martedì 5 marzo 2019

ANTOLOGICA DI RENATO BONARDI artista e amico


 SABATO 9 MARZO ore 16 INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA
PRESENTAZIONE DI DEBORA FERRARI

Una nuova mostra per lo spazio di Atelier Capricorno a Cocquio Trevisago (VA) ci introduce nell’arte di Renato Bonardi, artista dalle grandi capacità tecniche e poetiche che oltre ad aver realizzato in vita acquarelli e sculture, ha scritto testi e poesie con una visione particolare del tempo e dello spazio.
La mostra si propone di essere una antologica del suo lavoro, proprio perché Renato è sempre stato un amico dell’Atelier e delle artiste che lo dirigono -Anny Ferrario e Anna Genzi- e perché la sua arte tante volte si è incontrata sul territorio e fuori coi percorsi dei suoi colleghi, dall’attività alle Fornaci Ibis di Cunardo ai premi e alle esposizioni ad Albissola Marina, per dirne alcuni.


In mostra si trovano acquerelli, quadri, piatti in ceramica, sculture in ceramica e pietra, totem in ferro, sculture in ferro e altri materiali, “a rappresentare il cosmo ricco e fertile della sua arte e della sua capacità creativa di immaginare mondi, di evocarli come nuove forme astrali, con la forza di una rivelazione scientifica o la nomina di un nuovo pianeta nel Sistema Solare delle Arti -afferma Debora Ferrari nella presentazione”. Questa antologica all’Atelier Capricorno (ne aveva fatta una anche nel 2008, a 18 anni dalla sua prima mostra personale che era stata a Castronno e a 26 dalla sua prima esposizione collettiva) ci aiuta a ripercorrere le tappe fondamentali della sua visione materica, della sua capacità di inventare mondi, di farli nascere con precise regole e contesti per poter essere abitati da noi.
Atelier Capricorno, attivo dal 2003 a Cocquio Trevisago (prima aveva sede a Gemonio), è una fucina di arti e cultura, dove le socie fondatrici Eugenia Branca, Maria Casalis, Anny Ferrario, Anna Genzi, Laura Lozito, creano l’ambiente ideale per far nascere opere -anche le loro, proporre laboratori e corsi, ospitare presentazioni di libri, accogliere reading poetici.


RENATO BONARDI_L’ARTE DI DISEGNARE MONDI


“La strada che gli resta aperta è questa: si dedicherà d’ora in poi alla conoscenza di se stesso, esplorerà la propria geografia interiore, traccerà il diagramma dei moti del suo animo, ne ricaverà le formule e i teoremi, punterà il suo telescopio sulle orbite tracciate dal corso della sua vita anziché su quelle delle costellazioni.
«Non possiamo conoscere nulla d’esterno a noi scavalcando noi stessi -egli pensa ora- l’universo è lo specchio in cui possiamo contemplare solo ciò che abbiamo imparato a conoscere in noi».”
Italo Calvino, Palomar, 1983

 Ci sono artisti che rappresentano il mondo, altri che lo immaginano e ce lo propongono secondo nuove visioni, ardite regole, disegni terreni e celesti.
Renato Bonardi, amico di molti colleghi dentro e fuori il territorio di Varese, rientra nella seconda squadra, composta da tanti come lui, da secoli e anche contemporaneamente, amanti del sogno, della poesia, della necessità di lasciare opere con corpo e anima vicini all’artefice ma capaci di parlare al di là del tempo, valide sempre. E derivate da faticoso lavoro, interiore e di mani, per ammorbidire le materie e dar loro altra vita.
Questa antologica all’Atelier Capricorno (ne aveva fatta una anche nel 2008, a 18 anni dalla sua prima mostra personale che era stata a Castronno e a 26 dalla sua prima esposizione collettiva) ci aiuta a ripercorrere le tappe fondamentali della sua visione materica, della sua capacità di inventare mondi, di farli nascere con precise regole e contesti per poter essere abitati da noi.
Con sapienza Anna, Anny e Carla hanno selezionato le opere, in modo da offrire un palinsesto visivo delle caratteristiche creative di Renato: l’acquerello, la grafica pura, i quadri con la sua personale ‘encicplopedia’ del mondo e dell’arte, le sculture in ferro, le ceramiche plasmate in grès, in smalto o in refrattario con ossidi, queste ultime il più delle volte realizzate dagli amici Robustelli alle Ceramiche Ibis di Cunardo. Non per ultimi ma per importanza nella mostra sono presenti anche i libri fatti a mano, i taccuini di appunti visivi, di disegni e poesie solcate a matita, i libri di poesia stampati con PulcinoElefante o il Libro d’artista conservato anche alle biblioteche di Parigi e Nucéra di Nizza: sono il cuore pulsante della sua ispirazione, il segnale vitale della continua pulsione a creare che lo abitava fortemente perché come diceva lui “Lavoro per vivere, faccio arte per esistere”.


I taccuini e i libri rilegati da lui sono molto importanti per capire lo scambio osmotico con la cultura storica, con gli scrittori famosi come Italo Calvino e Cesare Pavese, tra i suoi preferiti (una sua scultura “L’acqua del Po” si trova dal 1994 al Centro Studi Cesare Pavese di S. Stefano Belbo – CN). Da Pavese trae lo stesso denso succo di spremitura del quotidiano, con sogni e sofferenze in alternanza, desideri e sacrifici, mentre da Calvino raccoglie il dato fantasioso e libero, rasente al surreale talvolta perché ogni cosa si può trasformare in arte se a dirla e a farla è un poeta, e Renato è stato un grande poeta, di parole e immagini. Nel suo percorso biografico (ha ricevuto anche numerosi premi e segnalazioni) ha partecipato agli eventi significativi delle terre della Ceramica, da Laveno e Cunardo ad Albissola Marina e Savona, nel suo esistere spirituale ha spaziato dai modi picassiani alla filosofia immaginaria del miniaturista Luigi Serafini (il Codex è illustrato con una lunga serie di metamorfosi grafiche come un’enciclopedia scritta in una grafia indecifrabile), fra l’altro uscito per Franco Maria Ricci nel 1981 con testo di Italo Calvino e sicuro
riferimento per Bonardi, che amava poi tanto l’Art Nouveau quanto il Nouveau Réalisme francese e italiano -alla Baj e Rotella per intenderci, fino anche alla Patafisica e alle introspezioni semantiche di Umberto Eco, ne è testimone la sua biblioteca. Quando si citano degli altri autori, non lo si fa per dire che l’artista si ispira a loro, quasi fosse un copiare, no, ma al contrario è un rafforzativo: significa che artisti che magari non si sono conosciuti attingono alle stesse energie e fanno voce poetica corale anche in punti diversi del tempo e dello spazio. Renato Bonardi è un artista di alta levatura, molto personale, forte e delicato allo stesso tempo perché la sua poesia, alla base della materia, è lieve e tenace, perché la sua materia lui la sa domare a parole e numeri come un filosofo matematico, perché tra un acquarello e un grès ci sarà sempre una lingua comune che prosegue un racconto da lui iniziato, coi suoi timbri e le sue sgorbie.
Dai burattini alle sculture in ferro la sua è arte coerente, tenuta da fili ora visibili ora impercettibili, capace di ironizzare sul quotidiano e per questo di prendere sul serio aspetti materiali e spirituali, dai Pinocchi agli Angeli, è così che una forza analitica e centrifuga si esprime; dalle grafiche ai quadri ai libri di pietra troviamo l’altro aspetto di sintesi, l’impronta della sua mano, la forza centripeta; in ogni scultura ceramica, dal piatto al monolite di lettere al bassorilievo, ecco la ‘summa’ nella plasmabilità di parola e immagine.
Nella storia dell’arte Renato si inserisce con personalità chiara e inconfondibile, figlio anche dell’Arte Concreta dei libri illeggibili di Munari e delle favole di Rodari, il tutto filtrato e metabolizzato da una mente laboriosa, quasi astrofisica nelle sue espressioni, incessante nel produrre idee e nel raccogliere ricordi di ogni giorno per trasformarle in leggi universali capaci di originare nuovi mondi. Renato è uno scienziato dell’arte. Ascolta il mondo, legge tantissimo, scrive sempre, raccoglie dati, sperimenta possibilità. Elabora la formula, la rende opera, imposta le coordinate cartesiane e soffia la vita nelle sue opere, in modo che noi possiamo respirarla e in ogni momento sentirci al centro dell’universo che non ha una sola natura, ma tante e tante facce quanto gli abitanti e gli artisti che ci si specchiano.
Amo particolarmente di Renato questi versi, in cui è possibile riconoscersi:

“Avevo scordato il futuro_nella tasca dell’ombra.
Avrei voluto riprendermelo_ma mi aveva già preceduto
Il passato”. (Analogia /4)

La sua arte di disegnare questi mondi è un’eredità in continua genesi, domani come ieri.



Nato in provincia di Varese, Renato Bonardi inizia la carriera artistica come grafico di trademark e grafico umorista, collaborando con quotidiani locali. Come illustratore collabora con le Edizioni Salviati di Milano e Loescher di Torino. Si dedica alla pittura e alla scultura, frequenta vari laboratori artistici anche all’estero, sviluppando la propria ricerca tematica attorno alla simbologia del tempo, dei numeri e delle lettere. Approfondisce l’immagine del libro-testo-scrittura-lettera, indagando sulla possibilità di una interpretazione figurativo-concettuale, utilizzando tra i materiali la pietra di Vicenza, il ferro, la ceramica, il bronzo. Un suo libro d’artista, Ed. La Diane Française, è presente alla Bibliotèque L. Nucera di Nizza e alla Bibliotèque National di Parigi.
Sito web: www.artbonardi.it

La mostra rimarrà aperta dal 9 al 18 marzo, lun-ven-sab-dom dalle 15:00 alle 18:30

lunedì 25 febbraio 2019

ICONOLOGIA DEL SELFIE



“Non amerai la foto del quadro più del quadro originale.”.
“Non amerai il film più del romanzo da cui è tratto.”.
“Non prenderai il videogioco per arte perché ha dentro la parola ‘gioco’.”.
“Non ti farai troppi selfie altrimenti finirai come Narciso.”.

C’è una bella parte di realtà in tutto questo: bella, forse vera, ma parziale. E si potrebbe andare avanti fino a scolpire un nuovo decalogo laico, ma pur sempre dogmatico. Elenco di comprensibili passioni così come cardini dei sensi di colpa ancora vivi nei confronti dei media sviluppati dalla Seconda Rivoluzione Industriale in poi. In buona parte ossessioni romantiche o, peggio, tardormantiche tradotte in una nuova specie di iconoclastia e di neoplatonismo di rientro di stampo tutto occidentale.



E’ sotto gli occhi di tutti come il modello di sviluppo economico dell’ultimo secolo e mezzo sia giunto alle strette e minacci la stessa sopravvivenza della vita umana. Bisognerà porvi rimedio al più presto - anche con non pochi passi indietro (se vogliamo dargli un pizzico di epos, chiamiamoli ” ritirate strategiche”) – ma con lo sguardo sempre rivolto avanti e l’ottimismo della fantasia e della ragione. E’ una cosa che dico anche a me stesso, il pessimismo non serve a niente, se non a salvaguardare posizioni di comodo (per chi le ha).
Torniamo tuttavia alle origini de problema: il lasciare una traccia del proprio passaggio da parte dell’essere umano. Una traccia cosciente, per quanto ne sappiamo, dall’Homo Sapiens o, secondo recentissimi studi, dagli ultimi Neanderthal in poi. Nel nostro caso parliamo della rappresentazione per immagini di sé e dell’ambiente vissuto, di quella fame di immagini di cui non siamo sazi, mai.


Il primo pensiero simbolico è dei Neanderthal
Decorazioni rupestri nella grotta di Pasiega (Credit: P. Saura) in Le Scienze (febbraio 2018)

Il desiderio di rispecchiarsi per affermare la nostra presenza agli altri così come a quanto ci pare in qualche modo diverso da noi aumenta esponenzialmente grazie a strumenti sempre nuovi e complessi dalla Rivoluzione Neolitica in poi, quando prende forma un profondo mutamento sociale che spiega il successo di massa della fotografia in pellicola nella seconda metà del Novecento e  il trionfo di quella digitale in questo inizio di secondo millennio. Parliamo dell’affermarsi di rigide gerarchie socio-politiche letteralmente affette da una bulimia da autorappresentazione che, salvo poche eccezioni, escludono da questo privilegio chi non ne fa parte, cioè l’enorme maggioranza della popolazione, relegandola al massimo a rappresentazione stereotipata ai margini. Dalle tombe egizie agli specchi metallici di matrone e patroni romani, dalle vetrate gotiche al Salone degli Specchi di Versailles il lusso di rispecchiarsi de visu o in toto autocontrollando il proprio status sociale è appannaggio di élites aristocratiche o comunque oligarchiche.


Privacy, solitudine e riproduzione nell'arte


Oggi possiamo entrare dalla porta d’ingresso nelle regge più fastose, penetrare nelle stanze più segrete di questo antico potere e non è un caso: è una dura, formidabile conquista delle lotte per la democrazia degli ultimi due secoli. E se democrazia vuol dire diritto di rappresentanza universale, significa anche diritto di rappresentazione, rispecchiamento e autorappresentazione per tutti. Il desiderio famelico di produzione di immagini di sé che caratterizza la nostra epoca è quindi una vera e propria riappropriazione di un diritto naturale e culturale, la reazione a una privazione antica di millenni (o a una riproduzione indesiderata e di parte: pensiamo solo all’immagine del contadino visto dal nobile, bestiale o arcadica).
Senza dimenticare il mito ancestrale di Pigmalione. Le vorremmo vive queste immagini, sempre più efficaci a livello di feedback. Le desideriamo il più verosimili possibile, quasi a farle uscire dallo schermo che ci separa o entrarci per vivere una vita parallela più bella (finché durerà questa divisione fra reale e virtuale, che, ad esempio, non sembra sussistere a livello subatomico).
Per chi, come me, è cresciuto nutrendosi di rappresentazioni a base di tecnologie avanzate (la televisione o anche il semplice libro illustrato, sempre più ricco di foto a colori) il discorso sull’originale non è stato più essenziale. A questo proposito rimando al mio lavoro Crossmedialità antica: Lisippo dove ho esemplificato come libri, video e siti per una o più immagini d’arte (per quella greca quasi sempre copie) suppliscano in modo preciso, adeguato e appassionato all’originale (quando c’è, appunto).


Danzatrice dalla Villa Adriana di Tivoli, forse copia della Prassilla di Lisippo (foto di MM), in abbinamento con
 Let's Play: Ancient Greek Punishment: attenzione alla hybris, specie se gioco in Flash 8-bit nato già vintage come ogni mito.

Poi uno va a Delfi, resta incantato di fronte all’Auriga e naturalmente fa penitenza. E’ bene tuttavia scrollarsi al più presto la cenere dal capo e riflettere sulla meravigliosa solitudine delle opere d’arte nei nostri musei. Sia ben chiaro: è un ecosistema estetico che mi piace e considero importante conquista della critica e della curatela contemporanea. Ad ogni opera il suo respiro come il giusto spazio vitale per ogni cittadino di una comunità democratica: la migliore soluzione possibile, progetto e sfida valida anche per il futuro. Purché si tenga ben presente che l’originale in origine ben di rado godeva di questa privacy, essendo quasi sempre compattato con altre opere o strettamente vincolato in architetture all’insegna di un implacabile horror vacui. Quando guardo le gallerie settecentesche del mio amato Pannini la mia personale Sindrome di Stendhal dura quanto il piacere di una bella camicia stretta che finisce per soffocarti, specchio magnificente, magniloquente, ma di una società chiusa: aria! E poi c’è il freddo che uno può ben immaginare dentro quegli spazi enormi d’inverno.


File:Giovanni Paolo Pannini - Picture Gallery with Views of Modern Rome - Google Art Project.jpg

Controcanto: oggi anche questo formidabile album di figurine di capolavori è a disposizione di tutti. Basta andare sulla pagina delle Immagini di Google. Non dobbiamo indossare una parrucca incipriata per goderci al caldo una muraglia continua di rappresentazioni di ciò che amiamo, più lunga di qualsiasi incipit di Guerre Stellari, su computer, iPad, iPhone. Neppure è necessario cliccare una pagina, un sito: la meraviglia, specie per i suoi esperti, vale anche solo una schermata, la discesa con un dito o un semplice tasto verso gli inferi, come gli eroi del mito, fino alla scritta See All. E oltre.



Già, gli esperti, gli specialisti dell’arte, un tempo quasi sempre asserviti – anche quando potevano firmare le proprie opere – alla riproduzione per immagini di ordini sociali chiusi, le gerarchie terrene e celesti di cui sopra. Postare immagini e selfie a livello di massa sembra un’inconscia rivolta anche contro questo, il culto, di cui anch’io sono devoto, della professionalità. Una rivolta comprensibile – perché abbiamo e dobbiamo usare la vasta gamma di mezzi a disposizione per comprenderla – ma che spesso non si rende conto di quanto sia teleguidata dagli artefici mediocri della banalizzazione globale, l’alter ego mostruoso dell’uguaglianza. Per un futuro compatibile con la bellezza del mondo occorre limitare il raggio d’azione, che comunque agirà sempre, di questi servi di lusso che bramano lo sgretolamento dell’originalità, invece così diffusa e forte a livello qualitativo e quantitativo (parola di ex professore). Senza originalità non c’è innovazione, non si rende presente, vivo e utile per il futuro anche quanto sembra inattuale. Si tratta di un lavoro grande, entusiasmante oggi valido più che mai.



Selfie nello specchio per la Gloria di Sant'Ignazio di Andrea Pozzo (foto di Luca Traini)

Sulla base delle eredità complesse e del presente articolato che abbiamo descritto noi specialisti privi di paraocchi abbiamo il dovere di insegnare – nel senso letterale della parola “indirizzare verso un segno”, pregnante come una vita vissuta davvero e fino in fondo – l’uso cosciente delle nuove tecnologie connesso a un’analisi e a un giudizio critico di quanto di meglio per noi, ora, cittadini del mondo, abbiamo ricevuto dalla diversità ricca di studio e di passione del passato, prossimo o remoto che sia. Non stiamo facendo salti nel vuoto, semplicemente perché il vuoto non esiste. Contestualizzare e coimmaginare possono essere la sinergia di nuovi selfie di un mondo migliore.


domenica 24 febbraio 2019

PIOVE: È TEMPO DI MAX FRISCH

L'uomo nell'Olocene

Commento musicale Ernest Bloch, Voce nel deserto 

Quando piove per giorni, appena ho tempo, torno a chiudermi nelle pagine di Max Frisch. Uomo nell’Olocene anch’io come il protagonista, l’anziano signor Geiser, in quella valle sperduta del Canton Ticino dov’è in corso una specie di alluvione che sembra non avere fine.


Forse è il diluvio sognato da Dürer, forse lo stillicidio delle gocce rimanda a un liquido amniotico cui fare ritorno, di certo c’è una montagna che incombe e - anche se nessuno ci crede o vorrebbe crederci – potrebbe franare e seppellire il paese “per l’eternità”. E’ il momento delle definizioni forti quando tutto sembra svanire, quando la modernità perde strade, corriere e trasmissioni televisive. Il tuono acquista nella mente di Geiser ben 16 definizioni diverse e, quando la memoria sembra impaludarsi, l’uomo riempie la casa di foglietti per riunire la sua storia personale alla Storia in tutte le sue declinazioni.


Torna col ricordo al suo viaggio in Islanda, sostituendo la “i” del cognome con la “y”, a quel “Mondo prima della creazione dell’uomo. In certi punti non è dato indovinare quale era geologica sia in atto”. Alla previsione, purtroppo attualissima, che “Se il ghiaccio dell’Antartide si fonderà, New York sarà sott’acqua”.
Nel romanzo breve il maltempo ha fine e, dopo essere uscito di casa, passato per luoghi quotidiani quasi al buio per una giornata e infine crollato, il protagonista riacquista la coscienza e ritrova la figlia che lo ha finalmente raggiunto.


Frisch è uno dei giganti della letteratura di poche parole, essenziali, precise e, per questo, quanto mai evocative. Grande poesia ammantata da apparente, umile prosa.


sabato 23 febbraio 2019

GOTICO PER LA REGINA DI CUORI, NEOCLASSICO PER IL RE DI QUADRI

Il genio architettonico di Karl Friedrich Schinkel
fra Romanticismo e politica

Sia fiaba, o realtà storica, che l’amore
è stato il primo a tentare le arti figurative,
è certo che non si è mai stancato di guidare la mano

G. E. Lessing, Laocoonte

Commento musicale Ludwig van Beethoven, Le creature di Prometeo, Ouverture


Innovazione e tradizione continuamente reinterpretati con lucido pathos visionario da un architetto-pittore prussiano che ho imparato ad amare quando scrivevo le Connessioni Remote per NEOLUDICA, la mostra curata da Debora Ferrari e dal sottoscritto per la Biennale di Venezia: https://lucatraini.blogspot.com/p/una-nuova-filosofia.html Meraviglia 5 (ITA) e https://lucatraini.blogspot.com/2012/10/view-conference-torino-2012.html Wonder 5 (ENG).
In principio c’era quella storia tutta politica del progetto di mausoleo per la regina Luisa che l’artista, pervaso dall’impeto romantico, avrebbe voluto nelle forme di un neogotico ritenuto sensuale come la sovrana. “Femminilità”, “sentimento”, “spontaneità”, “passione” già sintetizzate nel ritratto della pittrice Élisabeth-Louise Vigée Le Brun, ma che non escludevano affatto il talento politico: “Il re ha perso il suo miglior ministro” avrebbe detto Napoleone quando la donna morì nel 1810 ad appena 34 anni.
1810, ancora in piena temperie neoclassica: il vedovo Federico Guglielmo III decide per un monumento manifesto politico tutto candore e rigore squadrato stile Grecia rivista e corretta in forma teutonica (1815) che, sulle orme delle rovine sbiancate dei templi antichi, avrà - ahimè - successo dalla filologia dell’Ottocento fino al film Olimpia di Leni Riefenstahl (1938): “A e Ω”.
Schinkel chiaramente non ha nessuna colpa per le strumentalizzazioni imperialiste (nel mausoleo finiranno anche il vedovo e il figlio Guglielmo, primo imperatore di Germania, con la consorte Augusta) e naziste. È un giovane artista di talento che, nel periodo aureo del rinnovamento culturale tedesco, ha fatto il suo bravo Grand Tour in Italia attento non solo alle canoniche rovine dell’antichità ma anche a quelle medievali, ispirandosi nel suo ritorno in patria alla contemplazione visionaria di natura e storia della pittura di Caspar David Friedrich.
Nella temperie delle grandi riforme seguite alla sconfitta subita dalle armate napoleoniche, la sua grande operazione di reinterpretazione all’insegna dell’originalità ha inizio proprio con l’arte figurativa:  paesaggi che si rifanno al “sublime” kantiano, scenografie monumentali come quella per il Flauto magico di Mozart, ripresa da Miloš Forman (e Neville Marriner) in Amadeus, o innovativi diorami quale il Panorama di Palermo a 360°.
L’architetto deve attendere proprio il 1810 quando stato e sovrano così cari a Hegel si riprendono dalla catastrofe militare e lo designano supervisore alla costruzione di edifici reali, civili e religiosi che rivoluzioneranno una Berlino che ancora ammantava il suo cuore soldatesco nelle forme aeree, troppo francesi, del Rococò.
Un lavoro incessante che lo porterà nel 1830 alla carica di “architetto capo” e a una duratura fama internazionale. Ma ciò che a me interessava nel 2008, quando scrissi le prime Connessioni (https://lucatraini.blogspot.com/2012/03/loading.html), era soprattutto l’interesse ecclettico dell’artista per nuovi materiali e nuove forme, frutto anche dei suoi viaggi in Francia e Inghilterra. Come l’uso non celato del metallo nel Baldacchino del Memoriale dedicato al re di Svezia Gustavo Adolfo a Lützen (che nella mia abituale Artecomposizione ho inserito in alto a destra, riprodotto dal pittore svedese Johan Christoffer Boklund): ne parlava meravigliata già la Gazzetta piemontese nel 1837. O come quel formidabile prototipo di moderna architettura funzionale rappresentato dall’Accademia di Architettura di Berlino (in basso a sinistra, sotto ritratto e quadro romantico del nostro Karl Friedrich), completata nel 1832, tanto ispirata dalla pratica costruttiva di fabbriche e docks inglesi quanto dai progetti disegnati e mai realizzati di architetti visionari francesi del ‘700 come Ledoux. Semidistrutta nell’ultimo conflitto mondiale e rasa al suolo dalla DDR per costruirvi la sede brutalista (anche se per niente brutta) del ministero degli esteri, nei prossimi anni, buttata giù piuttosto frettolosamente anche quest’ultima, dovrebbe rinascere più o meno ispirata all’originale. La fenomenologia dello spirito di Schinkel vedremo in quali forme tornerà.
A compimento e commento di questa meravigliosa poliedricità non possono che essere citate le parole che il suo amico Wilhelm von Humboldt – diplomatico, filosofo e linguista – mette a cesello dell’Idea di un’indagine sui limiti dell'azione dello stato: “Il grande principio, cui direttamente convergono tutti gli argomenti sviluppati in queste pagine, è l'assoluta e essenziale importanza dello sviluppo umano nella sua più ricca diversità”.


venerdì 22 febbraio 2019

ARCHITETTURA E LETTERATURA Palladio e Trissino

Commento musicale Andrea Gabrieli, Toccata del nono tono


Se nel 2010 il congresso degli Stati Uniti ha riconosciuto Palladio “padre dell’architettura americana” il merito è anche di un poeta dai versi meravigliosamente noiosi: Gian Giorgio Trissino da Vicenza .Non parlo tanto del poema L'Italia liberata da' Gotthi, commovente mattone, ma di quelle Rime dove, da formidabile erudito, propose triti amori in una rivoluzionaria scrittura che aggiungeva lettere greche all’alfabeto italiano. Un tentativo di riforma in epoca di Riforme brandito, da bravo cavaliere di stirpe nobile, contro la codificazione della lingua letteraria proposta dal Bembo, pur “ʃapεndo, che la maggior parte de gli hωmini inεxpεrti fuggono la innovatione”.
E infatti l’assalto fallì. Restano una prosa efficace, aver riscoperto, tradotto e fatto stampare il De Vulgari Eloquentia di Dante e aver educato ai classici un “giovane favoloso”, Andrea di Pietro, guidandolo fra le antichità di Roma e ribattezzandolo Palladio.
È lui a fargli conoscere Vitruvio, prototipo dell’architetto colto (“litteras architectum scire oportet”) che diventerà modello per I Quattro Libri di Architettura,pubblicati a Venezia nel 1570: “Mi proposi per maestro e guida Vitruvio ”(cioè,Trissino).
Tramandando e tradendo fedelmente nella pratica tutti e due. Così l’erudizione diventò Arte.

mercoledì 20 febbraio 2019

NEOLUDICA GAME ART GALLERY Call per il primo catalogo ragionato dei game artist e degli artisti digitalisti italiani






Si 
Siamo videoludici, anzi, NEOLUDICI perché l’arte è in gioco.
Perché oggi il mondo è un videogioco, una scommessa sul futuro a 360°, dove il nuovo medium videoludico, nato cosciente della sua finzione, può finalmente uscire dallo specchio come Alice e dire la sua nei confronti di una società umana quanto mai stratificata e complessa. Le due realtà – che sommate fanno una sola realtà aumentata – si somigliano e non possono fare a meno l’una dell’altra.
NEOLUDICA si presenta come il primo grande tentativo di dare una definizione, meglio, un orizzonte unitario e identitario a questa nuova fondamentale sfida tecnologica dell’arte.
Artisti, creatori, sviluppatori e giocatori sono chiamati a un nuovo salto di qualità, a un confronto che vuole essere tanto estetico quanto etico e quindi propositivo di nuovi sogni ad occhi aperti.




LA STORIA DI NEOLUDICA IN BREVE

NASCITA DI UN'IDEA Il castello di Quart e la Leggenda di Alessandro Magno (2008)
THE ART OF GAMES Videogames e beni culturali, Aosta: una prima mondiale (2009)
NEOLUDICA Arte e videogames alla Biennale di Venezia (2011)
ASSASSIN'S CREED ART (R)EVOLUTION Museo Leonardo da Vinci, Milano (2012)
GIOCARE CON LE FORME Assassin's Creed e le avanguardie del '900, LuccaComics & Games  (2014)
L'ARTE E' IN GIOCO Nuove relazioni tra arte e videogame, Venezia (2015)
NEOLUDICA INSIDE VIDEO GAME Venezia (2016)
NEOLUDICA e UBISOFT Assassin's Creed Origins Social Exhibition e Mostra a Lucca (2017)

mercoledì 12 dicembre 2018

IL LIBRO, IL FILM, IL RECITAL: SILVIO RAFFO, "LA VOCE DELLA PIETRA"


La voce della pietra, Elliot Edizioni
Presentazione del libro di Silvio Raffo
Biblioteca Civica di Varese, giovedì 13 dicembre, ore 18
Interverranno con l'autore Vittoria Gnocchi, ex docente di latino e greco al Liceo Classico Ernesto Cairoli e Luca Trainiscrittore e curatore d'arte 

SilvioRaffo, il poeta, il maestro, il professore d’italiano che mi ha fatto amare la scuola quando quasi non ci speravo più. Questo giovedì leggerò brani dalla nuova edizione de La voce della pietra alla Biblioteca Civica di Varese. Rileggerò con grande piacere la sua scrittura preziosa come faccio dal 1981, quando mi regalò la Guida alla lettura della poesia italiana contemporanea.

Silvio Raffo ritratto davanti alla Christine de Pizan di Pina Traini (foto dell'autore).

"Quanto abbiamo vagato in questa selva –
quante penombre
abbiamo attraversato,
quanti fantasmi incontrato".

Silvio Raffo, da Maternale 


Al nostro fianco ci sarà la professoressa Vittoria Gnocchi (latino e greco). Con Silvio e la professoressa Rita Zumin (storia e filosofia) la trinità laica di tre meravigliosi anni di liceo. Mancano le parole, come al giovane Jakob, protagonista del libro. Il computer sottolinea in rosso quanto fatico a scrivere. E’ entrato misteriosamente in modalità inglese… Certo un rimprovero di Emily Dickinson, alter ego di Silvo, che ne ha curato la splendida traduzione dei Meridiani:

Tutte le poesie - Emily Dickinson - copertina

Quando morii – udii una mosca ronzare –
il silenzio nella stanza
era come il silenzio nell’aria –
fra folate di tempesta –


La Voce della Pietra, ricerca sovrumana del silenzio, cifra assoluta, abissale di ogni discorso. La comunione totale di un dialogo è silenzio. Nel romanzo il legame è viscerale, madre morta e figlio, dalla lapide tombale al muro della camera. La pietra dalla sapienza ancestrale e muta con cui cerchiamo di entrare in contatto dalla Cueva de Las Manos a Villa Rocciosa, dove tutto è ambientato nel 1961 dei grandi thriller in bianco e nero amati dell’autore.


"JAKOB: In certi punti il muro è quasi ansioso di crollare, come mi pare di percepire da un sommesso rantolo delle crepe: un sibilo lieve che ho addestrato il mio orecchio a cogliere attraverso lunghi esercizi di auscultazione. Il palpito della pietra ha un suo modo particolare di annunciarsi... Quando appoggio l'orecchio all'instabile superficie della terra, sento i fremiti di radici millenarie che s'intrecciano contorte in tenebrosi viluppi"

"VERENA: "La prima immagine a cui torna la mia memoria nel mosaico che mi accingo qui a ricomporre è una striscia di luce frastagliata, un disegno bizzarro formato dall'intrico di rami di poderosi abeti riflessi sulla ghiaia di un sentiero a un'ora serale dello scorso settembre"

Silvio Raffo, La voce della pieta


La matrice dell’opera è il Gothic anglosassone, ma io non posso fare a meno di fare il mio ingresso nelle pagine del romanzo con l’accompagnamento musicale per organo di Jehan Alain nel suo Jardin suspendu.


"VERENA: La sagoma della casa che quelle incredibili mura avvolgevano come in una morsa faceva pensare a un incrocio fra un sontuoso cascinale e un fortilizio. Grigia e duramente intagliata, tutta in pietra a vista... Non era possibile individuare una porta principale... Mi fermai incerta fra l'aia e il giardino ombreggiato da un'enorme magnolia. Mentre mi domandavo se fosse il caso di chiamare ad alta voce (ma chi? che cosa?) vidi alcuni veli colorati agitarsi come insegne luccicanti sotto i merli della torre"

"JAKOB: Non posso contare le notti che ho trascorso a osservare il cielo e il giardino da quando ha avuto inizio l'Era del Silenzio"

Silvio Raffo, La voce della pietra


Pausa. Lascio la voce a tre grandi esperti della scrittura per commentare la profonda, straniante bellezza dell’opera.
Muriel Spark: "Un gotico d’avanguardia di intensa potenza visionaria che avrebbe voluto scrivere Edgar Allan Poe".
Maria Corti: "Uno dei pochi romanzi destinati a restare nella storia della letteratura italiana di fine millennio".
Elio Gioanola: "Silvio Raffo è poeta destinato alla perfezione: la perfezione che non esiste".

File:Fernand Khnopff - The Veil.jpg
Fernand Khnopff, Il velo (1887)

"Dunque sarà tutta una vita agli argini,
alle soglie del giorno che si annuncia..."

Silvio Raffo, da Invano un segno


Verena, deuteragonista, ortofonista e nittalopa, ingaggia una lotta dolce e feroce con Jakob per strapparlo al dialogo muto coi morti. Nel nome di una “conversazione” che, in questo caso, è termine da usare anche in tutte le sue radici più sinistre. Il cognome della donna è D’Angelo. A noi si presenta come vergine serafica, al ragazzo in veste di messaggero diabolico. Quando penso a lei ho negli occhi il volto di Lili Boulanger, il desiderio struggente di Verena, strappare una vita al silenzio, diventa il Notturno di una compositrice morta a ventiquattro anni.


"VERENA: Non capisci che è stata la tua mamma a mandarmi qui?... Io sono un'umile ancella della tua Colomba"

"JAKOB: E' stato un errore guardarla come l'ho guardata prima di lasciare la sala: l'odio è pur sempre un sentimento, e lei lo ha colto nei miei occhi chiaramente. Non devo commettere altri errori. Soprattutto non devo dubitare d'essere io, comunque vadano le cose, quello che dirige le regole del gioco. Ho due poteri che lei ignora. Io ascolto la pietra, ricevendone i messaggi. E quello che scrivo, se non mi fermo a metà della pagina e non pronuncio parole umane, può facilmente avverarsi"

Silvio Raffo, La voce della pietra


Nel controcanto fra stili tipografici di queste pagine due certezze cercano di sgretolarsi, crepe nel muro di anime che vagano in un contesto allucinato e sospeso (la Storia è assente, come il padre, scultore, di cui restano le opere come fossili minacciosi). Gli altri personaggi (la zia materna di Jakob, la Guardiana, e il maggiordomo Alessio) sono apparizioni coerenti nel loro restare ai margini, coscienti di essere didascalie umane di un dramma lirico. Le note, l’aspirazione a dirigere l’orchestra, Verena. Pause, pause lunghissime, tendenzialmente eterne, Jakob. La madre morta, pianista, Malvina – stesso nome, mai casuale in quest’opera di corrispondenze, di una fanciulla curata un tempo da Verena e poi suicida - la vera direttrice dell’opera. Questione di nomi assegnati da voci, di uno schema perfetto nel suo gelo pulsante. Non fosse per l’entropia intrinseca a ogni equilibrio apparente. Nell’arte della scrittura è aprosdoketon, sovversione dell’inatteso. Tutta l’opera di Silvio Raffo è attesa dell’inatteso, di quel segno invisibile che rende concreto il segno della scrittura e allude alla  concretezza che siamo qui perché siamo altrove. Voliamo alti, come Nigro, il falcone di Jakob. La preda di cui restiamo prede è l’Assoluto.
E il pensiero va a Le acque profonde di Magritte, copertina della prima edizione (1996).

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"Della vita si apprezza sovente
più tardi del dovuto
l’intima leggerezza, il senso muto
di quel vuoto apparente"

Silvio Raffo, Quel vuoto apparente


Il film tratto dal libro ha incontrato la piena approvazione del romanziere e del sottoscritto. Prodotto dall’ultimo erede di una dinastia del cinema come gli Zanuck e diretto da un formatore di stuntman abituato a volare come Eric Dennis Howell, offre un esempio di rara eleganza e raffinatezza (è proprio il caso di dirlo) inconsueti nella produzione contemporanea. Emilia Clarke, non avevamo dubbi, veste perfettamente i panni di Verena, così come la promessa Edward Dring quelli di Jakob. Senza contare che il cast si avvale di due glorie del nostro cinema come Remo Girone e Lisa Gastoni, perfettamente a loro agio in questa atmosfera di perseverante stupore.


Ho lasciato in sospensione il romanzo, come si deve per un thriller soprannaturale. La suspense è una condizione degli spiriti che sentono troppo e rasenta la follia come la verità, due condizioni reali in attesa di definizione. Indefinibili come la poesia.
Quindi è giusto tacere. Lasciando le ultime parole al poeta.

File:Silvio Raffo.jpg

"Non sanno che ho trovato

il Luogo
dove il Tempo è già passato:
qui, dove gli orologi dell’Eterno
battono
mezzogiorno
estate e inverno"


Silvio Raffo, Poesie da Altrove