Un gioiello poco conosciuto
Commento musicale Mesomede di Creta, Inno al sole
Roma non è solo il Colosseo: è uno scrigno di “preziosità da vivere” - definizione creata dalla mia compagna di viaggio Debora Ferrari - come l'angolo dell’Urbe dov'è possibile connettere da un altro punto di vista passato e presente (è il mio mestiere) in una prospettiva di ampio respiro, fra città e campagna.
Il Parco dell’Acquedotto fatto costruire dallo sfortunato Alessandro Severo (208-235) è un’oasi di pace preziosa, dove l’eco remota dell’anarchia militare di quell’impero non sfiora neppure da lontano la serenità delle famiglie in cerca di svago e dei devoti allo jogging - anche se il cielo si sta annuvolando.
Cattivo tempo. Quello che ho cercato di esorcizzare nel mio testo dedicato a Plotino (vissuto non a caso nel III secolo), parte del mio lavoro Teatri di guerra, di cui riporto il frammento in cui immagino il vecchio filosofo malato a colloquio con un veterano dell’esercito.
Plotino
L’intestino è come un generale destinato a ripulire l’impero del corpo. Se guarda verso l’alto, libera anche il pensiero verso un re immateriale che soltanto lui è creatore. Ma, se guarda verso il basso e resta intriso di materia…
Straniero
Diventa un generale ribelle. Ne abbiamo visti tanti farsi imperatori senza pensarci troppo. E io da loro bravo intestino ho fatto carriera: prima stomaco, poi dentatura, canini. Ho ucciso in modo razionale, come prescritto: colpire di taglio al ventre. Anime romane, materia barbara, così. Sono stato complice anche di tutti gli orrori concessi a chi vince. Chi li permette considera razionali anche questi. Tu diresti da un punto di vista unitario. Loro, per salvaguardare l’unità dell’impero.
Plotino
Come sulle scene del teatro, così dobbiamo contemplare anche nella vita le stragi, le morti, la conquista e il saccheggio delle città come fossero tutti cambiamenti di scena e di costume, lamenti e gemiti teatrali.
Straniero
Tu sei fuggito da questo teatro. E il tuo deus ex machina lascia che la macchina stritoli quelli che tu chiami fantasmi. Fuga dopo fuga sei riuscito a farli svanire perché hai potuto insegnare in pace nella città di Roma. È stato grazie a visceri fedeli come me allo spurgo della cosa pubblica se nessun barbaro l’ha ancora sventrata. Poi anche il mio intestino si è ribellato.
È così: alla Roma del Colosseo e degli archi di trionfo preferisco quella di acquedotti, Fori e giardini. Alle vittorie dei noti, il lavoro degli ignoti, schiavi o salariati che fossero.
Alessandro Severo venerava Orfeo, Cristo, Abramo e Alessandro Magno (lo riteneva suo antenato).
E invece finì ammazzato dai soldati per ordine di Massimino il Trace, anche lui qualche anno dopo assassinato.
Schegge acuminate di Storia rievocate nel mio romanzo d’arte Il Dittico di Aosta, dal punto di vista particolare di un console cristiano del V secolo:
Un pessimismo totale. Tutto scritto poi in quegli scomodissimi rotoli di papiro: ci voleva una vita a srotolarli. Noi cristiani preferivamo decisamente il ‘codice’, il libro moderno, decisamente più pratico. Poi i pagani si arrabbiavano perché non facevano proseliti! Sfido, forma e contenuto facevano a pugni con qualsiasi speranza.
Senti: ‘Nudo sono salito dalla terra,
E scenderò dentro la terra nudo’.
Oddìo, fin qui potrebbe anche andare. Ma poi: “Perché soffrire se poi nudo è il fine?”.
Eh no, non ci siamo più.
Questi altri due versi poi sono da censura politica:
“Non dire, vecchio, che sei di molti anni:
Degli anni passati oggi non fai parte”.
Sembra che ti parli dell’impero. Vallo a dire agli augusti!
E pensare che li scriveva Pallada, uno dei poeti più in voga quando ero vivo.
Ma non poteva fare come quell’attore di successo, che sulla sua tomba a Pest, in Ungheria, fece mettere: “Qui è sepolto Leburna, maestro di mimo, che visse più di 100 anni. Quante volte sono morto! Ma così, mai. A voi che state lassù auguro tutta salute”?
Invece ti butta giù un distico così:
“Allevati e nutriti per la morte
Noi siamo come branchi di maiali da scannare a sorte”.
E infatti era un greco:
“Forse che morti non viviamo solo
In apparenza noi greci caduti?”.
E ti pareva?
E pensare che la sua parte d’impero era quella meno conciata.
Allora figurati da noi quanto si sentivano al lumicino certi pagani.
Come Macrobio: “Solo quella è lodevole fra le morti volontarie che si ottiene con la ragione filosofica e non col ferro, con la prudenza e non col veleno”.
E naturalmente ti cita Virgilio in modo diverso da noi: “Porterò a compimento il numero e sarò restituito alle tenebre”.
Ma anche la gente comune non scherzava su quelle lapidi senza croce.
Chi oggettivo: “Questo è. Così è. Non può essere altrimenti”.
Chi rassegnato: “Io sono certo che non c’è domani”.
Chi addirittura sollevato: “Sono fuggito, sono evaso, addio! Speranza, Fortuna, non ho più nulla a che fare con voi: prendete in giro qualcun altro. Firmato: Valeriano”.
Passato, che deve restare tale.
Il presente cerca invece ispirazione laica e poesia nel gioco di ombre del sole: il futuro non deve perdere la sua luce.
Sul mio cammino una palma…
La palma esausta e felice
Stanca di trionfi e di trofei,
La palma resta accanto al cestino
E dà le spalle o saluta
I resti dell'Acquedotto di Alessandro Severo,
Le tartarughe e i gabbiani
Di un giardino con laghetto
Nel Quartiere Alessandrino.
Tutta la pace della Repubblica
Senza le guerre dell'impero.
La Storia passa sotto
Come il nuovo acquedotto:
Meglio berla dal rubinetto
Con moderazione.
Porfirio, L'antro delle ninfe: dal III sec. a Botticelli
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Foto del Parco dell'Acquedotto di Debora Ferrari e Luca Traini


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