Commento musicale J. F. Rebel, Les éléments
Sogno da sempre con occhi ben aperti e quando trovo nel presente e nel passato persone che condividono questa prospettiva sboccia subito l’amore. Come all’università, quando incontrai le opere di tre eccezionali artisti francesi nel libro di un viennese di origine ebraica, Emil Kaufmann, teorico dell’Architettura Rivoluzionaria costretto dalle famigerate “leggi razziali” a espatriare negli Stati Uniti. Architettura dell’Illuminismo, questo il titolo piuttosto anestetizzato dell’edizione italiana Einaudi, ma le palpebre fecero ancora più fatica richiudersi di fronte al genio di Étienne-Louis Boullée, Claude-Nicholas Ledoux e Jean-Jacques Lequeu. Immagini dei loro progetti e disegni sono sparsi nei più di 400 post del mio blog, ma oggi voglio dedicarmi all’artista che mi colpì al cuore per primo.
Bella scommessa definire “rivoluzionario” Ledoux, dal cognome così gentile, visto che rimase sempre un legittimista. Ma oggi sappiamo che anche da conservatori apparenti può sorgere un visione rivoluzionaria del futuro: ciò che importa è l’intelligenza di fondo utile al nostro modo di prospettare in modo originale cultura e società democratiche.
E quanto è stato originale Ledoux! Eppure la sua strabiliante novità è figlia di un apprendistato nel “classicismo” stile Luigi XV e dei resoconti dei viaggi in Italia, su tutti quelli dell’architetto Louis-François Trouard, folgorato dai resti di Paestum e dalla rivisitazione del Palladio (palladianesimo che il Nostro fece definitivamente proprio, specie per l’imponente uso degli archi serliani, dopo un viaggio in Inghilterra tra il 1769 e i 1771).
Ma a che serve una tradizione se non per azzannarla come si deve, digerirla per bene e poi trarne le dinamiche giuste per rivoluzionarla?
È quello che fa quando deve progettare un complesso di edifici estremamente concreto (nulla come la concretezza stimola un’astrazione che non deve restare fine a se stessa): le Saline Reali di Arc-et-Senans (1774-1779).
Quanto ha realizzato e si può ancora vedere! Non basta: occorre il sogno di quello sarebbe potuto essere e resta sulla carta, che canta - eccome! - perché è ancora per noi qualcosa che esce dai confini di una cornice ad angolo retto a cui siamo avvezzi e ribelli da più di10.000 anni. Tutti pubblicati in un volume del 1804 dal titolo innocuo “Architettura considerata in relazione all'arte, alla morale e alla legislazione”.
I grandi sogni a occhi aperti, con tutti i limiti dell’epoca cui dobbiamo andare oltre, sono: la sferica Casa dei guardaboschi (sorella pragmatica del Cenotafio di Newton di Boullée),
la Casa dei direttori della Loue (progenitrice della Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright),
la Casa dei taglialegna (piramide tagliata come una montagna e i suoi alberi per dare nuovo fuoco)
e l’enorme occhio per il Teatro di Besançon
(uno dei punti di partenza per il mio libro La nostra civiltà è un sogno ad angolo retto).
Concediamo pure al nostro architetto il favore dell’ultima amante di Luigi XV, Madame du Barry, appassionata d’arte e talentuosa disegnatrice (vittima dell’uso seriale della ghigliottina nel 1793), cosa stiamo cercando in questo momento storico? Tutte le formidabili capacità umane in grado di guardare oltre il proprio tempo per non arrendersi a Intelligenze Artificiali che, fortunatamente per ora, non sanno offrire un orizzonte che non sia legato al passato (perché, alla fin fine, questo potrebbe essere quello che vogliono - o desiderano i loro supervisori - arrenderci e fermarci a quello che siamo stati, magari il più lontano e peggio possibile).
La fantasia - e usiamo anche questo termine! - è l’arma migliore in tutti i campi contro ogni genere di rigurgito assolutista che dobbiamo usare per far vivere pienamente la nostra immensa cultura.
“Ai vivi si devono dei riguardi, ai morti si deve soltanto la verità” (Voltaire).

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