venerdì 3 aprile 2020

BISANZIO A COLAZIONE (1): PROCOPIO DI CESAREA E IL FASCINO DEL GRANDE NORD

 

#IoRestoaCasa e dedico il mio muesli allo storico che sognava un viaggio nel misterioso Nord Europa. Mediterraneo e Medio Oriente li conosceva bene: era al seguito del generale Belisario in Africa contro il regno tunisino dei Vandali; in Asia Minore nei consueti scontri con l’altro impero, quello persiano; in Italia nel corso della decennale – e devastante – guerra contro gli Ostrogoti. Ma non voglio parlare degli orrori di guerre e pestilenze descritti a dovere con una specie di triste rassegnazione da parte dell’autore: una corazza sempre più spessa di scetticismo di cui l’ex cantore di trionfi si spoglierà per sfogare la sua rabbia nelle Carte segrete, opera (postuma) sulle quinte oscure degli splendori del regno di Giustiniano. Voglio accennare all’uomo che fa capolino fa le pagine de La guerra gotica e chiede continuamente informazioni ai numerosi mercenari delle terre a settentrione presenti nell’esercito bizantino. Dov’è la mitica isola di Tule intravista da Pitea di Marsiglia, ossessione greco-romana già da otto secoli? E’ la Scandinavia (ritenuta un’isola)? E’ l’Islanda? O addirittura la Groenlandia (come recentemente sostenuto ne L’America dimenticata dal mio caro Lucio Russo)?
“Tule è grandissima, più del decuplo della Britannia, molto più lontana di questa, a Nord.” – e qui, aggiungo io, in fatto di misure con la Groenlandia ci siamo; meno, invece, con quanto segue, che poco ha a che fare con la cultura Dorset allora presente sull’isola – “La terra è in massima parte desertica; nel paese abitato ci sono però tredici genti assai popolose, ciascuna col suo re. Lì si verifica ogni anno un fatto prodigioso: il sole, attorno al solstizio d’estate, non tramonta mai per quaranta giorni, ma si vede alto sulla terra. E non meno di sei mesi dopo, circa il solstizio d’inverno, il sole non si vede mai sull’isola, ch’è avvolta da una notte illimitata. […] Personalmente ho sempre avuto un  gran desiderio d’andare in quell’isola, per essere testimone oculare, ma non m’è stato possibile. Tuttavia, da quelli che ne sono tornati mi sono informato di come riescano a tenere il computo dei giorni” (Procopio, La guerra gotica, II, 15, trad. F. M. Pontani, Fratelli Melita, 1981).
Nel racconto più affascinante - nel Libro IV dell’opera, dove lo storico sembra ormai stanco di tutta la macelleria bellica che volge al termine e apre più excursus verso miti e leggende del Grande Nord - c’è già l’Isola dei Morti di Böcklin: è l’isola Brittia, ancora oggi di difficile localizzazione (parrebbe tra la foce del Reno e la Britannia vera e propria, cioè l’Inghilterra).
“Giunto a questo punto della mia storia, sento il bisogno di raccontare un fatto che ha tutto l’aspetto di una favola. A me non pare affatto credibile, benché sia riferito da un numero sterminato di persone. […] Dicono dunque che le anime dei trapassati vengono trasportate via via in questo posto. In che modo lo dirò subito: ho udito più volte gli uomini della regione raccontare i fatti con molta serietà, anche se sono convinto che tutti quei racconti si debbano attribuire a una suggestione onirica. […] Sulla costa del continente abitano uomini che vanno a pesca, coltivano la terra e navigano per commercio; per tutto il resto sono soggetti ai Franchi, ma non pagano loro nessun tributo, dispensati come sono ab antiquo da quest’onere per un certo servizio (così si racconta), di cui adesso dirò. Il loro dovere è quello di scortare le anime traghettandole  a turno. Quelli a cui tocca l’incombenza la notte seguente vanno a dormire appena fa scuro. A notte fonda sentono bussare alla porta e odono una voce indistinta che li chiama all’opera. Si alzano subito e vanno alla spiaggia, senza capire quale necessità li costringa, ma sentendosi comunque costretti. Lì vedono delle navi vuote, non le loro ma alcune strane. Salgono a bordo e danno di piglio ai remi. Durante il viaggio le sentono appesantirsi di un gran numero di passeggeri, bagnate dai flutti fino all’estremo dei tavolati e degli scalmi, a meno di un dito dal pelo dell’acqua. In un'ora toccano terra, mentre di norma il viaggio con le loro navi (a remi perché non usano vele) dura un giorno e una notte. Approdati a Brittia, depongono il carico ed ecco che le barche diventano improvvisamente tanto leggere da bagnare solo la chiglia” (IV, 20).
Ora è vuota anche la mia la tazza di latte, di soia (originaria di quella Cina, di cui è proprio lo storico a raccontare la missione dei monaci che tornano a Costantinopoli con le uova dei bachi da seta).
Il caffè è pronto, come un’altra storia di un altro autore bizantino sulla patria di questa prodigiosa bevanda.

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