giovedì 1 gennaio 2026

LA RISCOPERTA DI UN GENIO

 Il mistero dell’arte di Vandi

Commento musicale Johannes Ockeghem, Missa Au Travail Suis


Sfuggire a un’epoca di disillusione e chiudersi per 30 anni in una piccola villa nella minuscola frazione di Vararo in cima a Cittiglio (VA). E solo dopo la morte (2023), grazie al figlio e a un imprenditore innamorato dell’arte, che acquista casa affrescata e opere accumulate in ogni dove rapito da una vera estasi - quanti ne vorremmo di dirigenti di azienda così nel nostro Paese! – viene offerta al sottoscritto e alla critica d’arte Debora Ferrari l’opportunità di conoscere, archiviare e promuovere più di 2.000 lavori mai rivelati (tranne l’affresco all’esterno della chiesa di San Bernardo, ma pochissimi sanno che è suo). Vittorio Aldrovandi, ingegnere(?) all’Aermacchi e pittore autodidatta, sodale della migliore avanguardia e amico di numerosi artisti varesini, era volontariamente scomparso da ogni orizzonte espositivo già dalla prima metà degli anni ‘80. Ancora siamo alla ricerca della causa scatenante che lo portò ad abbandonare mostre, famiglia e lavoro per chiudersi in una solitudine totale e spartana, dove la luce per le notti era paragonabile a quella delle lampade per i minatori. Ogni pittura reca traccia del suo tormento interiore, di un’umanità che cerca disperatamente la sua traccia divina in un mondo di macchine e macchinari che conosce bene, cosciente di quanto siano tutt’altro che astrazioni i disegni di un tecnigrafo. Ecco allora che i fantasmi della storia dell’arte, studiata a fondo e fatta propria fino al parossismo, emergono come ossessione e difesa di un pittore che dipinge a protezione della propria umanità allo sfinimento. La realtà cede all’incubo, poi al sogno, infine a tutta una serie di formidabili metamorfosi dove perdersi nell’attesa di un miracolo che forse non verrà. L’attesa, questo conta, il fare - come fosse un nuovo Ligabue o, meglio, un nuovo Goya - il fare poesia in tutte le sue forme, i suoi volti che affiorano dalla memoria: unica, povera, grande ricchezza di ciò che amiamo chiamare “arte”.

Altri volti, corpi, figure, in solitudine o manifestazioni collettive e convulse del teatro immaginifico di Vandi con le rispettiva etichette di archiviazione

Ma qui lascio la parola a Debora Ferrari, autrice del primo articolo rivelatore sulla prestigiosa rivista Terra e gente, di fresca pubblicazione questo dicembre: “Lontano da circuiti ufficiali, Vandi costruisce una vera e propria cattedrale privata dell’immaginazione. La casa stessa, dipinta in ogni angolo, diventa parte integrante della sua opera, mentre migliaia di lavori vengono conservati, nascosti, come un archivio personale dell’anima. Dopo la sua morte, questa produzione si rivela in tutta la sua forza: un mondo stratificato, fatto di pitture murali, tele, carte, frammenti visivi e poetici che documentano un viaggio interiore di rara coerenza e intensità. Il suo linguaggio pittorico si distingue per l’ibridazione di epoche e codici visivi, dove convivono richiami a Goya, Rembrandt, ai fiamminghi, ai Simbolisti e ai maestri dell’Espressionismo tedesco, così come all’espressionismo contemporaneo alla Bacon (ma anche Füssli e Dalí, Redon e Rouault). Ma è nella libertà del gesto e nella profondità tematica che Vandi mostra la sua identità più autentica: quella di un artista estraneo alle mode, che ha vissuto la pittura come necessità spirituale, come rito personale di comprensione del mondo. La rilettura della sua opera, oggi, offre una straordinaria opportunità di riflessione sul rapporto tra arte, interiorità e neurodivergenza, e può attivare un dialogo trasversale che unisce ambiti culturali e scientifici, in linea con le più attuali ricerche sulle intersezioni tra creatività e mente. L’avvio di un percorso di studio, catalogazione e divulgazione pubblica – mostre, conferenze, laboratori – non è solo un atto di giustizia verso un autore sconosciuto ma prezioso, bensì un progetto culturale di grande portata, capace di interrogare e ispirare il presente. La folle genialità di Vandi si manifesta in un universo dove la pittura invade ogni spazio, dalle tele agli oggetti della casa, trasformando la solitudine dei boschi di Vararo in un nido visionario e totale, abitato dall’arte tanto quanto dall’artista stesso”.

La sua Vararo

Luca Traini

venerdì 28 novembre 2025

“L’UOMO E LA NATURA: CRISI, METAMORFOSI E RINASCITA"

 IL MIO INTERVENTO AL SEMINARIO “L’UOMO E LA NATURA: CRISI, METAMORFOSI E RINASCITA”

Un sentito grazie all’Università degli Studi di Cagliari, alla docente Alice Guerrieri e all’amica scrittrice Renata Asquer, di cui consiglio vivamente la lettura del romanzo Il visconte che amava i gelsi.


Nonostante gli esiti in buona parte sfavorevoli di COP30, anzi, proprio per questo, dobbiamo continuare ad approfondire il discorso sul rapporto fra uomo e natura e su quanto l’essere umano ha intesto storicamente per “natura”, perché è una nostra definizione che intende racchiudere “quanto si sviluppa in modo autonomo indipendentemente da noi”. Il fatto che si voglia “racchiudere” ciò che dovrebbe procedere per conto proprio è già un umanissimo tentativo di controllo rispetto a quanto dovrebbe sfuggire al nostro presunto “dominio” (termine tanto brutto fin dall’origine quanto ancora abusato). Un primo elemento di “crisi” (etimologicamente “scissione”), perché gli esseri umani percepiscono da millenni - da quando si è sviluppata l’agricoltura - una separazione con quanto, sulla superficie terrestre, non risulta sottoposto al lavoro da cui si attendono risultati positivi e diretti alla riproduzione della società e delle sue forme in termini sempre più ampi.

Parlo di “superficie terrestre” perché quanto sta sotto questa fragile scorza di mondo di poche decine di chilometri rispetto a migliaia, dai terremoti alle eruzioni vulcaniche fino al movimento di placche tettoniche e oltre, resta ancora oggi veramente “natura”, per quanto non di carattere biologico, che sfugge totalmente a ogni tentativo di nostro controllo. E questo è il secondo elemento di “crisi”, perché in fondo restiamo “superficiali”, anche se abbiamo giustamente spostato dagli dei alla scienza i nostri tentativi di interpretazione fino a contemplare tutto quanto va oltre il nostro pianeta, la Grande Natura, universo o multiverso che sia, tanto affascinante quanto potenzialmente devastante per gli orizzonti temporali di quanto definiamo “vita”, cioè, noi qui e ora.

Noi qui e ora siamo figli di tutta una serie di rivoluzioni “economiche”, in senso etimologico e tangibile, che hanno a che fare col nostro modo abituale di abitare la Terra e le rispettive leggi che presentiamo come date (“assolute”, “sciolte da ogni vincolo con l’esterno”) e che invece hanno inizio da un punto di vista strutturale - e strumentale - con la coltura agricola e la rispettiva sovrastruttura di nuova cultura che ne consegue da quasi 12.000 anni, da quando a Göbekli Tepe, nell’odierna Turchia, iniziarono a essere edificate steli ad angolo retto a imitazione di quella che era la forma privilegiata delle nuove porzioni di terra destinate ai campi agricoli e alle rispettive - e comode - canalizzazioni delle acque destinate ad irrigarli, forma destinata a un successo che dura fino ad oggi.

Göbekli Tepe in una foto di Teomancimit (2011)

Siamo quindi figli di una “civiltà ad angolo retto“ che si è plasmata in realtà abitative e conseguenti “economie” che hanno dato origine a ogni paese e città di cui vediamo costellata oggi la massima parte della superficie occupata dalla popolazione.

Questa concreta realtà quotidiana fatta di mura, porte, finestre inquadrate da mattoni o pietre squadrate non è affatto naturale, perché quanto intendiamo come “natura” rifugge ogni angolo retto e preferisce ben altre angolature, predilige di norma forme più circolari, elissoidali o irregolari (dal nostro punto di vista geometrico e “morale” ormai abitudinario e ben allenato tanto a memorizzare quanto a dimenticare).

Le architetture nuragiche possono sembrare una splendida eccezione a questo discorso. In realtà sono una delle eccezioni che confermano la regola. Con le loro pietre progressivamente squadrate aprono la strada a quello che sarà il marchio quadrato o rettangolare del dominio romano e delle sue successive metamorfosi e crisi: dalla forma prediletta e più comoda dei campi coltivati alle sue trasfigurazioni in edifici, libri e codici, in cui si cercherà di racchiudere la memoria delle proprietà della terra, dalla sconfitta di Ampsicora nel 215 a.C. ai “Condaghe” in lingua sarda e alla “Carta de logu”, fino ai disastri sociali della “Carta delle chiudende” sabauda del 1820 -pessimo modo di festeggiare, da parte dei fratelli Vittorio Emanuele I e Carlo Felice, allora viceré dell’isola, il primo secolo di dominazione dei Savoia sulla Sardegna - fino all’importante (e quasi dimenticato) grande tentativo di soluzione dello scontro fra pastorizia e agricoltura della Legge De Marzi - Cipolla del 1971 (è sempre bene fare un bel distinguo fra Regno d’Italia e Repubblica Italiana).

Insomma la nostra “artificialità” storica di Homo Sapiens (qualifica che ci siamo attribuita), dal Neolitico in poi ha dato vita, oltre che a strutture abitative artificiali, a tutta una serie di qualifiche che, da originari supervisori di costruzioni e canalizzazioni, hanno plasmato nei secoli re, imperatori e relativi sottoposti di prestigio, fino ad arrivare al visconte Francesco Maria Asquer di Flumini, alla sua coltivazione di gelsi - le cui more ho sempre amato e che i miei nonni contadini marchigiani avevano coltivato durante la Seconda Guerra raccontandomi quanto fosse stata una formidabile parentesi di gioia fra tanti orrori - e alle bellissime pagine pubblicate ad angolo retto di Renata Asquer, che narrano la sua Storia con lo stesso calore di un focolare domestico acceso nel cuore di una struttura abitata delle stesse forme. Lo stesso calore del ricordo profondamente sentito ed espanso al presente in vista del futuro che trasferiamo nei profili in cui amiamo traslare la struttura e la base del volo della nostra memoria: dai libri alle foto e agli schermi di cinema, televisione e iPhone.

I conclusione, parlando di “Crisi, metamorfosi e rinascite”, il rapporto fra uomo e natura che ha dato vita alla nostra civiltà, che è un sogno ad angolo retto, citando il mio ultimo libro, dovrà essere un sogno, una progettazione rivolta al futuro, con occhi ben aperti e rispettosi della diversità in cui inquadriamo i nostri bisogni. Niente più incubi di “dominio”, perché non dominiamo su nulla, tanto più oggi che dobbiamo salvaguardare una “democrazia” dai confini terminologici decisamente ampliati, che deve andare oltre ogni particolarismo, tenere ben in conto sia quanto sia “altro” rispetto ai comodi di qualsiasi parte e aver cura, quale società che abita un habitat più grande, di ciò che sembra sfuggire e invece è elemento fondante della nostra qualità di vita, cioè, la la natura.

Grazie ai nuovi strumenti tecnologici di cui disponiamo - e la radice di “tecnologia” significa “discorso sull’uso degli strumenti di cui facciamo uso” e non pura accettazione sic et simpliciter degli stessi - dobbiamo custodire anche quanto una volta ci faceva paura, perché oggi abbiamo scoperto che dobbiamo aver paura soprattutto di noi stessi.

La base quadrangolare è stata utile ma è piena di contraddizioni - in primis, per la sua natura originaria maschilista e patriarcale (se aggiungete una “e” a “retto” si capisce meglio di cosa parliamo e possiamo comprendere il significato dell'alternativa rivoluzionaria delle architetture al femminile di Zaha Hadid) - ma, una volta ripulita in modo cosciente dai suoi difetti, potrà ancora offrire forma e contenuti a nuove soluzioni di vivibilità condivise con quanto appare “altro” e invece ci riguarda strettamente.

Nell’attesa di altre metamorfosi in cui contestualizzare le domande a cui cerchiamo ogni volta una risposta - qui, soprattutto qui e ora, nella piccola, grande isola che ci siamo creati - rispondiamo come scrive con forza e dolcezza Renata Asquer: “Passando in rassegna ciò che si è fatto e anche il suo contrario. Dicono che solo così si può cogliere il senso delle cose passate e anche di quelle presenti”.

Luca Traini

martedì 25 novembre 2025

UN ARTICOLO DELLA RIVISTA “SCIENCE” CONFERMA “LA NOSTRA CIVILTÀ È UN SOGNO AD ANGOLO RETTO”

 Commento musicale J. S. Bach, Toccata e Fuga "Dorica"

“Culture literally changes how we see the world: where city dwellers see rectangles, people who live in round huts see circles”, questo il titolo di un importante articolo a firma di Nala Rogers pubblicato sul sito online della prestigiosa rivista scientifica americana il 20 giugno e riproposto in italiano sull’ultimo numero di Internazionale. Semplificando, si tratta di uno studio comparativo in cui certe immagini geometriche vengono sottoposte sia ad abitanti di città inglesi e americane che a indigeni Himba della Namibia (Stato la cui lotta di liberazione dal colonialismo europeo prima e sudafricano afrikaner poi ho studiato e seguito con passione). Dove popoli di cultura europea vivono con la “città” come punto di riferimento vedono quadrati o rettangoli anche in figure che potrebbero essere interpretate diversamente - perché il punto di partenza sono le loro abitazioni con mura, porte, finestre ad angolo retto, studiano su libri, vedono quadri o schermi di cinema, televisioni, computer e iPhone della stessa forma (elementi costitutivi della “civiltà”, termine che uso esclusivamente in termine tecnico e non morale, ossia di quanto sviluppatosi in 12.000 anni dall’uso della pietra squadrata e del mattone durante la Rivoluzione Neolitica che ha dato vita a società sedentarie dedite all’agricoltura) - così la cultura Himba, che, come tante altre culture tribali, ha seguito una strada diversa, fatta di abitazioni costituite da capanne protette da recinti circolari, vede soprattutto cerchi, perché questa è la concreta realtà esistenziale a cui fanno riferimento. Come ho scritto ne La nostra civiltà è un sogno ad angolo retto - edita da TraRari TIPI nel 2024, ma sviluppo di quanto avevo già avevo stilato in sintesi in un capitolo di “Art is a Game”, pubblicato da Skira nel 2011 per una mostra che avevo curato alla Biennale di Venezia - la forma prediletta delle “civiltà” agricole diventate industriali e oggi post-industriali non è qualcosa di assoluto, ma un contenitore ancora di formidabile potenza economica (dal greco “oikonomia”, “legge della casa”) e politica (sempre dal greco “polis”, semplificando, “città”) accettato, imposto o, in questo caso, rifiutato da altre culture che continuano a seguire la strada degli occhi con cui per milioni di anni - notevole quantità qualitativa di tempo - abbiamo visto noi stessi e quanto ci circondava. Sarà un caso che è proprio una donna, Uapwanawa Muhenije, Himba di un villaggio nel nord della Namibia, a stupirsi che, fra le diverse Illusioni di Coffer, “non riusciamo a vedere quelle rotonde”? Dopotutto la “civiltà ad angolo retto” nasce da una matrice maschilista che si è consolidata nei millenni e solo nell’ultimo secolo è stata messa fortemente in discussione. Un discorso ancora aperto che mi piace sia stato messo all’attenzione globale da una giornalista attenta come Nala Rogers, che farebbe contenta la mai troppo compianta Zaha Adid, con la sua nuova architettura tutta al femminile. Un discorso che non vorrei limitato solo al suo prezioso articolo Made in USA, dimenticando gli apporti della negletta Italia, dove il mio libro e quanto l’ha preceduto è frutto dei preziosi suggerimenti della responsabile di Musea, Debora Ferrari: da tanti anni ci ispiriamo a vicenda.

Approfondimento in

Luca Traini

sabato 22 novembre 2025

CHIESA DI SANTA MARIA DELLA GIOIA (1975>2025)

Un capolavoro di architettura e una grande mostra Per Arte ricevuta

J. S. Bach, Magnificat (dir. N. Harnoncourt)

Per Arte ricevuta, segno, terra, luce e I Piatti della Gioia

Mostra per il Centenario di Padre Costantino Ruggeri

Dal 22 novembre al 5 dicembre 2025 - Chiesa di Santa Maria della Gioia - Varese

Inaugurazione sabato 22 novembre ore 11, conferenza al Lyceum ore 15.30

Nel centenario della nascita di Padre Costantino Ruggeri, artista e francescano tra le figure più amate del Novecento sacro italiano, la Chiesa di Santa Maria della Gioia di Varese celebra il suo fondatore con una mostra che unisce arte, fede e comunità.

Il progetto, intitolato PER ARTE RICEVUTA, SEGNO TERRA LUCE vede la partecipazione di numerosi artisti contemporanei che, ispirandosi al messaggio di bellezza e condivisione lasciato da Padre Costantino: Samuele Arcangioli, Fausto Bianchi, Maurizio Cavicchiolo, Massimo Fergnani, Anny Ferrario, Vittore Frattini, Anna Genzi, Raffaella Grandi, Ugo Nespolo, Samuele Omati, Dario Paini, Nicola Perucca, Laura Pozzi Rinaldi, Chiara Ricardi, Arlenys Romero, Riccardo Ranza, Stella Ranza, H.H. Stillriver, Sara Tardonato, Pina Traini, Giacomo Vanetti, Giorgio Vicentini.

Ildegarda di Bingen della pittrice novantenne Pina Traini guida la sinfonia delle opere degli artisti presenti in mostra

Gli artisti espongono le opere nella sala della Chiesa e hanno realizzato 200 piatti d’artista, ciascuno pezzo unico e donato come segno di gratitudine e sostegno alla chiesa e alle sue attività. I Piatti della Gioia sono stati presentati ufficialmente domenica 16 novembre 2025 durante la Santa Messa alla Brunella ore 11.15, con una cerimonia simbolica come gesto di comunione tra arte e spiritualità.

La mostra, a cura di Debora Ferrari, sarà inaugurata sabato 22 novembre e resterà aperta fino al 5 dicembre 2025 presso la chiesa di Santa Maria della Gioia, in Via Montello 80. Nel pomeriggio dell’inaugurazione, alle ore 15.30 al Lyceum di Varese, in Via Carrobbio 3, si terrà la conferenza dell’architetto Luigi Leoni, che collaborò con Padre Costantino alla costruzione della chiesa: un incontro prezioso per riscoprire la genesi e il significato spirituale di uno dei luoghi più identitari della città, dove interverrà anche Federico Visconti presidente della Fondazione Comunitaria del Varesotto. In sede ci saranno i rollup con le chiese del frate/artista e i 200 piatti. Per l’occasione sarà presentato il catalogo ufficiale della mostra, edito da TraRari TIPI Edizioni, con testi di Debora Ferrari e a cura anche di Luca Traini, insieme a contributi di Mons. Gabriele Gioia, di Luigi Leoni Fondazione Frate Sole e della Fondazione Comunitaria del Varesotto, che sostiene l’iniziativa insieme alla parrocchia, agli altri enti patrocinatori: Provincia e Comune di Varese, FAI, Ordine degli Architetti di Varese, Provincia Francescana, Studio Ricerca Arte Sacra.

Il pubblico potrà visitare la mostra e sostenere il progetto attraverso l’acquisto dei Piatti della Gioia e del catalogo, il cui ricavato contribuirà al progetto e alle future attività di manutenzione.

Orari: venerdì 14.30-17, sabato e domenica 10-13/15-17. Ingresso libero e visite guidate nella chiesa.

Informazioni: culturalbrokers@gmail.com


La meraviglia della Chiesa di Santa Maria della Gioia in un mio post del 2018

Ruggeri, Leoni, Chiesa di Santa Maria della Gioia (1975-77)

La gioia è un'emozione che, vissuta intimamente, apre alla comprensione profonda e luminosa del mondo. È una metafora, certo, ma anche un'esperienza concreta, tangibile, quando si varca la soglia della chiesa di Santa Maria della Gioia. Questo spazio sacro, nato nel 1975 dal genio di Padre Costantino Ruggeri e dall'architetto Luigi Leoni di Busto Arsizio, porta la firma di entrambi, scolpita su una pietra all'esterno, un segno di eternità.

Dall'esterno appare come una crisalide: semplice, compatta, quasi una cisterna che richiama la peschiera un tempo presente sui terreni del marchese Ponti, poi acquistati dai Frati Minori della Brunella. Ma all'interno si trasforma, rivelandosi una farfalla, leggera e luminosa, un luogo dove l'architettura si fa poesia e spiritualità.

La chiesa si sviluppa su due livelli: al piano superiore si trova lo spazio liturgico, mentre il piano inferiore accoglie le sale dell'oratorio. All'esterno, un blocco di marmo botticino bianco funge da altare per le celebrazioni all'aperto, mentre una fontana richiama il tema dell'acqua, così caro a Ruggeri. Sopra, il tetto è un giardino pensile, affidato alla natura, dove “gli elementi in muratura permettono agli uccelli di fare i loro nidi,” come raccontava Ruggeri. Intorno, cento alberi da bosco e duecento rose canine completano il progetto, in armonia con la semplicità francescana.

Il sagrato coperto è una soglia tra il mondo esterno e il sacro, un luogo che evoca il tempo in cui i catecumeni sostavano qui prima di ricevere il battesimo. La pavimentazione è in ciottoli, mentre l'interno è rivestito in ardesia. I muri rustici, volutamente imperfetti, accolgono senza opprimere.

Il fonte battesimale (foto di Dario Paini)

Al centro del sagrato spicca il fonte battesimale: una roccia nera posata nell'acqua, illuminata da una luce che scende dall'alto, un invito visivo e simbolico a rinascere. Ruggeri innovava persino nei dettagli, come l'acqua corrente nei suoi fonti battesimali, elemento che portava dinamismo e vita.

Una paratia scorrevole in bronzo patinato, teatrale e maestosa, separa il sagrato dall'interno della chiesa. Varcandola, si entra in uno ‘spazio mistico’ dove tutto si accende: è il regno della creazione e della bellezza, indispensabili in un luogo di preghiera pensato per una comunità felice.

L'interno della Chiesa (foto di Marco Guariglia)

L'interno è essenziale, spoglio del superfluo, ma vivo nei colori delle vetrate e nelle geometrie avvolgenti. L’aula, con le sue panche in legno disposte in modo degradante, crea un senso di abbraccio collettivo, un infinito centripeto che unisce.

Costantino Ruggeri, ispirato da Le Corbusier, raccontava di aver incontrato il maestro nel 1965. Parlando della cappella di Notre-Dame du Haut a Ronchamp, Le Corbusier la definì “uno spazio ineffabile e indicibile,” un microcosmo che racchiude una terza dimensione simbolica dell’infinito. Questo pensiero influenzò Ruggeri nella creazione di spazi che fossero “luoghi di silenzio, di preghiera per l’uomo moderno, di gioia interiore e di pace.” Non meno significative furono le suggestioni di Henri Matisse e della sua Cappella del Rosario a Vence, dove luce, colore e semplicità diventano strumenti di spiritualità. “La mia opera è soltanto un fiore,” diceva Ruggeri, parafrasando Matisse.

Altare e vetrata (foto di Dario Paini)

Una delle meraviglie della chiesa di Santa Maria della Gioia è la vetrata principale, posta in alto, dove si intravede il profilo del Sacro Monte e del Campo dei Fiori, un richiamo al territorio e alla sua sacralità. Le vetrate, con i loro colori vibranti, dialogano con la luce naturale, trasformandola in una materia viva che anima lo spazio e lo spirito.

Anche gli arredi liturgici seguono il criterio dell’essenzialità e della povertà, senza mai rinunciare alla creatività. L’altare, il leggio, il crocifisso, il tabernacolo e persino il turibolo portano la firma scultorea di Ruggeri, spesso arricchiti da un piccolo animale simbolico, un tocco di tenerezza e umanità.

Santa Maria della Gioia è stata la prima di una serie di oltre venti chiese realizzate da padre Costantino Ruggeri nel mondo, un esempio straordinario di come l'arte, l'architettura e la spiritualità possano fondersi in un'opera che è insieme luogo di culto e testimonianza di bellezza.

Debora Ferrari

in Appunti per elaborazione e stesura della scheda in AA.VV, Atlante delle Architetture e dei paesaggi in provincia di Varese dal 1945 a oggi, Silvana Editoriale, Milano, 2023.


Bibliografia

N. Fabretti, La chiesa di un frate a Varese, in L’architettura, 277, 1978.

Santa Maria della Gioia, Arti Grafiche Barlocchi, Settimo Milanese 1981.

N. Fabretti (a cura di), Soltanto un fiore. Genesi di un artista cristiano, Marietti, Bologna 1990

L. Crespi, A. Del Corso, Un secolo di architettura a Varese, Alinea, Firenze 1990.

Costantino Ruggeri. L’architettura di Dio, Catalogo della mostra (Adro, 2005), Skira, Milano 2005.

M. A. Crippa (a cura di), Padre Costantino Ruggeri, artista francescano, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2019.

E. Cerutti, Santa Maria della Gioia al Montello, articolo per La Brunella, 2022.

[https://fondazionefratesole.org/](https://fondazionefratesole.org/)]

[http://www.padrecostantino.it/padre-costantinoruggeri/]

[http://www.padrecostantino.it/padre costantinoruggeri]

Video: [https://www.youtube.com/watch?v=c5ltFAGX820](https://www.youtube.com/watch?v=c5ltFAGX820]

giovedì 30 ottobre 2025

CASTELSEPRIO: ANTICO AMORE E TEATRO

 Commento musicale Resurrexi (Canti della Chiesa di Roma - Periodo bizantino, Ensemble Organum, dir. Marcel Pérès)

Ogni volta che torno in pellegrinaggio laico a questo capolavoro assoluto, evanescente la memoria va alle ultime pagine della Storia dei Longobardi del mio caro Paolo Diacono, quelle dedicate all’intensa attività di costruttore di chiese e monasteri del re Liutprando (prima metà VIII sec.).

Nell’arte i Longobardi amavano scegliere a seconda dei casi (politici) simbolismo o realismo. Specie per quest’ultimo, manodopera orientale. E come mi sono chiesto perché sono finito in questi boschi dalle bionde colline delle Marche, così forse anche l’artista siriaco, che immagino fuggito (povera, grande Siria anche allora) dalle lotte iconoclaste dell’impero bizantino. Per affrescare in quello che oggi è silenzio - ma allora vivace cittadina - questo mirabile esodo dall’arte antica (ora Patrimonio dell’UNESCO). Da un Vangelo apocrifo poi, come quello di Giacomo! Lo stesso illustrato con immagini affini in un dittico eburneo di qualche anno prima, sempre di provenienza siriana.

L’uomo, l’artista, lo straniero - l’artista è sempre straniero - è trasumanato in quella sublime dolcezza dove è la terra a ispirare il cielo. In quella intensità di gesti, di sguardi che non aveva bisogno di parole.

Anni fa cercai di strappare al silenzio questo misterioso pittore, passato dai confini del deserto alla vista in lontananza dei picchi alpini innevati. Un breve monologo, una breccia tra i frammenti dei suoi affreschi. Per un dramma incompiuto, Misteri laici della parola.

Altro frammento dei Misteri laici della parola in L’opera inquietante di Virgilio Marone Grammatico fra politica, religione e congiure

Artista straniero

Il freddo non fece paura a Maria e se alito sulle mani le dita non si congeleranno. Gesù alitò sugli apostoli per ricevere lo Spirito Santo. E allora tu punta verso l’alto e poi stendi il colore, uomo che dipingi Dio che si fa carne: i colori sono la veste che la riscalda. Tu conosci le regole tramandate datuoi Greci perché i corpi abbiano lo spessore che meritano, anche se ora gli occhi guardano altro, il Creatore. E allora quale consistenza a questi pigmenti, polveri? Lo splendore dei ghiacci, la luce abbacinante dei deserti non sono per tutti. Nel silenzio la tua voce straniera deve parlare per immagini anche a loro, i tuoi nuovi padroni, come fosse la consistenza fisica della tua lingua a distendere segno e colore prima di ogni Babele. La Babele di questo Castello del Seprio, che cadrà, su cui scenderà il silenzio, come per ogni altra fortezzaRomani, Longobardi, Franchi… E tu cosa dirai, straniero? Parlerà Dio per me: “Io sono quello che sono”.

Luca Traini

sabato 25 ottobre 2025

STORIA E MIE TRADUZIONI DELLA “COENA CYPRIANI” Invito a cena con delitto nella Roma del IX secolo

Commento musicale Terra tremuit (Chants de l’Eglise de Rome, Ensemble Organum, dir. Marcel Pérès)

Invito a cena con delitto nella Roma di papa Giovanni VIII (forse il primo a morire assassinato). E il pesce lo porta Plinio il Vecchio. Certo, non di persona, ma quasi tutti i pesci citati nel menù sono letteralmente pescati dalla sua Storia Naturale, enciclopedia per eccellenza durante tutto il medioevo.

È la Coena Cypriani, “La cena di Cipriano”, un piccolo gioiello, una satira mimata, uno “iocus” colto fra tardo antico e alto medioevo che imparai ad amare più di trent’anni fa, quando studiavo latino medievale alla Statale di Milano col mitico Giovanni Orlandi.


I master chef all’opera

L’attribuzione a Cipriano, vescovo di Cartagine nel III secolo, è fittizia: il testo originario è opera di un anonimo del V secolo. Il contesto, uno scenario dove tradizione letteraria latina e biblica sono ormai in simbiosi.  La trama, esotica e senza tempo: “Quidam rex nomine Iohel”… “Un certo re, di nome Gioele, celebrava le nozze in una regione d’Oriente, a Cana di Galilea. Molti invitò a partecipare alla sua cena e questi, dopo essersi ben lavati nel Giordano, si presentarono al banchetto”. Il fine, didascalico, “gradevole e utile poiché permette di riportare alla memoria tante eventi e personaggi” (parola del grande Rabano Mauro, fra quelli che misero mano alla rielaborazione del libretto in età carolingia). Infatti gli invitati, una bella folla, sono personaggi dell’Antico e del Nuovo Testamento, connotati dal vestiario all’alimentazione. Il tutto è ai nostri occhi a dir poco bizzarro, ma si tratta di un mondo immerso nella sfera religiosa e la sacra rappresentazione procede allegra e festosa fin quasi alla fine, quando si trasforma in dramma…

Premessa: il testo che leggiamo non è l’originale, ma una delle tre rielaborazioni operate nell’alto medioevo che hanno purgato i versi da personaggi non presenti nella sacra scrittura. Autore: Giovanni Immonide (825-880 d.C.), uno dei principali artefici della politica culturale di Giovanni VIII (papa dall’872 all’882), per il quale scrisse anche una fortunata Vita di Gregorio Magno:

“Fu un piacere comporre questo gioco./ Tu, papa Giovanni, accettalo in dono:/ Se lo desideri, ora puoi anche ridere./ Mentre corrono questi tempi tristi,/ Con le nostre arti ormai spossate, stanche,/ Cogli i dogmi a te cari dai miei versi”.


La geopolitica è servita

Anno Domini 876: il papa ha da poco incoronato imperatore il suo prediletto, Carlo il Calvo, e stabilizzato il potere nell’Urbe. Nonostante il pungolo costante delle flotte saracene alleate del duca di Napoli e lo stato di guerra endemica fra potentati nella penisola italica e in Europa (roba da far impallidire i contrasti di oggi), la Pasqua può essere festeggiata in un clima di relativa tranquillità:

“Con quest’opera il papa si diverta/ Mentre festeggia i giorni della Pasqua/ […] Carlo imperatore offra ai commensali/ Questa Cena: ama infatti gli spettacoli/ Mirabili e i vestiti sempre nuovi./ […] La chiesa, due volte minacciata,/ Si rallegra: Roma libera trionfa”.

I brani finora citati sono tratti da lettera dedicatoria, prologo ed epilogo aggiunti dall’Immonide.


La Scrittura come cibo

Ora è il caso di entrare nel vivo della festa. La cena è servita: “risus paschalis” e ritmo carnascialesco esorcizzano la morte, ma il vero cibo è la Parola, la Scrittura. L’esempio, quello del profeta Ezechiele che divora il suo libro (3,1): «Figlio dell'uomo, mangia quello che hai davanti, mangia questo rotolo, poi vai e parla alla casa d'Israele».

Prima del pesce il menù prevede un antipasto e due portate intervallate da una rissa (proprio così, scatenata da Eglon re di Moab, che lascia – momentaneamente e simbolicamente – a bocca asciutta personaggi del calibro di Mosè, Giovanni e Gesù).

Giusto per fare qualche esempio, durante l’antipasto Noè riceve delle olive, chiaro riferimento al ramoscello d’ulivo portato dalla colomba a fine diluvio, e Gesù una salsa all’aceto (e anche qui il pensiero va alla spugna immersa nella “posca”, miscela di acqua e aceto di vino, offerta al Cristo agonizzante sulla croce). Nel corso della prima portata, rimando ancora più evidente, “Giacobbe offrì lenticchie,/ Le mangiò solo Esaù”. Nella seconda poi, parliamo di carni (argomento delicato), “Adamo prese un fianco,/ Prese una costola Eva”.


Pesci fuor d’acqua: simbologie ed eredità culturali

E arriviamo al momento cruciale, quando il pesce (insieme al vino) occupa non a caso la parte centrale dell’opera. Di mezzo certamente gli apostoli pescatori e la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma è bene ricordare che immagine e nome generico di “pesce” in greco avevano un’importanza sostanziale fin dai tempi delle catacombe. Le singole lettere del termine ΙΧΘΥϹ (“ichthýs ”) diventavano le iniziali di “Iησοῦς Χριστός, Θεοῦ Υἱός, Σωτήρ” (“Iesous Christos Theou Yios Soter”, “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”) e la corte papale del IX secolo, che ormai aveva pescato fedeli in quasi tutta Europa, il greco lo masticava ancora bene. Senza dimenticare infine la balena, all’epoca ritenuta un pesce, da cui era fuoriuscito Giona, simbolo di resurrezione.

Ecco quindi la moltiplicazione mistica e teatrale dei pesci della Coena, in buona parte pescati dal mare magnum della Naturalis Historia (e per la loro identificazione rinvio all’ottimo studio di Armando Battiato):

“Ugualmente Andrea e Giacomo/ Introdussero allora/ Le portate di pesce./ Gesù prese un asello,/ Un labeone Mosé,/ Beniamino quel pesce/ Simile a lui, ‘lupo’,/ E una muggine Abele./ Prende Eva una murena,/ La palamita Adamo,/ Giovanni una ‘locusta’,/ Pescespada Caino./ Il polpo e il capitone:/ Va il primo al faraone,/ L’altro ad Assalonne./ La torpedine per Lia,/ A Tamar un’orata,/ Cantoride al re David,/ Giuseppe saggia il garum./ A Lazzaro un ‘pesce ombra’,/ Geremia e Giuditta:/pesce di scoglio e sogliola./ A Tobia un ‘pesce rondine’,/ A Giuda un argentillo,/ La seppia per Erode./ Per Esaù un bel pesce/ Cornuto, glauco invece/ Per Giona e per Giacobbe/ Una ‘volpe marina’./ Molessadon merluzzo,/ Dentice per Isaia, Pesce ragno per Tecla,/ Coracino per Noè,/ Rebecca un fragolino./ Sgombro per Golia,/ La sardella a Maria. Infine per Sansone/ Un ‘pesce sole’: elione”.


Culto e risate fra commedia e tragedia

Il banchetto procede quindi lieto e solare fino a sera con dolci, vino e conseguenti effetti collaterali: “Noè dormiva inebriato,/ Sazio di bere Lot,/ Oloferne russava”.

Finché, grazie alla musica (“Suona la cetra Davide,/ Il timpano Maria/ Iubal porta il salterio…/ Danza e salta Erodiade”), si fa notte con una vera e propria festa in maschera (“Per primo da maestro/ Si riveste Gesù,/ Segue da carcerato/ Giovanni, quindi Pietro/ Reziario, come al circo”).

Il giorno dopo tutti di nuovo da Gioele su ordine perentorio del sovrano.

E la commedia si muta in tragedia.

È stato rubato qualcosa (i furti nella Bibbia non mancano): il re ordina un'inchiesta. È l'inizio della parte truculenta, specchio dei tempi in cui autorità faceva sempre rima con atrocità. Il “risus paschalis” inizia la sua salita al Calvario e questa volta come aperitivo è prevista una lunga lista di torture dei convitati (e fra Antico, Nuovo testamento e Atti dei Martiri la varietà è impressionante). Ve la risparmio. Arriviamo dritti al colpevole, il povero Acan figlio di Carmi, già condannato con famiglia e greggi alla pena atroce della lapidazione (Giosué, 7, 1-26). Sulla scena invece è previsto il linciaggio e tutta la sacra famiglia si accanisce sul capro espiatorio. Anche qui stendiamo un velo pietoso. Se volete leggere tutta la Cena dettagli horror compresi vi consiglio le due edizioni tradotte disponibili: Anonymus, Coena Cypriani, a cura di Albertina Fontana, Servitium editrice, 1999; Rabano Mauro, Giovanni Immonide, La cena di Cipriano, a cura di E. Rosati e F. Mosetti Casaretto, Edizioni dell’Orso, 2004.

Il “lieto fine”, se così vogliamo chiamarlo, non è tanto il ritrovamento della refurtiva quanto la partecipazione collettiva alla sepoltura del disgraziato: “Marta cosparse il corpo/ Di aromi, lo rinchiuse/ Nella tomba Noè,/ Quindi Pilato pose/ L’iscrizione e poi Giuda/ Ricevette il compenso”.

Il sacrificio è consumato. Ite, missa est: esodo dalla festa, tutti a casa fra le righe della Scrittura.

A due versi dalla fine “Sara ride del fatto”. È tutta una finzione, è tutto vero: la verità può essere rivelata anche ridendo. Eco ne farà il refrain de Il nome della rosa, dove la Coena Cypriani sarà anche presa a modello per un sogno di Adso. Così come era stata archetipo dei pranzi pantagruelici di Rabelais e di Sade, di film come L’angelo sterminatore di Buñuel, La grande abbuffata di Ferreri o Invito a cena con delitto della coppia Neil Simon/Robert Moore. L’avrei vista bene recitata dal compianto Gigi Proietti.


Cala il sipario anche su un’epoca

Il pontificato di Giovanni non avrebbe più goduto di questa tranquillità. Soltanto un anno dopo sarebbe morto Carlo il Calvo. Due, e il papa sarebbe dovuto fuggire in Francia, a incoronare un altro imperatore – debole, balbuziente e già malato – che sarebbe morto l’anno successivo. Alla fine, nell’881, si dovette rassegnare a porre la corona in capo a un franco orientale (germanico), Carlo il Grosso, che non riuscì a fare meglio del precedente e con la cui deposizione, soltanto sei anni dopo, sarebbe finita in modo inglorioso la dinastia dei carolingi.

In un’Europa in preda a violente spinte disgregatrici, con l’amministrazione dei beni ecclesiastici ormai in balia del nascente feudalesimo e la stessa Roma, confinata nel Patrimonio di San Pietro, ricettacolo di

cospirazioni di ogni genere, i disegni egemonici del papa erano destinati a un finale tragico. Nell’882 Giovanni VIII morì probabilmente assassinato dai suoi parenti, che lo fecero avvelenare e finire a colpi di martello.

L’altro Giovanni, l’Immonide, l’aveva già preceduto nella tomba col suo lieto fine.


Testo, traduzioni e artecomposizioni di Luca Traini

lunedì 20 ottobre 2025

UN ROMANZO D’ARTE PER UNA MEMORIA PREZIOSA: "IL DITTICO DI AOSTA"

Il dittico in avorio di Anicio Probo, console nel 406 d.C., anno cruciale per i destini dell’Impero Romano di Occidente, raffigura l’imperatore Onorio e racconta se stesso dalla teca del Tesoro della Cattedrale di Aosta, dove venne riscoperto nel 1834. Estrema testimonianza dell’arte classica, dopo un sonno più che millenario e un definitivo ritorno alla luce consacrato da un recente restauro, intraprende un viaggio alle radici dell’Europa. La storia di Anicio Probo, membro della famiglia senatoria più importante dell’epoca, si unisce a quella dell’Impero in parallelo con quella della Valle d’Aosta, dalle origini rintracciabili oggi nell’area megalitica di St-Martin-de-Corléans fino al Medioevo e oltre, con excursus storico-geografici ad ampio raggio e un finale a sorpresa. La narrazione si snoda in un immaginario percorso attraverso monumenti romani e medievali di Aosta –Augusta Praetoria Salassorum, non a caso nel mese di agosto del 2006: nell’oggi di 1600 anni prima. Il romanzo, ricco di citazioni rare di autori antichi, viene impreziosito da tre composizioni poetiche originali dell’autore che riproduce e attualizza gli antichi versi intexti, acrostici e ropalici.

PASSI SCELTI Testo
FRAMMENTI Video
SINOSSI
INDICE
AUTORI ANTICHI CITATI E TRADOTTI DALL'AUTORE
MUSICHE CHE HANNO ACCOMPAGNATO LA STESURA DELL'OPERA
RECENSIONI

Introitus (Tesoro della cattedrale di Aosta) Testo e Video
Puro avorio africano Testo
L'opera d'arte: un problema di eredità Testo e Video
Restauro umanistico Testo
Oriente e Occidente: due mete utopiche (Traiano, Ban Chao e il pepe) Testo e Video
Di buono c'è che sappiamo anche costruire Testo
Il padre di marmo: Sesto Anicio Petronio Probo Testo e Video
L'album di famiglia presentava foto piuttosto sbiadite Testo
Claudiano: il poeta Testo e Video
"Historia augusta": un fantastico libraccio indecente Testo
Famiglia cristiana Testo e Video
Abbiamo ospitato anche Pelagio e ne siamo fieri Testo
Il pessimismo dei poeti, il presagio della fine Testo e Video
I santi proteggono le mura. Le mura, l'impero. L'impero... Testo
Proba e le altre: cultura al femminile Testo e Video
Ma non ci sporcavamo le mani con l'alfabeto Testo
A.D. 406: Roma o Disneyland? Testo e Video
Gap tecnologico e disastri ambientali Testo
Servi della gleba e affossatori Testo e Video
"Da quando le rose han preso a far male?" Testo
Geopolitica: il gioco dei "latruncoli" Testo e Video
Il dittico di Stilicone Testo
I versi "intexti" di Optaziano Porfirio Testo e Video
Poi dovrei essere morto Testo
Gli ultimo Anici: Boezio Testo e Video
Versi ropalici di commiato (endecasillabi) Testo
Papa Gregorio Magno: fine di un'epoca Testo e Video
Versi acrostici, mesostici, telestici e intexti in italiano (endecasillabi e settenari) Testo

[...]

Autori antichi citati e tradotti dell'autore
Anonimo delle Rose dall‘Antologia latina
Appendix Probi
Pervigilium Veneris
Scrittori della Storia Augusta
Agostino, La città di Dio
Ambrogio, Inni
Anselmo d'Aosta, Proslogion
Apicio, L’arte culinaria
Apollonio Rodio, Argonautiche
Boezio, La consolazione della Filosofia
Cassiano, Istituzioni
Claudiano, Carme a Probino
 Il consolato di Stilicone
 La guerra gotica
 Il ratto di Proserpina
 Il sesto consolato di Onorio
Diogene di Sinope in Diogene Laerzio, Vite e opinioni dei filosofi illustri
Eschilo, Prometeo liberato (Frammento 199 Nauck)
Faltonia Betitia Proba, Carme sacro
Gerolamo, Lettere
Naucellio, Epigrammata Bobiensia
Optaziano Porfirio, Carmi figurati
Orazio, Satire
Orosio, Le Storie contro i pagani
Paolino di Nola, Lettere
Pentadio, Versi serpentini
Prudenzio, Libro delle corone
Rufo Festo Avieno, Coste marittime
Rutilio Namaziano, Il ritorno
Salviano di Marsiglia, Il governo di Dio
Senofonte, Anabasi
Silio Italico, Guerre puniche
Sinfosio, Indovinelli
Temistio, Orazioni
Tibullo, Elegie
Virgilio, Bucoliche
Eneide
Georgiche

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