martedì 6 gennaio 2015

PAST THE OUTSKIRTS OF INFINITY

- JIMI HENDRIX: CHITARRA ELETTRICA, TEORIA DI STRINGHE
- IL ROCK FRA GERIATRIA E IMMORTALITA’


JIMI HENDRIX: STRING THEORY

File:1968 The Jimi Hendrix Experience.jpg

"Oltre le periferie dell'infinito" non puoi che danzare, continuare a innestare elettrodi nella carne, nello spirito, perché ci fu un tempo che anche l’elettricità era spirito, come l’interruttore dello Zaire che Mohamed Alì poteva premere e tornare a letto prima che la luce fosse spenta,


File:Combo WIKI.jpg
Foto di Combo

quando la luce è ancora mito e a mezzanotte, anche a mezzanotte, tu vedi i lampi nella Casa Rossa, non puoi che vedere lampi, aurore boreali e nebbia purpurea negli occhi di una donna-volpe-sirena-angelo.
Joachim Müllerchen, Foto del "Jimi Hendrix Memorial" (Germania)

Com’è che ci sono queste pause eterne dopo le canzoni? Perché il nastro della batteria torna a girare nel senso giusto che è quello sbagliato che è l’opposto del nastro rovesciato di Are You Experienced? Il vento grida “Mary” e quella non c’è più.E anche Janis Joplin muore.


File:Janis Joplin performing montage 1969.jpg

Ci sono lunghi intervalli in cui bisogna morire, è così, sennò la gente non ci crede. Si dovrebbe stare con i piedi ben in terra invece di rotolare sulla Terza Pietra dal Sole. Magari  morire senza essere soffocati dal vomito, aspettare l'83 invece del '70.


File:Napalm.jpg

E’ certo, esistono morti stupide come guerre, ma non è la vita quella che conta, voglio dire quella dell’arte, Wild Thing, Fire?



La tua biologia avrà per me sempre il corpo di una chitarra elettrica con la sua teoria di stringhe, Star Spangled Banner.


File:Are You Experienced - US cover.jpg

E poi e ancora ”Mi pulisco gli occhi per vedere un giorno/ La mia testa fra le nuvole, i miei piedi ovunque".



Luca Traini



IL ROCK FRA GERIATRIA E IMMORTALITA’

Commento musicale: L. Nono, La lontananza nostalgica, utopica, futura

Sembrava eterno.


Uno sviluppo illimitato, come l’economia postbellica.
Chitarra elettrica, emancipazione sociale, nobilitazione della figura del giovane: mai visto prima.
Nato nell’epoca del culto della modernizzazione, maturato in anni di lotta e speranza nei  grandi varchi aperti dall’arte contemporanea: jazz e tabula rasa dei compositori del Novecento.
Una nuova lingua per la musica, l’inglese, moda e modo d’essere - quindi morale - dirompenti, come l’impatto di massa, imparagonabile a quello delle arie d’opera del secolo prima.
Occidentale e mondiale, come le idee di sviluppo, progresso, rivoluzione: uno dei migliori cocktail forgiati dalla storia.
Tre/quattro elementi di base come quelli delle cosmologie di un tempo, capaci di sintetizzarsi in migliaia di identità, di nomi di successo.
Nell’epoca d’oro, dalla metà degli anni ’60 alla fine dei ’70, un impegno incessante in ricerca e ridefinizione di forme - come l’arte contemporanea, sempre lei - fino alla loro distruzione, alla distruzione materiale degli stessi strumenti (Wind Thing, Jimi Hendrix, con Janis Joplin e Jim Morrison trinità martire).


Poi la Forma, la grande montagna da scalare per l’ennesima volta, è tornata pietra angolare, in tutte le arti. La tecnologia dell’epoca, raggiunti i suoi estremi, si rinchiude come al solito nella tradizione, corretta o corrotta a seconda dei punti di vista. Il ritorno alla normalità, dopo 4’33” di Cage, prevede un pubblico che tace e un piano che torna a suonare Chopin (anche se Chopin  avrebbe preferito Cage). E come dopo il compositore diventa di moda il direttore d’orchestra così, nel rock, il successo di moda è roba del produttore.
Oggi, nella geriatria autunnale delle band classicizzate (che impressione facevano negli ’80 i 40 anni di Dio – Ronnie James), annaspando fra revival e vintage, si cerca di esorcizzare l’inverno. Quanto pesano i volti invecchiati in una musica che dell’immagine aveva fatto un punto di forza! Immaginali ancora giovani e leggeri nell’etere, oltre le Fasce di Van Halen, ma nella Terra della caduta dei gravi Bowie è morto e Sisifo trascina i Marshall mentre si sbaracca il concerto.


Penso e temo un parallelo con la grande tragedia greca, ateniese - e il rock dei grandi è soprattutto tragico: “Cry, Baby” “Breve è la vita, chi insegue troppo grandi destini non gode il momento presente” (Joplin/Euripide “Baccanti”) - che durò 70 anni o giù di lì per chiudersi in un silenzio che, in pratica, durò fino all’epoca shakespeariana.
Parallelo discutibile, come un’analisi storica fatta di alti e bassi o, peggio, “decadenze”. Ma qui più  che lo storico parla l’artista e, pur facendo appello alla ragione e a un nuovo salto di qualità tecnologico ed estetico, non può nascondere l’ennesima scarica elettrica al cuore “With a Little Help from My Friends” (Joe Cocker, Woodstock, 1969).
Con fatica, come sempre, dovremo andare oltre.



P.S. Le mie foto: pietre che non rotolano più, scolpite già con la traccia della rovina, ormai monumenti del passato che più che alla terra guardano al cielo. “Il luogo dei quattro punti cardinali” (Giò Pomodoro, 1991), opera di struggente, composta bellezza nel parco pubblico di Taino (VA). Orchestra di granito, ferro e acqua. Sinfonia di gravi in precisi rapporti e contrasti, numerici e simbolici. Ogni anno attende il suo direttore nel mezzogiorno del solstizio d’estate, per catturare nell’ombra del pilastro più grande un raggio: quel raggio di sole.

CURA E MALATTIA DEL GENIO


La musica di Hugo van der Goes

Hugo van der Goes, Edward Boncle in adorazione della Trinità (part.), 1480 c.a


Parlerò di come ho immaginato la musica di un pittore che amo, curato col canto da quanto agli altri parve follia.


File:Emile Wauters Madness of Hugo van der Goes.jpg
Emile Wauters, La follia di Hugo van der Goes, 1872

Ho sempre sfogliato con tenerezza il volume dei Maestri del Colore dedicato ad Hugo van der Goes,  perché la biografia in bianco e nero riportava solo qualche notizia strappata al silenzio prima dei suoi accessi di malinconia feroce. Restava segnata qualche traccia del successo di un artista inquieto - dovevi investire nel tessile, fiammingo, e sei rimasto prigioniero della trama di una tela: non avevi neanche trent’anni e, nel 1468, figuravi già tra i migliori salari per le decorazioni delle nozze fra Carlo il Temerario e Margherita di York. Decano della gilda dei pittori di Gent nel 1474, confermato nell’incarico fino al 15 agosto del 1476, ma, già nell’autunno del ’75, frate converso nel convento degli agostiniani presso Bruxelles: lo studio innamorato del nudo del Peccato originale diventava la slavina umana alle falde della montagna nuda del Compianto di Cristo.


File:Fall and Redemption of Man - Hugo van der Goes.jpg
Hugo van der Goes, dopo il 1479

I profeti aprono lo scenario della sacra rappresentazione dell’Adorazione dei pastori e poi quella profusione di ori nell’Adorazione dei Magi, figlia delle ricchezze – e dell’arte – dei mercanti fiorentini. Il priore del convento, padre Thomas, chiude un occhio ma tu sei ossessionato dall’Antico Testamento, dal Vitello d’oro cui hanno consacrato la loro vita gli agenti commerciali dei Medici, come Tommaso Portinari.


File:Hugo van der Goes - Portinari Triptych - WGA9689.jpg

E il Trittico Portinari è il tuo capolavoro e, contraddizione dell’Arte che pretende la consunzione, forse lo termini in convento. Ora è il momento della musica.


File:Hugo van der Goes 004 detail2.jpg

Gilles Binchois, Amoreux suy per il ritratto della giovane figlia del committente, Margherita, fulgida bellezza bionda accanto alla madre diafana.

File:Hugo van der goes portinari triptych right st margaret st mary magdalene.jpg

De plus en plus la santa omonima col libro e il dragone e la Maddalena, gli unguenti che non guariranno.


La natura viva di fiori – gigli rossi e aquilegia, iris bianchi e garofani che alludono a tragedia e immortalità – e il covone di frumento che è eucaristia, “Betlemme”, letteralmente “Casa del pane”, per te amaro. Eppure convitati e angeli sembrano cantare la Missa Ecce ancilla Domini di Dufay, diretta dal mio René Clemecic, dall’”antico” Clemencic Consort sulla quinta traccia dell’ LP e del CD, quel maestoso finale del Kyrie.

File:Hugo van der Goes - Portrait of a Man at Prayer with Saint John the Baptist - Google Art Project.jpg

Poi, Hugo, ci dovrà essere quell’impassibile Ritratto di donatore con S. Giovanni Battista o La morte della Vergine mentre il tuo priore dispone il coro per cercare di rasserenarti, inventando la musicoterapia.


Ma il pane non può essere spezzato su una tavolozza di colori. Alle mani giunte in preghiera deve essere strappato il pennello. La stessa cosa accade a Botticelli più o meno negli stessi anni.
Tu, come scrive il tuo compagno di noviziato Gaspard Ofhuys, vinci l’autodistruzione e la condanna di Dio ed esci dalla “frenesis magna” per morire, come si dice, “sano di mente”. Forse volevi diventare anche musicista ma non ne avesti il tempo. Il genio vuole provare tutto prima che sia troppo tardi. Ed io, insano per la tua bellezza, a più di mezzo secolo, non posso fare a meno di dedicarti il Planctus o la Déploration di Ockeghem sulla morte di Binchois.

File:Chigi codex.jpg

“Omnia vincit amor”.


domenica 4 gennaio 2015

QUANDO INSEGNAVO: MERAVIGLIOSE “150 ORE”



Serali di Arcisate (VA), sezione distaccata di Cuasso al Monte, luogo più vicino al cielo di tanti altri.


Classe composta in grande maggioranza di signore di mezza età, le mie preferite: adorazione reciproca.
Due spiccavano su tutte. Una, scoprii in seguito, era la madre di un mio amico compositore. Care signore... In quell’aria tersa, a parlare di storia a due passi dal sanatorio -soprattutto di storia, con i grandi eventi che ci volano sulla testa ma di cui siamo parte, sognando infiniti, eterni pomeriggi a degustare torte di mele, crostate; sorseggiando un the, un karkadè, un rosolio (non a caso sostituivo una signora che aveva un frutto per cognome).
Poche settimane soltanto.
Anni di speranze – anche geopolitiche – discrete.
Fine anno scolastico ‘86/’87.



Anno scolastico '87/'88
Precario, ma da aprile con una certezza: tornare alle 150 Ore di Arcisate, questa volta nella sede centrale dedicata al re degli stuccatori del XVIII secolo, Benigno Bossi.

File:Sala degli Uccelli detail.jpg

Tre mesi, fino a termine esami.
Esperienza ancora più forte, importante: una delle poche cose belle (insieme a un dramma: Morte di Caravaggio) di un ’88 – numerologia a parte, in cui facevo bene a non credere – triste.
C’era un giovane panettiere, già fuori di per sé, costretto a orari assurdi per conquistare la licenza media: lo stronzo sotto cui stava lo fece lavorare pure la notte prima degli orali. Fortuna che bastava solo aver frequentato.
E un altro ragazzo, di una simpatia losca, che cercava di piazzarmi fantomatiche auto d’occasione.
Un camionista, a cui l’amante regalava Rolex d’oro.
Un campione di ciclismo in erba (sedici anni), che avrebbe vinto un campionato italiano su strada qualche anno dopo, senza però fare fortuna, perché troppo nervoso, come a scuola.
Una povera ragazza perennemente insultata dallo stesso, che per fortuna qualche volta reagiva.
Una brava signora sposata che quando ci voleva faceva una bella lavata di capo al ciclista.
Un signore oltre la mezza età dal silenzio anonimo ma solo in apparenza assente.
Due operai della fabbrica di cioccolato “Lindt” davvero simpatici e gioviali.
E i miei due alunni prediletti: un sindacalista della CGIL e un funzionario dell’MSI.
Il primo, perfetto esempio di lavoratore studente, dotato di quella naturale, pacata autorevolezza che ho sempre ammirato (un perfetto papà per chi, come me, non l’ha mai avuto). Voto finale: dieci.
Il secondo, invece, scriveva davvero bene: un temperamento artistico. Feci però l’errore di farglielo notare prima degli esami. Risultato: il tema della licenza venne infarcito della peggiore retorica mussoliniana. Peccato. Voto finale: nove.
All’intervallo, verso le 20 e 30, si andava tutti a farsi birretta & panino al bar della piazza, qualche volta a Bisuschio.
Io venivo a scuola in motorino o con l’Alfasud bianca di seconda mano.
Il primo giorno di supplenza, con i capelli allora lunghi e ricci e il completo di jeans, ero stato preso per uno studente: il massimo dei complimenti!
Più che alunni, compagni di studio indimenticabili.
Tutti promossi con merito, anche la Valceresio inondata di sole che faceva sognare la Svizzera.


LE TRE ETA' DELLA VITA



The three ages of life





A posteriori
Dallo specchietto retrovisore
Inquadrata, riflessa, la vita
Libera, pagata o permessa
La vita è una sosta
Dalla definizione complessa.



Testo e foto© di Luca Traini  

mercoledì 31 dicembre 2014

PER UN 2015 FINALMENTE A COLORI



Con i migliori auguri per l’anno nuovo ripropongo un racconto che ho scritto proprio 15 anni fa.






COLORS



La notte di capodanno del '77 doveva essere illuminata dai primi programmi a colori della Rai. Per questo anche noi bambini restammo alzati ben oltre la mezzanotte. Il nostro “TV - Condor” bianco e nero per magia si sarebbe trasformato in qualcosa di più simile alla realtà che al chiaroscuro dei sogni.

Così almeno - ingenuamente - pensavamo (eh, solo i poveri cristi sanno davvero sognare).
Non ho memoria di maratone televisive, ricordo che noi eravamo ancora lì e i programmi erano finiti da un pezzo.
 


Lo schermo era ormai soltanto un contenitore di rumori e grumi tendenti al grigio. Eppure i riti erano stati tutti consumati: la tombola, lo spumante, la conta. Meno tre, meno due, meno uno. Zero. Di colori neanche a parlarne (neppure dopo il primo febbraio, vera data d'ingresso nel nuovo specchio di Alice).
Ma a furia di fissare sempre più da vicino quella massa inquieta di punti... mia madre finalmente ci comunica di averne intravisti alcuni verdi. Anch’io credo di vederne qualcuno: blu. Mio fratello non si pronuncia. Nonna dice qualcosa di negativo sul governo. Nonno dorme.  


...( )...



Gli occhi ci fanno male. Fuori è il solito casino per l’anno appena nato. Delusi, spegniamo la TV e scagliamo 2, 3 piatti dalla finestra.

Ma porca miseria, però! Noi credevamo in una certa uguaglianza della fruizione, credevamo davvero che tutte le televisioni bianche e nere sarebbero diventate a colori quella notte.

E invece la zucca restò zucca - e i topolini, topolini.
Un palcolor sarebbe venuto a costare l’intero stipendio di Cenerentola.



Luca Traini (1999)