Commento musicale Luigi Nono, La lontananza nostalgica utopica futura
Prologo scolastico
Se hai paura di cadere sulle siringhe nei cespugli che circondano la scuola con gli esagoni dei Wargame, come ci passi dalle medie inferiori a quelle Superiori? Coraggio, ti attende la lezione di adulti che non si drogano con quella roba ammassata lì. “Eroina”: le Femministe non c’entrano, ma i giovani che stanno a metà fra te e i professori, i più inquieti che la Storia a memoria di strada ricordi, quella che passa pesante sulle loro teste poi sembra scendere leggera sottocute.
Nel ‘79, a 13 anni, ci pensano a drogarti in maniera diversa genitori e nonni, che hanno visto Guerra, Ricostruzione, Boom Economico e si sono fatti “un culo così” (parola da non dire a scuola anche sei programmi sono stati rivoluzionati): hanno visto ben altro!
Quale crisi allora? Quella che dura dalle “congiunture” di quando sono nato, a metà anni ‘60? Quella sfociata un decennio dopo, in una specie di guerra civile che divide l’Italia e fa rimpiangere che Armata Rossa o US Army non abbiano messo al muro chi la pensava diversamente? E noi adolescenti che facciamo? Scivoliamo con lo skateboard sul sangue o giochiamo a bandiera con quella rossa falce e martello?
All’intervallo scommettiamo - colpa di Mike Bongiorno alla tele - vecchi miniassegni o monete da 50/100 lire su chi vince e sopravvive a una bomba nera o a un attentato delle Brigate Rosse. I prof, più di rado le prof, dicono che esageriamo e continuano a fumare in classe anche se proibito da una legge del ‘75. Pochi, solo i bocciati (di norma sottoproletariato una volta tanto protagonista), reagiscono sorriso sprezzante, come quando finiscono fuori per punizione e vanno a fumare pure loro, complici i bidelli, nel cesso, come a ricreazione, dove provo anch’io a mettermi nei polmoni quella roba - e non ho mai smesso. Tanti parlano di “rivoluzione”, cosa diversa da quella dei pianeti intorno al sole. Ma perfino a Varese, polmone del “miracolo economico” ormai saturo di nicotina, tutto sembra sporco e buio.
Il film
Buia anche la sala quando, in autunno, passo indenne il divieto ai minori di 14 anni ed entro in un cinema enorme oggi chiuso. Il film è appena iniziato e i miei 160 centimetri quanto sono piccoli di fronte a uno schermo gigantesco in fiamme per un bombardamento a tappeto! Cosa ne sanno della devastazione di un corpo due minuscoli lustri più qualcosa, della fine prematura toccata ad altri? Chi ha mai sentito The end dei Doors? I neanche 27 anni di Jim Morrison sembrano un’enormità e Varese non è lastricata di milioni di cadaveri vietnamiti o decine di migliaia di morti medagliati USA.
Mancavano esempi concreti di quello che è la morte - mia madre aveva proibito alla sua di trascinarmi a funerali che invece erano cosa abituale per contadini come i nonni - ma quel senso di fine del mondo o di un mondo, anche se ero trascurabile parte del pubblico di una finzione, non mi aveva abbandonato.
In quell’oscurità fatta di lampadine spente volontariamente, nel film che non ho mai smesso di amare, si parlava di un folle o presunto tale. Se poi era Marlon Brando, come facevi a non sentirlo in sintonia? Sarebbero stati il tempo e una vita più esperta a rendere meno eroici, più concreti e banali i possibili artefici di una fine del mondo. Volti rabbiosi come quelli di certi vicini di casa, che t’impedivano di giocare a calcio con un pallone leggero leggero perché non volevano gli bocciassi l’auto. Quella che avrebbero riempito di esplosivo, ma tra umani di Serie B peggio dei “terroni”, in Libano.
Col tempo il pallone si sgonfia. Finisco a fare liceo e portiere con sfere decisamente più pesanti. Pari, prendi gol, da ex saltatore a volte salvi quasi all’incrocio dei pali, completi con meno fatica addirittura l’università e, senza paura, passi dall’opposizione ai piani alti del quartiere a quella contro i quartieri generali che decidono le sorti di un’altra sfera.
Già, il “mondo”, che a rigore di termini dovrebbe significare “pulito”. Aggettivo, parola, “flatus vocis”, “fiato di vento” (parola di Dante). Come “Speranza”. E se non la respiro fino in fondo, a che serve ricordare?
Cime tempestose
1 Montagne rocciose
Commento musicale Kate Bush, Wuthering Heights
1979. Le superpotenze iniziano a giocare il tutto per tutto: la gara durerà dieci anni. Le nostre piccole monete, i miniassegni scaduti non avevano previsto questo ennesimo Grande Gioco.
L’anno si apre con i peggiori auspici per quella egemone, gli Stati Uniti, invischiati nel ginepraio di crisi e rivoluzioni in atto in Iran. Fuga di scià e famiglia in primis a metà gennaio in Egitto (tutt’altro che revival evangelico nonostante i surreali elogi di Carter all’"island of stability" dell’autocrate neppure 13 mesi prima). Regime e polizia segreta che si sciolgono alla luce del sole, col rischio paventato di una presa del potere dei comunisti del Tudeh (specie dopo il grande sciopero degli operai petrolchimici dell’autunno ’78) e poi concreto del Partito Islamico Repubblicano, tramite il ritorno in patria (due settimane dopo l’addio di Reza Pahlavi) di Khomeyni - errore capitale di liberali e comunisti iraniani quanto di Francia (dove l’ayatollah risiedeva) e USA che speravano di usarlo in funzione antisovietica - e conseguente fine del riformismo democratico di Shapur Bakhtiar (Fronte Nazionale dell'Iran, quello fondato, tanto per intenderci, da Mohammad Mossadeq: certi tragici errori alla lunga si pagano).
È l’incipit di tutta una serie impressionante di rovesci a stelle e strisce in politica estera, nemmeno un poker d’anni dalla caduta di Saigon. E a un passo da casa: prima il marxista Maurice Bishop, protagonista di una rivoluzione incruenta nell’isola di Grenada in marzo, poi a luglio i Sandinisti, guerriglia d’annata (1961) e finalmente parola fine della dinastia sanguinaria dei Somoza in Nicaragua.
Senza contare che in mezzo a tutto questo, proprio a causa della situazione iraniana, scoppia la seconda grande crisi petrolifera - per certi aspetti peggiore di quella del ’73 - con i prezzi della benzina già in ascesa che salgono alle stelle e il nucleare messo a dura prova dalla quasi catastrofe della centrale nucleare di Three Mile Island a fine marzo. Campane a morto per i sinceri propositi umanitari - immagino con quale sofferenza - di un presidente che ho sempre stimato come il democratico Jimmy Carter.
Tuttavia, è giusto dirlo, la sua politica estera in perseverante, feroce dialettica tra la moderazione del segretario di stato Cyrus Vance e l’estremismo del consigliere alla sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski, di rado riusciva a trovare una sintesi e dalla primavera del ’78 si era affidata soprattutto alle trame di quest’ultimo (illuminante un articolo del New York Times del 1983).
Gli storici accordi di Camp David fra Egitto e Israele e il sincero appoggio al Sistema Monetario Europeo (SME) del ’78, così come il successo del trattato SALT II per la limitazione delle armi strategiche, firmato da Carter e Breznev a Vienna il 18 giugno, finiscono purtroppo per fare la figura di lampadine accese in mezzo a un incendio.
Il punto più basso viene toccato in autunno con l’assalto all’ambasciata USA a Teheran e la relativa presa in ostaggio dei diplomatici il 4 novembre, l’attacco alla Grande Moschea de La Mecca il 20 dello stesso mese - nel cuore spirituale dell’unico grande alleato strategico di fede musulmana rimasto in zona - e il rogo, per fortuna senza vittime, della sede diplomatica statunitensea Islamabad il 21 (causato da una folla ancora memore della politica indipendentista del politico laico Ali Bhutto che dava la colpa di quanto successo il giorno prima a USA e Israele, quando invece opera di quegli integralisti islamici che vedremo presto cambiare casacca e bandiera, proprio in Pakistan, sotto la dittatura del carnefice di Bhutto, il generale fautore dell’integralismo islamico Zia ul-Haq).
Poi scoppia la guerra fra Iran e Iraq (sostenuta anche dalle potenze che faranno poi impiccare il dittatore Saddam Hussein, ma solo quando inutile, un quarto di secolo dopo, nel 2006) e si rischia per sette anni di bloccare lo Stretto di Hormuz, che lo stato persiano con Abbas il Grande, grazie all’aiuto di flotte inglesi e olandesi, aveva riconquistato con fatica, dopo l’occupazione portoghese durata più di un secolo, nel 1625 (da questo evento capitale il nome della città strategica Bandar-e Abbas, “Porto di Abbas”, per un certo periodo omanita, poi definitivamente iraniana dal 1868).
Ci avrebbe pensato l’inverno della gerontocrazia sovietica a rimettere in gioco la politica americana con la sciagurata invasione dell’Afghanistan. A trarne a frutti, però, sarebbe stata la ben più spregiudicata amministrazione Reagan, specie dopo il fallimento dell’Operazione Eagle Claw per liberare gli ostaggi americani nell’aprile 1980: gli estremisti, per restare al potere, preferiscono sempre avere controparte altri estremisti.
Commento musicale Alla Pugaceva, Arlekino
Breznev e compagnia festeggiano gli ultimi successi planetari dell’URSS, contraltare alla progressiva stagnazione interna dovuta agli insuccessi del Nono Piano Quinquennale e al fallimento in atto del Decimo (crisi cerealicola in primo luogo). A conti fatti Nicaragua e Grenada risultano ben poca cosa rispetto ai trionfi della decade precedente (pensiamo solo a quanto era successo in Indocina e Africa). Certo, le elezioni italiane in giugno pongono fine al Compromesso Storico e alla politica autonoma del PCI, sentito come pericoloso concorrente anche prima dall’effimera esperienza dell’Eurocomunismo (a partire dal “misterioso” incidente stradale occorso a Berlinguer in Bulgaria nel 1973, risolto solo dal deciso intervento dell’allora Presidente della Camera Pertini), e la cosa non può fare che piacere (Jalta docet), ma il successo della prima visita del nuovo papa polacco lo stesso mese nella sua Polonia dà origine a nuove inquietudini sulla tenuta del Patto di Varsavia (non infondate, data l’enorme massa di denaro - pulito o meno - che sarebbe stata investita, con successo, per la controffensiva guidata dal sommo pontefice contro la Cortina di Ferro).
La Cina, rivale ideologica per eccellenza, pare messa all’angolo dopo il crollo del nazionalcomunismo sanguinario dei Khmer Rossi e l’insuccesso nella guerra sino-vietnamita di marzo: dopo un decennio di forti tensioni la situazione potrebbe sembrare stabilizzata, ma la dirigenza post maoista (in sintonia col recente alleato americano) è al lavoro per creare nuove fratture e la dirigenza sovietica inasprisce la vecchia tendenza staliniana a vedere minacce ovunque.
Dai confini con la Repubblica Popolare Cinese a quelli con l’Afghanistan, dove i rapporti con la rivoluzione comunista dell’anno prima, non concordata con Mosca, risultano più complicati del precedente buon vicinato con governi monarchici e post monarchici (il ruolo dei marxisti leninisti in loco non era così fondamentale, bastava vedere quanto successo in Egitto con Nasser o in Iran con la mancata difesa dell'ammiraglio filo Tudeh Afzali). La forzata ma feroce repressione operata dai comunisti afghani contro il clero islamico per la realizzazione immediata di tutta una serie profonde riforme in senso laico e socialista scatena una forte, diffusa opposizione, che prende le armi quasi ovunque nelle zone rurali, egemonizzata dagli integralisti religiosi. Il modello è l’Iran, ma l’antica Persia è pur sempre sciita, meglio quindi il nuovo fanatismo sunnita imposto dal generale Zia ul-Haq al Pakistan, vecchio alleato della Cina tornato in perfetta sintonia con gli USA grazie all’ennesima dittatura militare dopo la parentesi civile e laica di Ali Bhutto. Dal confine mai riconosciuto fra i due Paesi, la famigerata Linea Durand tracciata a tavolino dagli inglesi nel 1893 in funzione anti-russa, parte la contromossa americana di pieno sostegno militare ai ribelli, già nel luglio del ’79 (Operation Cyclone, rivelata da Brzezinski nel 1997).
Il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan è inoltre spaccato in due: una fazione più moderata, il Parcham, maggiormente apprezzata dal PCUS, e una più radicale, il Khalq, vista invece con sospetto. Le stesse singole correnti divise al loro interno. I sovietici avevano appena preso atto, perplessi, di lacerazioni simili - le sanguinarie faide interne di qualche anno prima in Angola (lo scontro fra Nito Alves e Agostinho Neto) ma, soprattutto, in Etiopia (il “Terrore rosso” scatenato da Menghistu), senza contare la scontro sotterraneo Abdel Fattah Ismail - Ali Nasir Muhammad nella strategica Repubblica Democratica Popolare dello Yemen - e non facevano presagire nulla di buono.
D’altro canto, c’era poco da rammaricarsi visto che il cattivo esempio veniva dall’alto, col monopartitismo leninista prima e poi la colossale macelleria delle purghe staliniane (erano vecchi e stanchi, ma avevano fatto carriera anche loro sulle ossa altrui). Per questi figli della paura c’era quella continua ossessione di ombre maoiste e/o della CIA dietro le quinte di una tale serie di “frazionismi”. Quando il leader della rivoluzione Taraki (fondatore del Khalq) torna da Mosca - dopo l’apparente ennesimo rifiuto di un intervento diretto dell’Armata Rossa (che invece nella massima segretezza si sta preparando all’evenienza) - e viene assassinato dal suo vicepresidente Hafizullah Amin (pure lui del Khalq, ma il motivo c’è: Taraki aveva ricevuto l’ordine di farlo fuori), ecco i soliti spettri prendere forma. La politica repressiva di Amin nei confronti del partito e di tutto quanto sembri opposizione assume proporzioni quasi da Khmer Rossi. Nel KGB di Andropov sembra trovare conferma l’idea che venga manovrato da altri (cosa che non ha mai ricevuto oggettivo riscontro). Parte da qui l’operazione top secret che porta i corpi speciali del Gruppo Alpha a eliminare l’ultimo dirigente del Khalqil 27 dicembre e a scatenare l’intervento vero e proprio dell’Armata Rossa a sostegno di uno dei pochi sopravvissuti della fazione Parcham, Babrak Karmal. In questa drammatica scelta - dettata inoltre dal rischio della diffusione dell’influenza islamista nelle repubbliche sovietiche a maggioranza musulmana - l’unico membro del Politburo a opporsi è il presidente del consiglio Kosigyn, ultimo sfortunato riformatore del sistema sovietico prima di Gorbacev. D’altro canto se avevano avuto successo i carri armati in Ungheria e Cecoslovacchia, perché non in Afghanistan?
Non era stata messa in conto la massa enorme di aiuti economici, quasi mezzo miliardo di dollari dell’epoca e 65.000 tonnellate in armi, che sarebbe stata riversata in sette anni da USA e Arabia Saudita al Pakistan, ma soprattutto ai suoi servizi segreti (ISI), capaci alla fine di annoverare nello staff ben 15.000 componenti e celare, sotto il vessillo della “guerra santa” (cara anche a un foraggiatore e combattente in loco quale Osama bin Laden), la vera origine geopolitica dei missili Stinger, essenziali per porre fine al dominio dell’aviazione sovietica.
3 Serrate le fila
Commento musicale Arvo Part, Silentium
Tutto questo complesso panorama internazionale serve a chiarire il ritorno deciso, dopo pochi anni di relativo sollievo, all’uso di vecchi metodi occulti, spietati e senza mezze misure tipici dei periodi più cupi della Guerra Fredda (senza dimenticare le repressioni sanguinarie di massa delle dittature sudamericane o le “guerre calde” tout court riservate al Terzo Mondo, in particolare l’Africa, che dopo le grandi speranze degli anni Sessanta proseguivano senza soluzione di continuità la loro azione di macelleria fra decolonizzazione e neocolonizzazione).
Gli enormi interessi in gioco non permettono più acrobatiche diplomazie di compromesso o splendidi paraventi come gli Accordi di Helsinki del’75.
Riguardatevi la foto di Aldo Moro che stringe la mano a Breznev durante l’incontro nella capitale finlandese oppure pensate a Vaclav Havel e al movimento Charta 77 che tenta invano di far leva proprio su quegli accordi, per nulla rispettati nei Paesi dell’Est.
A ciascuno il suo metodo per togliere di mezzo ogni dissenso: un lustro di carcere per il dissidente cecoslovacco gentilmente offerto da una stantia nomenklatura paga dei suoi successi (compreso il giro di vite contro gli artisti critici nella DDR di Honecker, biennio ’76-’77),
il “non expedit” - fra molte righe e diversi personaggi inquietanti - alla liberazione del leader democristiano dal sequestro targato BR messo in atto da un Dipartimento di Stato americano tutt’altro che felice di tornare a certe prassi inveterate (basta leggere i mezzi silenzi ironici e imbarazzati dell’ambasciatore Gardner quando, in Mission: Italy, descrive il suo precursore nixoniano John Volpe, quello che aveva premiato Sindona come “uomo dell’anno 1973”).
Solo qualche esempio (e se ne potrebbero fare tanti): sorge spontanea la tentazione di pensare a implicite “convergenze parallele” fra superpotenze nel fare piazza pulita di ogni dissenso nelle rispettive aree d’influenza geopolitica.
Per quanto riguarda noi italiani - nella vecchia vulgata occidentale certo “bianchi caucasici”, magari tanto “simpatici”, ma di Serie B rispetto ad anglosassoni e tedeschi, “bifronti” per natura o debolezza (mica gli antichi Romani invece esempio per i Luttwak, piuttosto le comparse con orologio al polso del fascistissimo Scipione l’Africano) - preda della sciagurata dottrina degli “opposti estremismi”, le minacce al nuovo assetto istituzionale del Compromesso Storico sono all’ordine del giorno. Membri della NATO con tanto di supervisori espliciti e occulti (Gladio, Anello, P2 più relativa manodopera di mafie, destra eversiva e infiltrati fra i criminali illusi o meno del terrorismo “rosso”), quando il Paese prova a crescere e diventare un po’ autonomo (leggi “infedele”) da Mattei a Moro, ecco che, senza valutare gli interessi a lungo termine (vero limite purtroppo delle democrazie), qualcosa tra le due sponde dell’Atlantico si muove, pur facendo uso di segretissimi “patti col diavolo” - come con Ali Ḥasan Salama, il “Principe Rosso” dell’OLP di Arafat - dove la CIA sembra proprio prendere spunto dal “Lodo Moro”, curato dal rappresentante del SID e poi del SISMI in Medio Oriente Stefano Giovannone (su ci però si stendono anche le ombre sulla mancata salvezza di due giornalisti coraggiosi come Graziella de Palo e Italo Toni). È una “longa manus” il più delle volte protesa con unghie affilate dal partito repubblicano degli Stati Uniti, ma che finisce per condizionare anche le politiche dei democratici, spesso invischiate dai residui velenosi di quei tentacoli. Ebbene sì, vado controcorrente alla geopolitica in voga, che si gloria di fare sfoggio della sua imparzialità rispetto agli schieramenti che si contrappongono oltre oceano nel nome, evidenziato o sottotraccia, della “realpolitik” (mito su ciò che sarebbe "reale" come tanti altri): in politica, specie nelle alternanze democratiche di breve durata, si tendono trappole che vanno temporalmente oltre i costruttori di tele e costringono a restare ragni.
Il tutto nel contesto di una colossale instabilità economica che attraversa buona parte delle democrazie occidentali e, tra le altre cose, impedisce di comprendere a fondo la serissima crisi dell’economia pianificata sovietica. Tanto si era faticato per superare la Grande Crisi del ’29, che aveva fatto risplendere di luce non propria i primi Piani Quinquennali dell’Urss, per poi ritrovarsi non dico punto a capo ma quasi, e sempre per le solite contingenze di breve o brevissimo respiro (pessima abitudine che persevera a ripetersi in tempi recenti - e con superiori tempi di oblio, interessato o meno - anche dopo la crisi finanziaria del 2007-2008).
La madre di tutte queste guerre finanziarie, dove la percezione di debolezza fa crescere in modo esponenziale reazioni rabbiose, impossibilitate a prendere forma di guerre esplicite per ragioni di costi ma capaci di realizzarsi in tutta una serie di azioni belliche non ortodosse, è figlia dell’enorme, sanguinario errore strategico - e della corrispondente spesa (da quella degli elicotteri ai nuovi minimi standard di welfare, comunque fondamentale conquista del governo Johnson) - della Guerra del Vietnam. Parliamo della pietra tombale dei sogni di sviluppo e progresso nel segno della pace che, pur tra mille difficoltà, avevano aleggiato nella prima metà degli anni ’60 e visto protagonisti del calibro di Kennedy, Krusciov e Giovanni XXIII.
Il nuovo decennio, che si apre con la decisione di Nixon di porre fine agli Accordi di Bretton Woods del ‘44 stabilendo la non convertibilità in oro del dollaro, nasce in prima istanza da questo: un deficit federale cresciuto da 1,6 miliardi di dollari nel 1965 a 25,2 miliardi nel 1968 (decollo parallelo a quello per arrivare sulla luna). In aggiunta, una crisi petrolifera che, sempre dal ’71, stava cominciando a mettere a dura prova economia e consumi degli Stati Uniti. Per molti studiosi è questa la causa principe dei successivi sconvolgimenti energetici che caratterizzeranno la fase successiva sotto il marchio dell’OPEC (date cruciali il 1973, post Guerra del Kippur, e proprio il ’79, a seguito della Rivoluzione Iraniana).
La strategia americana, iniziata con accurate indagini sui deficit di produzione interna dei carburanti, si affina nel corso degli anni Settanta e ancor più nel primo quinquennio successivo mirando al cuore dell’export di idrocarburi sovietici nell’Europa occidentale, fonte di valuta forte per le casse dell’URSS tutt’altro che indifferente al mantenimento del suo impero. Politica che risulterà vincente grazie a una continua pressione militare sugli alleati europei, sfociata nel dispiegamento dei missili Pershing e Cruise, e alla sintonia in un estenuante gioco al ribasso sui prezzi al barile con l’alleato saudita, portando al tracollo degli introiti sovietici e alla conseguente politica di retromarce di Gorbaciov.
Ma tutto questo è ancora ben di là da venire nel periodo che trattiamo. Dopo diversi lustri di stabilità l’attenzione è tutta concentrata sui continui sismi che terremotano la banda di oscillazione delle monete stabilite dallo Smithsonian Agreement e che sono effetto (fondamentalmente politico, perché dietro Nixon o Gerald Ford perseverava lo stesso apparato) delle ripetute ondate speculative contro le valute europee. Da quelle una volta più forti - come la sterlina, per creare ogni genere di ostacolo alla politica redistributiva dei laburisti guidati da Wilson e poi da Callaghan - ad altre che per breve tempo si erano ritenute tali, come la nostra lira (e in questo caso il fine implicito consisteva nel minare il campo intorno e poi il terreno strutturale alla base delle rivendicazioni politiche del PCI e di quelle economiche del sindacato).
Ma gli alti tassi di inflazione che caratterizzano i Paesi Occidentali per tutta la seconda metà degli anni Settanta e il primo biennio degli Ottanta colpiscono duro perfino gli Stati Uniti e se, da un lato, forse ispirano il fisico Alan Guth per la sua teoria dell'Inflazione Cosmologica (proposta proprio nel 1979, tuttavia dopo il sovietico Alexej Starobinskij), dall’altro certamente forniscono un adeguato pretesto per le politiche antisindacali della presidenza Reagan. In realtà sarebbe più corretto parlare di “stagflazione”, mix pestifero di inflazione e ristagno dell’economia che, dal “biennium horribile” americano 1974-75, si diffonde come un virus sulle economie più deboli abbattendo PIL e aumentando tassi di interesse. La ricetta neoliberista della “Reaganomics”, sulla scia del preludio thatcheriano in Gran Bretagna e degli scritti di Milton Friedman - soluzioni che, a dare un giudizio anche morale nel senso più profondo della parola, dovrebbero essere a breve termine poiché assolutamente miopi riguardo a un benessere generale di ampio respiro - è quella che sostanzialmente stiamo ancora pagando.
Un sinistro panorama di conti che in quei frangenti trova come contraltare una rabbia diffusa, specie a livello giovanile, privata dello spazio di compensazione delle politiche espansive di massa postbelliche. Addio sogni di piena occupazione, sovrastruttura portante di boom economico e natalità! Se i problemi congiunturali dell’economica diventano i veri genitori del ’68, le ripetute crisi degli anni successivi plasmano la base stagnante da cui prendono slancio le recrudescenze più sanguinarie del terrorismo che caratterizzano buona parte dell’Europa occidentale nella seconda metà del decennio in questione. Parliamo soprattutto di Italia, Germania e Francia (i casi dell’IRA in Irlanda del Nord e dell’ETA in Spagna, nonostante alcune affinità, restano un discorso a parte).
È vero che il terrorismo di estrema sinistra - specie in Italia, ma anche in Francia - sorge in primo luogo come risposta allo stragismo dell’estrema destra: Piazza Fontana come reazione alle lotte di studenti e operai, i feroci precedenti dell’OAS in Francia come la “longa manus” di suoi ex adepti ancora attivi nel continente (senza dimenticare la truculenta epopea dei mercenari europei in Africa, dall’assassinio di Lumumba fino a tutti gli anni Ottanta, con esempio e foraggiamento più evidente dalla politica razzista di Pretoria).
La violenza che tuttavia contraddistingue queste frange a partire dal 1976 non trova riscontri se non nelle punte più fanatiche dell’anarchismo del XIX secolo. Ma queste cercavano di contrastare - invano - monarchie assolute, plebiscitarie o dai regimi censitari, e non venivano dirette contro democrazie a suffragio universale che, pur con tutti i loro limiti, non erano una finzione che ricalcava la sostanza dei tempi del Manifesto di Karl Marx e neppure le dittature dell’America Latina contro cui aveva scritto un Piccolo manuale della guerriglia urbana il brasiliano Carlos Marighella. Facile dirlo oggi: io che ho vissuto in quartieri popolari li sentivo in giro certi commenti e, malgrado fosse palpabile il disappunto verso i continui omicidi, era difficile non pensare a quanto Mao, idolatrato dagli extraparlamentari di quegli anni, aveva detto ai quadri del PCC nel ‘57 riguardo ai rivoluzionari che si muovono come pesci nelle acque calde delle masse lavoratrici.
In Italia il cosiddetto “Movimento” del 1977 ha in definitiva poco a che fare, tranne alcune eccezioni (e l’importante novità delle “radio libere”, particolarmente Radio Aut di Peppino Impastato e Radio Popolare), con quello di nove anni prima e, nel segno di un’Autonomia che si definiva “operaia” (pur con una presenza effettiva di operai decisamente minoritaria), strizza più volte l’occhio all’insurrezione armata prendendo di mira in particolare le forze riformatrici che, in un contesto a dir poco sulfureo, cercavano di attuare concretamente i dettami della nostra Costituzione (pensiamo solo alla riforma del Diritto di Famiglia del 1975 e all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978).
Poi tutto cambia dopo l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta e, soprattutto, l’omicidio del sindacalista FIOM-CGIL Guido Rossa (memorabile il discorso dell'amatissimo presidente partigiano Sandro Pertini ai Camalli).
Il risultato di tanta violenza finisce per prevaricare e, al sodo, vanificare in buona parte la spinta della maggioranza della società italiana verso una profonda riforma democratica delle istituzioni. Perfetto alter ego di quella frangia reazionaria ancora più forte che cercava, con sostegni occulti ben più sostanziosi, di rendere lettera morta nei fatti ogni conquista.
Diversi osservatori attenti a una visione di più largo respiro degli avvenimenti di quegli anni hanno ipotizzato una strategia d’insieme globale volta a bloccare o depotenziare l’effettivo percorso riformatore in atto. Non si tratta di riesumare la teoria democristiana degli “opposti estremismi” o il neoriformismocraxiano (che aveva inizialmente cercato di farsi le ossa prestando orecchio a quell’estrema sinistra che vedeva il PCI come traditore delle istanze dei lavoratori). Qui prendiamo in considerazione anche l’ipotesi di un uso dei diversi terrorismi in funzione del mantenimento di uno “status quo” per quanto possibile “ante”. Potrebbe essere. E in ballo ci sono servizi segreti atlantisti - e forse oltrecortina - mafie che riversano droga in Europa e nella nostra Penisola facendo affari colossali, politici compiacenti, massonerie deviate, banche di riferimento, boiardi di stato e imprenditori grandi o in fieri che mettono tutto a bilancio in resoconti secretati. Tutti invischiati in tentativi di golpe, riusciti o meno. Come scrisse Pasolini un anno prima di essere ammazzato: “Io so, ma non ho le prove”. Le stesse prove di un puzzle mefitico le stavano trovando anche Falcone e Borsellino, prima di fare la stessa “misteriosa” fine.
In questa situazione estremamente intricata il Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, al contrario dal suo predecessore Guido Carli, in soli quattro anni di mandato si adopera incessantemente per far luce negli arcani della faccia nascosta di banche e finanza. Impegno controcorrente, specie nel ’79, quando governo e capitalismo italiano, incuranti di ogni reale controllo, preparano quella riscossa che sfocerà l’anno successivo nella “marcia dei quarantamila” e porrà fine a un decennio di conquiste sindacali.
È molto probabile che l’allora azionista della Fiat Gheddafi, sponsor di un considerevole numero di attentati e oggetto di tante acrobazie dei servizi segreti italiani pro rifornimento delle nostre pompe di benzina con petrolio libico, non si sia dispiaciuto della sconfitta di Berlinguer, che tanto si era speso nell’ultimo grande sciopero a Torino.
Da alleato, per quanto indocile, dell’Unione Sovietica - insieme a tanti “maoisti” - non poteva che esserne soddisfatto. Sarà un caso, ma nel biennio 1980-81 il commercio della Libia con l’Italia, al secondo posto dopo gli Stati Uniti (altra casualità), schizza a cifre mai viste prima (vedi AA. VV., L’Italia e il Nordafrica contemporaneo, Marzorati Editore, 1988, pag. 204).
Nel frattempo la Toyota, in un Giappone reduce da feroci recrudescenze terroristiche e in balia di una classe dirigente inamovibile da più di un trentennio (sullo stile italiano), escogita nuove soluzioni per eliminare costi accessori che passano alla Storia come “toyotismo” e danno rinvigorito slancio non solo al capitalismo nipponico, ma espandono l’esempio a livello globale.
Riflussi italiani
Commento musicale Renato Zero, Il carrozzone
Quanto costarono le ispezioni di Baffi alla gerontocrazia italiana? In apparenza zero. La DC ha la meglio nelle Politiche del 3-4 giugno 1979 e poi alle Europee di una settimana dopo (roba da partecipazione elettorale fra il 91 e l’86%). Al contrario: brusca, brutta frenata per il PCI dopo un quarto di secolo d’ascesa. Governo Andreotti prima, governo Andreotti e poi Cossiga dopo.
Il PSI intanto procede all’eliminazione del Sol dell’Avvenire e alla costante emarginazione di falce e martello dal proprio simbolo, sulla scia dei socialisti francesi (pronti anch’essi, di lì a due anni, a scavare la fossa al sempre più debole partito comunista francese, contrariamente a quello italiano ancora intriso di matrice stalinista fin dai vertici). È il preludio a un modo radicalmente diverso di partecipare al potere esecutivo, che si esplicita passo dopo passo dal “centrosinistra organico” del secondo governo Cossiga del 4 aprile 1980 al “pentapartito” inaugurato dalla prima presidenza del consiglio laica di Spadolini (28 giugno 1981), fino alla consacrazione di Bettino Craxi premier dal 1983 al 1987. Se si esclude la Crisi di Sigonella e poco altro, la sintonia delle politiche italiane con quelle di Reagan prima e di Bush poi torna a essere di reciproca soddisfazione, almeno fino al crollo dell’URSS.
Insomma, a poco più di un anno dai torbidi dell’assassinio di Aldo Moro, il sogno di una profonda riforma di assetti istituzionali e sociali condivisa col PCI di Berlinguer diventa carta straccia.
Obiettivo raggiunto da chi apertamente, ma soprattutto nell’ombra, aveva congiurato con ogni mezzo, secondo il nostro più ritrito machiavellismo, perché tutto sembrasse cambiare senza cambiare niente o quasi - infatti alcune riforme erano passate o consolidate (divorzio, aborto, scuola, abolizione dei manicomi, diritto di famiglia, assistenza sanitaria universale, solo per citarne qualcuna) anche se continuavano a restare sotto tiro delle forze più retrive del nostro Paese.
Tolto di mezzo il “pericolo rosso”, la parte più retriva del vecchio potere può dare il via libera ai suoi manutengoli.
Tiro al bersaglio occulto, saggiato come preludio già all’inizio del ‘79 con l’inquietante omicidio di un magistrato che non guardava in faccia a nessuno, quale Emilio Alessandrini, e poi di Mino Pecorelli, giornalista tanto ardito quanto ambiguo. Sfregio plateale invece, anch’esso di estrema utilità a fini elettorali, il pantano giudiziario scatenato ai danni di gentiluomini al di sopra delle parti quali Baffi e Sarcinelli (purtroppo l’onestà - quando certa classe dirigente italiana torna a scegliere di essere palude, “italietta” - è spesso vista come una medicina amara indispensabile di cui fare a meno il prima possibile, basta vedere come vengono trattati ogni volta gli inevitabili “governi tecnici”). Testimonianza preziosa il ricordo di Carlo Azelio Ciampi: “Ricordo bene quel sabato, un sabato drammatico. Era il 24 marzo 1979. Quella mattina ricordo ancora che ero in macchina a via Nazionale, e in senso opposto transitò un’autoambulanza a sirene spiegate: non sapevo che dentro c’era Ugo La Malfa, ormai morente. Andai in Banca, lavorai tranquillamente. A un certo punto entrò nella mia stanza Sarcinelli che mi disse: ‘Carlo, sono venuti ad arrestarmi’. Mi precipitai da Baffi e lo trovai distrutto. Aveva in mano il documento che gli avevano consegnato, con l’incriminazione per lo stesso reato contestato a Sarcinelli”.
Non dimentichiamo che il giudice istruttore di questa infamia era Antonio Alibrandi, “toga nera” sullo stile di quella maggioranza della magistratura ancora forte, forgiata e uscita indenne dal Ventennio - presente con modalità particolari soprattutto nel “porto delle nebbie della Procura di Roma - padre e molto probabilmente protettore del figlio Alessandro, esponente sanguinario di spicco del terrorismo neofascista targato NAR. Le “colpe” reali di governatore e vicedirettore della Banca d’Italia erano state opporsi al piano osceno di salvataggio del sistema finanziario-mafioso di Sindona, sciogliere il cda di Italcasse (l’istituto di credito grande foraggiatore sottobanco della DC) e iniziare a mettere in luce l’enorme quantità di malversazioni del Banco Ambrosiano presieduto da Roberto Calvi (sodale di Michele Sindona, del presidente dello IOR Marcinkus e, come loro, membro della Loggia P2 di Licio Gelli).
Baffi e Sarcinelli verranno prosciolti da ogni accusa solo due anni dopo (11 giugno 1981), ma il danno ormai era fatto: il caos, Nixon docet, era stato creato al tempo giusto.
A cercare di porvi rimedio è il nuovo governatore Ciampi, suggerito dal predecessore - dimessosi per evitare scontri istituzionali, ma sempre sostenuto dal segretario del PRI Spadolini (fondamentale per i nuovi assetti politici italiani) e, soprattutto, da un tributo di stima internazionale presentato dal potente ex Sottosegretario al Tesoro per gli Affari Monetari kennedyano Robert Roosa, sottoscritto da 126 prestigiosi economisti e uomini di governo - che, oltre a chiedere la riammissione di Sarcinelli, nelle sue prime Considerazioni Finali del 31 maggio 1980, ribadisce con forza l’autonomia della Banca d’Italia elogiando a chiare lettere il lavoro svolto negli anni ultimi anni: “Le vicende che hanno preceduto la rinuncia di Baffi ci chiamano a un’altra responsabilità, non meno ardua. Esse hanno dato corpo al duplice dubbio che si siano ristretti in Italia gli spazi per persone di alta competenza, integrità morale, senso delle istituzioni e che la tradizione di efficienza e di autonomia della Banca centrale possa incrinarsi. La via da seguire è quella di attenersi al metodo di rigore etico e professionale di Baffi”.
A urne chiuse, tuttavia, la strada era stata spalancata per togliere di mezzo eroi scomodi. Su tutti: Giorgio Ambrosoli, l’11 luglio, che aveva cercato di fare luce sulle pesanti connivenze politico-mafiose fra Italia e Stati Uniti (unico rappresentante delle istituzioni ai suoi funerali lo stesso Baffi), e Piersanti Mattarella, scomodissimo Presidente riformatore della Regione Siciliana e fratello del nostro caro presidente, finito vittima il 6 gennaio 1980 delle stesse trame da strategia della tensione ordite da una congerie di soggetti che, dietro il marchio mafioso, celavano servizi segreti deviati, potentati economici, estrema destra e Loggia P2. Gli stessi che metteranno in atto, dietro le quinte o meno, l’ecatombe della Strage di Bologna.
Un’atmosfera sulfurea resa ancora più cupa dalla recessione globale che si trascina fino al 1982, fornendo motivazioni - e pretesti - per una riconversione industriale che colpisce soprattutto buona parte delle conquiste dei lavoratori ottenute nel decennio precedente. Esemplare è la condotta della FIAT sotto la guida del nuovo amministratore delegato Cesare Romiti (ripagato nel ‘98 tra buonuscita e altro con più di 200 miliardi di lire), che approfitta della situazione a colpi di licenziamenti e casse integrazioni (nel 1986 raggiungerà lo scopo di risanare l’azienda, ma al costo eliminare più del 30% della manodopera). Sindacati e PCI, presi in contropiede dall’ennesima offensiva del padronato e trascinati nello scontro dalla decisa opposizione del Consiglio di Fabbrica (che subito applica il blocco dei cancelli dello stabilimento di Mirafiori e il picchettaggio degli ingressi ), cercano di prendere la direzione del grande sciopero che nell’autunno del 1980 tiene per 35 giorni tutti col fiato sospeso. Berlinguer gioca in prima persona l’ultima carta per sostenere nello stesso tempo la lotta di classe e riproporsi come leader politico nazionale. Ma è tardi. Come per i pur colossali, ma tardivi, scioperi del 1920 (nonostante le conseguenze non siano tragiche allo stesso modo). Limiti di analisi, eccessiva fiducia per inerzia, dissidi interni a sindacati e partito (basta vedere dove andranno a parare dirigenti torinesi come Saverio Vertone e, soprattutto Giuliano Ferrara) che negli anni successivi sarebbero venuti alla luce, fatto sta che per la prima volta in modo manifesto - senza paraventi di “maggioranze silenziose” - i quadri della casa automobilistica italiana per eccellenza scendono in piazza. Repetita iuvant: è la famosa “marcia dei quarantamila” del 14 ottobre 1980 (la questura però fornisce una cifra minore), simbolo della fine di un’epoca.
Quella che si apre vedrà anche diversi di questi “colletti bianchi” fare la stessa fine dei “colletti blu”, ma questa è un’altra storia. D’altro canto lo stesso partito comunista italiano non aveva visto alcun sostegno internazionalista negli stabilimenti FIAT a Togliattigrad: la logica dei due blocchi non aveva perdonato la condanna da parte del PCI dell’invasione sovietica dell’Afghanistan (e poi, sindacati liberi inesistenti a parte, l’URSS non aveva mai guardato troppo al colore politico per il sostegno alla propria politica industriale).
Nel nostro Paese intanto la grande maggioranza dei giovani aveva innestato la retromarcia dai conflitti di strada degli anni Settanta e - fra grandi concerti, nuova divertente clausura in discoteca o rinnovata passione per le curve del calcio italiano vincitore del Mondiale del 1982 - inaugurava, ultimo baby boom generazionale, la stagione del "riflusso".
La fine della violenza era un dato positivo. I segni di protesta, comunque presenti, si sarebbero incanalati in presenze politiche e sociali minoritarie ma comunque partecipi del percorso istituzionale, garantito dal migliore Presidente della Repubblica che abbiamo mai avuto, Sandro Pertini.
Restava - e resta - la nostalgia per una Democrazia concreta basata sulla nostra ottima Costituzione, pagata a caro prezzo e mai completamente realizzata.
Epilogo a scuola: si torna a casa
Commento Musicale Arvo Pärt, Tabula rasa
Siringhe, lezioni, prof che fumano o smettono, calcio che ti appassiona tantoora che fai il portiere dopo esserti distrutto come lunghista etriplista. Ormai sei al Liceo insieme a quei figli di quel papà che non hai mai avuto. Meglio così: tanti, tantissimi, “tantoni” (parola di Totò) torneranno all’ovile con la scusa che la ribellione era dovuta solo alla giovane età. C’era pure chi aveva sbandierato il mito di Gheddafi e poi zitto dopo la morte del dittatore e il caos in Libia. Vai a capire se contano più i morti di un autocrate o quelli della geopolitica!
Io ci avevo provato a confrontarmi con questa matematica ferale, quarant’anni dopo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, quando ero responsabile di una sezione di Amnesty Internationl, e mica smetto.
Nel mio piccolo vado avanti prima di compiere i 50, pensando che la Storia Contemporanea in cui mi sono laureato sarebbe uno schifo senza ideali concreti e uno straccio di vita davvero umana oltre le mitologie falsamente naturali che ci vogliono carnivori contro erbivori.
Continuo - persevero? - a godermi un’insalata da magro Brachiosauro alla faccia di tutti gli Allosauri che posso togliere di mezzo con una codata.
“Quando il sole la neve scioglie
un fiore rosso vedi spuntare:
o tu che passi, non lo strappare,
è il fiore della libertà.”
Gianni Rodari, La madre del partigiano
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