Tempi, forme e oltre dell’architettura di Étienne-Louis Boullée
Commento musicale Jean-Féry Rebel, Sonata in Mi minore per violino e viola da gamba N.4
Approdiamo quindi al primo visionario amato nelle pagine imbrattate quasi ogni anno di note del mio inestimabile Architettura dell’Illumismo di Kaufmann. Se lo presento per ultimo è solo per cercare di restare lucido al di là delle emozioni. Non serve a questo l’università? A vent’anni certe visioni ti deflagrano. Con qualche decennio di riflessione il petto diventa più forte e il cervello ti permette, sempre con qualche lacrima, di cercare, a fatica, di contestualizzare un genio incompreso.
Étienne-Louis Boullée (1728-1799), figlio di un architetto del re e di madre imparentata con un pittore a me caro come François Boucher, a cui fu permesso di costruire poco e immaginare troppo. Costretto alla didattica sia dall’Ancien Régime che dalla Rivoluzione, docente all'École Centrale du Panthéon: ricorda qualcosa?
Ma cosa ha sognato sulle sudate carte intrise tanto d’“esprit di géométrie” che d’”esprit de finesse”! Un mondo civile degno della migliore filosofia del secolo, dove natura e prospettiva umana si uniscono in simbiosi per il Bene Comune, dove scienza, arte e benessere contribuiscono al progresso sociale: “Dovrei io, come Vitruvio, definire l'architettura come l'arte degli edifici? No, perché ciò significherebbe confondere causa ed effetti”.
Tutti progetti andati a vuoto, incompresi perché “troppo avanti”: quante lapidi dovrebbero recare questa scritta!
Oggi lo sappiamo bene, per questo - tranne alcune inevitabili ossessioni dell’epoca - dobbiamo tenerne bene conto.
Cos’è il suo Cenotafio di Newton se se non un omaggio colossale a una matrice sferica dell’universo così agli antipodi di quella “civiltà ad angolo retto” tanto cara in quei tempi a ogni genere di regime assoluto?
Il meraviglioso scienziato paranoico e ossessionato dall’alchimia non può trovarvi l’estremo riposo, ma il cielo profondo che ha intravisto è tutto lì, a proteggere la sua visione come un uovo, meglio, un ovulo: una Grande Madre che culla il suo sonno eterno.
Non a caso, mai a caso, nella mia Artecomposizione - come ormai saprete da centinaia di post del blog https://lucatraini.blogspot.com/ ho dato vita assolutamente ex novo alla mia qualifica di “artecompositore” (la Cultura, nel senso più ampio, profondo e diffuso necessita attualmente di intense, efficaci correlazioni ispiratrici anche per immagini, visto che la nostra civiltà, e non da ora, si basa a livello ampio proprio su queste, come avevo già affermato a chiare lettere durante la Biennale di Venezia, ben quindici anni fa, nella mia Nuova Filosofia Aumentata: Connessioni Remote, catalogo Skira) - ho messo in terza sede il disegno per il Tempio della Curiosità, con un grande occhio posto sulla cima.
Poi c’è il progetto per la Chiesa della Maddalena, probabile ispirazione della nostra Mole Antonelliana, con quella cupola pericolosamente simile a un seno femminile. Il destino, marcato Luigi Filippo d’Orléans, trasformerà il tutto in un maschilissimo tempio dorico, sullo stile di quanto successo a Schinkel all’inizio del XIX secolo.
Infine, quanto amiamo oltre ogni pagina virtuale o IA? Il libro.
Ecco allora il formidabile Progetto della sala per l'ampliamento della Biblioteca Nazionale dove le pagine di ogni testo sembrano pronte per il volo della mente in spazi enormi.
Dobbiamo fare nostra questa utopia rimasta sulla carta, naturalmente rivisitandola, con la mole del sapere critico che è nostra prerogativa, Patrimonio dell’Umanità.





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