venerdì 10 maggio 2024

L’ARTE SVELATA Un libro di grande interesse con un mio contributo

 L’ARTE SVELATA NEL PALAZZO DELLA QUESTURA DI VARESE

Un libro di grande interesse con un mio contributo

Sono molto contento di presentare un testo importante per la storia della mia città, Varese, spesso sottovalutata. Un lavoro ricco di preziosi contributi - curato da una rinomata critica d’arte come Serena Contini e dall’assessore alla cultura Enzo R. Laforgia, stimato professore e storico di professione - a cui ho avuto il piacere e l’onore di partecipare con un mio saggio. Un gradito ritorno all’attività per cui mi ero laureato: lo studio della storia contemporanea (dopo un lungo flirt con quella tardoantica e altomedievale).

Il fatto poi che la pubblicazione esca nel centesimo anniversario del martirio di  Giacomo Matteotti, gigante della vera Politica, trovo aggiunga significato particolare al mio saggio.

Il capitolo di cui mi sono occupato s’intitola Case del Fascio: una dimora, un partito ed è dedicato, oltre che alle tipologie architettoniche e funzionali di queste strutture disseminate per tutta la penisola, soprattutto alla comparazione - e al relativo stravolgimento - di edifici, organizzazione politica ed elementi simbolici socialisti (fascio littorio in primis) operato da Mussolini in qualità di ex dirigente del PSI.

Innanzitutto la trasformazione del fascismo da movimento a partito nel 1921, sul modello di quello socialista (primo esempio in Italia mutuato dalla SPD tedesca), con la differenza della base sociale di consenso (la piccola borghesia cittadina, seguita dalla grande borghesia agraria, infine quella industriale, unite da un’implacabile opposizione contro le conquiste degli operai delle grandi fabbriche e delle cooperative contadine durante il Biennio Rosso), della rapida eliminazione di ogni pubblica dialettica interna e dell’affermazione di stampo autoritario e militaresco del leader.


Sul rapporto tra fascismo e industriali vedi  l'esempio con la Società Ceramica Italiana di Laveno

A seguire, il passaggio dai “covi” dei Fasci Italiani di Combattimento alle Case del Fascio del Partito Nazionale Fascista al potere, della dittatura consolidata e tendenzialmente totalitaria (non fosse stato per la presenza della monarchia e della chiesa cattolica, comunque dal ‘22 e dal ‘29 esplicitamente conniventi). Anche qui il prototipo materiale - non i contenuti, perché il socialismo della Seconda Internazionale era sostanzialmente di natura libertaria e ben inserito nei pur carenti sistemi democratici liberali dell’epoca - era la Casa del Popolo.

Cito dal mio testo: “Prototipo sovvertito alla luce di una nuova visione militarista dell’agire politico, frutto delle esperienze di Mussolini come soldato volontario al fronte, e della guerra scatenata contro gli ex compagni marxisti con la benedizione dei vari governi borghesi postbellici e la loro volontà, poi frustrata dalla monarchia, di usare il fascismo solo come strumento per cancellare le conquiste operaie del Biennio Rosso (1919-20). Le Case del Popolo dei partiti socialisti della Seconda Internazionale si presentavano  generalmente come uno spazio teso a inserirsi in modo pacifico e condiviso nel contesto abitativo, evidenziando elementi libertari e solidali che si esplicavano in centri di funzionamento di cooperative di lavoro e consumo e nell’offerta di servizi assistenziali, mutualistici, culturali e ricreativi. La Casa del Fascio - denominata altresì Casa Littoria o Casa del Littorio, così come Palazzo del Littorio o Palazzo Littorio nei centri urbani importanti - era invece in primo luogo sede di partito, di un partito dittatoriale tendenzialmente totalitario che aveva assunto fin dalla fondazione la violenza organizzata come carattere distintivo e che tendeva a imporre i propri spazi di rappresentanza come caserme, anche se in forma rinnovata, in analogia e competizione con le precedenti strutture monumentali del potere statale e di quello ecclesiastico”.


Terzo punto: un approfondimento sull’appropriazione del fascio littorio da parte del regime fascista. Da simbolo di riscatto plebeo nell’antichità, di rivoluzione repubblicana contro la monarchia assolutista nella Rivoluzione Francese, di rivoluzione proletaria come completamento della precedente nel socialismo del XIX secolo a vera e propria spada di Damocle pendente da ogni edificio pubblico sulla testa degli italiani (stile minaccia alla condanna per decimazione del nostro esercito durante la prima guerra mondiale).

Infatti scrivo: “Costante fondamentale proprio la presenza del fascio littorio, questo sì elemento standard per tutto il Ventennio. C’è da sottolineare che il recupero emblematico di quest’arma simbolica di origine etrusca, divenuta poi caratteristica della cultura latina e in origine portata da littori appartenenti alla plebe, era anche un’eredità della Rivoluzione Francese - sormontata da un berretto frigio, come ancora presente nello stemma di Cuba, o privo dello stesso ma sempre emblema dell’unità democratica della nazione tuttora presentato e spiegato nel sito ufficiale dell’Eliseo - e Mussolini, ben al corrente di questo, l’aveva riutilizzata proprio per sottolineare, in concorrenza coi socialisti (specie quelli appartenenti all’ala riformista), l’aspetto ‘rivoluzionario’ del suo partito. Come denominazione e rimando simbolico all’unione delle classi popolari in lotta viene fatta propria già nel 1871 dal Fascio Operaio fondato a Bologna (affiliato alla Prima Internazionale con tanto di adesione di Giuseppe Garibaldi), l’anno seguente da un’analoga associazione fiorentina, in seguito diventa titolo dell’organo di stampa milanese del Partito Operaio Italiano (1883-1890), tra i fondatori del PSI nel 1892, e assurge a notorietà nazionale soprattutto con le lotte di contadini, minatori e operai dei Fasci Siciliani fra il 1892 e il 1894, represse nel sangue dal governo Crispi (un modello per il primo Mussolini al governo, insieme alla retorica ruralista). Vocabolo ripescato nel 1914 per dare un’idea di compattezza anche ai Fasci d’Azione Rivoluzionaria, composti dalla corrente dei Sindacalisti Rivoluzionari capeggiata da Alceste De Ambris e da ex socialisti come il futuro Duce (che ne pubblicò il manifesto nel suo nuovo quotidiano «Il Popolo d’Italia»), favorevoli all’ingresso del Regno nella Prima Guerra Mondiale e bacino di raccolta per il successivo movimento dei Fasci Italiani di Combattimento, fondato da Mussolini il 23 marzo 1919, non a caso nella sala riunioni del Circolo dell’Alleanza industriale e commerciale in piazza San Sepolcro a Milano, e precursore del PNF”.


Dalla mia nota n.8: "Come si può desumere anche dalle pagine finali di Plutarco dedicate alla biografia di Romolo,
dove lega la creazione dei littori da parte del primo re di Roma alla fase più ‘tirannica’ - nel senso greco di signoria
basata sul consenso dei ceti popolari in funzione anti aristocratica - della sua monarchia”
(Plutarco, Vite parallele, Vita di Romolo, 26, Torino, Einaudi, 1958). 

Intorno a questi tre punti cardine ruota la mia analisi sugli aspetti fattivi, estetici e organizzativi delle Case del Fascio, soprattutto su quelle circa 5.000 (su un totale di quasi 11.000) che furono costruite ex novo. In sintesi, se durante gli anni ’20 l’eclettismo di forme e contenuti che caratterizzava il partito finì per riflettersi anche su queste costruzioni, in un dibattito interno che potremmo riassumere come scontro fra “tradizione” e “modernismo”, negli anni ’30 fu quest’ultima tendenza ad avere la meglio (prima dei convulsi ripensamenti dovuti all’abbraccio fatale col nazismo e il suo tetro “classicismo”).

Il Palazzo Littorio di Varese inaugurato nel 1933, pregevole opera dell’architetto Mario Loreti, si può ben inserire nella corrente modernista (così come gli affreschi all’interno di Giuseppe Montanari e, soprattutto, il bellissimo Sacrario opera di Guido Andlovitz, non proprio entusiasta che il fascismo avesse tolto la “t” troppo slava dal suo cognome). Oggi è la sede della Questura di una Repubblica che ha per fondamento la democrazia forgiata ad arte dalla nostra Costituzione antifascista.

Un architetto romano, un pittore marchigiano, un ceramista triestino… Come ha scritto bene Enzo R. Laforgia, il fascismo varesino fu soprattutto un fenomeno di importazione. Fra primi responsabili di questo poco auspicabile radicamento un personaggio che avevo incontrato durante gli studi universitari, nella mia tesi preparatoria alla laurea - parliamo del lontano 1992 - dedicata alle varie interpretazioni del fascismo da parte delle formazioni politiche che vi si opponevano (data la novità del fenomeno, bisogna dirlo, quasi tutte carenti). Era nientedimeno che il fratello di Antonio Gramsci, Mario, che aveva contribuito a formare il Fascio di Varese. Qualche anno fa gli hanno dedicato un libro, ma all’epoca avevo scovato giusto scovato una nota alla quarantacinquesima delle Lettere dal carcere (29 agosto 1927): “Carissima Tania, giovedì ho avuto il colloquio con mio fratello Mario, che mi ha rassicurato sulle tue condizioni. Ero talmente sovraeccitato per la mancanza di tue notizie, che dopo il colloquio e la scarica nervosa da esso determinata, mi sono sentito male: non ho dormito tutta la notte e devo aver avuto un po' di febbre. Tuttavia non so spiegarmi la mancanza di tue lettere. Mario mi ha detto d'averti invitato a passare qualche giorno a Varese in casa sua. Perché non accetti? ? Il caldo ormai è passato, tuttavia la campagna deve essere ancora gradevole e la regione dei laghi lombardi è degna di essere vista. Mio fratello è un buon ragazzo e sono sicuro che tu ti troverai à ton aise in casa sua. […] potresti ancora fare qualche bella passeggiata; Varese stesso possiede un lago, e delle colline molto belle”.

Sandro Pertini ricorda l'amicizia con Antonio Gramsci in carcere

Io amo profondamente la bellezza della mia città e della sua provincia, ma si tratta sempre di una provincia non a caso istituita proprio nel 1927 e quel vecchio innesto dispotico sulla “città-giardino” e macchie circostanti ha lasciato radici profonde, sfoggiando imperterrito ancora oggi ombre particolarmente nere su tutto il territorio: ce l’ha ben dimostrato il recentissimo documentario-inchiesta apparso su La7.

Per questo, più efficace di una “cancel culture” che tende a eliminare in modo semplicistico una pubblica memoria (con tutti i rischi futuri che ne conseguono), reputo necessario anche per questo monumento dal tragico passato un processo di musealizzazione in grado di contestualizzarlo a fondo con le opportune avvertenze.

Le stesse che ho voluto esplicare a conclusione del mio lavoro: “Non stupisce quindi la polemica lanciata sul New Yorker del 5 ottobre 2017 da Ruth Ben-Ghiat, docente di Storia e Italianistica alla New York University, col suo articolo Why Are So Many Fascist Monuments Still Standing in Italy?. Si tratta di una domanda a cui è bene rispondere in modo razionale, senza farsi prendere dall’emotività, e a cui non basta la giustificazione estetica della grande arte. […] Per la nostra visione democratica del mondo è di fondamentale importanza prendere atto anche del lato oscuro, nero dell’arte quando questa si pone al servizio di una dittatura, di qualsiasi dittatura. Nel caso del fascismo abbiamo chiari i contenuti della sua politica, fondati in primo luogo sull’avversione nei confronti di qualsiasi diversità e su un continuo stato di belligeranza nei confronti di presunti nemici interni ed esterni, modello negativo per tanti, troppi regimi simili che funestarono l’Europa durante tutto il Ventennio. È un dovere degli storici rendere partecipi a chiare lettere di questi aspetti i cittadini della nostra democrazia, che non sono più sudditi di monarchie o regimi, perché ci pensino due volte quando passano accanto o prendono in considerazione certi monumenti e il volume di cui fa parte questo saggio, con le sue analisi precise e aggiornate, è certo un ottimo contributo per comprendere le diverse prospettive di questa complessa eredità”.



lunedì 6 maggio 2024

ELIODORO, "LE ETIOPICHE"

 Amore e geopolitica in un romanzo ai confini di un’epoca

Ho letto "Le Etiopiche” di Eliodoro. […] La storia viene abbellita dall’inserimento nel filo del racconto di eventi attesi 
e di colpi di scena, nonché da inopinati salvataggi dalla sventura, il tutto espresso in un linguaggio limpido e puro.
Fozio, Biblioteca

Amore, esotismo, peripezie: tutto a lieto fine. Gli ingredienti fondamentali per un bestseller di successo non sembrano cambiare mai. E sono bene o male gli stessi che caratterizzano quasi tutti i pochi romanzi ellenistici sopravvissuti (altro happy end).

Diverso il discorso per i pochissimi latini (specie se consideriamo il Satyricon), di qualità anche superiore (parliamo di autori come Petronio e Apuleio).

In ambito greco l’unico capolavoro è la mia amata Storia vera del grande Luciano di Samosata, uno dei primi romanzi di fantascienza mai scritti (con tanto di Star Wars fra Seleniti ed Elioti armati di Caulomiceti e Psyllotoxoti), in parte probabilmente splendida parodia del perduto Le incredibili meraviglie al di là di Thule di Antonio Diogene, opera tanto enigmatica quanto ricca di reminiscenze pitagoriche - al contrario del ben più laico e ironico Luciano - e per questo cara a neoplatonici come Giamblico e Damascio (parola di Fozio, Biblioteca, 111b).

Ancora più complessa la stratificazione del Romanzo di Alessandro dello Pseudo Callistene, dalla data di origine altrettanto ignota e perennemente in fieri fra antichità e medioevo, di cui ho già scritto poiché all’origine della mia avventura come curatore d’arte di Neoludica.

Ma torniamo a Eliodoro, la cui opera sta per qualità a metà strada fra Luciano e gli altri romanzieri (per comodità li trovate tutti in Wikipedia). La storia d’amore dei naturalmente bellissimi Cariclea, figlia del re d’Etiopia, e Teagene, discendente di Achille, ambientata ai primordi dell’età classica nell’Egitto sotto la dominazione persiana, viene recensita con affetto nella Biblioteca di Fozio - da bravo bizantino sempre attento a quanto riguardava il regno africano, ormai nel IX secolo cristianizzato da mezzo millennio e potenziale alleato prima contro i Persiani e poi gli Arabi - quindi, riscoperta in Occidente durante l’Umanesimo, diventa fonte di ispirazione per scrittori del calibro di Tasso e Cervantes. Senza contare gli influssi sulla letteratura francese del Seicento e su quella inglese di epoca elisabettiana, in questo caso grazie alla traduzione della versione latina del gesuita polacco Stanislaw Warszewicki (le ironie della Storia qui si sprecano).

In Biblioteca con Fozio, in Etiopia con Nonnoso https://lucatraini.blogspot.com/p/letture.html

La cosa che subito stupisce noi moderni è la formidabile capacità “cinematografica” di Eliodoro - e stupisce sia me che l’ottimo curatore dell’opera per la UTET, Aristide Colonna, che non ne abbiano ancora fatto un film - quella maestria descrittiva nella panoramica che, per quanto mi riguarda, collego a un maestro contemporaneo del  genere come il bulgaro Anton Donchev, non a caso anche sceneggiatore, e al suo Manol e i suoi cento fratelli (dei molti pregi - e di alcuni difetti nazionalisti, preludio delle successive politiche dell’era Živkov - di quest’opera, pubblicata nel 1964 e subito tradotta non a caso da Longanesi, parlerò in un prossimo post).

Basta solo leggere l’inizio delle Etiopiche: “Stava appena sorgendo una ridente giornata e il sole illuminava con i suoi raggi le cime dei monti, quando degli uomini, armati da predoni, affacciandosi al di sopra dell’altura che si estende presso le foci del Nilo e la bocca chiamata Eracleotica, si fermarono un momento e percorsero con lo sguardo il mare sottostante E rivolti dapprima gli occhi al mare aperto, constatando che, privo di navi, non offriva loro nessuna preda, si fermarono a guardare la spiaggia circostante. C’era lì ormeggiata una nave da carico, priva di uomini, ma con tutto il suo carico; questo lo si poteva notare anche da lontano, perché il peso faceva salire l’acqua fino alla terza cintura della fiancata. La spiaggia poi era tutto un groviglio di corpi umani trucidati da poco: alcuni erano davvero morti, altri invece agonizzavano; inoltre era piena di membra che ancora guizzavano e che indicavano che la battaglia era appena finita. E le tracce che si potevano scorgere non erano quelle di una regolare battaglia, ma si potevano vedere, mescolati, i miseri resti di uno sfortunato banchetto, terminato tragicamente. Infatti c’erano tavole ancora cariche di cibi, alcune strette fra le mani di quelli che giacevano a terra, i quali se ne erano serviti come armi durante lo scontro. […] Poco lontano dalla nave e dai caduti si presentò loro uno spettacolo ancor più misterioso dei precedenti. Una ragazza stava seduta su un masso, bella di una bellezza incredibile e tale che avrebbe potuto essere presa per una dea. […] Con lo sguardo fisso in giù, il viso immobile, contemplava un giovane che giaceva ai suoi piedi. Questi appariva deturpato dalle ferite ricevute e sembrava riemergere da un sonno profondo, simile a quello della morte; ciononostante, risplendeva ancora di una virile bellezza”.

Eccoli i protagonisti, due statue pronte a prendere vita in testo e contesto la cui dinamica inizia “in medias res” (a metà dell’azione) come i poemi di Omero, ritenuto dall’autore - altro elemento singolare - egizio. In una serie di avventure ambientate solo nel finale in Etiopia e per il resto, tranne una lunga parentesi a Delfi, proprio in Egitto, terra di mistero, saggezza e occulto per eccellenza fin dai tempi della Grecia arcaica, come esplicitato da Eliodoro nel secondo libro del romanzo: “Per un greco le leggende e le storie egiziane sono le più affascinanti di tutte” (II, 27).

Altra stranezza: la protagonista, Cariclea, pur essendo figlia della coppia regnante etiope e abbandonata nella culla stile Mosè, non è nera, ma di carnagione chiara. Non si tratta di razzismo, perché l’antichità non conosceva questa sciagurata ideologia sorta dal colonialismo in età moderna, ma guardava i diversi coloriti delle carnagioni come semplici curiosità e trattava da pari a pari con i regni “etiopi” di Meroe prima e di Axum poi. Il problema è un altro: la credenza, giunta a livello popolare fino in epoche neanche tanto lontane, che quanto visto da una donna incinta potesse influenzare nel fisico la creatura - e non uso a caso questo termine - che aveva in grembo. Per quello riguarda la regina Persinna il candore epidermico della figlia era dovuto al fatto che aveva contemplato a lungo un dipinto che raffigurava il mito greco di Perseo che libera Andromeda (con tutti i simboli misterici annessi all’omonima Costellazione). Potere magico delle immagini: nel racconto mitologico la stessa Andromeda era già figlia di una coppia regnante etiope (una di quelle possibili esemplificazioni delle radici afroasiatiche della civiltà ellenica del sempre affascinante Atena nera di Martin Bernal) e - per tutta una serie di motivi cui rimando alla lettura de Le relazioni dei Greci con Kush e Axum di S. M. Burstein in STORIA EINAUDI DEI GRECI E DEI ROMANI I Greci oltre la Grecia - fin dalle origini anche lei di colorito chiaro (sempre che non fosse albina o caratterizzata da rutilismo, come il faraone Ramses II).

Fatto sta che nelle Metamorfosi di Ovidio (IV, 663-752) Perseo la crede inizialmente una statua di marmo e Filostrato Maggiore nel sue Immagini (di cui abbiamo già parlato) descrive un quadro sul tema che avrebbe potuto benissimo trovarsi nella reggia di Meroe: “Questo non è il Mar Rosso, né questi sono gli Indi. Sono gli Etiopi, un uomo greco in Etiopia e la lotta che di sua volontà osò affrontare per amore. […] Perseo, che - dicono – abbia ucciso un mostro dell’Atlantico che in Etiopia aggrediva le greggi e gli uomini. Il pittore apprezza questa storia e compiange Andromeda poiché è stata consegnata al mostro; ora il combattimento è già compiuto: il mostro è stato gettato sulla spiaggia e la inonda di rivoli di sangue che rendono il mare scarlatto. Eros però libera Andromeda dai legacci: è dipinto alato come al solito, ma contrariamente alla regola, con l’aspetto di un giovinetto, ansimante e ancora affaticato. […] La fanciulla è graziosa poiché è una bianca in Etiopia. […] Ci sono anche molti pastori che offrono latte e vino da bere, Etiopi, graziosi, con quel loro strano colore e quel sorriso fiero, visibilmente felici. Perseo, apprezzando questi doni, si appoggia sul gomito sinistro, solleva il torace gonfio d’aria guardando verso la fanciulla e lascia al vento il suo mantello purpureo.” (Filostrato Maggiore, Immagini, trad. Letizia Abbondanza, Nino Aragno Editore, 2008). Ulteriore conferma l’affresco della Casa dei Dioscuri a Pompei, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Ma soffermiamoci proprio su Filostrato, che scrive nella prima metà del III secolo, in piena epoca della dinastia dei Severi. È un dettaglio non indifferente, perché proprio uno degli imperatori più enigmatici di questo periodo, Eliogabalo, era sacerdote del dio Sole (El-Gabal) di Emesa in Siria. E proprio Eliodoro nelle due ultime righe a firma del romanzo si definisce “un Fenicio di Emesa, della stirpe di Helios, figlio di Teodosio”. Questo ha portato inizialmente non pochi studiosi, tra cui Erwin Rohde, amico di Nietzsche, a collocare autore e romanzo proprio alla metà del III secolo, in piena temperie della Seconda Sofistica. Dalla metà del XX secolo, tuttavia, a partire da un importante saggio breve di Marchinus van der Valk del 1940 (con successivi approfondimenti dello stesso Aristide Colonna), si è cominciata a spostare la datazione verso la fine del IV secolo, sia perché certe operazioni militari descritte nel romanzo sembrano prendere spunto da testi di Giuliano l’Apostata (imperatore dal 360 al 363), sia perché lo storico della Chiesa Socrate Scolastico (attivo nella prima metà del V secolo) nella sua Historia Ecclesiastica parla di un Eliodoro, promotore del celibato sacerdotale nella regione greca della Tessaglia ai tempi dell’imperatore Teodosio, “divenuto vescovo della città di Tricca, di cui si tramanda un’opera, una storia d’amore, che compose quando era giovane e a cui assegnò il titolo di Etiopiche”. Un romanzo già ossessionato dall’ideale di castità propagandato dalle filosofie “pagane” neoplatoniche e neopitagoriche e per questo privo di qualsiasi riferimento alle pratiche omosessuali dell’antichità greco-romana presenti nei testi di simile struttura che l’avevano preceduto, quindi riferimento privilegiato per l'ortodossia cristiana della cultura bizantina e per il Rinascimento, specie nella sua appendice controriformista.

Un altro elemento che, a mio parere, rende questo testo affascinante figlio di quell’epoca terminale di struttura e sovrastruttura sociale e culturale dell’antichità “classica” è anche la connessione fra Omero e la dimensione misterica ormai assunta della cultura egizia (ne ho parlato rispetto ad Assassin’s Creed Origins nel 2017, prendendo spunto dal fondamentale lavoro di Jan Assmann, Sapienza e mistero. L’immagine greca della cultura egiziana, in STORIA EINAUDI DEI GRECI E DEI ROMANI I Greci oltre la Grecia). Se Eliodoro scrive “Omero, che era egiziano ed era stato istruito nella sacra dottrina […] e l’ha espressa simbolicamente nei suoi versi” (III, 13), chiaramente parliamo di un’interpretazione oggi inaccettabile e antistorica, ma fra IV e V secolo - ne ho già scritto per L’antro delle ninfe del neoplatonico Porfirio,

ma si può benissimo far riferimento anche ai noiosissimi, ma fondanti, Misteri dell’Egitto di Giamblico, punto d’incontro fra neopitagorismo e neoplatonici (e tutti e due i filosofi sono di origine fenicio-siriaca) - di grande vulgata fra gli intellettuali dell’epoca. E tra questi rientra certamente il Nostro, per nulla superficiale, che, stile il Lucrezio del De rerum natura, nelle quinte del suo romanzo, dietro il miele della storia d’amore, celava il responso amaro della fine di un intero, cruciale periodo storico. Fine a cui avrebbe cercato di rispondere con l’unica etica che si era venuta strutturando in modo concreto e diffuso come alternativa per il futuro: il cristianesimo. Le peripezie amorose delle Etiopiche preludevano in un certo senso a quelle mistiche, sempre di ambito egizio (il deserto della Tebaide), narrate pochi decenni dopo da Palladio di Galazia nella Storia Lausiaca.

Eliodoro è anche un finissimo cesellatore dei segni della passione. Amore che pervade le fibre dei corpi ancora tutto pagano, ma già manifestazione di quella predominanza dell’anima che caratterizza la perdita di fisicità della presenza storica. Un ottimo esempio è il primo incontro di sguardi - “Preferiamo la vista a tutto” scriveva Aristotele nella sua Metafisica, titolo e termine tecnico che ormai aveva acquisito il senso trascendente che tutti conosciamo - fra Cariclea e Teagene a Delfi: “Appena si videro, i due giovani si amarono, come se la loro anima avesse riconosciuto fin dal primo incontro l’anima gemella e si fosse lanciata verso ciò che era degno di lei. Dapprima rimasero immobili, colpiti da un improvviso stupore, poi lentamente lei gli tese la fiaccola e lui la prese. A lungo si fissarono negli occhi, come se cercassero di ricordare se si fossero già visti o conosciuti da qualche parte; quindi accennarono a un sorriso rapido e furtivo, svelato soltanto da un lampo dello sguardo.” (III, 5).

Dietro c’è chiaramente la lezione di Euripide - e il Nostro aveva letto a dovere tragici e commediografi tanto da usare spesso similitudini che si richiamano al teatro - arricchita da tutta una serie di letture che spaziano fino al IV secolo e da una notevole capacità, sia quantitativa che qualitativa, di creare nuove parole, termini originali di cui non troviamo riscontro negli autori precedenti.

Domina il piacere di raccontare e di inserire racconti nei racconti (a volte mi ha ricordato il caro Jan Potocki), finché la matassa non si sbroglia nel finale alla corte di Meroe dove, tra mille peripezie e altrettanti riconoscimenti, l’eroina e l’eroe possono finalmente sposarsi e diventare sacerdoti rispettivamente della Luna e del Sole (questa in armonia, contrariamente alle "guerre stellari" di Luciano).

L’autore - che quindi non a caso si definisce “della stirpe di Helios”, del Sole - può mettere la parola fine al suo romanzo con i “dei ex machina” teatrali da lui preferiti. Fra gli applausi del grande pubblico degli Etiopi e dei loro saggi gimnosofisti - che avrebbero dovuto trovarsi in India (come ho scritto nel mio dramma su Plotino), ma nell'antichità potevano essere tranquillamente spostati in un altro luogo favoloso come l’Africa interna - il re Idaspe abolisce anche i sacrifici umani

Lo stesso monarca che, nel Libro IX del testo, aveva appena sconfitto i Persiani assediando la città strategica di Siene (l’odierna Assuan), è ora un prezioso - e purificato - precedente per giustificare quella politica anti Sasanide che unisce imperatori romani pagani e cristiani nel cercare l’alleanza prima con Meroe e poi con Axum.

Romanzo d’amore raffinatissimo, certamente filosofico, probabilmente anche politico, di uno scrittore siriaco diventato vescovo nella Tessaglia dove il mito aveva posto il regno di Achille.
Non mancano certo i motivi per rileggere ancora una volta Le Etiopiche.

domenica 28 aprile 2024

LUCA TRAINI BLOGSPOT: 2.450.000 VISUALIZZAZIONI E OLTRE

Raggiungere una simile audience è un’occasione importante anche per rivisitare il mio curriculum vitae e riscoprire momenti che stavo per dimenticare, perché, ufficialmente, è dal lontano 1986 che ho fatto dell’arte, in tutte le sue declinazioni, la ragione della mia vita. Originario di una regione, cresciuto in un’altra e poi vissuto in un’altra ancora non ho mai sentito di appartenere a un posto più di un altro. Tanto legato alla mia Italia quanto poco italiano nelle scelte che mi hanno ispirato. Europeo e contento di esserlo come dell’eredità classica greco-latina approfondita con rigore e passione ma cosciente delle terribili ombre che ancora gravano sull’essere “occidentale”, che, proprio per amore e studio, cerco di evidenziare in ragione del futuro. Poesia ,prosa, teatro (ho recuperato il mio dramma su Watteau, parte del romanzo teatrale su Villon e sto ancora ripescando i frammenti dei miei Teatri di guerra come reazione ai recenti orrori) e curatela d’arte sono sempre stati rivolti in primo luogo ai giovani.



Non si spiegherebbe altrimenti perché passare dalle mostre dedicate al fotografo personale di Picasso André Villers



ANDRÉ VILLERS: PICASSO E GLI ALTRI Dialoghi in bianco e nero 1

ANDRÉ VILLERS: PICASSO E GLI ALTRI Dialoghi in bianco e nero 2

all’arte dei videogame portata alla Biennale di Venezia con NEOLUDICA.


Ma i presupposti erano già nel mio romanzo d’arte Il Dittico di Aosta, dove rievocavo i videogiochi poetici del IV secolo di Optaziano Porfirio.


La questione sta tutta nel prendere coscienza a 360° di passato e presente senza timori reverenziali perché la lezione della storia dell’arte che prediligo è quella del continuo stimolo a pensare, immaginare e realizzare liberamente, con la propria testa, cosa ancor più difficile oggi, travolti da una temperie confusa di sollecitazioni e dati.

Il contemporaneo non ha bisogno di parole d’ordine, sempre superficiali, ma di suggerimenti per un ordine creativo possibile da mettere ogni volta in discussione.

Connessioni remote: una nuova filosofia aumentata per l'arte

È una scommessa formidabile quella di mettere in connessione senza remore passato e presente in vista di un futuro migliore: io ci credo - e continuo a crederci - da quando divenni vicepresidente di un importante spazio culturale ad appena 20 anni.

La morte dell’arte, pianto di coccodrillo dei mediocri ,non avrà mai il sigillo di nessuna anagrafe o censimento (parola di chi ci ha lavorato prima d’insegnare storia e filosofia).

Un grazie di cuore ai miei lettori.

L’aggiornamento continua

Luca Traini

https://lucatraini.blogspot.com/p/chi-sono.html


domenica 21 aprile 2024

TEATRI DI GUERRA Il dramma della scrittura

Frammenti ritrovati dal 1999 a oggi

Prologo: Protagora e Socrate




Ambivio Turpione: commedie?



Filosofia in guerra: Colpa e necessità (Plotino)



Rosvita di Gandersheim: avanguardia in clausura



Albertino Mussato e Dante Alighieri: teatro horror per virtù civiche

https://lucatraini.blogspot.com/2020/06/teatri-di-guerra-4-albertino-mussato-e.html


Jean Fouquet e François Villon: il pittore e il poeta a corte, in sogno



Poliziano e Botticelli: componimento di Orfeo, crepuscolo dell'Umanesimo



Agrippa d’Aubigné, Brantôme, Isaac Casaubon, Enrico IV, Jean de Sponde
Frammenti di dialogo



La "Gloriosa restaurazione" del teatro inglese
Aphra, Etherege e Rochester: sipario aperto, sipario chiuso



Pietro Metastasio: Arcadia al potere

https://lucatraini.blogspot.com/2020/10/teatri-di-guerra-6-pietro-metastasio.html


Georg Büchner: teatro di scienza della rivoluzione



Il dramma del Futurismo italiano



Erwin Piscator a New York: teatro epico in tempo di pace



Chruščëv e il Concerto per pianoforte n.2 di Šostakovič

https://lucatraini.blogspot.com/2022/07/teatri-di-guerra-10-chruscev-e sostakovic .html


Luca Traini

venerdì 12 aprile 2024

MEMORIA VITA STORIA Tre dimensioni al femminile per sei scrittrici

 

Per salvare questa esigenza fondamentale dell’essere umano, a cui mito e filosofia dell’antica Grecia avevano messo a guardia ben 2 divinità (Mnemosyne e Mneme), occorre in primo luogo sconfiggere quello che la nostra preziosissima Liliana Segre ha definito “il mare nero dell’indifferenza”, l’inquinamento della dimensione vitale della Storia.

Quindi è necessario rielaborare le proprie storie famigliari alla luce di eventi più grandi. Abitudini consolidate, anche eleganti, forse comprensibili, mai giustificate nel loro egoismo, da rimettere in discussione con coraggio nonostante e per l’affetto verso chi ci è caro. È il senso del Premio Strega ’76 Le quattro ragazze Wieselberger di una nostra grande scrittrice - e partigiana - da riscoprire: Fausta Cialente.

Infine, indagarsi a fondo con stile senza scusanti ma sempre con partecipazione assoluta al destino degli altri, che è sempre anche il nostro. Come ha fatto Annie Ernaux ne Gli anni, uno dei libri più belli che abbia mai letto: lo scandaglio abissale del passato di Proust più la vertigine dietro ogni attimo presente di Virginia Woolf.

Il respiro è concesso alla fine.

[…]


Karola Bloch è più conosciuta come la moglie del filosofo Ernst Bloch (cui devo molto),ma è stata un architetto ben capace di vivere di vita propria. La sua ironia, il suo sorriso è una luce in grado di descrivere con chiarezza le tragedie del Novecento cercando ogni volta di superarle(l’antisemitismo russo e polacco, il nazismo, il maccartismo, lo stalinismo): è lei il vero Principio Speranza di cui ha scritto il marito.
Il capolavoro di Olive Schreiner è invece del 1883 ma poteva essere scritto un secolo dopo tanto è stato il coraggio di questa femminista antirazzista sudafricana. Apre la strada che porterà a Doris Lessing e Nadine Gordimer.
Sally Morgan infine ci coinvolge nella scoperta - prima traumatica e poi esaltante - delle proprie origini aborigene.
E il libro viene pubblicato nel 1987 non un secolo prima.

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lunedì 8 aprile 2024

CARAVAGGIO A LUCI SPENTE

 Commento musicale Joep Franssens, Echo's

Ho ritrovato Caravaggio senza accendere la luce.

La vocazione, la scrittura, il dramma avvolti ancora nel fumo dei ceri appena spenti.

Nel buio tre versi, di un altro Michelangelo:

“O notte, o dolce tempo, benché nero,

Con pace ogn’opra sempr’al fin assalta;

Ben vede e ben intende chi t’esalta”.

Eppure basterebbe una moneta per accendere i riflettori sui quadri di Michelangelo Merisi, luce fissa come il sole invece delle candele che tremavano quand’era vivo, quando la luce strappata alle tenebre vibrava nei quadri al ritmo degli stoppini accesi, del fumo sinuoso, in balia di ogni respiro.

Invece il buio. La cecità di chi obbligò quelle opere a essere deposte in spazi così infelici. La museruola agli occhi della Controriforma, il rifiuto della prima versione di Matteo e l’angelo. Di Matteo non più arcigno esattore ma non ancora santo, bravo a fare i conti ma impacciato nello scrivere l’addizione più  complessa: un dio che si fa uomo e muore sulla croce degli schiavi. L’angelo che guida della mano, quell’angelo così giovane, è una soluzione. E allo stesso tempo un problema.

Semioscurità. Come la foto che resta del primo quadro, bianco e nero. Incendi. Nel cuore del pubblicano che diventa apostolo. Negli occhi del pittore, perché la forma emerge da un fondo atro. E l’incendio che rifiuta ogni metafora, quello che brucia trama e tela in una torre di cemento a Berlino (A.D. 1945).

Il Matteo che oggi sopravvive meglio all’ombra non ha più angeli al suo fianco, ma una creatura celeste che pende sulla sua intelligenza avvolta in un lenzuolo dal cerchio perfetto. Mente dell’uomo non più assopita, messaggero di Dio che trascende ogni gerarchia di sintassi per computare all’evangelista un miracolo politico: i gradi di parentela di Gesù col re Davide.

Roma, Chiesa di San Luigi dei Francesi, Cappella del cardinale Mathieu Cointrel, dove un verso di Jean de Sponde sta ai tre quadri di Caravaggio:

“E m’inabissa, mi scuote e m’incanta”.

Matteo che senza l’indice di Cristo a spalancare un vortice di luce viva resterebbe nella penombra di una finestra dai vetri opachi.

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L'Atto Unico "Morte di Caravaggio" in

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