mostra d’Arte Moderna e al Museo di Arte Moderna Pagani. Tra il 1969 e il 1970 partecipa ad esposizioni a Genova, Ancona, Carrara e Milano, oltre a compiere il primo passo verso il mercato internazionale quando viene premiato alla Prima Biennale Europea d’Arte Contemporanea a Dubrovnik. E proprio durante la VI Biennale Internazionale di Scultura di Carrara nel 1969 la sua opera suscita l’interesse del diplomatico Lionel De Roulet, che rincontra nello stesso anno a Bocca di Magra con Franco Fortini – durante uno dei classici “concili” organizzati da Giulio Einaudi - insieme alla moglie, la pittrice Hélène de Beauvoir (sorella della scrittrice Simone). Fra i tre si crea un legame di profonda amicizia, rafforzato dalla frequente presenza della coppia in Liguria, dove possedeva una casa a Trebiano, restaurata dal padre di Walter e comune di residenza dello stesso Tacchini. Una riconoscenza reciproca che si concretizzerà nel lascito dell’abitazione proprio al nostro artista e alla moglie Milena, quella che Hélène chiamava “ma petite famille italienne”. Nel 1970 è sempre De Roulet, a capo della Direction pour les Affaires Culturales del Consiglio d’Europa, a invitare Walter Tacchini a Strasburgo per la realizzazione di una scultura in arenaria dei Vosgi a Goxwiller. Nel 1971 è nuovamente in Francia, questa volta su invito della de Beauvoir, per realizzare una coproduzione di scultura mobile. Nel 1972 partecipa sia alla III Rassegna Internazionale di Primavera Atene-Roma che alla XII Biennale Europea d’Arte Contemporanea al Pireo. Torna nuovamente in Francia nel ‘73, a Montbéliard, invitato da Jean Hurstel al C.A.C. (Centre d’Action Culturelle) per interventi di Social Art (animazione di laboratori di scultura, serigrafia, maschere, scenografie, carnevali, ecc). Nello stesso anno, sempre a Montbéliard, realizza un bassorilievo in ceramica, viene nominato Socio Ordinario alla Permanente di Milano, espone alla VII Biennale Internazionale di Scultura di Carrara e partecipa alla Mostra Collettiva di Scultura presso Galleria Tre Papi di Sarzana. Nel 1974 approda a Parigi per iniziare la collaborazione con Albert Diato, ceramista che aveva a sua volta collaborato con Picasso a Vallauris, quindi partecipa alla X Mostra di Scultura all’aperto del Museo d’Arte Moderna Pagani di Milano e realizza scenografia e maschere della Commedia dell’arte al C.A.C di Montbéliard. Nel 1975 inizia la sua attività di docente all’Accademia di Belle Arti di Carrara, che durerà fino al 2005. Nel decennio che segue arricchisce ulteriormente il proprio percorso artistico fra Italia e Francia. Da sottolineare, nel 1976, l’esposizione di giornali e manifesti realizzati per i film di Armand Gatti a Parigi presso il Centre Pompidou. Nel 1977, con profondi interventi di Social Art insieme agli abitanti di Ameglia, inizia l’opera di rivalutazione dell’antichissimo carnevale autoctono L’omo ar bozo: fondamentale esperienza fra antropologia e arte che porterà avanti nei decenni successivi e di cui darà testimonianza anche nel libro L’omo ar bozo: dalla tradizione all’arte popolare, pubblicato dalle Edizioni Giacchè nel 2002. Sempre per un intervento di Social Art, nel 1980 viene invitato a Bruxelles dal Ministero della Cultura belga. Partecipa quindi al Festival di Avignone realizzando di un grandissimo affresco nel quartiere La Rocade. L’anno successivo cura la scenografia di Behren à tire d’aile per l’Action Culturelle du Bassin Houiller Lorrain (A.C.B.H.L.) a Freyming-Merlebach e riceve il Primo Premio Ameglia per la Grafica. Tra il 1982 e 1983 cura in Francia la scenografia di Grezgeschichten a Petite-Rosselle e la scenografia per l’A.C.B.H.L. Printemps de la Creation a Stiring Wendel. Nel frattempo consolida il suo impegno ambientalista con azioni di Social Art insieme a Lega Ambiente nelle manifestazioni La pace a Roma (1983) e In nome del popolo inquinato (1984). Sempre nel 1984 approda in Germania a Ingolstadt per la Mostra Collettiva Grafik und Malerei. Nel 1986, in Francia, cura la scenografia per Vita Lorraine a Saint-Avold. Nel 1987 torna a Sarzana per curare un intervento di arte sociale: Un carnevale diverso. Nello stesso anno realizza in Francia mostre personali a Saint-Avold e a Freyming-Merlebach. Nel 1990 partecipa al Convegno Internazionale Arte Sociale realizzando diverse scenografie sul tema dell’immigrazione per 37 gruppi teatrali. Gli anni dal ’91 al ‘94 sono dedicati soprattutto a contribuire alla costruzione di un importante laboratorio di ceramica con l’associazione culturale Radovan per il lavoro sulla statua-stele, rinnovando anche in questo caso una preziosa eredità, quella della statuaria della Lunigiana (attiva dal III millennio al VII secolo a.C.). Nel 1995 viene invitato a Strasburgo al V Congresso Europeo sull’Arte Sociale e, sempre a Strasburgo, l’anno successivo partecipa a L’art dans les Banlieues. Tra il 1997 e 1999 espone per ben due volte una propria mostra presso l’evento Cibus di Parma e partecipa nel ‘99 alla Fiera di Carrara. Tra il 1998 e il 2001 contribuisce alla realizzazione di un Laboratorio di Arte Sociale a La Spezia, dedicandosi poi nel 2000 a restauri e decori del piano inferiore della Parrocchia dell’Immacolata Concezione del suo paese natale. Sempre a Romito Magra, tra il 2000 e il 2002, realizza la decorazione interna ed esterna della fabbrica Crastan Caffè. Nel 2003, a Milano presso il Teatro ArtandGallery, cura la performance Omo ar Bozo all’interno della manifestazione I Semi di Joseph Beuys. L’anno che segue realizza per una campagna di sensibilizzazione ambientale di Acam il cartone animato Metano Energia Sicura. Nel 2006 viene inaugurato il Museo Aziendale Crastan Caffè che ospita le opere di Walter Tacchini. L’anno dopo, ad Arcola, presenzia alla mostra Terra di Luna all’interno della manifestazione Teatralità e Mistero e alla Collettiva Hombelico presso la palazzina delle Arti di La Spezia. Nel 2008, a Valencia, partecipa alla manifestazione Cultura e Solidarietà su invito de L’Agence Européenne de la Culture del Consiglio Europeo. Data al 2010 l’inizio di varie collaborazioni con architetti, attraverso concorsi di idee, mentre nel 2011 realizza a Milano una grande personale di maschere di ceramica. Del 2012 è l’esposizione permanente Kronos al Mandorlo di Sarzana. Nel 2013, presso l’Istituto Comprensivo di Vezzano Ligure, realizza con gli alunni un murales in ceramica (380x380). Successivamente compone una vetrata (184x162) all’interno di una villa milanese dell’Ottocento. Sempre nel 2013 restaura un ambiente interno di origine medievale in Sardegna. Nel 2017 organizza e allestisce una mostra itinerante dedicata a Hélène de Beauvoir, con la collaborazione di Marco Ferrari e col patrocinio del Parco di Montemarcello Magra-Vara sotto la guida del presidente Pietro Tedeschi: 21mila presenze. Nello stesso anno, al Premio Lions Club Lerici, premia la regista spezzina Federica Di Giacomo donandole una scultura. Nel 2018 vince il concorso La Spezia Porta di Sion per la riqualificazione del molo Pagliari e, l’anno dopo, cura di nuovo a La Spezia, presso il Museo Etnografico e Diocesano, l’esposizione temporanea Carlevà. Il carnevale nello spezzino tra Ottocento e Novecento. Sempre nel 2019 realizza la scultura Le ali della libertà, vincitrice del concorso nazionale La Spezia Porta di Sion. Inoltre cura una grande personale al Castello di Lerici, Kronos – forme luci e colori di Lerici, visitata da oltre 25.000 persone. In contemporanea, con la partecipazione di 75 ragazzi e 150 adulti, attiva un laboratorio di arte sociale dentro il Castello di Lerici che partecipa alla sfilata del Palio del Golfo di La Spezia. Nel 2019 inizia l’elaborazione e la trasformazione di mobili antichi riciclati. Nel 2020 ne espone diversi in Val Graveglia, nel comune di Pignone. Inoltre, una maschera antropomorfica in ceramica del carnevale di Ameglia Omo ar Bozo viene presentata al Museo delle Maschere Mediterranee di Mamoiada. E sempre in Sardegna attiva un laboratorio di arte sociale a Santa Maria Navarrese, nel comune di Baunei, dal titolo Gabbiano Guerriero Contro l’Inquinamento Globale. Nello stesso anno organizza e allestisce la mostra dedicata a Hélène de Beauvoir a Casté curata da Debora Ferrari. Nel 2021, sempre a Casté, prepara alcuni bassorilievi dal titolo Le pietre raccontano. Negli ultimi due anni, infine, si è sviluppata la collaborazione con Liguria Vintage e il suo ideatore, Marco Natale. Le opere della serie Il legno racconta sono esposte all’interno della fabbrica e dello showroom Liguria Vintage a Riccò del Golfo. La sua mostra più recente, composta da una preziosa raccolta di maschere e uova di ceramica, è di quest’anno, da marzo a giugno , all’Hotel Byron di Lerici. Il 18 giugno 2022 è stata inaugurata la sua grande scultura Ninfa sul Sentiero 501 di Casté.

domenica 3 luglio 2022

GUERRE IN VERSI, PACE IN PROSA

 Agrippa d’Aubigné, Brantôme, Isaac Casaubon, Enrico IV, Jean De Sponde

Frammenti di dialogo

Nella Francia di re Enrico di Borbone, a cavallo fra ‘500 e ‘600, antichi amori letterari sopravvissuti agli orrori delle guerre di religione. È dai tempi dell’università che nei miei recital di poesia dedico sempre uno spazio a qualche verso del Poema tragico di d’Aubigné in contrappunto a un sonetto di De Sponde. Omaggio alla loro incendiaria, melancolica diversità come alla comune ispirazione sublime.

Negli anni si sono aggiunti lo studio del Polibio di Casaubon e la piacevole lettura delle Dame galanti del Brantôme. Passione unita a desiderio di rievocare il contesto di politica e storia, per offrire al presente qualche spunto di riflessione contro certi integralismi che tardano a morire, mi hanno spinto a recuperare questi frammenti scritti qualche anno fa. Segnati nel manoscritto come Teatri di guerra 5B, seguono l’episodio dedicato a Poliziano e Botticelli.



AUBIGNÉ E BRANTÔME L’arme contro gli amori

 

Antoine Caron, Il massacro ordinato dai triumviri (1566)

Commento musicale Claude Le Jeune, La guerre (i primi due versi fino a “la garde de mon cœur”)

Aubigné

“Le finzioni dei Greci, i ruscelli d’argento

dove si abbeveravano i loro vani poeti,

qui non scorrono più; ma le onde così chiare,

che ebbero contrari gli zaffiri e le perle,

sono rosse dei nostri morti: l’onda leggera,

il mormorio lieve contro carcasse si rompe”.

Brantôme

Versi che incidono più di una frusta… Ah, non poteva che finire così il nostro umanesimo insegnato a nerbate. Anche Petrarca e Laura in questo bagno di sangue. Come l’Ariosto. L’arme che fanno a pezzi tutti i nostri amori - parlo anche dei miei, che scrivo in prosa. Ma quella prosa di guerra… quella ha fatto a pezzi anche il nostro Ronsard, annegato in un solo colore.

Aubigné

Cantare l’amore prima di diventare macellai esperti. Ronsard, le sue primavere, tutti quei fiori che abbiamo calpestato... Signore di Brantôme, il mio Dio ama l’estate più arida che brucia ogni illusione, ogni petalo. Io da tempo sentivo sarebbe sceso l’inverno, questo gelo ogni volta più precoce. La primavera degli usignoli l’abbiamo fatta tacere con le frecce di Cupido e i moschetti della fanteria. È questo il prezzo da pagare per togliere di mezzo il canto delle Sirene. La pace che da sconfitto ho firmato con Dio - e lui solo - prevede meno piaceri, ma - questo conta - meno dolori.

Brantôme

Si possono comprendere diverse cose del vostro Calvino, ma questo mondo cupo, cinereo... no, non fa per me. Io non rinuncio alla gioia terrena di tutte le guerre che ho perso: Italia, Scozia, Marocco, Azzorre. La  radura in cui sono caduto da cavallo - sciancato e grazie al mio Dio non sulla via di Damasco - resta bella anche quando gli usignoli che scampano ai vostri tritacarne cantano, per chi li sa ascoltare. E io attendo sempre la dolce stagione, anche rinchiuso a vita nel mio castello.

Aubigné

 “La consuetudine rende dolce la prigionia,

e troviamo breve la strada verso la libertà:

la morte amara soffocherà ogni amarezza”.

Brantôme

La morte l’ho vista anch’io negli occhi, ma non è mai stata bella come le dame che ho conosciuto. Cerco di scrivere di condottieri, ma continuo a preferire loro, le splendide amazzoni dell’amore che hanno reso i vostri eserciti grandi schiere di cornuti. Viva gli elmi gloriosi quando non riescono più a stare in testa ai vostri generali! L’eroismo, quello vero, sono le schermaglie amorose vinte da queste donne prigioniere delle nostre stupide convenzioni. La libertà di cui parlate non è quella che io contemplo, ma la loro, conquistata a un prezzo più caro del vostro, del nostro. Gli allori su quelle teste adorabili, così sia, valgono più di tutte le vostre carneficine.

Aubigné

Scandaloso, incorreggibile e neppure poeta. E il poeta ha fatto un grande errore a venire qui. Ma Dio riconoscerà i suoi. E anche me, che ai fiori delle vostre madonne ho scelto la spada. Ricordate Matteo: “Non sono venuto a porta la pace, ma la spada”. Nel mio calamo c’è lei.

Brantôme

C’è inchiostro. Lo stesso con cui avete scritto tutti gli amori che ripudiate, signore d’Aubigné, così sensibile al fascino femminile e ai figli di Eva che avete sparso qua e là.

Aubigné

“Dove un tempo brillavano

i fuochi dei profeti più antichi, là

io tendo come posso la corda dei miei occhi,

mi butto nel mattino; con le gambe bagnate

disperdo la rugiada ai miei fianchi, non lascio

ai miei successori altra traccia se non

i rametti spezzati degli inutili fiori,

fiori caduti appena li sfiora un sole vero,

o che Dio brucerà col vento del suo fiato”. (Esce)

Brantôme

Vero sole, vero Dio, vera poesia... Più verità nella primavera, che ancora una volta farà crescere i fiori più belli sui vostri cadaveri. Fiori che avranno un volto di donna.

 

CASAUBON, ENRICO IV Due poteri della parola

Pierre Pénicaud, Gli acrobati (1550 c.a)

Commento musicale Pierre Guédron, Je suis bon garçon (la parte cantata fino a "personne qui me salua")

Enrico IV (Restituendo il libro a Casaubon)

Avete fatto un ottimo lavoro con la vostra edizione di Polibio. Me l’avete dedicata e io non posso che esserne felice: quale esempio migliore di questo storico greco che comprende, che asseconda l’ascesa di Roma? Però… però qui dobbiamo comprenderci anche noi. Come se fossimo a Roma. La Roma dei papi. Ma come? Polibio segue senza remore la nascita di un impero e voi... voi non assecondate il nostro esempio nel ricostruire il regno di Francia? Perché non vi siete ancora convertito al cattolicesimo? Sapete quanto tempo mi costa difendere il vostro posto di bibliotecario reale?

Casaubon

Maestà, il mio lavoro cerca nel passato una base inestirpabile al presente. Non c’è pagina di libro, per antico che sia, che io non cerchi di comprendere e tradurre come traccia da seguire nel nostro regno. Ma questa dedizione, questa consacrazione del fango di noi poveri uomini  non può essere solo di superficie. Se deve lasciare un’impronta capace di affondare nella nostra terra impregnata da troppo sangue, dovrà essere frutto della forza di un albero lasciato libero di mettere le proprie radici. Questa fatica di occhi che cercano di leggere anche nella notte più alta - le candele non devono spegnersi - dev’essere garantita da quell’Editto che porta la vostra firma e il nome della città di Nantes. “Nantes”, “quelli che nuotano” in latino, fra mille traversie, per garantire libertà di coscienza in tutto il nostro amato Paese.

Enrico IV

Tutta qui la vostra filologia? Avrei fatto un pessimo affare? No, io non ci credo che siate così ingenuo. Vostro suocero, il grande Henri Estienne, con la sua unione delle Muse con Marte avrebbe risposto meglio. Però avete visto che fine ha fatto: morto pazzo  e pieno di debiti. Sarà utile per i futuri commentatori di Platone - un filosofo che in fatto di politica vera non ne ha azzeccata una – ma ora? Ora, caro il mio filologo, fatemi il piacere di fare bene il vostro dovere: pesatele una per una queste parole. La Grecia di Omero non era quella di Polibio. La Francia di Charenton - dove so che andate a pregare il Dio di Calvino grazie al nostro stipendio – non è la Francia di Parigi, dove il vostro culto è vietato. La coscienza non è una cosa astratta quando si traduce in lavoro. In questa cattolicissima Parigi voi potete consultare libri che a Ginevra possono solo sognare. Santo cielo, ma pensate che io non sia al corrente dei vostri dubbi? Rischiate di fare un’offesa alla mia e alla vostra intelligenza se non riconoscete che nuotate veramente male e restate a metà del guado. Fanatici di qua, fanatici di là. Ugonotti, cattolici, tutti col dente avvelenato per inutili massacri durati trent’anni. Noi, il vostro “cristianissimo re di Francia e Navarra”, non possiamo permetterci ancora per molto mezze misure come il re d’Inghilterra. La religione di Stato era una per i romani e tale dovrà essere anche per noi. Per voi. (Esce di scena)

Casaubon (Apre il libro e legge un passaggio della Prefazione al suo "Polibio")

“In ogni impresa si incontrano infiniti pericoli, a cui non riesce a sottrarsi chi appartiene alla categoria di quelli che i greci definiscono “privi di nozioni”: a chi non ha esperienza infatti nulla soccorre. Da qui viene quell’espressione estranea alla prudenza, sempre riprovevole e spesso dannosa: “Non l’avrei mai pensato”.

Una voce fuoriscena

Hanno pugnalato il re alle costole: è morto!

Un'altra

L’assassino era cattolico: l’hanno squartato!

L'ultima

Giustizia! Brandelli di giustizia che parlano ad altri! I pezzi di Francia in mano agli Ugonotti sono avvisati!

Casaubon (Chiude il libro restando a occhi chiusi. Un profondo respiro e li riapre)

Ora pensa a questo: Polibio aveva Roma. E tu? Ginevra? Londra? La risposta è Londra, fuggire a Londra. E lì che fine faranno i miei classici? Servirà a qualcosa aver ramazzato i resti greci dei Banchetti dei sofisti, Ateneo, messo ordine a tutte le infamie latine della Storia augusta? Re Giacomo adesso ha la sua bella e nuova Bibbia tradotta. Mi pagherà bene, anche perché Dio sa quanti consigli ho dato in segreto alle sue commissioni di studiosi! Ma in latino. Avrò il tempo di controllare cosa ne hanno fatto nel loro inglese? Lingue morte contro una viva che dovrò imparare. Altra lingua, altri cadaveri che hanno fatto da concime. Patria e religione ancora una volta sinonimi. Il rischio di fare la stessa fine del mio precursore, il signor De Sponde. Chieditelo: quando si è convertito al cattolicesimo sono servite a qualcosa le sue traduzioni, quelle nel nostro latino di Omero, Aristotele, Esiodo? Giusto la concessione di un rantolo di vita e la morte nel proprio letto. Raccattare a fatica qualche ultima idea per cercare difendere la sua, la nostra ultima scelta. Questa conta per il nostro unico Dio. Per i contabili di qualsiasi corte. Partita doppia.

Neppure due anni per lui, neanche quattro per me.

 

FLASHBACK De Sponde: il Quadro della Scrittura

Hendrick ter Brugghen, Crocifissione con Vergine e San Giovanni (1624-25)

Voce di De Sponde (Buio)

“Eppure morir si deve, e la vita orgogliosa

che disfida la morte, sentirà i suoi furori,

i Soli seccheranno questi fiori d’un giorno

e scoppiar farà il tempo questa bolla di vento.

Quella fiaccola bella con l’arder suo fumoso

Sul verde della cera spegnerà la sua fiamma,

l’olio di questo Quadro sbiadirà i suoi colori

e in schiuma sulla riva s’infrangeran quell’onde”.


Commento musicale (mentre lentamente si fa luce) Paschal de L'Estocart, L'eau va viste en s'escoulant


De Sponde

Sono morto di pleurite. Non avevo da riscaldarmi. Non volevo bruciare i miei libri.

Silenzio del re prima. Silenzio del re dopo.

Dare alle fiamme almeno l’ultima fatica, il mio Esiodo, il suo lavoro più triste, quelle Opere e i giorni… E ogni giorno ha… E gli ultimi... Non me la sono sentita. Basilea, Ginevra, Parigi, Bordeaux… tutte ora per me come il suo squallido borgo: “Ascra: gelo d’inverno, afa d’estate,/ mai piacevole, mai”. Eppure come sembrava oro nel nostro Umanesimo strappare all’oblio tutte quelle pagine rosicchiate dai topi, ristamparle! Innestare nuove radici in quelle antiche - latine, greche - negli abissi della Scrittura... Ma tu sei l’aratro. Tu il seme che deve morire. Fra le righe, in quei solchi, ferite più profonde ogni giorno - la carta dei nostri libri è fatta di stracci! -  un peccato incomprensibile.

In ritardo, colpevole, incompreso anche in ragione di questo il filologo, quando fece suo il credo cattolico e ormai era autunno - il re l’aveva scelto in piena estate. Messa a Parigi per questo. Capro espiatorio per l’altro. Rifletti ancora una volta sulle tue opere, sul tempo consacrato al prima dei tuoi giorni. E l’ora? Il dopo? Non eri un ragazzino. Andavi per i quaranta. E non ti è stato permesso di raggiungerli. Chiedilo all’uomo,  che aveva moglie e figli. Era lui, era lui che doveva ricordare quel salmo che ripeteva fin da bambino: “Per quanto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare”. L’uomo era il bambino che l’aveva sepolto fra tutte quelle carte, tutte quelle pratiche correnti quando… proprio quando non se ne rendeva conto faceva sfoggio dei titoli concessi da quel re, quello che ora tace:  Maestro delle Richieste, Luogotenente Generale del Siniscalco di La Rochelle…

La morte chiude ogni pratica. Dio valuterà ogni singolo documento, ogni riga, ogni solco. Io intanto riposo accanto ai morti che ho amato: greci, latini. Per i francesi, come per me, resto in attesa del giudizio del Signore: non avrà lavoro facile. Aspetto il signor Marcel Arland e i suoi tormenti, il nostro alleato scozzese Alan Martin Boase: saranno loro a riscoprire almeno la mia poesia dopo tre secoli, dopo tanto odio consacrato al mio oblio da cattolici e protestanti.

Volevo parlare dell’Uomo e ho scritto di me. Ritratto senza ritratto. Le incisioni che troverai saranno quelle di Henri, mio fratello minore, ritratto vescovo e vecchio. Lui ha scelto. Io ho compreso.

Compreso che siamo acqua che scorre.

(Mentre scendono le tenebre risuona l’inizio del “Si ambulem” della Missa pro defunctis di Eustache du Caurroy, presto interrotto dal buio. Profondo silenzio.)

Voce di De Sponde

“I lampi vidi chiari passar davanti agli occhi

e similmente il tuono rimbombare nei Cieli,

in cui da qualche parte scoppierà un temporale.

La neve vidi fondere, seccare i suoi torrenti,

quei leoni ruggenti senza rabbia li vidi,

o uomo, vivi, vivi, eppur morir si deve”.

Luca Traini


Traduzioni Poema tragico: Basilio Luoni (BUR Rizzoli, 1979), Polibio: Guerrino F. Brussich (Sellerio, 1991), Meditazioni sui salmi e poesie: Mario Richter (San Paolo, 1998).



sabato 2 luglio 2022

LA “GLORIOSA RESTAURAZIONE” DEL TEATRO INGLESE

 Aphra Behn, George Etherege e il Conte di Rochester: sipario aperto, sipario chiuso


Restaurazione “gloriosa” giusto in quanto Carlo II, appena salito al trono (1660), concesse almeno il ritorno sulla scena delle opere teatrali, dopo la parentesi di potere puritana di Oliver Cromwell. Il successo arrise alla commedia di costume, dove il bel mondo dell’epoca (aristocratici e arricchiti) amò riprodursi anche sul palcoscenico seguendo la moda francese: teatri al chiuso, scenografie sullo sfondo e sipari. Opere raffinate e sboccate, tanto lontane dal mondo di Shakespeare che da quello  vittoriano, i più noti. Una società di passaggio - fra gli orrori della guerra civile e la successiva “Gloriosa rivoluzione” - che vide protagonisti notevoli uomini di spirito e libertini come George Etherege e  John Wilmot, conte di Rochester, ma anche donne forti, coraggiose e geniali come Aphra Behn (di cui ho già scritto nel mio blog). Questa affascinante apertura senza troppi veli sulla società durò mezzo secolo, prima che agli aristocratici venisse proibito di essere artisti e le donne fossero strappate alle trame letterarie per tornare al cucito.

Il testo ritrovato si colloca nel mio Teatri di guerra dopo l’episodio francese e prima di quello dedicato a Metastasio.

Buio. Commento musicale: Henry Purcell, “Why should men quarrel” (da “The Indian Queen”).

George Etherege e  John Wilmot, conte di Rochester, sulla scena con due candele mentre l’immagine dello “Spirito ardente” di Inigo Jones si intravede come scenografia sullo sfondo. Aphra Behn in piedi e in prima fila nella penombra.

Rochester

I Puritani hanno ucciso Shakespeare e noi accendiamo ceri sul palcoscenico per commedie alla moda francese. Anche se grazie a sua maestà Carlo II rinasce il teatro, mi chiedo se stiamo sbagliando cimitero.

Etherege

Con tutti questi cimiteri fra guerra civile, peste e incendio di Londra è facile sbagliare. Dimentichiamo perché siamo troppo stanchi per ricordare. Chiediamoci allora cosa possa rendere almeno piacevole questo oblio? È un’altra domanda, ma  questa volta la risposta è semplice. È la moda. Non c’è nulla che possa uccidere in silenzio e con fare incantevole il passato come una moda. La più recente calpesta senza farci caso il cadavere della precedente e noi ci sentiamo più vivi quanto più possiamo indossare i panni di questa morbida assassina. Volevate vestirvi come ieri? Ma è oggi che facciamo parlare di noi con un altro abito. E domani? Domani la morale sarà questa.

Aphra

(Rivolta ai tecnici) Il sipario! Il sipario sullo Spirito ardente! Facciamo vedere che oggi anche noi usiamo questa novità del sipario, proviamo a nascondere gli orrori “morali” degli uomini. La parola ai commedianti!

Rochester

Morale è stato decapitare un re in abito scuro da puritano. Morale strappare alla tomba e squartare il cadavere di chi l’aveva decapitato, ma indossando parrucche incipriate a dovere. Morte di Carlo I, Cromwell post mortem: il peggio del teatro dei bei tempi andati. E il teschio del nostro Lord Protettore fa ancora bella mostra in cima a una picca davanti all'abbazia di Westminster. Efficace installazione per chi va a messa, si vede che il nostro re ama l’arte. Ma una regina vergine come Astrea e un re scozzese in estasi che traduce la Bibbia… Quella sarebbe ancora una signora trama! Peccato sia già storia.

Aphra

La prima scenografia, quella per L’imperatrice del Marocco con le nostre navi! Sì, è vero, si è accontentato di scriverla Settle, ma Rochester, da navigatore esperto, ne ha curato il prologo.

Etherege

Il presente è invece una regina portoghese cattolica sposa di un re dalla maschera anglicana e dal cuore libertino come noi. I nemici - quelli che avete combattuto da eroe prima degli allori da poeta e puttaniere - sono i vecchi amici protestanti olandesi, come olandese è il pittore della regina e delle amanti del re. Anche questa è una trama che non scherza per una commedia. La commedia della storia, voglio dire.

Aphra

Avanti con l’altra scenografia, quella italiana! La battaglia di Bergen, nella Norvegia dei vichinghi, dove si è fatto onore il nostro Rochester prima di fare versi.

Rochester

Esperta in tragedie. Come noi d’altronde. Le tragicommedie lasciamole al nostro vate nazionale, il signor Dryden. È nato puritano, è diventato anglicano  e credo - come ci tengo a sottolinearlo questo “credo”! - svelerà di essere cattolico solo quando lo riterrà opportuno, come si dice del fratello del re. D’altronde i suoi “distici eroici” sono un ottimo contenitore, li avete usati anche voi. Pensate dunque quanto la forma sia la realtà più importante anche per questo vecchio parruccone. Tragedie ben scritte che non sanno di niente, tuttavia confezionate come il miglior abito di Parigi. Se penso ai nostri antenati, così rustici, ma tutti lì, a godersi vere, grandi tragedie dopo averne evitato, beati loro, una ancora più reale: l’Invincibile Armata spagnola, sconfitta dal vento. Bruciare una strega, decapitare un conte come me o accalcarsi intorno a una specie di teatro anatomico dal palcoscenico senza uno straccio di scenografia e con vecchi laidi puttanieri a far le parti femminili… Desdemone da cento chili che neppure due boia sarebbero riusciti a strozzare! Forse c’è da chiederci se siamo sfortunati.

Aphra

Immagini esotiche, immagini esotiche! Il re che riceve in regalo un ananas!

Etherege

Ma no! Otello, il moro… I mori, i turchi, oggi sono i nostri  migliori alleati: ve lo dice uno che ha lavorato sei anni in ambasciata a Costantinopoli. Peccato solo per le loro donne serrate in casa, peggio della clausura in cui è cresciuta la nostra regina. Ma oggi e sempre oggi, grazie al nostro dio e al re per sua grazia, recitano in scena finalmente donne in carne e ossa, come l’amante del re e la vostra.

Rochester

Ma non siete voi il mio amante? Ofelia? Cordelia? Recitate o scrivete? Io mi limiterei a fare il poeta e i versi, come sapete, li sceglie la mia adorabile bertuccia di Gibilterra. Ma vivo come a teatro. Per questo ho anche un’amante che recita, come me. Ah, la mia Elizabeth Barry! Mi ha dato una figlia e ho voluto che si chiamasse come la madre. Un giorno potrei confonderle.

Etherege

Quella giusta vi risponderà come la nostra Nell Gwyn quando la scambiarono per la De Kérouaille, l’amante cattolica del re: “Fermatevi: sono la puttana protestante!”. (Ridono)

Aphra

Mettete le tre donne che dialogano al Drury Lane. Bene così: fermi!

(Rivolta a Etherege e Rochester) E smettetela anche voi o piazzo una vecchia architettura di Inigo Jones, così vi mette in riga! Uomini vitruviani che giocano con un cerchio perfetto come bambini… Ah! Ridete, ridete. Nell Gwyn è una grande attrice, però, gira e rigira, anche voi volete solo vedere la puttana che recita.

Rochester

Forse, mia cara signora, perché siamo puttane anche noi. Stipendiate dalla maestà del regno per sedurre il mondo impugnando la spada o un mucchio di scartoffie.

Etherege

Signora, è così: il potere è la puttana più grande. Piace a tutti: agli anglicani come ai puritani, ai cattolici come ai musulmani.

Aphra

Io non parlo di una grande cortigiana. Io voglio parlare di donne. (Ai tecnici) Mettete quel vecchio schifo di incisione con le streghe impiccate!

(Rivolta a Etherege e Rochester) Sapete bene che non piacciono solo ai puritani. Fissate lo sguardo a destra, al cacciatore di fattucchiere che riceve come Giuda il suo compenso. Quattro povere criste in meno. E oggi alle vecchie tragedie tagliano l’epilogo per mettere un lieto fine posticcio… Ma purtroppo, signori, non ci sarà happy end per voi: sifilide al poeta, esilio a chi ha scritto commedie. (Buio in scena: Etherege e Rochester svaniscono). Commedie alla moda, preziosi tappeti istoriati a coprire le ceneri di anni terribili. (Cala il sipario. Resta illuminata solo lei). Applausi! (Rivolta a un pubblico assente) Applausi da questo ristretto entourage di aristocratici e arricchiti! I nostri teatri al chiuso non contemplano più le folle. Teneri carnefici, io passerò i miei ultimi giorni a scrivere un romanzo su uno schiavo africano ribelle nelle vostre colonie e voi… voi mi seppellirete dentro Westminster. Se non è una commedia anche questa. (Buio)

Luca Traini

venerdì 1 luglio 2022

NUOVE TERRE

 Percorsi virtuali nella concretezza della ceramica

Neoludica è felice di aver lavorato e contribuito alla realizzazione dell’esperienza virtuale immersiva NUOVE TERRE, elaborata da API Srl  per il Museo Internazionale del Design Ceramico (MIDeC) col bando della Fondazione Cariplo e il patrocinio del Comune di Laveno-Mombello e dell’Assessorato alla Cultura Istruzione Turismo e Commercio.

Debora Ferrari, già direttrice di museo e curatrice d’arte esperta anche nel settore della ceramica (non a caso il titolo “NUOVE TERRE” è una sua idea), e il sottoscritto, in qualità di storico (https://lucatraini.blogspot.com/2021/09/il-potere-della-ceramica-larte-non-e.html), hanno curato i contenuti e supervisionato la scelta delle opere, veri e propri capolavori - e non solo del genere - distribuite nelle varie stanze (anche nell’ultima, quella segreta, da ammirare solo se si sono visitate tutte le altre).

La realizzazione della parte grafica è stata invece frutto dell’attività di Biancamaria Mori (direzione artistica) e Carlo Gioventù (scansioni e fotogrammetria) insieme al team di giovani sviluppatori di API Srl (che ha lavorato sull'aspetto grafico, sull'User Experience e sviluppato l'esperienza in toto), con la supervisione del managing director Massimo Spica. Si sono creati i mezzi oltre che l'estetica. E la novità, condivisa da tutti, è stata quella di non riprodurre gli ambienti del museo come si è soliti fare, ma di rivisitarli dando libero spazio alla fantasia e all’emozione rielaborandone le forme in una dimensione onirica.

Immersi in quest’atmosfera è possibile ammirare perfette ricostruzioni in virtuale di alcune delle opere più significative di quest’arte così da poterne godere tutti i dettagli: dal vaso ad anfora liberty di Spertini al piatto futurista di Portaluppi, dal classismo monumentale dell’Orfeo di Biancini alla formidabile essenzialità del  Ramo di Andlovitz, al mitico Portaombrelli C. 33 di Antonia Campi (solo per fare qualche esempio).

Un percorso costellato da piastrelle color Blu Laveno col logo del museo, macchine fotografiche e televisori vintage che, una volta puntati, svelano informazioni storiche, foto d’epoca e video che vedono protagonisti lavoratori, designer e progetti.

Un grande lavoro in sintonia con l’eccezionale capacità di innovazione espressa per un secolo e mezzo (1856-2003) dalla famosa Società Ceramica Italiana di Laveno, di cui il MIDeC ha fatto tesoro conservando una nutrita serie di pezzi della produzione di eccellenza. Infatti proprio l’industria lavenese, insieme e a gara con la Richard-Ginori, aveva fatto sì che questa  “arte minore” diventasse vera e propria Arte in sintonia con i grandi movimenti artistici del XIX e del XX secolo. Un’arte di massa, disponibile per tutti, che ha trasformato gli oggetti del nostro vivere quotidiano in opere di grande bellezza. Ecco perché questa particolare sensibilità estetica oggi viene tradotta anche nelle nuove arti digitali. Per favorire una visione aggiornata e affascinante di una grande tradizione in una dimensione interattiva capace di coinvolgere anche un pubblico di non specialisti. Per rivolgersi in particolare a giovani e giovanissimi, che nel linguaggio digitale trovano una delle forme di espressione e comunicazione preferite. Con la funzione interattiva e immersiva si possono accogliere nel museo anche persone impossibilitate a recarvisi o stimolare un pubblico lontano a scoprire Laveno-Mombello.

Il tour virtuale è fruibile dal sito del MIDeC.

Luca Traini

Vedi anche