Ho
sempre sfogliato con tenerezza il volume dei Maestri del Colore dedicato a Hugo van der Goes, perché la biografia in bianco e nero riportava solo qualche
notizia strappata al silenzio prima dei suoi accessi di malinconia feroce. Restava
segnata qualche traccia del successo di un artista inquieto - dovevi investire
nel tessile, fiammingo, e sei rimasto prigioniero della trama di una tela: non
avevi neanche trent’anni e, nel 1468, figuravi tra i migliori salari per le
decorazioni delle nozze fra Carlo il Temerario e Margherita di York. Decano
della gilda dei pittori di Gent nel 1474 ma già nell’autunno del ’75 frate
converso nel convento degli agostiniani presso Bruxelles: lo studio innamorato
del nudo nel Peccato originale diventava la slavina umana alle falde
della montagna spoglia della Deposizione.
I profeti aprono lo scenario della sacra rappresentazione dell’Adorazione dei pastori e poi quella profusione di ori nell’Adorazione dei Magi, figlia delle ricchezze – e dell’arte – dei mercanti fiorentini. Il priore del convento, padre Thomas, chiude un occhio ma tu sei ossessionato dall’Antico Testamento, dal Vitello d’oro cui hanno consacrato la loro vita gli agenti commerciali dei Medici, come Tommaso Portinari.
E il Trittico Portinari è il tuo capolavoro e, contraddizione dell’Arte che pretende la consunzione, forse lo termini in convento. Ora è il momento della musica.
Gilles Binchois, Amoreux suy per il ritratto della giovane figlia del committente, Margherita, fulgida bellezza bionda accanto alla madre diafana.
Tu, come
scrive il tuo compagno di noviziato Gaspard Ofhuys, vinci l’autodistruzione e
la condanna di Dio: esci dalla “frenesis magna” per morire, come si dice, “sano
di mente”.
Forse
volevi diventare anche musicista ma il tempo, il tempo… Il genio vuole provare
tutto prima che sia troppo tardi. E io, insano per la tua bellezza, non posso fare a meno di dedicarti il Planctuso la Déplorationdi Ockeghem sulla morte di Binchois.
Forse proprio nell’epoca degli iPhone possiamo
riscoprire la cura degli strumenti della nostra comunicazione, perché sappiamo
quanto sono ingombranti, fragili e costosi. Fino al secolo scorso le nostre
parole al telefono non pesavano nulla e il carico delle pagine stampate, tranne
eccezioni, risentiva poco della legge sulla caduta dei gravi. Merito della
tecnologia, che da Gutenberg in poi ha reso la quantità delle nostre
conoscenze una qualità sempre più leggera da comunicare. Ma prima i manoscritti
avevano sempre richiesto braccia forti per essere tramandati.
I libri belli e rettangolari come li conosciamo - e
ne ho sviscerato a fondo il senso per la Biennale di Venezia nel mio testo La nostra civiltà è un sogno ad angolo retto - sono un’eredità tardoantica sviluppata con successo dalla diffusione dei
testi cristiani. Prima c’era il volumen, lunghi fogli di papiri arrotolati,
dalla lettura più difficile, racchiusi in confezioni che ricordano faretre per
frecce. Già in questa forma, tuttavia, il libro si presentava come arma, sia
offensiva quale dardo che difensiva in quanto scudo, perché nella storia i
database delle civiltà sono stati questo. La nostra missione oggi è quella di
rendere questo patrimonio non più strumento bellico, ma di condivisione e comprensione
in segno e grafia della parola “pace”.
Tornando alle impronte lasciate più a fondo nella
terra in ragione del loro peso, legge di gravitazione universale newtoniana o
possibili gravitoni quantistici, è un dato di fatto che avere la disponibilità
di scritture - specie nel medioevo - significava sacrificare greggi per avere
pergamene e caricarsi una bella quantità di chili al fine di leggere la
Scrittura per eccellenza - la Bibbia – o approfondirne il rapporto del Pastore con
la società per mezzo di mattoni stile La
città di Dio di Agostino, che non riesco a non leggere all’insegna dell’“odi
et amo”.
Scrivere, sfogliare o copiare un libro era infatti
come costruire o visitare una nuova città ideale, con le sue vie parallele –
sviluppo degli originari solchi scavati dagli aratri, “negro semen seminaba”:
ricordate l’Indovinello veronese
studiato a scuola? - da seguire fino in fondo o da incrociare per fornire una
correzione, una segnalazione, un commento. E sempre ad alta voce - immaginate
il mormorio in crescendo delle biblioteche antiche o, nel secolo scorso, i miei
nonni che dovevano comprendere allo stesso modo una pagina perché avevano fatto
solo qualche anno di elementari - perché in ogni caso si trattava di una
cerimonia cruciale per arricchire la memoria (giustificazione trovata dopo una
lunga condanna dei testi scritti da parte della sapienza tradizionale, vedi il
caso di Socrate o l’imbarazzo anche di un sublime scrittore come Platone.
La lettura mentale è una conquista recente fatta di precisi e chiari segni di
interpunzione (specie per quanto riguarda la poesia), partorita dal silenzio
monastico e cresciuta a colpi di nuove vulgate e nerbate da un’ordinata
burocrazia del pensiero, parallela a quella sviluppata in politica con la formazione
dagli stati moderni.
Libri che bisognava conquistare attraversando reti
stradali sconnesse e piene di pericoli, al cui confronto la nostra Rete
virtuale è uno scherzo.
Piuma d’oca, stilo, biro, linotype, stampa
digitale: sembra la realizzazione dei sogni metafisici degli antichi. Invece a
loro erano destinati mole e frantoi di quelle pagine così pesanti per rarefare
ogni riflessione. Fogli preziosi da utilizzare con parsimonia abbreviando le
parole come nei nostri vecchi sms, pergamene dove grattare via contenuti
considerati vecchi per trascriverne dei nuovi, come nei famigerati palinsesti,
quelli per cui hanno perso la vista studiosi come il mio caro Studemund (le
commedie di Plauto celate dalle tragedie del Libro dei Re.
Per i dettagli sulle moli pergamenacee delle opere
cito quanto riportato da uno dei miei, leggeri, testi preferiti, La formazione dell’Europa cristiana di
Peter Brown: “Per avere tutte le opere di Gregorio Magno bisognava produrre,
con paziente copiatura, qualcosa come 2100 fogli di pergamena, del peso di 50
chili (la standard edition moderna ne pesa solo 3!). Per realizzare una Bibbia
di un certo pregio si richiedevano le pelli di oltre 500 pecore”.
Dagli eserciti fuoriusciti dai monasteri (80 monaci
più l’abate Ceolfrith per portare da Wearmouth a Roma la più perfetta copia
della Vulgata di san Gerolamo, i 35 chili del Codex Amiatinus) , nuovi padroni della parola, alle schiere di
filologi che da Petrarca in poi devono combattere con i topi una nuova Batracomiomachia per salvare i
manoscritti ed emendarne la mole di errori di trascrizione. Specie per i testi
laici antichi, Storia naturale di
Plinio in primis, database fondamentale fino a buona parte dell’Umanesimo. Poi
sarebbero state le controversie sui testi sacri a fare la differenza, perché
dai fogli che sono come foglie non si può non passare alle radici, specie se
sono piantate in contesti politici ben precisi. Pesare le parole non è solo un
modo di dire.
Infatti, anche prima di questi nuovi innesti, non
si tratta solo di valutare il carico quantitativo: dobbiamo prendere in considerazione
anche il peso qualitativo. Il libro manoscritto mantiene un aspetto, diciamo così,
magico finché la stampa non si diffonde a livello di massa. Se un profeta come
Ezechiele si divorava un intero rotolo scritto per volontà divina e lo trovava dolce come il miele, nell’alto medioevo, parola di un innamorato della parola
scritta come Beda il Venerabile, venivano ancora triturate a scopo medico
pagine della Sacra Scrittura provenienti dall’Irlanda, patria di un rivoluzionato
studio dell’eredità cristiana: "Come ho visto io stesso, poiché certuni erano stati morsi dai serpenti, furono raschiati alcuni fogli di codici provenienti dall'Irlanda e questa raschiatura, messa nell'acqua e data da bere, subito portò via tutta la violenza del veleno e il gonfiore del corpo." (Storia ecclesiastica degli Angli I,1). E infatti Colombano, l’esponente
più illustre di questo rinnovato fervore, lo scoviamo nelle pagine del suo
biografo, Giona di Bobbio, mentre nei suoi vagabondaggi nel continente europeo vaga
armato dei suoi enormi libri che riempiono di stupore le folle. Sembra di vedere la scena di uno dei film che più ho amato, Aguirre furore di Dio, quando i
conquistadores, per quanto persi nei labirinti fluviali dell’Amazzonia, restano
fanaticamente certi che il Libro della Scrittura parli di per sé (ma non per i
poveri indios, a cui quella cosa dalla forma innaturale non dice niente).
C’è da chiedersi ancora oggi cosa teniamo in mano
quando sfogliamo pagine di carta inchiostrata. Dobbiamo essere consapevoli che,
anche se devoti al culto della pagine stampate (come il sottoscritto, per
quanto di mestiere si dedichi al virtuale), quanto maneggiamo, anche se
digitale, ha un carico di complessità tutt’altro che esente da errori e orrori,
che vanno sempre rilevati, specie per le nuove generazioni. Perché la
leggerezza è sempre una conquista gravosa. È un nostro dovere avere fiducia nel
progresso al fine di raggiungere questo traguardo.
Plutarco
è un mio contatto dal 1980. Le sue Vite
parallele, uno dei primi acquisti di libri senza immagini quando, terminata
prematuramente la carriera di atleta (lungo, triplo e 110 ostacoli), tolto il
gesso dell’ultima frattura decisi di balzare nell’agone intellettuale. Tre
meravigliosi Oscar Classici Mondadori a prezzo popolare (non a caso pubblicati
negli anni ’70). 46 eroi a 4000 lire, meno di 100 a testa scolpita (46 Vite
così oggi non le puoi avere neanche remainder). Letteralmente da divorare. Peccato
solo la rilegatura da quattro soldi (una pennellata di colla e via),
immediatamente devastata. Fortuna in casa c’era ancora il mastice del nonno quando
lavorava le scarpe a Porto Sant’Elpidio: mastice doc per unire cultura d’élite
a masse popolari (era la stagione dell’egemonia culturale del PCI). Comunque
che contrasto fra il mio ambiente e quello di tutti quei busti paludati! Ma
come li rendeva vivi in quel profluvio di pagine lo scrittore greco! Plutarco
di Cheronea era quel vecchio barbogio ritratto subito dopo la copertina,
asciugamano in testa e mano sulla tempia: una signora emicrania dopo 1438
pagine.
Erano
i primi mesi di liceo classico, una noiosissima quarta ginnasio (conquista
eroica per mia madre, ma l’avrei capito solo al terzo anno). La prima lettura
dei tre meravigliosi mattoni fu rovinata dalla splendida introduzione del
grande Carlo Carena (anche sua la traduzione), dove si raccontava di come
questo placido nonnetto facesse frustare i suoi schiavi – e io, date le
origini, mi immaginavo uno di loro - con implacabile impassibilità. Era così:
questo signore coltissimo, curiosissimo, magari non originalissimo - ora
platonico ora scettico ora pitagorico ora stoico - non si incazzava mai. Però
la servitù la faceva frustare lo stesso, magari continuando pacatamente a
discutere con la vittima in un dialogo tra sordi. Come Platone o i nuovi
padroni della Grecia, i romani, se uno schiavo non ripuliva a dovere il vomito
dopo i loro simposi.
DUE MORTI PER UN CONCETTO Una diversa lettura dell'Eutìfrone di Platone
Avevo
già compreso il lato oscuro della forza dei classici greco-latini e, partendo
da questo cono d’ombra, dall’università in poi ho sempre cercato con fatica di
contestualizzare il dato storico. Ma nella prima lettura, nonostante anche
l’immane sforzo dello scrittore – filosofo, politico, ambasciatore culturale e
poi sacerdote nella congrega misteriosofico-politica del tempio di Apollo a
Delfi – rivolto a dare concretezza a un trait d’union fra le vecchie classi
dirigenti greche e quelle nuove romane piazzando ogni volta un personaggio delle
prime con uno delle seconde, ebbene la mia fu una questione di scelte tranchant.
Temistocle
e Pericle sì, Catone no, Crasso assolutamente no (Volume 1). Lisandro e Silla no
per carità, Pelopida e Timoleonte sì, Alessandro va bene ma con riserva, Cesare
no anche se aveva narrato le sue macellerie con stile perfetto (Volume 2).
Volume 3: Sertorio certo che sì (ci scrissi anche un dramma trent’anni fa e
prima o poi lo riprenderò), Eumene però, Focione bel problema, Gaio Mario sì di
massima, i Gracchi sì convinto (specie Gaio).
Sia
ben chiaro: non mi rimprovero queste ingenuità da minorenne. Sono rimaste come
radiazione di fondo quando sfoglio, sfascio e riempio continuamente di note i
miei classici.
Poi
nel corso degli anni ’80 ci sarebbe stata la sbornia della pubblicazione a
pezzetti di quanto era passato alla storia come corpus dei Moralia plutarchei (alcuni neanche suoi o solo attribuiti). Roba da
snob e per snob - la colpa non era di Plutarco - e ancora oggi li digerisco a
forza. Peggio poi le citazioni da cioccolatini sparse in manualetti per
professionisti o sofisti di vario genere - ve le evito – revival scipito di vetusti
frasari da eruditi.
Lette
e rilette, le Vite valgono per la
qualità con cui furono scolpite dallo scrittore, per la fortuna che il genere
biografico avrebbe avuto da allora ispirando narratori e drammaturghi –
Machiavelli, Montaigne, Shakespeare, Corneille, Racine fino a Goethe e ad
Alfieri - fino a quando nel XIX secolo non se ne cominciò a sentire i limiti:
zero accenni a quelle che oggi sono le fondamentali analisi del contesto
economico e sociale - parlava a chi se la passava bene come lui - problemi in
fatto di cronologia quando non di geografia, scarsa comprensione delle
tematiche militari. Valgono quindi per il grande piacere della lettura e, in
particolare, per l’eredità etica - e politica - del progetto di unire i popoli
facendo leva sulle comunanze della tradizione senza trascurare le differenze. Come
ha ben sottolineato Françoise Frazier: “Plutarco ci ricorda che l’ideale antico
non separava il sapere dalla vita”. L’impegno in prima persona per un fine
sociale e multiculturale, questa oggi è la parte del lascito più importante, da
rivisitare e rielaborare. L’autore, pur essendo greco, non aveva snobbato il
nuovo dirompente impatto della cultura latina, anzi, aveva cercato di farlo
proprio, studiando il latino – anche se a tarda età e in modo imperfetto - e
anticipando tentativi di sintesi che si sarebbero concretizzati – anche se
sempre parzialmente – solo in epoca tardoantica o nel medioevo (ma l’osmosi
sarebbe giunta solo in età moderna col meraviglioso fraintendimento di un indifferenziato
lascito greco-romano da parte di Umanesimo e primo Rinascimento).
Plutarco
muore quando Adriano è ancora vivo. Nientemeno che l’imperatore di Roma si era
mosso dall’Urbe, non per fare guerra ma per visitare in pellegrinaggio una
patria dell’anima che sentiva più sua, la Grecia sempre ideale degli scrittori.
Si era fatto pure crescere la barba come un antico filosofo. Un nuovo, maturo
Apollo, dopo l’amore smisurato, dionisiaco di Nerone negli anni della
giovinezza dello scrittore delle Vite.
E in vecchiaia Adriano lo avrebbe anche nominato procuratore. Tutto sarebbe
filato liscio o quasi nel secolo d’oro delle classi dirigenti civili, degli
Antonini.
Poi
sarebbe arrivata la peste con la riscossa dei popoli ai confini, i “barbari”.
Il
silenzio che regna a Delfi non è ancora scosso dai terribili massacri alle
frontiere quando un altro imperatore romano, un altro barbuto, questa volta
filosofo tout court - anche grazie a un ex schiavo, greco, filosofo (forse
ancora con le tracce della frusta), Epitteto – predilige scrivere in greco, ma
solo A sé stesso. Nessuna nuova
carica con Marco Aurelio, se non in battaglia, e nuove parole per una speranza
diversa: “Bisogna partire con rassegnazione, come l'oliva matura cade
benedicendo la terra che l’ha nutrita e rende grazie all'albero che l'ha
prodotta”.
Questione di biologia, di
politica, come per l’uomo
di Cheronea, questa volta impassibile nella tomba.
I primi, profondi contatti con l’arte
- il tatto oltre la visione di quelle pagine di cataloghi che non erano il
Postal Market - li ho sentiti con forza quand’ero bambino e vivevo in quello
che, a torto, è stato considerato il paese meno artistico d’Italia: la piccola,
felice Repubblica Popolare di Porto Sant’Elpidio degli anni ’70. Tutto nuovo,
nessuna sudditanza rispetto a chissà quale passato favoloso, caratteristica
castrante - e indegna proprio del nostro migliore passato - della mia Italia.
Dopo tante fughe dalle Marche
dell’interno come dalla Lombardia profonda, il cassone dove mia madre,
finalmente sola e pittrice, teneva i suoi libri d’arte era nella camera dei
suoi genitori, che vivevano con noi. Lì
stavano i Maestri del colore con
Bramantino e i Classici dell’arte con
Bruegel e io li sfogliavo sedendomi protetto in quel baule. Ma esiste
protezione contro le scariche elettriche della grande arte?
Naturalmente no. E io cercavo di
contrastare il Trionfo della morte di
Bruegel imbrattando con la biro le pagine del libro con tutta una serie di
soldati stilizzati di rinforzo contro l’esercito di scheletri che sembrava aver
la meglio sui poveri umani, sulla pace che la mia famiglia materna aveva da
poco conquistato sul ramo paterno, violento e nostalgico.
Poi, però, veniva Bramantino, con
l’Ecce Homo allucinato, la Crocifissione di Brera e Madonna col Bambino che sta
all’Ambrosiana, con quel cadavere composto accanto una rana mostruosa. Commento
della nonna, vecchia contadina Azione Cattolica, che forse vuole solo andare a dormire
(ma non è così): “Guarda, ormai hai sette anni: i peccati cominciano a essere
mortali”. Così presto? I 10+ che mi ha dato in prima elementare il maestro
Angelo Tocchetti, grande maestro per sempre, contano poco perché è un comunista…
Non mi arrendo. Continuo a
disegnare aiuti contro la morte anche nei dettagli del Trionfo bruegeliano. Vorrei pure cancellare tutto il contesto di
Bramantino. Mia madre con dolcezza mi dice di no: la bellezza, anche se fa male,
va compresa. E io, che potrò andare all’università, troverò un giorno il modo
per andare oltre.
Intanto scarabocchio nuovi
difensori per le fortezze di Saul nelle pagine dell’artista fiammingo e, a 17
anni, scopro l’“apocatastasi” del teologo Origene, la non-eternità dell’inferno,
per risolvere a lieto fine i drammi dell’altro pittore nato a Milano.
Oggi cerco di guardare con distacco questi due antichi
amori violenti, tentando ancora una volta una soluzione, senza biro, senza
alcun tipo di consolazione. Restano pagine, quadri: la nostra civiltà, che è un sogno ad angolo retto.
Il James Webb Telescope
in orbita sulle note dei fratelli Herschel
Musica
e astronomia erano state sorelle dalla filosofia pitagorica alla rivoluzione
copernicana – un suono dal moto di ogni sfera celeste a comporre un’armonia universale,
pensiamo solo al Paradiso di Dante – poi
il clamore di continue scoperte (e condanne) era stato accompagnato dal
controcanto del silenzio notturno dell’osservazione e della riflessione di una
nuova scienza. Il padre di Galileo Galilei, Vincenzo, aveva riscoperto la
musica della Grecia antica e aperto il sipario al melodramma moderno (ne
abbiamo già parlato nei Dispacci Musicali), ma questa opera lirica era stata
solo un’ouverture ai capolavori (e al dramma) del figlio.
Occorreva
la scoperta di un nuovo pianeta perché le note del pentagramma - 7 come i corpi
celesti dell’antico sistema solare - componessero una nuova musica grazie a due
musicisti diventati astronomi: William e Caroline Herschel.
Compositore il primo, soprano lirico la seconda. Come un grande metronomo il
loro rivoluzionario telescopio: lui osserva, lei prende nota. William scopre
Urano nel 1781 scambiandolo per una cometa. Caroline resterà esperta in fatto
di comete. Nel 1834 il pittore architetto Schinkel (e abbiano scritto anche di
lui) non potrà che dipingere la divinità in una sfera con la danza delle stelle
come satelliti (Oberon e Titania, sogno di una notte di mezza estate di
Shakespeare, realtà cosmiche osservate in primis sempre dagli Herschel nel 1787).
GOTICO PER LA REGINA DI CUORI, NEOCLASSICO IL RE DI QUADRI
Il genio architettonico di Karl Friedrich Schinkel fra Romanticismo e politica
Nel frattempo il duo era diventato trio con l’aggiunta del figlio di William,
John, indagatore del cosmo con nuovi strumenti quali la fotografia (che deve a
lui il nome). Tutti e tre membri della Royal Astronomical Society, di cui William fu il primo presidente e
Caroline la prima donna a riceverne la medaglia d’oro (1828) e a diventare
socia onoraria nel 1835, insieme alla matematica scozzese Mary Somerville.
A Neoludica non poteva sfuggire il fatto che anche
un classico dei videogame, Mass Effect, ha dedicato un intero sistema solare agli Herschel. Protagonisti anche nella
nuova frontiera dei telescopi spaziali. Nel 2009 è stato mandato in orbita l’Herschel Space Observatory, attivo nella ricerca nell’infrarosso fino al 2013 (e i raggi
infrarossi erano stati proprio scoperti da William nel 1800).
Il suo successore è il James Webb Space Telescope di
cui ho seguito con entusiasmo il lancio in questi giorni.
Colonna sonora:
l’Allegro Assai della Sinfonia 14
di William
o il Solfeggio di Caroline
trascritto per organo e flauto da Veniamin Vityazev, professore di
Astrometrica all’Università di San Pietroburgo.
Vedi,
Caroline, se ti destreggi nel mare di note di uno spartito hai un occhio già esperto
per individuare le piccole sfere dell’infinito pentagramma del cielo.
Caroline
E
nelle grandi pause di silenzio della notte le comete non sembrano, caro
fratello, non sembrano forse scale musicali su cui innestare il ritmo di questa
sinfonia celeste?
William
Pare
proprio di sì, mia cara, e in fatto di sinfonie ho una certa esperienza. Da
quella che sembrava una cometa è scaturito l’accordo su un nuovo pianeta.
Galileo aveva scoperto che Saturno era un Do nella scala celeste e ora abbiamo
il Re che lo segue.
Caroline
(Intona “Thou
tun'st this World below” dall’Ode to St. Cecilia di Henry Purcell)
“O tu che fai vibrare in
sintonia
Il mondo in basso con le
stelle in cielo,
Che nella ronda celeste
hanno moto
E risuonano della loro
musica”.
William
Sorella
mia, tu canti divinamente una perfezione che non c’è più mentre ne cerchiamo un’altra
che forse non esiste. Ma non fosse per questa continua ricerca di armonia da
qualche parte, anche a una lontananza siderale, in questa notte infinitamente
più ricca di stelle che le candele in una cena di gala, non staremmo qui a
rischiare il torcicollo ogni sera.
Caroline
Voglio scrivere un
solfeggio anche per le nostre comete. Le loro orbite planeranno dolcemente
nelle gabbie dei pentagrammi. La musica e il canto renderanno nuovamente liberi
questi nostri cari fantasmi per farli salire ancora una volta al cielo.
Dialogo
fra Ada Lovelace, Charles Babbage e Luigi Menabrea
Hardware e
software hanno anche una matrice italiana. Partendo, infatti, dalle Note sulla
Macchina Analitica di Charles Babbage pubblicate nel 1842 da Luigi Federico Menabrea - scienziato,
militare e poi capo del governo del Regno d’Italia (in questo caso non tra i miei
preferiti) - Ada Lovelace, ispirata inoltre dalla scheda forata del Telaio Jacquard, elaborò l’idea di programma informatico, aprendo la strada ad altre
grandi donne di scienza del Novecento
come Grace Hopper, Hedy Lamarr e Katherine Johnson.
Quando ero nel Genio militare ebbi in sorte di
sostituire il conte di Cavour nei lavori di sistemazione del Forte di Bard.
Forse fu lui a suggerire che questa macchina bellica, questa sorta di creatura
viva strisciante sopra una collina, nulla avrebbe potuto sortire senza un
continuo ricambio della presenza del genio umano. Una piccola specie di
serpente di Esculapio lasciato libero di vagare, inquieto, sempre, dentro una struttura
immane, immobile.
Ada Lovelace
Vedrò anch’io il vostro forte come il nostro
Turner? Per ora mi accontento del più pacifico telaio di Jacquard. Il mio genio
è quello di Penelope: una scheda per ogni possibile ritorno di Ulisse. E quando
avrà smesso di vagare per le sue inutili guerre e vorrà finalmente vedere in
faccia la verità di ogni memoria – è un risultato semplice nonostante calcoli
così complicati – ebbene vedrà che nessun dio dell’Olimpo lo ha costretto. Noi
decidiamo la nostra tessera, il ritratto che uscirà dal telaio. Saranno quei
vuoti sulla carta bianca a dire come siamo, e cambiamo. E dovremo accettarli,
perché quello che crediamo di essere è sempre altro. Sarà una donna a farvelo
capire. Io, che so cosa vuol dire dare vita a un figlio. E dovrò sperimentare
una morte per cancro uterino.
Charles
Babbage
“La compianta contessa di Lovelace mi informò che
aveva tradotto in inglese le memorie di Menabrea sulla mia Macchina Analitica. […]
Le sue annotazioni permettono di allungare di circa tre volte la memoria
originale. L’autrice è entrata con competenza in tutte le questioni più
difficili e astratte riferite alla macchina”.
Ada Lovelace
Software, hardware… Siamo noi, caro Charles. E quelle
idee di Platone così sottili. La scheda Jacquard di Diotima nel suo Simposio
come nel nostro: una scheda sottile come l’amore fa muovere la complessa macchina
della vita. Che sia il biglietto da visita di una reminiscenza o programma per
il futuro, Luigi, Carlo, non dimenticate la vostra “Incantatrice dei Numeri”.