giovedì 17 febbraio 2022

VITE PARALLELE Punti di incontro fra Grecia e Italia

Plutarco è un mio contatto dal 1980. Le sue Vite parallele, uno dei primi acquisti di libri senza immagini quando, terminata prematuramente la carriera di atleta (lungo, triplo e 110 ostacoli), tolto il gesso dell’ultima frattura decisi di balzare nell’agone intellettuale. Tre meravigliosi Oscar Classici Mondadori a prezzo popolare (non a caso pubblicati negli anni ’70). 46 eroi a 4000 lire, meno di 100 a testa scolpita (46 Vite così oggi non le puoi avere neanche remainder). Letteralmente da divorare. Peccato solo la rilegatura da quattro soldi (una pennellata di colla e via), immediatamente devastata. Fortuna in casa c’era ancora il mastice del nonno quando lavorava le scarpe a Porto Sant’Elpidio: mastice doc per unire cultura d’élite a masse popolari (era la stagione dell’egemonia culturale del PCI). Comunque che contrasto fra il mio ambiente e quello di tutti quei busti paludati! Ma come li rendeva vivi in quel profluvio di pagine lo scrittore greco! Plutarco di Cheronea era quel vecchio barbogio ritratto subito dopo la copertina, asciugamano in testa e mano sulla tempia: una signora emicrania dopo 1438 pagine.

Erano i primi mesi di liceo classico, una noiosissima quarta ginnasio (conquista eroica per mia madre, ma l’avrei capito solo al terzo anno). La prima lettura dei tre meravigliosi mattoni fu rovinata dalla splendida introduzione del grande Carlo Carena (anche sua la traduzione), dove si raccontava di come questo placido nonnetto facesse frustare i suoi schiavi – e io, date le origini, mi immaginavo uno di loro - con implacabile impassibilità. Era così: questo signore coltissimo, curiosissimo, magari non originalissimo - ora platonico ora scettico ora pitagorico ora stoico - non si incazzava mai. Però la servitù la faceva frustare lo stesso, magari continuando pacatamente a discutere con la vittima in un dialogo tra sordi. Come Platone o i nuovi padroni della Grecia, i romani, se uno schiavo non ripuliva a dovere il vomito dopo i loro simposi.

DUE MORTI PER UN CONCETTO Una diversa lettura dell'Eutìfrone di Platone

Avevo già compreso il lato oscuro della forza dei classici greco-latini e, partendo da questo cono d’ombra, dall’università in poi ho sempre cercato con fatica di contestualizzare il dato storico. Ma nella prima lettura, nonostante anche l’immane sforzo dello scrittore – filosofo, politico, ambasciatore culturale e poi sacerdote nella congrega misteriosofico-politica del tempio di Apollo a Delfi – rivolto a dare concretezza a un trait d’union fra le vecchie classi dirigenti greche e quelle nuove romane piazzando ogni volta un personaggio delle prime con uno delle seconde, ebbene la mia fu una questione di scelte tranchant.

Temistocle e Pericle sì, Catone no, Crasso assolutamente no (Volume 1). Lisandro e Silla no per carità, Pelopida e Timoleonte sì, Alessandro va bene ma con riserva, Cesare no anche se aveva narrato le sue macellerie con stile perfetto (Volume 2). Volume 3: Sertorio certo che sì (ci scrissi anche un dramma trent’anni fa e prima o poi lo riprenderò), Eumene però, Focione bel problema, Gaio Mario sì di massima, i Gracchi sì convinto (specie Gaio).

Sia ben chiaro: non mi rimprovero queste ingenuità da minorenne. Sono rimaste come radiazione di fondo quando sfoglio, sfascio e riempio continuamente di note i miei classici.

Poi nel corso degli anni ’80 ci sarebbe stata la sbornia della pubblicazione a pezzetti di quanto era passato alla storia come corpus dei Moralia plutarchei (alcuni neanche suoi o solo attribuiti). Roba da snob e per snob - la colpa non era di Plutarco - e ancora oggi li digerisco a forza. Peggio poi le citazioni da cioccolatini sparse in manualetti per professionisti o sofisti di vario genere - ve le evito – revival scipito di vetusti frasari da eruditi.

IL SOFISTA E LA COLONNA TRAINANA

Lette e rilette, le Vite valgono per la qualità con cui furono scolpite dallo scrittore, per la fortuna che il genere biografico avrebbe avuto da allora ispirando narratori e drammaturghi – Machiavelli, Montaigne, Shakespeare, Corneille, Racine fino a Goethe e ad Alfieri - fino a quando nel XIX secolo non se ne cominciò a sentire i limiti: zero accenni a quelle che oggi sono le fondamentali analisi del contesto economico e sociale - parlava a chi se la passava bene come lui - problemi in fatto di cronologia quando non di geografia, scarsa comprensione delle tematiche militari. Valgono quindi per il grande piacere della lettura e, in particolare, per l’eredità etica - e politica - del progetto di unire i popoli facendo leva sulle comunanze della tradizione senza trascurare le differenze. Come ha ben sottolineato Françoise Frazier: “Plutarco ci ricorda che l’ideale antico non separava il sapere dalla vita”. L’impegno in prima persona per un fine sociale e multiculturale, questa oggi è la parte del lascito più importante, da rivisitare e rielaborare. L’autore, pur essendo greco, non aveva snobbato il nuovo dirompente impatto della cultura latina, anzi, aveva cercato di farlo proprio, studiando il latino – anche se a tarda età e in modo imperfetto - e anticipando tentativi di sintesi che si sarebbero concretizzati – anche se sempre parzialmente – solo in epoca tardoantica o nel medioevo (ma l’osmosi sarebbe giunta solo in età moderna col meraviglioso fraintendimento di un indifferenziato lascito greco-romano da parte di Umanesimo e primo Rinascimento).

Plutarco muore quando Adriano è ancora vivo. Nientemeno che l’imperatore di Roma si era mosso dall’Urbe, non per fare guerra ma per visitare in pellegrinaggio una patria dell’anima che sentiva più sua, la Grecia sempre ideale degli scrittori. Si era fatto pure crescere la barba come un antico filosofo. Un nuovo, maturo Apollo, dopo l’amore smisurato, dionisiaco di Nerone negli anni della giovinezza dello scrittore delle Vite. E in vecchiaia Adriano lo avrebbe anche nominato procuratore. Tutto sarebbe filato liscio o quasi nel secolo d’oro delle classi dirigenti civili, degli Antonini.

Poi sarebbe arrivata la peste con la riscossa dei popoli ai confini, i “barbari”.

Luca Traini, Il Dittico di Aosta

Il silenzio che regna a Delfi non è ancora scosso dai terribili massacri alle frontiere quando un altro imperatore romano, un altro barbuto, questa volta filosofo tout court - anche grazie a un ex schiavo, greco, filosofo (forse ancora con le tracce della frusta), Epitteto – predilige scrivere in greco, ma solo A sé stesso. Nessuna nuova carica con Marco Aurelio, se non in battaglia, e nuove parole per una speranza diversa: “Bisogna partire con rassegnazione, come l'oliva matura cade benedicendo la terra che l’ha nutrita e rende grazie all'albero che l'ha prodotta”.

Questione di biologia, di politica, come per l’uomo di Cheronea, questa volta impassibile nella tomba.


Luca Traini

martedì 1 febbraio 2022

BRAMANTINO E BRUEGEL Sentire l’arte sulla propria pelle

I primi, profondi contatti con l’arte - il tatto oltre la visione di quelle pagine di cataloghi che non erano il Postal Market - li ho sentiti con forza quand’ero bambino e vivevo in quello che, a torto, è stato considerato il paese meno artistico d’Italia: la piccola, felice Repubblica Popolare di Porto Sant’Elpidio degli anni ’70. Tutto nuovo, nessuna sudditanza rispetto a chissà quale passato favoloso, caratteristica castrante - e indegna proprio del nostro migliore passato - della mia Italia.

Dopo tante fughe dalle Marche dell’interno come dalla Lombardia profonda, il cassone dove mia madre, finalmente sola e pittrice, teneva i suoi libri d’arte era nella camera dei suoi genitori, che vivevano con  noi. Lì stavano i Maestri del colore con Bramantino e i Classici dell’arte con Bruegel e io li sfogliavo sedendomi protetto in quel baule. Ma esiste protezione contro le scariche elettriche della grande arte?

Naturalmente no. E io cercavo di contrastare il Trionfo della morte di Bruegel imbrattando con la biro le pagine del libro con tutta una serie di soldati stilizzati di rinforzo contro l’esercito di scheletri che sembrava aver la meglio sui poveri umani, sulla pace che la mia famiglia materna aveva da poco conquistato sul ramo paterno, violento e nostalgico.

Poi, però, veniva Bramantino, con l’Ecce Homo allucinato, la Crocifissione di Brera e Madonna col Bambino che sta all’Ambrosiana, con quel cadavere composto accanto una rana mostruosa. Commento della nonna, vecchia contadina Azione Cattolica, che forse vuole solo andare a dormire (ma non è così): “Guarda, ormai hai sette anni: i peccati cominciano a essere mortali”. Così presto? I 10+ che mi ha dato in prima elementare il maestro Angelo Tocchetti, grande maestro per sempre, contano poco perché è un comunista…

Non mi arrendo. Continuo a disegnare aiuti contro la morte anche nei dettagli del Trionfo bruegeliano. Vorrei pure cancellare tutto il contesto di Bramantino. Mia madre con dolcezza mi dice di no: la bellezza, anche se fa male, va compresa. E io, che potrò andare all’università, troverò un giorno il modo per andare oltre.

Intanto scarabocchio nuovi difensori per le fortezze di Saul nelle pagine dell’artista fiammingo e, a 17 anni, scopro l’“apocatastasi” del teologo Origene, la non-eternità dell’inferno, per risolvere a lieto fine i drammi dell’altro pittore nato a Milano.

Oggi cerco di guardare con distacco questi due antichi amori violenti, tentando ancora una volta una soluzione, senza biro, senza alcun tipo di consolazione. Restano pagine, quadri: la nostra civiltà, che è un sogno ad angolo retto.

Luca Traini

I due racconti completi in