sabato 16 gennaio 2021

IL DRAMMA DELLA SCRITTURA Protagora e Socrate

 

Nell’antichità di fronte all’impatto travolgente di un nuovo medium espressivo come la scrittura - o il libro - ci furono numerose resistenze. La più nota è quella di Socrate, che la considerava una minaccia per la memoria e trasmise questa diffidenza al suo discepolo Platone. Ironia della storia: uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi. Ho ritrovato un frammento del mio Il dramma della scrittura in cui immagino un incontro-scontro fra il padre della maieutica e il sofista Protagora. Ne avevo accennato sia nelle Connessioni Remote per l'esposizione The Art Of Games_Nuove frontiere tra gioco e bellezza del 2009 (https://lucatraini.blogspot.com/2012/03/loading.html Computer 6) sia in quelle per la mostra Neoludica_Art is a Game che, sempre insieme a Debora Ferrari, ho curato alla 54.Biennale di Venezia, pubblicate nel catalogo edito da Skira (Una nuova Filosofia Aumentata per l'Arte https://lucatraini.blogspot.com/p/una-nuova-filosofia.html Computer 4).

[…]
Protagora
Tu disprezzi la scrittura perché nasce dalla contabilità delle cose, ma è proprio con questa misura che noi costruiamo il nostro mondo. La parola è pietra. Il discorso è tempio. Il culto, scrittura.
Socrate
Ma il dio parla, non scrive. E la scrittura compie un doppio peccato di superbia, perché – dovresti ricordarlo – non abbiamo una sola divinità a custodia della memoria, ma due: Mnemosyne e Mneme.
Protagora
Tu parli di antiche divinità a guardia della polverosa memoria dei vecchi, ragnatele su presunte verità che neppure il vento del fiato necessario alle parole riusciva a scalfire. Io ti parlo di una parola nuova così innestata sulla vita grazie alla scrittura come una statua sul suo piedistallo.
Socrate
Dimentichi le radici, Protagora, non prendi in considerazione se quella terra sia fangosa – la terra degli esseri umani - o affondi sulla pietra – la base divina, anche dei templi, quella degli dei, della loro parola che parla al pensiero impalpabile degli uomini, che faticano già a farne parola umana. La scrittura è una fatica doppia affidata a fogli di papiro che si lacerano, a cortecce di alberi abbattuti che marciscono.
Protagora
Seguendo quello che è il destino di tutti noi, che dialoghiamo finché abbiamo vita. Immagina il discorso che potremmo intrecciare fra noi due cadaveri, perché questo alla fine risultiamo per i tuoi dei. I mei sono più gentili verso le creature fragili che siamo e hanno concesso a Palamede l’invenzione dell’alfabeto e dei numeri, ai primi legislatori delle città di rendere sacre le costituzioni incidendole sulla pietra e agli amici pitagorici dei tuoi amici di rendere sacro anche il numero.
Socrate
Usi la mia arma, l’ironia, contro di me, ma le parole dei tuoi amici sofisti, che celano il nulla, come farai a esprimere quel nulla di fondo anche su un esile foglio di papiro? Finirà cancellato, come un appunto su una tavola di cera.
Protagora
Le api, Socrate, che il mito vuole nascano senza accoppiamento: non dirmi che non sei stupito di questa nascita vergine della scrittura sulla cera!
[…]

mercoledì 13 gennaio 2021

MARZIANO CAPELLA, LA PRIMAVERA DI BOTTICELLI E IL TERZO OCCHIO DELLA VENERE DI ANDY WARHOL













Sembra più antico un quadro di Botticelli o la sua rivisitazione su Commodore Amiga? Anche se storico di formazione, propendo per la seconda. Le prime prove dei nuovi strumenti espressivi ricalcano di norma le più vecchie dei media che li hanno preceduti. E neppure un decennio è passato dalla riscoperta dei floppy disk di Andy Warhol, che, poco prima di morire, ai primi singulti della game art, aveva ritratto Debbie Harry dei Blondie e la sua bionda antenata toscana, col giusto terzo occhio della rivisitazione.
Nella stessa seconda metà degli anni ’80 il filosofo Giovanni Reale iniziava  a interrogarsi sulla vera natura della “primavera” botticelliana. Approdando, a inizio nuovo millennio, a quella splendida pubblicazione di ideaLibri in cui sostiene che il quadro in realtà rappresenta Le nozze di Filologia e Mercurio.
La scoperta mi ha trovato pienamente concorde. L’opera monumentale in prosa e poesia del grammatico afrolatino Marziano Capella (IV-V sec.) è uno dei libri a me più cari (anche perché posso leggerlo liberamente e non come terribile mattone nelle scuole di medioevo e primo Umanesimo). Dopotutto quanti testi scolastici partono da una storia d’amore? E Filologia, per sposare Mercurio, deve trasfigurarsi in divinità, vomitando soavemente tutti i libri del sapere offerti dalle Muse, com’è nell’originale, o fiori, secondo il genio dell’artista fiorentino.
Questa è una delle Connessioni Remote di Neoludica presentate alla 54° Biennale di Venezia.

domenica 10 gennaio 2021

MICHELE MARULLO E "ASSASSIN'S CREED"


Un videogioco per la grande poesia dell'Umanesimo



Un poeta greco vissuto in Italia che ha scritto in latino. A scuola non era in programma, però riuscivo a dedicargli qualche ora quando insegnavo prima di affrontare Foscolo. Le analogie sono forti: la Grecia, l'esilio, il compianto per un fratello dallo stesso nome, Giovanni (“Per tela, per hostes… Venio tristis... Teque peregrina, frater, tellure iacentem”, “Attraversando armi e nemici… Giungo triste... A te, fratello, che giaci in terra straniera”, Epigrammata XXII, De morte Iani fratris). E l’esperienza militare: soldato di ventura il primo, combattente di più alti ideali democratici il secondo.
Eccolo Marullo in alto a sinistra nel ritratto di Botticelli (neppure la recente asta di Frieze è riuscita a piazzarlo), dove l’ho messo in controcanto con la Giovane ignota di Lorenzo di Credi, immaginando fosse la sua sposa, Alessandra Scala, tanto bella quanto raffinata poetessa italiana di versi greci e attrice di drammi classici dalla pronuncia attica perfetta, adorata dal Poliziano. Sempre di Lorenzo di Credi, pittore da riscoprire, la Caterina Sforza al centro, anche lei donna affascinante e tenace.
Ma torniamo al gioco di complesse eredità del poeta. Nato proprio l’anno del crollo della sua Costantinopoli - forse nei mesi degli ultimi, disperati scontri - sognò sempre il ritorno in patria e seguì col suo  consueto entusiasmo i sogni (vani) di crociata del re di Francia Carlo VIII. E, da coraggioso protagonista di battaglie già perse in partenza, si schierò con Caterina Sforza nell’eroica, disperata difesa della Rocca di Ravaldino a Forlì contro le truppe del papa - e, ironia della Storia, di un altro re francese - guidate da Cesare Borgia, a cavallo fra XV e XVI secolo. Finì, come spesso nel tanto sublime Rinascimento, in una macelleria da cui si salvò a stento. Salvo annegare pochi mesi dopo in uno sfortunato tentativo di guado di un fiumiciattolo come il Cecina (11 aprile 1500). Si dice che morendo avesse con se una copia del suo amato Lucrezio: “È naturale che tutto perisca…/ Così anche le mura del grande mondo/ Cadranno infine espugnate in rovina” (De rerum natura, II, 1144-5). Simbolo malinconico della fine di un’epoca, nata con grandi sogni e sopraffatta dalle artiglierie come dai rigagnoli. Il futuro, il nostro presente avrebbe reso giustizia.
Tutte cose che vent'anni fa dovevo spiegare di fretta e solo coi miei amati libri (di testo e non), quando il multimediale si riduceva a qualche documentario se non al film con Virna Lisi del ’59 (non proprio un capolavoro, inadatto per giovani di quarant’anni dopo). Insomma, per entusiasmare i ragazzi non avevo ancora a disposizione un videogame come Assassin’s Creed, che nel suo secondo episodio vede proprio il protagonista Ezio Auditore, combattente e letterato come il Tarcaniota, intervenire in aiuto di Caterina nientemeno che con un Niccolò Machiavelli armato di tutto punto. Bello vedere anche in questa nuova arte protagonisti classici che, seppure trattati con quella certa libertà permessa ai nuovi media espressivi, in questa nuova veste possono comunque interessare tutti ed essere un ottimo, divertente e sentito apprendistato per chi vorrà approfondire il discorso. Ogni tanto bisogna togliere la muffa dai testi storici. Io ci sono arrivato coi fumetti. Oggi la stessa cosa si può fare partendo dai videogiochi. L’ha fatto Ubisoft, multinazionale franco-canadese, anche perché in Italia le catene della tradizione, meglio, del tradizionalismo, sono dure a essere spezzate. Pensiamo solo al povero Manzoni, poeta d’avanguardia e innovatore della forma romanzata, quanto e per quanto è stato ridotto a mummia! E invece la saga Assassin’s Creed ha vinto la scommessa di ambientare il suo gioco nella storia meno conosciuta e quasi sempre in siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO: davvero una bella lezione.
Ma torniamo a Marullo che, contrariamente al suo grande rivale Poliziano, non è uno dei personaggi del videogame. Però quanto gli somiglia Ezio Auditore! Li avevo già collegati con questi versi quando curai, con Debora Ferrari,  Assassin’s Creed Art (R)Evolution al Museo di Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano nel 2012, la prima grande mostra sull’arte di questo classico dei videogiochi:
“Non ego tela, non ego enses,/ Non incendia pestilentiasve,/ Non minas vereor ferociorum,/ Non hymbres, mare, turbines, procellas,/ Non quaecumque aliis solent nocere,/Quae cuncta unius aestimamus assis”.
“Io non ho paura di frecce o di spade,/ Non temo le pestilenze o gli incendi,/ Né le minacce di gente feroce,/ Né piogge, mare, turbini, procelle,/ Né quanto di solito nuoce ad altri:/ Tutte queste cose non stimo un soldo” (Ad Accio Sincero vv.1-6).
Ecco quindi l’Auditore in ascolto di una Caterina Sforza nelle vesti di eroica condottiera in sella al suo destriero. Sembrano due innamorati. Tornano inevitabilmente alla memoria gli splendidi versi che il Tarcaniota aveva dedicato a Neera: “Suaviolum invitae rapio dum, casta Neera,/ Imprudens vestris liqui animam in labiis…/ Misi cor quaesitum animam; sed cor quoque blandis/ Captus oculis nunquam deinde mihi rediit”.
“Mentra ti strappavo a forza un bacio, o casta Neera,/ Ho dimenticato l’anima sulle tue labbra…/ Mandai il mio cuore in cerca dell’anima: ma anche il cuore,/ Preso dal tuo dolce sguardo, da allora non è più tornato da me” (Epigrammata IV).
Il loro screenshot fra la mia amata edizione Ricciardi-Einaudi (curata dall’Arnaldi e dalla Gualdo Rosa) e un incunabolo, fresco gioiello della tecnologia dell'epoca, col suo ultimo ritratto  (ed ero tentato di inserire al suo posto la prima mitica edizione curata da Benedetto Croce).
Deus ex machina e quindi obbligatorio lieto fine, almeno nella finzione, nella poesia, con l’epigramma a un altro greco umanista latino, Manilio Rallo:
“Sat mala laeti quoque sorte, caelum hoc/ Hausimus olim./ Profer huc cadum, puer Hylle, trimum,/ Cedat ut moeror procul et dolores:/ Tota nimirum Genio mihique/ Fulserit haec lux”.
“Felici quanto basta anche in disgrazia,/ Respirammo l’aria di questo cielo./ Illo, ragazzo, il vino di tre anni/ Tira fuori ché fuggano lontano/ tristezza e malinconia: a me e al mio Genio/ rifulga tutta la luce del giorno”.
Prosit!

venerdì 8 gennaio 2021

LA FILOSOFIA DI BERKELEY E LA REALTÀ VIRTUALE


Ho ripreso in mano la filosofia impalpabile di Berkeley, così remota dal mio pensiero, mentre riflettevo sulla Realtà Virtuale per Neoludica. Le realtà smaterializzate in cui stiamo fluttuando vedo spesso assumere le maschere, le interfacce del suo “essere è essere percepito” così come l’energia della realitas entitiva di Giordano Bruno o dell’existiturire di Leibniz. Dietro lo schermo del computer avverto con forza sempre aumentata tutta quella serie di “realtà che hanno sete di esistere” (Gadamer) e che, nell’essere percepite come reali, mettono in gioco – in video-gioco – tutta la loro potenza.

Lo schermo delle nostre rappresentazioni ci separa davvero – verrebbe voglia di dire “ci protegge” – da esse? Quanto è sempre più forte oggi il desiderio di feedback con le nostre immagini? Somigliamo sempre di più ai nostri avatar, che sembrano vivere una vita migliore di quella concreta e sono oggetto di tanto amore e cura continua. Perché di norma vogliamo essere percepiti meglio di quello che crediamo di essere e questa percezione di noi che tanto desideriamo si sta trasformando progressivamente o esponenzialmente nel nostro essere. La comunità degli internauti è sempre più berkeleyana.


Berkeley e il suo entourage (The Bermuda Group) in un dipinto di J. Smybert (dal 1728 al 1739)

Dopotutto lo stesso filosofo dalla sua Irlanda cercò di navigare alla volta delle Bermuda - suggerito dalla Tempesta shakespeariana? - per sperimentarvi la costruzione di un’università (parliamo del 1728) e, anche se non le raggiunse, restò nel Rhode Island a cercare di concretizzare i suoi ideali fino al 1731, trapiantando filosofia e forse architettura palladiana per i futuri Stati Uniti.
Questo tentativo di approdo all’essere che è tale in quanto percepito mi rammenta, inoltre, il nostro rapporto con la diversa dimensione del mondo quantistico, che sembra emergere ed essere compresa solo in presenza della percezione di un osservatore. Questa rappresentazione del mondo remoto e presente dei quanti condiziona ogni giorno di più, consciamente o meno, l’approccio con le nostre realtà empiriche, ogni volta conquistate a fatica (e non abbiamo ancora fatto davvero i conti con la relatività di Einstein), quanto se non più della Rivoluzione Copernicana di mezzo millennio fa.
Tutte queste considerazioni affiorano dalla lettura di Siris, ovvero, “Catena”, il libro a me più caro di Berkeley, così ingenuo in apparenza e in realtà sottilissimo, che avvinghia progressivamente il lettore passando da una prima parte estremamente colorita e pragmatica, direi quasi teatrale, a una seconda dove tutto sfuma dietro il sipario nell’invisibile.



Delle 160 pagine dell’edizione UTET più di un terzo sono dedicate a quella che il filosofo considerava una grande invenzione medica, l’”acqua di catrame”, panacea di più o meno tutti i mali e con cui curava, letteralmente a secchiate, famiglia, amici e bisognosi (Berkeley, oltre che uomo generoso, era anche vescovo anglicano). Questo favoloso intruglio - basato su un distillato di pino composto da una parte resinosa e una acida, mescolato e poi lasciato riposare in abbondante acqua - aveva avuto origine nel Nuovo Mondo a lui così caro, in Carolina del Sud (probabilmente escogitato dai nativi americani e poi fatto proprio dai coloni per combattere un’epidemia di vaiolo nel 1739), ebbe un discreto successo nel Secolo dei Lumi per essere poi discreditato nell’Ottocento. Cosi Charles Dickens ricordava per l’ultima volta trionfi e aromi di un beverone definito da qualcuno “dio potabile”: ”Si riponeva una fiducia proporzionale al suo sapore nauseabondo. Nel migliore dei casi, mi veniva somministrata una tale quantità di questo elisir – un rimedio di prima qualità – che ero ben consapevole di andarmene in giro puzzando come uno steccato nuovo” (cito dall’ottima introduzione della curatrice Silvia Parigi).


William Hogarth (1697-1764), Operazione in un ospedale

Vuotato il secchio, ha inizio una progressiva, martellante smaterializzazione dei componenti dell’”acqua di catrame” come di tutti gli elementi dei tre regni della fisica. Prima è l’“aria”, per come era intesa all’epoca (non una sostanza chimica, ma un mezzo dove le diverse sostanze terrestri emettevano e disperdevano le loro particelle): “Si può dire che l’aria è il seminario dei minerali e dei metalli, oltre che dei vegetali.”. “Seminario”, naturalmente, anche in termini ecclesiastici. “Aria” in cui sarebbe stato presente e diffuso “uno spirito latente e vivificante… necessario tanto ai vegetali quanto agli animali”. Di scienza come la intendiamo oggi c’è ben poco, ma quel “latente” è un aggettivo che mi perseguita quando ho a che fare con i mondi virtuali così come quando mi capita di affrontare l’uni/multiverso quantistico.


La casa di Berkeley fotografata nella seconda metà del XIX secolo da J. A. Williams

Il bello della lettura di Berkeley è che queste esalazioni metafisiche emanano spesso da un contesto descrittivo di schietto naturalismo settecentesco (pensiamo anche all’incantevole contesto del giardino nell’aria frizzante dell’alba dei Tre dialoghi tra Hylas e Philonous). Certo, c’è anche la traccia delle splendide ambientazioni paesaggistiche dei dialoghi platonici, ma la concretezza di certi dettagli è notevole e l’amore per le bellezze della natura assoluto, specie quando attinge dai suoi due viaggi in Italia (la nostra penisola gli era rimasta nel cuore). Berkeley non è solo importante filosofo ma anche fine e appassionato scrittore (come d’altronde un altro grande isolano amante del Bel Paese che tratterò, Charles Babbage, l’inventore del computer, le cui Memorie sono un modello di stile). Infinite citazioni di classici e contemporanei vanno di pari passo con le sue vicende personali in Irlanda o vicino alla Grotta del Cane a Napoli.



Certo, a volte nei confronti della sua filosofia mi verrebbe da fare come Samuel Johnson (il letterato inglese, non il filosofo americano), quando prese a calci una pietra davanti al suo biografo James Boswell, altro dei miei prediletti, affermando che non era necessario altro per confutare l’immaterialismo. Magari fosse così facile! Mi sento in realtà – ma quale? - come Bertrand Russell, che sente questa smaterializzazione come “istintivamente ripugnante”, ma non riesce a intravvedere il modo per confutarla.
D’altro canto proprio il verbo “confutare” ha radici che rimandano a “fonte”, “vaso per acqua” e “versare”. Versare argomenti contro i versamenti di acqua di catrame: quale la cura giusta? “Cura” altro bel termine complesso. E molto probabilmente è proprio la complessità del pensiero da salvare, specie oggi, di fronte a tutte le facili, opportunistiche semplificazioni. Quanto abbiamo davanti e/o siamo dentro è in continua, sfuggente – struggente - definizione.


Risultati immagini per mario savio berkeley free speech movement
Mario Savio e gli altri leader del Free Speech Movement (da www.fsm-a.org). Le marce di protesta per la libertà di parola sortite dall’università dedicata a Berkeley, l’eredità migliore del filosofo. Niente a che vedere con la retorica demagogica delle fake news di Trump, così micidiale per la democrazia, ma serio messaggio di pace e vero confronto, esempio sempre valido, soprattutto in un’epoca di social che devono essere socialmente utili.

Allora mi pare giusto concludere con una frase di chi, proprio nell’università americana dedicata a Berkeley, sottolineò con la sua lotta pacifica quella libertà di confronto che è sempre uno dei beni più preziosi per mettere in connessione i diversi sentire degli esseri umani : “Per me la libertà di parola è qualcosa che rappresenta la dignità stessa di ciò che è un essere umano... È la cosa che ci pone appena al di sotto degli angeli” (1964). L’ultima parola sarebbe piaciuta al vescovo filosofo. Io preferisco il cognome di chi l’ha detta: Mario Savio.

martedì 5 gennaio 2021

L’INVENTORE DEL COMPUTER INNAMORATO DELL’ITALIA: CHARLES BABBAGE (1791-1871)

Nel 1840 il Re Carlo Alberto invitò gli scienziati italiani a convegno nella sua capitale.
A richiesta del suo più dotato analista, portai con me i progetti della Macchina Analitica.
Questi furono esaminati a fondo e la loro precisione conosciuta dai più eccellenti figli d'Italia.
Sono debitore verso il Re, vostro padre, per il primo riconoscimento pubblico e  ufficiale
di questa invenzione.Sono felice a questo punto di esprimere il mio profondo senso di cortesia
a suo figlio, il Sovrano dell'Italia unita, il Paese di Archimede e Galileo.


Charles Babbage, professore di matematica a Cambridge nella cattedra che era stata di Newton e sarebbe diventata di Hawking, in un dagherrotipo del 1847, fra i ritratti del suo amico, il re di Sardegna Carlo Alberto, e del figlio, Vittorio Emanuele II re d’Italia, cui dedicò le memorie. La sua Macchina Analitica fra queste e il romanzo che l’ha fatto diventare anche eroe del cyberpunk. Sopra, le Notazioni di Luigi Menabrea sull’invenzione, pubblicate due anni dopo averlo conosciuto al secondo di quei Congressi degli Scienziati Italiani così importanti per il nostro Risorgimento, quello di Torino (1840), organizzato dall’astronomo Giovanni Plana, inventore a sua volta di un altro antenato, più remoto, del nostro computer: il Calendario Meccanico Universale. Fra il suo ritratto di militare che, caso eccezionale per un grande scienziato (innovatore), sarebbe diventato presidente del consiglio (ma conservatore). E Ada Lovelace (madrina di Neoludica), altro genio della scienza inglese dell’Ottocento, di cui vediamo le annotazioni che la portarono a teorizzare l’antenato del software.
“Fu durante le riunioni al congresso di Torino che il mio assai stimato amico, il signor Menabrea, raccolse materiale per quella lucida e ammirabile descrizione che pubblicò nella Bibliotèque Universelle di Ginevra, nell’ottobre del 1842. […] La compianta contessa di Lovelace mi informò che aveva tradotto le memorie di Menabrea. […] Allora suggerii che aggiungesse qualche annotazione alle memorie di Menabrea, un’idea che immediatamente fece sua. Noi discutemmo insieme sulle varie illustrazioni che si potevano introdurre; io ne suggerii alcune, ma la scelta fu interamente della contessa. Così fu anche il lavoro algebrico sui differenti problemi […]. Tale lavoro ella mi inviò per una correzione, avendo scoperto un grave errore che avevo commesso nel procedimento. Le annotazioni della contessa di Lovelace permettono di allungare di circa 3 volte la lunghezza della memoria originale. L’autrice è entrata con competenza in quasi tutte le questioni più difficili e astratte  riferite alla Macchina Analitica.” (C. Babbage, Passaggi dalla vita di uno scienziato, introduzione di  Vittorio Marchis, a cura di Andrea Villa, UTET, 2007).


Quello che stupisce un italiano della vita di Babbage non è tanto l’amore verso il nostro Paese, caratteristico di tanti intellettuali inglesi – dal Medioevo con l’ammirazione di Chaucer per Boccaccio, al Rinascimento col petrarchismo di Philip Sidney fino ad arrivare alle visite in massa al nostro patrimonio artistico durante il Gran Tour - quanto la comprensione e il successo di pubblico informato per la sua tecnologia visionaria nella nostra penisola (che tuttavia non aveva i mezzi economici per metterla in pratica). In patria, nella patria della Prima Rivoluzione Industriale al gran galoppo verso la Seconda, Babbage ebbe un successo riconosciuto soprattutto in gioventù e come accademico: “Tenni l’incarico della cattedra di Newton per pochi anni, e ancora provo profonda gratitudine per l’onore che l’Università mi ha conferito – il solo onore che ho mai ricevuto nel mio Paese”. Il tanto decantato pragmatismo isolano e, giusto per fare un esempio, quello dei commissari della Grande Esposizione di Londra del 1862 relegò la sua Macchina Analitica “in un piccolo buco in un angolo scuro, dove poteva essere vista, con grande difficoltà, da sei persone alla volta” (cosa tristissima, ve lo dice un esperto in fatto di fiere). Il tutto in un clima di favoritismi e spese inutili (e forse questo ci ricorda qualcosa). Alla faccia della generosità e del grande desiderio di creare e condividere un linguaggio universale che aveva caratterizzato l’attività dell’uomo di scienza fin da quando era ragazzo e si appassionava allo studio delle Istituzioni analitiche della nostra Maria Gaetana Agnesi.


Si consolerà citando il poema di Byron, padre fugace di Ada Lovelace, La profezia di Dante: “L’uomo è ingiusto e il tempo è galantomo”. Babbage infatti fu uomo poliedrico e di grandi letture, non solo in campo scientifico. Amante dell’arte (il padre aveva una piccola collezione) e della musica, soprattutto per organo (erano gli anni della riscoperta di Bach da parte di Mendelssohn). La sua sensibilità, connotata da un cristianesimo decisamente progressista, lo portò a riconoscere in grande anticipo sui tempi anche l’intelligenza degli animali, anzi, la loro esistenza intellettuale: “L’uomo possiede sorgenti di conoscenza attraverso i sensi. Egli personalmente pensa a se stesso come la più alta opera dell’Architetto Altissimo; ma è possibile che sia la più bassa. Se altri animali possiedono sensi di una natura differente dalla nostra, sarebbe possibile che noi fossimo appena a conoscenza del fatto. Già quegli animali, avendo altre forme di informazione e di piacere potrebbero, sebbene sdegnati da noi, provar piacere di un’esistenza corporea e anche intellettuale, assai più elevata della nostra”.

Non potevo non inserire il mio adorato Elvis

Fu anche, da bravo inglese, un appassionato sportivo: “Ero assai appassionato di sport nautici, non della fatica manuale del canottaggio, ma della più intellettuale arte del veleggiare”. D’altronde la sfida canonica fra canottieri di Cambridge e Oxford sarebbe iniziata ben dopo i suoi studi universitari.
Ma, tornando all’Italia, sono memorabili le pagine dei suoi incontri con Carlo Alberto, che si dimostrava molto meno “re tentenna” in campo scientifico di quanto non lo fosse in politica. Nacque una sincera amicizia che riuscì a vincere la timidezza di entrambi, specie quella patologica del monarca (“sperimentai su me stesso la miseria di quella afflizione – la timidezza – e provai come assai più doloroso può inevitabilmente diventare quando ciò tocca in sorte a una persona posta nel rango più elevato”). Con quel re “notevolmente alto”, sempre vestito da militare e con “una tale espressione di contegno” discusse approfonditamente soprattutto sulle prime applicazioni dell’elettricità e sul telegrafo elettrico, suscitando uno dei rari momenti di entusiasmo mai provati dal sovrano. Con i suoi strumenti scientifici Babbage riuscì anche ad appassionare i giovani principi. Ancora più simpatico-simpatetico il secondo incontro, quando il matematico recò in dono alla regina un ritratto in seta di Jacquard (il cui telaio meccanico fu grande fonte di ispirazione per le prime macchine computazionali). L’apertura della scatola provocò volo e caduta di un “mucchio di fogli di carta argentata della più eterea apparenza”. Segue la scena dell’inglese e dell’italiano in ginocchio a raccogliere quegli “angeli caduti”: “Sentii un ostacolo che si presentò al mio piede sinistro. Guardandomi con attenzione percepii che il calcagno di sua maestà era entrato in contatto con il dito del piede dello scienziato. Un sorriso comico e gentile si irradiò sul volto del re, mentre un incontenibile ma non irriverente sorriso illuminava io mio volto.  Una volta che l’intera armata di farfalle fu infine catturata e l’incisione rimessa a posto, il re iniziò una conversazione con me intorno a vari soggetti. Il processo di produzione del vino divenne allora soggetto”. Sarà stato un caso? Fatto sta che una settimana dopo il buongustaio Charles era a Racconigi a seguire le procedure di vendemmia in “uno dei più bei domini reali”. In procinto di ripartire alla volta di Ginevra un amico ben inserito a corte gli rammentò l’eccezionalità dell’accoglienza del sovrano: “Il re ha fatto per te tre cose, che sono inusuali. Ha stretto la tua mano. Ti ha chiesto di stare seduto durante l’udienza. Ti ha permesso di fare un regalo alla regina. Quest’ultima è la più insolita di tutte”.


Ma nel cuore di Babbage non restò solo l’esperienza piemontese. Visitò con grande piacere e soddisfazione anche Bologna, Firenze e Roma (del resto amava molto viaggiare e visitò Parigi, Vienna e Berlino spingendosi fino a Mosca). Nel Regno delle Due Sicilie, poi, dopo essere stato suggestionato dall’analogia fra un vaso sanguigno e “la superficie che a quel tempo formava il fondo del grande cratere del Vesuvio”, trova a Pozzuoli il suo monumento d’arte d’elezione, che lo spinge a pubblicare uno studio sul bradisismo, Observations on the Temple of Serapis at Pozzuoli: “Durante un parte della mia permanenza a Napoli la mia attenzione fu concentrata su quella che nella mia opinione è la più notevole costruzione sulla faccia della terra, il Tempio di Serapide a Pozzuoli. […] Il risultato di questa perizia mi condusse negli anni seguenti a spiegare i vari innalzamenti e depressioni di parte della superficie della terra, in diversi periodi di tempo, con una teoria che ho chiamato la teoria delle superfici isotermiche terrestri”.


Di particolare interesse per noi di Neoludica (parlo dei me e della co-curatrice Debora Ferrari), quando abbiamo portato la nostra mostra alla Biennale di Venezia, il paragrafo che segue questa teoria geologica, dedicato ai Giochi di abilità: “Presto arrivai alla dimostrazione che ogni gioco di abilità è suscettibile di essere giocato da un automa”. Ci sarebbe piaciuto avere al nostro fianco il grande scienziato che aveva profetizzato una macchina per giocare a Tris (computer costruito proprio nei laboratori dell’Università di Cambridge nel 1952) e certo gli avremmo dedicato molto più spazio che all’Expo del 1862.
Dopotutto era stato anche tra i primi ad usare il termine “avatar” in un racconto-visione presente nelle memorie e aveva in mente progetti che oggi definiremmo multimediali per teatro e danza.
Insomma, idea e invenzione di una grande Macchina in grado di connettere intelligenza umana e artificiale in vista di una più ampia e poliedrica visione della realtà non potevano che sorgere da un ingegno, da un genio eclettico tutt’altro che macchinoso, ma tecnologico nel senso profondo del termine.

venerdì 18 dicembre 2020

UNA PINACOTECA VIRTUALE A NAPOLI NEL III SECOLO Le "Immagini" di Filostrato Maggiore

Orsù, Muse, mentre mi unisco al vostro coro
Ponetemi accanto il multiforme Proteo: che si mostri
Nei suoi cangianti aspetti, perché io modulo
Un inno screziato.

Nonno di Panopoli


Volete visitarla? Sfogliate l’elegante edizione pubblicata da Aragno a cura di Letizia Abbondanza. In epoca di gallerie virtuali eccone una fantastica – reale? immaginaria? immaginaria e reale? – a Napoli, “città di abitanti di origine greca e raffinati” (Proemio 4), in un portico a più piani forse a Posillipo. Descritta da un sofista dalla curiosità insaziabile (autore anche - Dario Del Corno docet - di quella Vita di Apollonio di Tiana che fu il mio Adelphi preferito al liceo).
L’epoca è quella della dinastia dei Severi (e l’autore faceva parte del circolo dell’imperatrice Giulia Domna, “ammiratrice di ogni arte dell’eloquenza”): mosaico brillante attraversato da crepe sempre più grandi (ritorno all’ordine, cittadinanza universale – prima soltanto sogno da filosofi – tassazione crescente per l’aumento di spesa degli eserciti, nuova anarchia militare). Età d’oro del sincretismo religioso (dove l’imperatore Alessandro Severo poteva adorare icone di Orfeo con Cristo e Abramo) e dell’eclettismo nelle arti, in primis la Seconda Sofistica, dove la parola dei retori cerca di dominare qualsiasi argomento.
Con la sua esposizione appassionata Filostrato cerca di mettere in ordine, con soave disperazione, tutto il patrimonio figurativo della tradizione greco-romana classica in 64 quadri esemplari, innestandolo, con le sue maniacali descrizioni (ekphraseis), di tutti i chiaroscuri espressionisti della sua epoca (già testimoniati, solo per fare un esempio, dai rilievi della Colonna di Marco Aurelio).
Un programma da visita scolastica d’istruzione: “Il discorso non riguarda i pittori, né la loro storia, ma alcuni aspetti della pittura, raccolti per i giovani come lezioni, dalle quali imparino a interpretare e curare il proprio giudizio” (Proemio 3).
Una fantasmagorica via di fuga dai problemi economici, politici e sociali sempre più drammatici che tendevano a sbiadire il grande affresco della restaurazione severiana, una tumultuosa fuga immersiva costellata da tutta una serie di affabulate Sindromi di Stendhal: “Ma cosa mi è successo? Sono preso dal quadro e penso che i personaggi non siano dipinti ma che esistano realmente, si muovano e amino… Tu non hai pronunciato parola, nemmeno tanto da allontanarmi dal delirio, poiché sei vinto come me, e non sai risvegliarti dall’inganno e dal sogno” (Cacciatori I, 28).
E’ proprio questa contraddizione di fondo che ce lo rende così attuale (ha certamente influenzato anche la pinacoteca surreale del Satyricon di Fellini).
Contraddizione che non poteva essere avvertita dai grandi pittori del Rinascimento, che consideravano ancora l’antichità come un tutto unico. Infatti lo presero come pura fonte di ispirazione classica. Tradendolo meravigliosamente.
Stiamo parlando della fortuna del libro come repertorio iconografico: dall’editio princeps delle Eikones  curata dal grande Aldo Manuzio nel 1503, alla prima traduzione italiana operata qualche anno dopo da Demetrio Mosco per Isabella d’Este fino a quella francese di Blaise de Vigenère (1609).
Il Trionfo di Galatea di Raffaello alla Farnesina è una rivisitazione del Ciclope (II, 18) così come i capolavori di Tiziano Omaggio a VenereBacco e Arianna Baccanale degli Andri prendono spunto, più o meno fedelmente dagli  Eroti (I, 6), dall’Arianna (I, 15) e da Gente di Andros (I, 25). Il successo di quest’ultimo quadro della pinacoteca di Filostrato è testimoniato anche dalla versione seicentesca di un altro innamorato del classicismo come Nicolas Poussin (Baccanale con suonatrice di chitarra) che, sulla scia della traduzione del Vigenère, dipingerà anche una Nascita di Bacco, mescolando liberamente Semele (I, 14) e Narciso (I, 23).
Dosso Dossi riproporrà invece ironicamente Eracle tra i Pigmei (II, 22), aggiornando questi ultimi in veste di soldati contemporanei. Tramontata l’utopia del Principe machiavelliano, almeno il sogno di un eroe ex machina per l’Italia devastata dagli eserciti stranieri.
Ma è il suo Giove pittore di farfalle la traduzione perfetta, per immagini, di quanto affermato con coraggio (pendeva la condanna di Platone) nel Proemio, dopo l’abbraccio di arte e poesia: “La pittura è una creazione degli dei” (Proemio 1).

martedì 15 dicembre 2020

MONTESQUIEU A MILANO Pagine e musica

Commento musicale J. F. Rebel, Les Caractères dela danse

Mi hanno sempre interessato in modo particolare queste pagine del Viaggio in Italia. Anche perché lo scrittore vi giunge con le lettere di presentazione del mio caro abate Conti, di cui ho già illustrato in un post il poema “fantascientifico” Il globo di Venere, che immagina pianeta abitato da automi (potrebbero essere loro a produrre la fosfina:-). Inoltre il finale della sua tappa lombarda è quella meraviglia del Lago Maggiore dove, in un’altra gita di piacere, quarantotto anni dopo, Alessandro Volta scoprirà la natura organica del metano.

È dai tempi dell’università che immagino quell’autunno del 1728 in cui Montesquieu visita una Milano di passaggio: non è più quella spagnola dei Promessi Sposi, non è ancora quella teresiana, illuminista, de Il Caffè. Remoti i ricordi  delle conquiste di Luigi XII e Francesco I, inimmaginabile la capitale del Regno d’Italia napoleonico del secolo dopo. Sette pagine per ventitré giornate invece dell’unica per due scarse dedicata alla città da Montaigne nel 1581 (ricca, popolosa, che somiglia a Parigi ma non ha i palazzi di Roma: tutto qui), ma siamo lontani dalla seconda patria di Stendhal.

Nobile accolto da nobili (Borromeo e Trivulzio in primis), l’ospite illustre ha ormai dismesso i panni esotici delle Lettere Persiane e lo scrittore alla moda sarà consacrato filosofo con l’Esprit des Lois solo venti anni dopo. Insomma, un periodo sospeso fra due epoche, come la Reggenza appena terminata in Francia. L’uomo, fresco membro dell’Académie, ha da poco superata la mezza età dell’epoca (39 anni) e si presenta a metà strada fra il ritratto ideale di Dassier e la caricatura di Pier Leone Ghezzi, entrambi dello stesso anno del viaggio.

Deluso dal declino di Venezia, attraversata quella strada che il suo conterraneo Philippe de Commynes aveva descritto quasi tre secoli prima come “la più bella del mondo”, raggiunge il capoluogo lombardo dividendosi subito fra studio, amore e ragione (con supervisione finale dell’ultima). Non c’è da stupirsi, dopotutto diventerà il teorico della distinzione e separazione dei poteri (con sottintesa egemonia dei magistrati razionali custodi delle leggi).



Commento musicale J. P. Rameau, Anacréon, Air gai

In primis è la visita alla Biblioteca Ambrosiana, che entusiasmerà anche De Brosses dieci anni dopo: “È pubblica e vi forniscono di carta, inchiostro e penne… Ed è tenuta benissimo. Si vede che ci sono stati bravi bibliotecari”. Un posto serio e ben organizzato non un rifugio modaiolo per quelli che “han sott gamba el Petrarca” (parola di Domenico Balestrieri, poeta dialettale dell’epoca), dove già iniziava a brillare l’astro - purtroppo di breve durata – di Francesca Manzoni, antenata di Alessandro ma soprattutto raffinata traduttrice di Ovidio e autrice di tragedie-oratorio come L’Ester (che le varrà il titolo di “poetessa dell’imperatrice” nel 1733). “Perché”, come scrive il compianto Giovanni Macchia nella prefazione, “a Milano brillavano in quel tempo, e in misura maggiore che a Parigi, molte dame attratte, secondo la moda, dai piaceri della scienza. Non si scorgevano donne tra i leggii della Biblioteca Reale di Parigi”. Citando la Manzoni/Ester: “Cedon gli editti ove leggiadra donna/ Prieghi”. C’è poi un’affermazione dello studioso francese che, se da un lato è acuta, dall’altro lascia perplessi: “La lingua italiana ha questo di abbastanza singolare: che non c’è nemmeno un libro che si possa proporre come modello: ognuno scrive a modo suo… Taluni propongono il Boccaccio; altri, Guicciardini”. È vero che all’italiano mancava un modello principe come il Dictionnaire de l'Académie française del 1694 (così come mancava uno stato nazionale assolutista regolatore), ma questo riguardava soprattutto la prosa. Montesquieu, figlio del classicismo stile Luigi XIV, sottovalutava, dimenticava o semplicemente non accennava alla poesia e all’ancora fin troppo vivo dogma petrarchesco.


Commento musicale G. B. Sammartini, Concerto per flauto di Pan e organo

Nel frattempo - ma questo si scopre dalle lettere – nel busto del presidente del parlamento di Bordeaux s’insinua il fuoco della passione. Per la matura e coltissima contessa Clelia del Grillo Borromeo: “È molto dotta: conosce oltre alla sua lingua materna, il francese, l’inglese, il tedesco, il latino e perfino l’arabo, le matematiche, la fisica, l’algebra. Ha fatto molti esperimenti di fisica. Mi colmò di gentilezze di ogni genere: la femme la plus admirable de l’univers”. E, soprattutto, per la bella e vivace principessa Archinto Trivulzio, alla quale molto probabilmente invia quella lettera in italiano in cui si descrive perfetto cicisbeo che deve “desiderar molto, sperar poco, tacere sempre” – confidando in un inevitabile tradimento del marito che la porti per vendetta fra le sue braccia – e alla cui partenza per la villeggiatura in campagna cambia registro dando libera uscita a una disperazione degna di una tragedia di Racine (dal Bajazet aggiungo io, i miei preferiti: "Soupirs d'autant plus doux qu'il les falloit celer,/ L'embarras irritant de ne s'oser parler", "I sospiri più dolci perché dissimulati,/ La snervante tensione, il non essersi parlati").

Teatro delle passioni, teatro delle convenzioni, sincerità dietro le quinte o nello spazio del suggeritore. Sincero l’interesse per l’eros, anche reazione al bigottismo degli anni del tramonto del Re Sole. In un’epoca in cui estetica ed erotismo (ma sarebbe il caso di aggiungere voyeurismo) andavano di pari passo nella raccolte d’arte Montesquieu, a Firenze, era rimasto turbato dalla visione della Venere Medicea e ipnotizzato da altre statue callipigie, lamentando di fronte alla piccola scultura di un Sileno la fine del paganesimo. Un interesse che talvolta sconfina nel morboso. Non è un caso che inquadri fra il grande elogio dell’Ultima cena di Leonardo ("uno di più bei dipinti del mondo") e i paesaggi di Palazzo Trivulzio il bassorilievo decisamente esplicito che trova in casa del conte Archinto e che ornava Porta Tosa: “È chiamata così perché durante un assedio, mentre i nemici si preparavano a dare un assalto, una ragazza si mise tutta nuda sulle mura e si rase la fica. Ciò attirò l’attenzione degli assedianti e diede il tempo di fare una sortita per liberare la città”. La notizia è tratta dalla Patria Historia di Bernardino Corio (ma oggi si danno altre spiegazioni).

Poi il presidente si ricompone e scrive con entusiasmo dell’Ospedale Maggiore, la Ca’ Granda, capolavoro del Filarete: “Un edificio bellissimo, con un cortile molto vasto, intorno al quale gira un porticato”. È quello che poi è diventato la mia mia università, la Statale, dove iniziai a interessarmi al libro di Montesquieu proprio studiando le righe che seguono per un esame di storia moderna dove si trattava anche dell’infanzia abbandonata: "Tutto fa capo al grande cortile, dove si ha cura dei malati e si accolgono i bambini abbandonati. Ce ne sono stati nell'ultimo anno 360... Chi ha reso incinta una ragazza la conduce di nascosto all'Ospedale e lì la fa partorire, in segreto”. Quanto spesso oggi luoghi così pieni di luce sono stati posti da incubo: è bene non dimenticarlo mai. Si tratta di dati terribili, che resteranno tali ancora a lungo - nell'ultimo decennio del XVIII secolo la media annuale salirà a 1464! - e mi hanno insegnato a non provare certe ingenue nostalgie per il tempo che fu. Per approfondire vi rimando all’ottimo studio di Flores Reggiani ed Elisa Parisi L'esposizione infantile a Milano fra Seicento e Settecento.


Commento musicale J. J. Quantz, Trio in Do Minore, Andante

È quindi la volta del politico ad analizzare sotto il lume (francese) della ragione storia, attualità ed economia del Milanese, rimproverando a spagnoli e austriaci di non trarre frutto adeguato dalle grandi risorse agricole del territorio: "Le terre sono abbastanza ben coltivate per un paese appartenuto alla Spagna... Ho sentito dire che Minorca, da quando appartiene agl'Inglesi, produce quattro volte più di prima". È il modello inglese che si fa strada insieme alla nascente Rivoluzione Industriale, leitmotiv di tutto l'Illuminismo. "Ho sentito dire che  conta ancora 800.000 anime. La Lombardia è molto più popolosa del resto dell'Italia. I Tedeschi mandano in rovina questo paese: sono odiati più di quanto si possa dire; non fanno nessuna spesa, non portano proprio nulla, come invece fanno i Francesi, ma portano via, continuamente... C'è una bella differenza fra il commercio delle province in Francia e quello del Milanese; e quindi credo che il Milanese è più tassato... Il conte di Daun, governatore di Milano, buon uomo, che pensa solo ai fatti suoi, rinvia tutto al Senato... Le signore italiane non hanno mai voluto entrare al servizio dei governatori di Milano e i milanesi hanno fortemente disapprovato che due nobili della città abbiano accettato d'essere uomini di camera del governatore: è il primo che l'abbia avuta vinta su questo punto... La Lombardia è tutta quella pianura che si stende fra le Alpi e l'Appennino... la più deliziosa pianura del mondo". Poi, una volta giunto alle Isole Borromee, per bocca dell'abate-principe di Melfi, aggiunge: "Nello Stato di Milano non nasce nulla senza concime, ma i contadini hanno i mezzi e grandi capacità per procurarsene; mentre in Ungheria non c'è che da seminare il grano perché nasca. Ciò dipende dal fatto che l'Ungheria non è così ben coltivata e che le terre riposano di più. Le carni del Milanese sono più nutrienti di quelle della Germania e della Francia: e questo è da notare bene... Anche il pane è più nutriente".

C’è inoltre un commento tecnico militare sul Castello Sforzesco che lascia adito al sospetto di un consiglio per futuri conquistatori francesi (era ancora fresco il ricordo della resa delle truppe franco-spagnole, anche se con l’onore delle armi, nel 1707): "Sono stato a vedere il Castello. È troppo grande: occorrerebbe una guarnigione di 6.000 uomini, almeno, per difenderlo. Attualmente ce ne sono solo 5 o 600... Dicono che a causa degli orecchioni che ci sono, le gole dei bastioni non sono sufficientemente larghe, tra un fianco e l'altro, per poter entrare e uscire". L'immagine che ho inserito è il pacifico, solatio paesaggio del Bellotto (circa 1750). Per i diversi bagliori della conquista bisognerà attendere Napoleone.



Il finale è un degno happy end stile melodramma dell’epoca con tanto di prospettive scenografiche del fondale che mutano illustrando il panorama luminoso delle Isole Beate del Lago Maggiore: le Isole Borromee. Ma prima di raggiungerle e conquistare una laica beatitudine occorre naturalmente attraversare la tempesta, che lo blocca per un’intera giornata a Sesto Calende il 17 ottobre. Anch’io ricordo una bellissima giornata autunnale di pioggia e vento nella mia cara Sesto fine anni ‘80, armato di walkman e Chaos degli Élémens di Jean-Féry Rebel. Ma qui ho scelto Campra per la giornata di sole regale in cui il filosofo approda nelle sue Isole Fortunate: “Sono un vero incanto... Terrazze poste le une sulle altre con i muri coperti di aranci, di limoni, di cedri. C'è n'è una estremamente curata; l'altra più rustica, e tutto corrisponde a questa rusticità... Non è possibile vedere qualcosa di più bello dell'isola che si chiama La Bella. C'è un edificio o corpo centrale capace di accogliere un principe.. Vi si accederà per un anticortile, che non è stato ancora fatto, e che sarà costruito sul lago... C'è una specie di grotta rustica con al centro l'Ercole Farnese" - oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli - "la quale determina un grande prato erboso... Si arriva nel giardino e c'è da notare che, siccome l'edifico non è a squadra col giardino, la doppia scalinata, o scalinata a corna, è più lunga da una parte che dall'altra, per nascondere questo difetto. Si entra quindi nel giardino e si sale poi, di terrazza in terrazza, fino a uno spiazzo dov'è un uomo che cavalca un liocorno, e dietro c'è un'altra bella porzione di giardino, con balaustre, da dove si vede il lago da ogni parte: un effetto stupendo... Il palazzo è pieno di eccellenti copie dei più bei quadri e anche di alcuni originali. Si lascia a malincuore questo sito incantevole”.

Il sipario sul soggiorno milanese si era alzato sui lumi della scienza della contessa Borromeo nella città reale e cala sulle scenografie, a metà fra Barocco e presagio delle architetture illuministe di Ledoux, nel suo piccolo, magnificente, arcipelago di utopie aristocratiche: percorso circolare, orbita intorno a un sole che da culmine di gerarchie nobiliari diventerà luce per tutti gli esseri umani.


Dopo le gioie lacustri lo scrittore dovrà incontrare fiumi ancora in piena per raggiungere Torino. Attraverserà anche questi. L’ottimismo della ragione non temeva ostacoli.

Luca Traini