sabato 25 ottobre 2025

STORIA E MIE TRADUZIONI DELLA “COENA CYPRIANI” Invito a cena con delitto nella Roma del IX secolo

Commento musicale Terra tremuit (Chants de l’Eglise de Rome, Ensemble Organum, dir. Marcel Pérès)

Invito a cena con delitto nella Roma di papa Giovanni VIII (forse il primo a morire assassinato). E il pesce lo porta Plinio il Vecchio. Certo, non di persona, ma quasi tutti i pesci citati nel menù sono letteralmente pescati dalla sua Storia Naturale, enciclopedia per eccellenza durante tutto il medioevo.

È la Coena Cypriani, “La cena di Cipriano”, un piccolo gioiello, una satira mimata, uno “iocus” colto fra tardo antico e alto medioevo che imparai ad amare più di trent’anni fa, quando studiavo latino medievale alla Statale di Milano col mitico Giovanni Orlandi.


I master chef all’opera

L’attribuzione a Cipriano, vescovo di Cartagine nel III secolo, è fittizia: il testo originario è opera di un anonimo del V secolo. Il contesto, uno scenario dove tradizione letteraria latina e biblica sono ormai in simbiosi.  La trama, esotica e senza tempo: “Quidam rex nomine Iohel”… “Un certo re, di nome Gioele, celebrava le nozze in una regione d’Oriente, a Cana di Galilea. Molti invitò a partecipare alla sua cena e questi, dopo essersi ben lavati nel Giordano, si presentarono al banchetto”. Il fine, didascalico, “gradevole e utile poiché permette di riportare alla memoria tante eventi e personaggi” (parola del grande Rabano Mauro, fra quelli che misero mano alla rielaborazione del libretto in età carolingia). Infatti gli invitati, una bella folla, sono personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento, connotati dal vestiario all’alimentazione. Il tutto è ai nostri occhi a dir poco bizzarro, ma si tratta di un mondo immerso nella sfera religiosa e la sacra rappresentazione procede allegra e festosa fin quasi alla fine, quando si trasforma in dramma…

Premessa: il testo che leggiamo non è l’originale, ma una delle tre rielaborazioni operate nell’alto medioevo che hanno purgato i versi da personaggi non presenti nella sacra scrittura. Autore: Giovanni Immonide (825-880 d.C.), uno dei principali artefici della politica culturale di Giovanni VIII (papa dall’872 all’882), per il quale scrisse anche una fortunata Vita di Gregorio Magno:

“Fu un piacere comporre questo gioco./ Tu, papa Giovanni, accettalo in dono:/ Se lo desideri, ora puoi anche ridere./ Mentre corrono questi tempi tristi,/ Con le nostre arti ormai spossate, stanche,/ Cogli i dogmi a te cari dai miei versi”.


La geopolitica è servita

Anno Domini 876: il papa ha da poco incoronato imperatore il suo prediletto, Carlo il Calvo, e stabilizzato il potere nell’Urbe. Nonostante il pungolo costante delle flotte saracene alleate del duca di Napoli e lo stato di guerra endemica fra potentati nella penisola italica e in Europa (roba da far impallidire i contrasti di oggi), la Pasqua può essere festeggiata in un clima di relativa tranquillità:

“Con quest’opera il papa si diverta/ Mentre festeggia i giorni della Pasqua/ […] Carlo imperatore offra ai commensali/ Questa Cena: ama infatti gli spettacoli/ Mirabili e i vestiti sempre nuovi./ […] La chiesa, due volte minacciata,/ Si rallegra: Roma libera trionfa”.

I brani finora citati sono tratti da lettera dedicatoria, prologo ed epilogo aggiunti dall’Immonide.


La Scrittura come cibo

Ora è il caso di entrare nel vivo della festa. La cena è servita: “risus paschalis” e ritmo carnascialesco esorcizzano la morte, ma il vero cibo è la Parola, la Scrittura. L’esempio, quello del profeta Ezechiele che divora il suo libro (3,1): «Figlio dell'uomo, mangia quello che hai davanti, mangia questo rotolo, poi vai e parla alla casa d'Israele».

Prima del pesce il menù prevede un antipasto e due portate intervallate da una rissa (proprio così, scatenata da Eglon re di Moab, che lascia – momentaneamente e simbolicamente – a bocca asciutta personaggi del calibro di Mosè, Giovanni e Gesù).

Giusto per fare qualche esempio, durante l’antipasto Noè riceve delle olive, chiaro riferimento al ramoscello d’ulivo portato dalla colomba a fine diluvio, e Gesù una salsa all’aceto (e anche qui il pensiero va alla spugna immersa nella “posca”, miscela di acqua e aceto di vino, offerta al Cristo agonizzante sulla croce). Nel corso della prima portata, rimando ancora più evidente, “Giacobbe offrì lenticchie,/ Le mangiò solo Esaù”. Nella seconda poi, parliamo di carni (argomento delicato), “Adamo prese un fianco,/ Prese una costola Eva”.


Pesci fuor d’acqua: simbologie ed eredità culturali

E arriviamo al momento cruciale, quando il pesce (insieme al vino) occupa non a caso la parte centrale dell’opera. Di mezzo certamente gli apostoli pescatori e la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma è bene ricordare che immagine e nome generico di “pesce” in greco avevano un’importanza sostanziale fin dai tempi delle catacombe. Le singole lettere del termine ΙΧΘΥϹ (“ichthýs ”) diventavano le iniziali di “Iησοῦς Χριστός, Θεοῦ Υἱός, Σωτήρ” (“Iesous Christos Theou Yios Soter”, “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”) e la corte papale del IX secolo, che ormai aveva pescato fedeli in quasi tutta Europa, il greco lo masticava ancora bene. Senza dimenticare infine la balena, all’epoca ritenuta un pesce, da cui era fuoriuscito Giona, simbolo di resurrezione.

Ecco quindi la moltiplicazione mistica e teatrale dei pesci della Coena, in buona parte pescati dal mare magnum della Naturalis Historia (e per la loro identificazione rinvio all’ottimo studio di Armando Battiato):

“Ugualmente Andrea e Giacomo/ Introdussero allora/ Le portate di pesce./ Gesù prese un asello,/ Un labeone Mosé,/ Beniamino quel pesce/ Simile a lui, ‘lupo’,/ E una muggine Abele./ Prende Eva una murena,/ La palamita Adamo,/ Giovanni una ‘locusta’,/ Pescespada Caino./ Il polpo e il capitone:/ Va il primo al faraone,/ L’altro ad Assalonne./ La torpedine per Lia,/ A Tamar un’orata,/ Cantoride al re David,/ Giuseppe saggia il garum./ A Lazzaro un ‘pesce ombra’,/ Geremia e Giuditta:/pesce di scoglio e sogliola./ A Tobia un ‘pesce rondine’,/ A Giuda un argentillo,/ La seppia per Erode./ Per Esaù un bel pesce/ Cornuto, glauco invece/ Per Giona e per Giacobbe/ Una ‘volpe marina’./ Molessadon merluzzo,/ Dentice per Isaia, Pesce ragno per Tecla,/ Coracino per Noè,/ Rebecca un fragolino./ Sgombro per Golia,/ La sardella a Maria. Infine per Sansone/ Un ‘pesce sole’: elione”.


Culto e risate fra commedia e tragedia

Il banchetto procede quindi lieto e solare fino a sera con dolci, vino e conseguenti effetti collaterali: “Noè dormiva inebriato,/ Sazio di bere Lot,/ Oloferne russava”.

Finché, grazie alla musica (“Suona la cetra Davide,/ Il timpano Maria/ Iubal porta il salterio…/ Danza e salta Erodiade”), si fa notte con una vera e propria festa in maschera (“Per primo da maestro/ Si riveste Gesù,/ Segue da carcerato/ Giovanni, quindi Pietro/ Reziario, come al circo”).

Il giorno dopo tutti di nuovo da Gioele su ordine perentorio del sovrano.

E la commedia si muta in tragedia.

È stato rubato qualcosa (i furti nella Bibbia non mancano): il re ordina un'inchiesta. È l'inizio della parte truculenta, specchio dei tempi in cui autorità faceva sempre rima con atrocità. Il “risus paschalis” inizia la sua salita al Calvario e questa volta come aperitivo è prevista una lunga lista di torture dei convitati (e fra Antico, Nuovo testamento e Atti dei Martiri la varietà è impressionante). Ve la risparmio. Arriviamo dritti al colpevole, il povero Acan figlio di Carmi, già condannato con famiglia e greggi alla pena atroce della lapidazione (Giosué, 7, 1-26). Sulla scena invece è previsto il linciaggio e tutta la sacra famiglia si accanisce sul capro espiatorio. Anche qui stendiamo un velo pietoso. Se volete leggere tutta la Cena dettagli horror compresi vi consiglio le due edizioni tradotte disponibili: Anonymus, Coena Cypriani, a cura di Albertina Fontana, Servitium editrice, 1999; Rabano Mauro, Giovanni Immonide, La cena di Cipriano, a cura di E. Rosati e F. Mosetti Casaretto, Edizioni dell’Orso, 2004.

Il “lieto fine”, se così vogliamo chiamarlo, non è tanto il ritrovamento della refurtiva quanto la partecipazione collettiva alla sepoltura del disgraziato: “Marta cosparse il corpo/ Di aromi, lo rinchiuse/ Nella tomba Noè,/ Quindi Pilato pose/ L’iscrizione e poi Giuda/ Ricevette il compenso”.

Il sacrificio è consumato. Ite, missa est: esodo dalla festa, tutti a casa fra le righe della Scrittura.

A due versi dalla fine “Sara ride del fatto”. È tutta una finzione, è tutto vero: la verità può essere rivelata anche ridendo. Eco ne farà il refrain de Il nome della rosa, dove la Coena Cypriani sarà anche presa a modello per un sogno di Adso. Così come era stata archetipo dei pranzi pantagruelici di Rabelais e di Sade, di film come L’angelo sterminatore di Buñuel, La grande abbuffata di Ferreri o Invito a cena con delitto della coppia Neil Simon/Robert Moore. L’avrei vista bene recitata dal compianto Gigi Proietti.


Cala il sipario anche su un’epoca

Il pontificato di Giovanni non avrebbe più goduto di questa tranquillità. Soltanto un anno dopo sarebbe morto Carlo il Calvo. Due, e il papa sarebbe dovuto fuggire in Francia, a incoronare un altro imperatore – debole, balbuziente e già malato – che sarebbe morto l’anno successivo. Alla fine, nell’881, si dovette rassegnare a porre la corona in capo a un franco orientale (germanico), Carlo il Grosso, che non riuscì a fare meglio del precedente e con la cui deposizione, soltanto sei anni dopo, sarebbe finita in modo inglorioso la dinastia dei carolingi.

In un’Europa in preda a violente spinte disgregatrici, con l’amministrazione dei beni ecclesiastici ormai in balia del nascente feudalesimo e la stessa Roma, confinata nel Patrimonio di San Pietro, ricettacolo di

cospirazioni di ogni genere, i disegni egemonici del papa erano destinati a un finale tragico. Nell’882 Giovanni VIII morì probabilmente assassinato dai suoi parenti, che lo fecero avvelenare e finire a colpi di martello.

L’altro Giovanni, l’Immonide, l’aveva già preceduto nella tomba col suo lieto fine.


Testo, traduzioni e artecomposizioni di Luca Traini

lunedì 20 ottobre 2025

UN ROMANZO D’ARTE PER UNA MEMORIA PREZIOSA: "IL DITTICO DI AOSTA"

Il dittico in avorio di Anicio Probo, console nel 406 d.C., anno cruciale per i destini dell’Impero Romano di Occidente, raffigura l’imperatore Onorio e racconta se stesso dalla teca del Tesoro della Cattedrale di Aosta, dove venne riscoperto nel 1834. Estrema testimonianza dell’arte classica, dopo un sonno più che millenario e un definitivo ritorno alla luce consacrato da un recente restauro, intraprende un viaggio alle radici dell’Europa. La storia di Anicio Probo, membro della famiglia senatoria più importante dell’epoca, si unisce a quella dell’Impero in parallelo con quella della Valle d’Aosta, dalle origini rintracciabili oggi nell’area megalitica di St-Martin-de-Corléans fino al Medioevo e oltre, con excursus storico-geografici ad ampio raggio e un finale a sorpresa. La narrazione si snoda in un immaginario percorso attraverso monumenti romani e medievali di Aosta –Augusta Praetoria Salassorum, non a caso nel mese di agosto del 2006: nell’oggi di 1600 anni prima. Il romanzo, ricco di citazioni rare di autori antichi, viene impreziosito da tre composizioni poetiche originali dell’autore che riproduce e attualizza gli antichi versi intexti, acrostici e ropalici.

PASSI SCELTI Testo
FRAMMENTI Video
SINOSSI
INDICE
AUTORI ANTICHI CITATI E TRADOTTI DALL'AUTORE
MUSICHE CHE HANNO ACCOMPAGNATO LA STESURA DELL'OPERA
RECENSIONI

Introitus (Tesoro della cattedrale di Aosta) Testo e Video
Puro avorio africano Testo
L'opera d'arte: un problema di eredità Testo e Video
Restauro umanistico Testo
Oriente e Occidente: due mete utopiche (Traiano, Ban Chao e il pepe) Testo e Video
Di buono c'è che sappiamo anche costruire Testo
Il padre di marmo: Sesto Anicio Petronio Probo Testo e Video
L'album di famiglia presentava foto piuttosto sbiadite Testo
Claudiano: il poeta Testo e Video
"Historia augusta": un fantastico libraccio indecente Testo
Famiglia cristiana Testo e Video
Abbiamo ospitato anche Pelagio e ne siamo fieri Testo
Il pessimismo dei poeti, il presagio della fine Testo e Video
I santi proteggono le mura. Le mura, l'impero. L'impero... Testo
Proba e le altre: cultura al femminile Testo e Video
Ma non ci sporcavamo le mani con l'alfabeto Testo
A.D. 406: Roma o Disneyland? Testo e Video
Gap tecnologico e disastri ambientali Testo
Servi della gleba e affossatori Testo e Video
"Da quando le rose han preso a far male?" Testo
Geopolitica: il gioco dei "latruncoli" Testo e Video
Il dittico di Stilicone Testo
I versi "intexti" di Optaziano Porfirio Testo e Video
Poi dovrei essere morto Testo
Gli ultimo Anici: Boezio Testo e Video
Versi ropalici di commiato (endecasillabi) Testo
Papa Gregorio Magno: fine di un'epoca Testo e Video
Versi acrostici, mesostici, telestici e intexti in italiano (endecasillabi e settenari) Testo

[...]

Autori antichi citati e tradotti dell'autore
Anonimo delle Rose dall‘Antologia latina
Appendix Probi
Pervigilium Veneris
Scrittori della Storia Augusta
Agostino, La città di Dio
Ambrogio, Inni
Anselmo d'Aosta, Proslogion
Apicio, L’arte culinaria
Apollonio Rodio, Argonautiche
Boezio, La consolazione della Filosofia
Cassiano, Istituzioni
Claudiano, Carme a Probino
 Il consolato di Stilicone
 La guerra gotica
 Il ratto di Proserpina
 Il sesto consolato di Onorio
Diogene di Sinope in Diogene Laerzio, Vite e opinioni dei filosofi illustri
Eschilo, Prometeo liberato (Frammento 199 Nauck)
Faltonia Betitia Proba, Carme sacro
Gerolamo, Lettere
Naucellio, Epigrammata Bobiensia
Optaziano Porfirio, Carmi figurati
Orazio, Satire
Orosio, Le Storie contro i pagani
Paolino di Nola, Lettere
Pentadio, Versi serpentini
Prudenzio, Libro delle corone
Rufo Festo Avieno, Coste marittime
Rutilio Namaziano, Il ritorno
Salviano di Marsiglia, Il governo di Dio
Senofonte, Anabasi
Silio Italico, Guerre puniche
Sinfosio, Indovinelli
Temistio, Orazioni
Tibullo, Elegie
Virgilio, Bucoliche
Eneide
Georgiche

Continua con passi scelti, video e musiche in

venerdì 10 ottobre 2025

sabato 13 settembre 2025

L'ARTE CERAMICA IN GRANDE

Commento musicale F. J. Haydn, La Creazione, Ouverture 

75 anni delle Fornaci Ibis in mostra al Chiostro di Voltorre

La formidabile storia di un epicentro dell’Arte Contemporanea


Determinato o indeterminato da relatività o meccanica quantistica, io sento la geografia temporale delle Fornaci Ibis di Cunardo (VA) come uno dei punti precisi della mia capacità di provare meraviglia. Il momento dell’incontro è stato - è - quello convenzionale degli ultimi anni del secolo appena passato. La sua origine: un caso e l’interesse per due torri di pietra che sembrano eterne anche se hanno una data, da raggiungere per una strada sterrata. Al termine di quei due paralleli incisi nell’erba lasciati dalle ruote c’era il racconto di Giorgio Robustelli su come terra e fuoco sono capaci di unire corpo e anima al cielo e alla rugiada per dare vita concreta a una delle esperienze più alte dell’essere umano: l’Arte.

Dobbiamo passare attraverso il fuoco per forgiare le ali? La risposta era - è - sì, in una dimensione tanto quotidiana che eccezionale. La lezione per me fu - è - questa. E la famiglia Robustelli l’aveva messa in pratica già dagli anni Cinquanta. Torno quindi a quel pacato, formidabile incendio che ha plasmato voli così forti da superare ogni frontiera geopolitica nel segno comune e condiviso del Bello. (Luca Traini)

Il catalogo della mostra edito da TraRari TIPI

Nel contesto della ceramica italiana del Novecento, gli anni Trenta e Quaranta segnano il passaggio dalla ceramica come materia d’uso a forma scultorea autonoma. Artisti come Leoncillo, premiato nella VII Triennale di Milano del 1940 per le sue ceramiche d’autore, e Salvatore Fancello, valorizzato da “Domus” e dalle commissioni di Ugo Pagano, dimostrano come la ceramica abbia acquisito dignità di medium artistico,

accanto a figure come Fontana e Melotti che ne elevano il dialogo con le avanguardie contemporanee. In questo scenario di rinnovamento, la fondazione delle Fornaci Ibis nel 1951 da parte della famiglia Robustelli a Cunardo rappresenta un atto di vera visione culturale. Quella che fu una fornace per la produzione di calce ottocentesca (e poi di “blu Cunardo”, particolare ceramica storica del territorio) diventa un laboratorio ceramico vivo e aperto alla sperimentazione. A partire dagli anni Sessanta, grazie all’Associazione Culturale Cun Art, le fornaci si trasformano in autentico crocevia artistico, accogliendo nomi come Fontana, Arp, Guttuso, Baj, Lerpa, Sangregorio, Piero Chiara e molti altri.

Racconta Giorgio Robustelli: “Non è solo la storia di un luogo a renderlo importante, bensì le storie di chi lo ha vissuto. Una mattina giunsero due persone, un uomo e una donna, erano tedeschi, lui parlava poco, camminavano e si guardavano in giro. Fecero ritorno anche il giorno seguente, la donna iniziò a parlarmi e mi disse che il marito dipingeva, per me non voleva dire niente. Poi iniziammo a conoscerci, era Emil Schumacher, esponente dell’espressionismo astratto tedesco. Rimase a Cunardo per diversi mesi, lavoravamo insieme, mentre la moglie leggeva un libro seduta sui gradini”.

Nei due decenni successivi alla rinascita, la dinamicità delle Fornaci Ibis si manifesta in mostre, cataloghi, residenze e dialogo diretto con gli artisti: un modello originale di reinvenzione culturale e artigianale, che afferma la ceramica come linguaggio della contemporaneità. Questa operazione rimane unica nel panorama nazionale e locale, unendo radicamento territoriale e apertura internazionale. (Debora Ferrari)


Fornaci Ibis – 75 anni di ceramica internazionale

Dai maestri storici agli artisti contemporanei intorno a Giorgio Robustelli

Mostra a cura di Debora Ferrari e Luca Traini, col Comitato organizzatore Anny Ferrario, Maurizio Cavicchiolo, Annunciata e Giorgio Robustelli, H.H. Stillriver

Chiostro di Voltorre – Gavirate 14 settembre • 12 ottobre 2025

Inaugurazione sabato 13 settembre ore 18

Con opere provenienti dalle collezioni storiche, dagli atelier contemporanei e dal museo a cielo aperto delle Fornaci di Cunardo. Un viaggio tra forni, tecniche, sperimentazioni e sculture che raccontano la storia e il futuro della ceramica.

In collaborazione con: Comune di Gavirate, Atelier Capricorno, Amici delle Fornaci, Partner di Valore.

Le Fornaci Ibis di Cunardo, attive da 75 anni, sono un riferimento per la ceramica contemporanea in Italia e all’estero, con la sua storia europea. Da laboratorio artigianale della famiglia Robustelli si sono trasformate in crocevia culturale diventando la prima residenza artistica nel dopoguerra, frequentata da artisti internazionali e intellettuali come Piero Chiara. Oggi lo scultore Giorgio Robustelli ne custodisce e rinnova l’eredità, al centro della mostra che gli dedica uno spazio speciale. L’iniziativa non è solo espositiva: coinvolge scuole, famiglie e comunità, valorizza il territorio anche sul piano turistico e vede i partner condividere un progetto di ampio respiro. Con oltre 100 artisti (tra storici, contemporanei e quelli del museo all’aperto), la mostra al Chiostro di Voltorre restituisce una storia d’arte viva e radicata.


Molto importanti nella realizzazione del progetto i Partner di Valore, realtà economiche e culturali del territorio che hanno affiancato con i propri valori la mostra: Torsellini Vetro che incarna innovazione e resilienza, Varesenews-Materia la comunicazione, Fondazione Comunitaria del Varesotto con la crescita, Atelier Capricorno con la creatività e RODA che ha prestato parte dell’allestimento con la sostenibilità. Un significativo percorso fatto insieme per raccontare come il nostro territorio sappia sposare impresa e cultura per sviluppare il presente e far sentire la voce degli imprenditori attraverso il canale dell’arte.

Esperienze con Altrove Creativo

. Venerdì 26 settembre una passeggiata al chiaro di Luna tra il Lago e il Chiostro di Voltorre con visita alla mostra a cura di Simona Gamberoni e Simona Gasparini, h 20 ritrovo parcheggio canottieri. Offerta libera.

. Mercoledì 1 ottobre a Materia-Varesenews, Castronno, incontro pubblico h 21, ingresso libero.

. Sabato 4 ottobre dalle 18 alle 20, con Artecondivisibile, mentre i grandi visitano “Chiostro diVINO” i bambini fanno un laboratorio d’arte con creta e colori “Ammirando, coinvolgendo, ricreando”. Offerta libera.

. Sabato 11 ottobre visita esperienziale per adulti “Avvicinarsi ai segreti della sapienza delle mani che creano” dalle 15 alle 17, con Artecondivisibile. Offerta libera.

. Finissage con incontri e visite finali domenica 12 ottobre ore 16-18, ingresso libero.

. Personale di Giorgio Robustelli in Atelier Capricorno, Cocquio Trevisago, 16-23.11.25 ingresso libero.

Prenotazioni su Eventbrite o scrivendo a altrovecreativo@gmail.com


venerdì 8 agosto 2025

LA POESIA NEGATA

Tempi, forme e oltre dell’architettura di Étienne-Louis Boullée 

Commento musicale Jean-Féry Rebel, Sonata in Mi minore per violino e viola da gamba N.4


Approdiamo quindi al primo visionario amato nelle pagine imbrattate quasi ogni anno di note del mio inestimabile Architettura dell’Illumismo di Kaufmann. Se lo presento per ultimo è solo per cercare di restare lucido al di là delle emozioni. Non serve a questo l’università? A vent’anni certe visioni ti deflagrano. Con qualche decennio di riflessione il petto diventa più forte e il cervello ti permette, sempre con qualche lacrima, di cercare, a fatica, di contestualizzare un genio incompreso.

Étienne-Louis Boullée (1728-1799), figlio di un architetto del re e di madre imparentata con un pittore a me caro come François Boucher, a cui fu permesso di costruire poco e immaginare troppo. Costretto alla didattica sia dall’Ancien Régime che dalla Rivoluzione, docente all'École Centrale du Panthéon: ricorda qualcosa?


Ma cosa ha sognato sulle sudate carte intrise tanto d’“esprit di géométrie” che d’”esprit de finesse”! Un mondo civile degno della migliore filosofia del secolo, dove natura e prospettiva umana si uniscono in simbiosi per il Bene Comune, dove scienza, arte e benessere contribuiscono al progresso sociale: “Dovrei io, come Vitruvio, definire l'architettura come l'arte degli edifici? No, perché ciò significherebbe confondere causa ed effetti”.

Tutti progetti andati a vuoto, incompresi perché “troppo avanti”: quante lapidi dovrebbero recare questa scritta!

Oggi lo sappiamo bene, per questo - tranne alcune inevitabili ossessioni dell’epoca - dobbiamo tenerne bene conto.

Cos’è il suo Cenotafio di Newton se se non un omaggio colossale a una matrice sferica dell’universo così agli antipodi di quella “civiltà ad angolo retto” tanto cara in quei tempi a ogni genere di regime assoluto?

Il meraviglioso scienziato paranoico e ossessionato dall’alchimia non può trovarvi l’estremo riposo, ma il cielo profondo che ha intravisto è tutto lì, a proteggere la sua visione come un uovo, meglio, un ovulo: una Grande Madre che culla il suo sonno eterno.

Non a caso, mai a caso, nella mia Artecomposizione - come ormai saprete da centinaia di post del blog https://lucatraini.blogspot.com/ ho dato vita assolutamente ex novo alla mia qualifica di “artecompositore” (la Cultura, nel senso più ampio, profondo e diffuso necessita attualmente di intense, efficaci correlazioni ispiratrici anche per immagini, visto che la nostra civiltà, e non da ora, si basa a livello ampio proprio su queste, come avevo già affermato a chiare lettere durante la Biennale di Venezia, ben quindici anni fa, nella mia Nuova Filosofia Aumentata: Connessioni Remote, catalogo Skira- ho messo in terza sede il disegno per il Tempio della Curiosità, con un grande occhio posto sulla cima.

Poi c’è il progetto per la Chiesa della Maddalena, probabile ispirazione della nostra Mole Antonelliana, con quella cupola pericolosamente simile a un seno femminile. Il destino, marcato Luigi Filippo d’Orléans, trasformerà il tutto in un maschilissimo tempio dorico, sullo stile di quanto successo a Schinkel all’inizio del XIX secolo.

Infine, quanto amiamo oltre ogni pagina virtuale o IA? Il libro.

Ecco allora il formidabile Progetto della sala per l'ampliamento della Biblioteca Nazionale dove le pagine di ogni testo sembrano pronte per il volo della mente in spazi enormi.

Dobbiamo fare nostra questa utopia rimasta sulla carta, naturalmente rivisitandola, con la mole del sapere critico che è nostra prerogativa, Patrimonio dell’Umanità.

Luca Traini

giovedì 10 luglio 2025

IL DISEGNO OLTRE IL PROGETTO

 Arte ed enigmi di Jean-Jacques Lequeu

Commento musicale Jean-Féry Rebel, Fantaisie


Disegno umano e felino per un altro degli architetti che ho iniziato ad amare nel libro mille volte sfogliato di Emil Kaufmann L’architettura dell’Illuminismo (vedi anche Il futuro del passato: l’architettura visionaria di Ledoux).

https://lucatraini.blogspot.com/2025/06/il-futuro-del-passato-larchitettura.html

Jen-Jacques Lequeu (1757-1826), stesso nome di Rousseau, ma più nascosto, ancora più inquieto. Figlio di un mastro falegname già provetto disegnatore, formato da una delle rare scuole gratuite dell’epoca, quella fondata dall’architetto pittore Jean-Baptiste Descamps, futuro modello d’azione per il Nostro: quanto si può fare si fa, il resto lo si disegna per i posteri. Conquistata la qualifica del mestiere grazie a premi e borse di studio dieci anni prima che la Rivoluzione Francese metta alla pari figli di falegnami e stirpi elitarie, approda a Parigi dalla sua Rouen.

Il giovane Lequeu: negli occhi già la sfida

La Bastiglia domina ancora la città e la lotta dura è per trovare professionisti affermati, nobili ed ecclesiastici mecenati che proteggano - e terra terra paghino - il lavoro (la Francia prerivoluzionaria non era l’Italia del Rinascimento dove uno scalpellino era potuto diventare il Palladio).

In un complesso balletto fra padroni e progetti riesce in qualche modo a tirare avanti nel groviglio istituzionale dell’epoca, progettando, litigando e cercando di entrare a far parte dell’equipe sollecitata fin dai tempi di Luigi XV per la costruzione del Panthéon.

Invano. Però, tra mille difficoltà, inizia a scrivere due testi che saranno il suo lascito immortale: Architettura civile e Nuovo metodo di disegno per tracciare la testa dell'uomo mediante la geometria descrittiva.

Poi, nello stesso anno in cui stende Guida metodica per imparare ad incidere disegni a inchiostro con acquaforte, arriva la Rivoluzione. Tempesta fin troppo forte per artisti come lui abituati alle continue secche dell’Ancien Régime. Che fare privi di patrocinatori aristocratici? Tocca lavorare all’Ufficio del Catasto del Ministero dell’Interno e, fra mille idee che prendono forma, salvare eroicamente la tomba di uno dei suoi amati maestri, Jacques-Germain Soufflot, dalla profanazione.

La nuova temperie culturale, tuttavia, spalanca all’artista inusitati orizzonti, che avrebbero entusiasmato più di un secolo dopo Marcel Duchamp (e probabilmente ispirato De Chirico, Magritte e Delvaux). Parlo dei suoi disegni, in particolare dei ritratti, che sembrano usciti da un film di Buňuel: dal Gatto della Libertà alla bimba con cagnolino teneramente allucinata, dalla monaca che si libera del velo per diventare madre alla misteriosa dama velata di Rouen, fino all’enorme sbadiglio dell’uomo in bombetta che sembra chiudere gli occhi nell’attesa di un secolo, quando la sua moda farà furore.

E infatti la grande arte di Lequeu dovrà attendere più più di cento anni per uscire dall’oblio di una morte in piena, deprimente Restaurazione. Sarà necessaria proprio l’opera inestimabile di Kaufmann a riportarlo alla luce, in un anno terribile: il 1933. Senza dimenticare che nel post ometto, per evitare censure di algoritmi incapaci di distinguere tra arte e pornografia, le sue splendide raffigurazioni di genitali femminili emaschili, riunite solo dopo il 1975(!) col triste titolo Figures lascives et obscènes, che precedono di almeno settant’anni L'Origine du monde di Courbet.

Dalla sua eredità spuntarono anche sette o otto melodrammi (compositore quindi quale il suo omonimo Rousseau) - probabilmente il commento musicale più consono alla sua opera fuori da schemi che non fossero pentagrammi da cui subito levarsi in volo nell’arte più impalpabile – ma, forse giusto per questo ,risultano introvabili…

E visto che parliamo di eredità, la conclusione è che non si può che continuare ad amarlo, seguendo una citazione dell’illuminista che, a mio parere, è più in connessione con la sua libertà creativa, Denis Diderot: “A volte sei così profondo e sublime che non riesco a sentirti”.

Il sublime è lo scatto verso l’alto della Fenice oltre ogni chiave di volta, liberata dalla perfetta nudità di una donna che cerca di fuoriuscire dalle forme costituite, emancipata dalla gabbia di abiti e abitudini che contribuivano a soffocarla.

Oggi possiamo sentirlo e dobbiamo continuare a tenere ben attenta questa sensibilità a 360°, così indispensabile a una vera Democrazia, nella politica come nell’arte.

Luca Traini