lunedì 25 febbraio 2019

ICONOLOGIA DEL SELFIE



“Non amerai la foto del quadro più del quadro originale.”.
“Non amerai il film più del romanzo da cui è tratto.”.
“Non prenderai il videogioco per arte perché ha dentro la parola ‘gioco’.”.
“Non ti farai troppi selfie altrimenti finirai come Narciso.”.

C’è una bella parte di realtà in tutto questo: bella, forse vera, ma parziale. E si potrebbe andare avanti fino a scolpire un nuovo decalogo laico, ma pur sempre dogmatico. Elenco di comprensibili passioni così come cardini dei sensi di colpa ancora vivi nei confronti dei media sviluppati dalla Seconda Rivoluzione Industriale in poi. In buona parte ossessioni romantiche o, peggio, tardormantiche tradotte in una nuova specie di iconoclastia e di neoplatonismo di rientro di stampo tutto occidentale.



E’ sotto gli occhi di tutti come il modello di sviluppo economico dell’ultimo secolo e mezzo sia giunto alle strette e minacci la stessa sopravvivenza della vita umana. Bisognerà porvi rimedio al più presto - anche con non pochi passi indietro (se vogliamo dargli un pizzico di epos, chiamiamoli ” ritirate strategiche”) – ma con lo sguardo sempre rivolto avanti e l’ottimismo della fantasia e della ragione. E’ una cosa che dico anche a me stesso, il pessimismo non serve a niente, se non a salvaguardare posizioni di comodo (per chi le ha).
Torniamo tuttavia alle origini de problema: il lasciare una traccia del proprio passaggio da parte dell’essere umano. Una traccia cosciente, per quanto ne sappiamo, dall’Homo Sapiens o, secondo recentissimi studi, dagli ultimi Neanderthal in poi. Nel nostro caso parliamo della rappresentazione per immagini di sé e dell’ambiente vissuto, di quella fame di immagini di cui non siamo sazi, mai.


Il primo pensiero simbolico è dei Neanderthal
Decorazioni rupestri nella grotta di Pasiega (Credit: P. Saura) in Le Scienze (febbraio 2018)

Il desiderio di rispecchiarsi per affermare la nostra presenza agli altri così come a quanto ci pare in qualche modo diverso da noi aumenta esponenzialmente grazie a strumenti sempre nuovi e complessi dalla Rivoluzione Neolitica in poi, quando prende forma un profondo mutamento sociale che spiega il successo di massa della fotografia in pellicola nella seconda metà del Novecento e  il trionfo di quella digitale in questo inizio di secondo millennio. Parliamo dell’affermarsi di rigide gerarchie socio-politiche letteralmente affette da una bulimia da autorappresentazione che, salvo poche eccezioni, escludono da questo privilegio chi non ne fa parte, cioè l’enorme maggioranza della popolazione, relegandola al massimo a rappresentazione stereotipata ai margini. Dalle tombe egizie agli specchi metallici di matrone e patroni romani, dalle vetrate gotiche al Salone degli Specchi di Versailles il lusso di rispecchiarsi de visu o in toto autocontrollando il proprio status sociale è appannaggio di élites aristocratiche o comunque oligarchiche.


Privacy, solitudine e riproduzione nell'arte


Oggi possiamo entrare dalla porta d’ingresso nelle regge più fastose, penetrare nelle stanze più segrete di questo antico potere e non è un caso: è una dura, formidabile conquista delle lotte per la democrazia degli ultimi due secoli. E se democrazia vuol dire diritto di rappresentanza universale, significa anche diritto di rappresentazione, rispecchiamento e autorappresentazione per tutti. Il desiderio famelico di produzione di immagini di sé che caratterizza la nostra epoca è quindi una vera e propria riappropriazione di un diritto naturale e culturale, la reazione a una privazione antica di millenni (o a una riproduzione indesiderata e di parte: pensiamo solo all’immagine del contadino visto dal nobile, bestiale o arcadica).
Senza dimenticare il mito ancestrale di Pigmalione. Le vorremmo vive queste immagini, sempre più efficaci a livello di feedback. Le desideriamo il più verosimili possibile, quasi a farle uscire dallo schermo che ci separa o entrarci per vivere una vita parallela più bella (finché durerà questa divisione fra reale e virtuale, che, ad esempio, non sembra sussistere a livello subatomico).
Per chi, come me, è cresciuto nutrendosi di rappresentazioni a base di tecnologie avanzate (la televisione o anche il semplice libro illustrato, sempre più ricco di foto a colori) il discorso sull’originale non è stato più essenziale. A questo proposito rimando al mio lavoro Crossmedialità antica: Lisippo dove ho esemplificato come libri, video e siti per una o più immagini d’arte (per quella greca quasi sempre copie) suppliscano in modo preciso, adeguato e appassionato all’originale (quando c’è, appunto).


Danzatrice dalla Villa Adriana di Tivoli, forse copia della Prassilla di Lisippo (foto di MM), in abbinamento con
 Let's Play: Ancient Greek Punishment: attenzione alla hybris, specie se gioco in Flash 8-bit nato già vintage come ogni mito.

Poi uno va a Delfi, resta incantato di fronte all’Auriga e naturalmente fa penitenza. E’ bene tuttavia scrollarsi al più presto la cenere dal capo e riflettere sulla meravigliosa solitudine delle opere d’arte nei nostri musei. Sia ben chiaro: è un ecosistema estetico che mi piace e considero importante conquista della critica e della curatela contemporanea. Ad ogni opera il suo respiro come il giusto spazio vitale per ogni cittadino di una comunità democratica: la migliore soluzione possibile, progetto e sfida valida anche per il futuro. Purché si tenga ben presente che l’originale in origine ben di rado godeva di questa privacy, essendo quasi sempre compattato con altre opere o strettamente vincolato in architetture all’insegna di un implacabile horror vacui. Quando guardo le gallerie settecentesche del mio amato Pannini la mia personale Sindrome di Stendhal dura quanto il piacere di una bella camicia stretta che finisce per soffocarti, specchio magnificente, magniloquente, ma di una società chiusa: aria! E poi c’è il freddo che uno può ben immaginare dentro quegli spazi enormi d’inverno.


File:Giovanni Paolo Pannini - Picture Gallery with Views of Modern Rome - Google Art Project.jpg

Controcanto: oggi anche questo formidabile album di figurine di capolavori è a disposizione di tutti. Basta andare sulla pagina delle Immagini di Google. Non dobbiamo indossare una parrucca incipriata per goderci al caldo una muraglia continua di rappresentazioni di ciò che amiamo, più lunga di qualsiasi incipit di Guerre Stellari, su computer, iPad, iPhone. Neppure è necessario cliccare una pagina, un sito: la meraviglia, specie per i suoi esperti, vale anche solo una schermata, la discesa con un dito o un semplice tasto verso gli inferi, come gli eroi del mito, fino alla scritta See All. E oltre.



Già, gli esperti, gli specialisti dell’arte, un tempo quasi sempre asserviti – anche quando potevano firmare le proprie opere – alla riproduzione per immagini di ordini sociali chiusi, le gerarchie terrene e celesti di cui sopra. Postare immagini e selfie a livello di massa sembra un’inconscia rivolta anche contro questo, il culto, di cui anch’io sono devoto, della professionalità. Una rivolta comprensibile – perché abbiamo e dobbiamo usare la vasta gamma di mezzi a disposizione per comprenderla – ma che spesso non si rende conto di quanto sia teleguidata dagli artefici mediocri della banalizzazione globale, l’alter ego mostruoso dell’uguaglianza. Per un futuro compatibile con la bellezza del mondo occorre limitare il raggio d’azione, che comunque agirà sempre, di questi servi di lusso che bramano lo sgretolamento dell’originalità, invece così diffusa e forte a livello qualitativo e quantitativo (parola di ex professore). Senza originalità non c’è innovazione, non si rende presente, vivo e utile per il futuro anche quanto sembra inattuale. Si tratta di un lavoro grande, entusiasmante oggi valido più che mai.



Selfie nello specchio per la Gloria di Sant'Ignazio di Andrea Pozzo (foto di Luca Traini)

Sulla base delle eredità complesse e del presente articolato che abbiamo descritto noi specialisti privi di paraocchi abbiamo il dovere di insegnare – nel senso letterale della parola “indirizzare verso un segno”, pregnante come una vita vissuta davvero e fino in fondo – l’uso cosciente delle nuove tecnologie connesso a un’analisi e a un giudizio critico di quanto di meglio per noi, ora, cittadini del mondo, abbiamo ricevuto dalla diversità ricca di studio e di passione del passato, prossimo o remoto che sia. Non stiamo facendo salti nel vuoto, semplicemente perché il vuoto non esiste. Contestualizzare e coimmaginare possono essere la sinergia di nuovi selfie di un mondo migliore.


domenica 24 febbraio 2019

PIOVE: È TEMPO DI MAX FRISCH

L'uomo nell'Olocene

Commento musicale Ernest Bloch, Voce nel deserto 

Quando piove per giorni, appena ho tempo, torno a chiudermi nelle pagine di Max Frisch. Uomo nell’Olocene anch’io come il protagonista, l’anziano signor Geiser, in quella valle sperduta del Canton Ticino dov’è in corso una specie di alluvione che sembra non avere fine.


Forse è il diluvio sognato da Dürer, forse lo stillicidio delle gocce rimanda a un liquido amniotico cui fare ritorno, di certo c’è una montagna che incombe e - anche se nessuno ci crede o vorrebbe crederci – potrebbe franare e seppellire il paese “per l’eternità”. E’ il momento delle definizioni forti quando tutto sembra svanire, quando la modernità perde strade, corriere e trasmissioni televisive. Il tuono acquista nella mente di Geiser ben 16 definizioni diverse e, quando la memoria sembra impaludarsi, l’uomo riempie la casa di foglietti per riunire la sua storia personale alla Storia in tutte le sue declinazioni.


Torna col ricordo al suo viaggio in Islanda, sostituendo la “i” del cognome con la “y”, a quel “Mondo prima della creazione dell’uomo. In certi punti non è dato indovinare quale era geologica sia in atto”. Alla previsione, purtroppo attualissima, che “Se il ghiaccio dell’Antartide si fonderà, New York sarà sott’acqua”.
Nel romanzo breve il maltempo ha fine e, dopo essere uscito di casa, passato per luoghi quotidiani quasi al buio per una giornata e infine crollato, il protagonista riacquista la coscienza e ritrova la figlia che lo ha finalmente raggiunto.


Frisch è uno dei giganti della letteratura di poche parole, essenziali, precise e, per questo, quanto mai evocative. Grande poesia ammantata da apparente, umile prosa.


sabato 23 febbraio 2019

GOTICO PER LA REGINA DI CUORI, NEOCLASSICO PER IL RE DI QUADRI

Il genio architettonico di Karl Friedrich Schinkel
fra Romanticismo e politica

Sia fiaba, o realtà storica, che l’amore
è stato il primo a tentare le arti figurative,
è certo che non si è mai stancato di guidare la mano

G. E. Lessing, Laocoonte

Commento musicale Ludwig van Beethoven, Le creature di Prometeo, Ouverture


Innovazione e tradizione continuamente reinterpretati con lucido pathos visionario da un architetto-pittore prussiano che ho imparato ad amare quando scrivevo le Connessioni Remote per NEOLUDICA, la mostra curata da Debora Ferrari e dal sottoscritto per la Biennale di Venezia: https://lucatraini.blogspot.com/p/una-nuova-filosofia.html Meraviglia 5 (ITA) e https://lucatraini.blogspot.com/2012/10/view-conference-torino-2012.html Wonder 5 (ENG).
In principio c’era quella storia tutta politica del progetto di mausoleo per la regina Luisa che l’artista, pervaso dall’impeto romantico, avrebbe voluto nelle forme di un neogotico ritenuto sensuale come la sovrana. “Femminilità”, “sentimento”, “spontaneità”, “passione” già sintetizzate nel ritratto della pittrice Élisabeth-Louise Vigée Le Brun, ma che non escludevano affatto il talento politico: “Il re ha perso il suo miglior ministro” avrebbe detto Napoleone quando la donna morì nel 1810 ad appena 34 anni.
1810, ancora in piena temperie neoclassica: il vedovo Federico Guglielmo III decide per un monumento manifesto politico tutto candore e rigore squadrato stile Grecia rivista e corretta in forma teutonica (1815) che, sulle orme delle rovine sbiancate dei templi antichi, avrà - ahimè - successo dalla filologia dell’Ottocento fino al film Olimpia di Leni Riefenstahl (1938): “A e Ω”.
Schinkel chiaramente non ha nessuna colpa per le strumentalizzazioni imperialiste (nel mausoleo finiranno anche il vedovo e il figlio Guglielmo, primo imperatore di Germania, con la consorte Augusta) e naziste. È un giovane artista di talento che, nel periodo aureo del rinnovamento culturale tedesco, ha fatto il suo bravo Grand Tour in Italia attento non solo alle canoniche rovine dell’antichità ma anche a quelle medievali, ispirandosi nel suo ritorno in patria alla contemplazione visionaria di natura e storia della pittura di Caspar David Friedrich.
Nella temperie delle grandi riforme seguite alla sconfitta subita dalle armate napoleoniche, la sua grande operazione di reinterpretazione all’insegna dell’originalità ha inizio proprio con l’arte figurativa:  paesaggi che si rifanno al “sublime” kantiano, scenografie monumentali come quella per il Flauto magico di Mozart, ripresa da Miloš Forman (e Neville Marriner) in Amadeus, o innovativi diorami quale il Panorama di Palermo a 360°.
L’architetto deve attendere proprio il 1810 quando stato e sovrano così cari a Hegel si riprendono dalla catastrofe militare e lo designano supervisore alla costruzione di edifici reali, civili e religiosi che rivoluzioneranno una Berlino che ancora ammantava il suo cuore soldatesco nelle forme aeree, troppo francesi, del Rococò.
Un lavoro incessante che lo porterà nel 1830 alla carica di “architetto capo” e a una duratura fama internazionale. Ma ciò che a me interessava nel 2008, quando scrissi le prime Connessioni (https://lucatraini.blogspot.com/2012/03/loading.html), era soprattutto l’interesse ecclettico dell’artista per nuovi materiali e nuove forme, frutto anche dei suoi viaggi in Francia e Inghilterra. Come l’uso non celato del metallo nel Baldacchino del Memoriale dedicato al re di Svezia Gustavo Adolfo a Lützen (che nella mia abituale Artecomposizione ho inserito in alto a destra, riprodotto dal pittore svedese Johan Christoffer Boklund): ne parlava meravigliata già la Gazzetta piemontese nel 1837. O come quel formidabile prototipo di moderna architettura funzionale rappresentato dall’Accademia di Architettura di Berlino (in basso a sinistra, sotto ritratto e quadro romantico del nostro Karl Friedrich), completata nel 1832, tanto ispirata dalla pratica costruttiva di fabbriche e docks inglesi quanto dai progetti disegnati e mai realizzati di architetti visionari francesi del ‘700 come Ledoux. Semidistrutta nell’ultimo conflitto mondiale e rasa al suolo dalla DDR per costruirvi la sede brutalista (anche se per niente brutta) del ministero degli esteri, nei prossimi anni, buttata giù piuttosto frettolosamente anche quest’ultima, dovrebbe rinascere più o meno ispirata all’originale. La fenomenologia dello spirito di Schinkel vedremo in quali forme tornerà.
A compimento e commento di questa meravigliosa poliedricità non possono che essere citate le parole che il suo amico Wilhelm von Humboldt – diplomatico, filosofo e linguista – mette a cesello dell’Idea di un’indagine sui limiti dell'azione dello stato: “Il grande principio, cui direttamente convergono tutti gli argomenti sviluppati in queste pagine, è l'assoluta e essenziale importanza dello sviluppo umano nella sua più ricca diversità”.


mercoledì 20 febbraio 2019

NEOLUDICA GAME ART GALLERY Call per il primo catalogo ragionato dei game artist e degli artisti digitalisti italiani






Si 
Siamo videoludici, anzi, NEOLUDICI perché l’arte è in gioco.
Perché oggi il mondo è un videogioco, una scommessa sul futuro a 360°, dove il nuovo medium videoludico, nato cosciente della sua finzione, può finalmente uscire dallo specchio come Alice e dire la sua nei confronti di una società umana quanto mai stratificata e complessa. Le due realtà – che sommate fanno una sola realtà aumentata – si somigliano e non possono fare a meno l’una dell’altra.
NEOLUDICA si presenta come il primo grande tentativo di dare una definizione, meglio, un orizzonte unitario e identitario a questa nuova fondamentale sfida tecnologica dell’arte.
Artisti, creatori, sviluppatori e giocatori sono chiamati a un nuovo salto di qualità, a un confronto che vuole essere tanto estetico quanto etico e quindi propositivo di nuovi sogni ad occhi aperti.




LA STORIA DI NEOLUDICA IN BREVE

NASCITA DI UN'IDEA Il castello di Quart e la Leggenda di Alessandro Magno (2008)
THE ART OF GAMES Videogames e beni culturali, Aosta: una prima mondiale (2009)
NEOLUDICA Arte e videogames alla Biennale di Venezia (2011)
ASSASSIN'S CREED ART (R)EVOLUTION Museo Leonardo da Vinci, Milano (2012)
GIOCARE CON LE FORME Assassin's Creed e le avanguardie del '900, LuccaComics & Games  (2014)
L'ARTE E' IN GIOCO Nuove relazioni tra arte e videogame, Venezia (2015)
NEOLUDICA INSIDE VIDEO GAME Venezia (2016)
NEOLUDICA e UBISOFT Assassin's Creed Origins Social Exhibition e Mostra a Lucca (2017)