Luca Traini al Fondo Tiziano Sclavi
lunedì 5 marzo 2018
domenica 25 febbraio 2018
SCUOLA E VIDEOGAMES Università dell’Insubria: studiare la Storia col Discovery Tour di “Assassin’s Creed Origins”
"La storia egizia con le
sue articolazioni iconografiche da Tutankhamon a Rames II a Cleopatra, a
lasciti culturali fondamentali di età tolemaica come il museo e la biblioteca,
agli sviluppi dell’arte ellenistica che approdano alle grandi prospettive degli
affreschi romani della prima età imperiale fino ai formidabili ritratti funebri
del Fayyum. Perché una grande cultura fa ancora bella mostra di sé dal papiro
alla console, dall’Oasi di Siwa, dove Alessandro Magno consultò l’oracolo di
Amon, alla sua ricostruzione virtuale, patria del protagonista di Assassin’s
Creed Origins, Bayek. “Le vie che non battono i carri/ devi calcare, né sulle
stesse orme degli altri/ spingere il cocchio né per largo cammino,/ ma per
sentieri non calcati, anche se per una/ via più angusta dovrai guidarlo.” (Callimaco, poeta e bibliotecario, Alessandria III sec-
a.C.)".
CON IL DISCOVERY TOUR DI ASSASSIN’S
CREED ORIGINS, IL VIDEOGAME DI UBISOFT SALE IN CATTEDRA PER UNA LEZIONE DI
STORIA ANTICA
Una nuova modalità
educativa che consente di immergersi nella storia dell’Antico Egitto presentata
all’Università degli Studi dell’Insubria di Varese agli studenti liceali
Assassin’s Creed Origins, il
game campione di incassi di Ubisoft, lancia una nuova modalità di gioco e diventa protagonista di un’ innovativa lezione davanti agli studenti di dieci classi dei licei Sereni di Luino e
Manzoni di Varese: all’Università
degli Studi dell’Insubria di Varese, per la prima volta un professore
conduce una lezione di storia servendosi di uno schermo che, in maniera
interattiva, esplora le stanze di Cleopatra, i passaggi segreti delle Piramidi
e i tanti misteri dell’antico Egitto. Tutto ciò con la partecipazione di un
ospite speciale: Maxime Durand, storico del team di Ubisoft.
Da sinistra: Debora Ferrari, Luca Traini, Antonio Orecchia, Fabio Minazzi, Stefania Barile, Maxime Durand (al microfono).
Foto di Mara Azimonti.
Foto di Mara Azimonti.
“Da attenti osservatori di nuove tecnologie –
spiega Fabio Minazzi, direttore scientifico del Centro Internazionale Insubrico Carlo Cattaneo e Giulio Preti – io e la collega professoressa Katia Visconti,
insieme a Debora Ferrari e Luca Traini di Neoludica Game Art Gallery, abbiamo
scoperto questa innovativa modalità di gioco. Abbiamo voluto farla conoscere
agli studenti dei licei di Varese, nell’ambito del progetto di Legalità come prassi, C4Legality curato dalla professoressa
Stefania Barile svolto da due anni coi licei per l’alternanza scuola-lavoro e
coi musei del territorio, dove si studia dall’art engagement al civic
engagement partendo dal diritto dell’arte e arrivando al conscious gaming. Il
Discovery Tour non si sostituisce allo studio della storia, ma può tuttavia
integrare in modo positivo questo studio e può essere un
valido strumento di supporto nell’apprendimento”.

Da Alessandria a Menfi, attraversando il
delta del Nilo fino al Grande Mare di Sabbia, la piana di Giza e l’oasi di
Faiyum: per la prima volta è possibile
vivere l’atmosfera dell’Antico Egitto attraverso una modalità di gioco
immersiva con cui partecipare a decine di visite guidate curate da storici
ed egittologi. Una ricostruzione interattiva pensata per rivoluzionare il
rapporto tra videogiochi e educazione, con contenuti scritti e verificati grazie
al supporto di studiosi internazionali,
egittologi, storici e linguisti. Alcuni di questi includono:
Perrine Poiron, Dottoressa in egittologia all’UQAM di Montréal e specialista dell’epoca
tolemaica; Gaëtan Theriault, storico dell’UQAM e specialista dell’antica Grecia
sotto il dominio romano e Adeline Bats, Dottoressa in egittologia
all’Università di Poitiers e specialista della vita rurale nell’Antico Egitto.

“Fin dall’inizio, la
serie di Assassin’s Creed ha sempre esplorato i momenti storici più importanti,
dalla Terza Crociata al Rinascimento italiano, e quest’anno abbiamo scelto
l’Antico Egitto, - racconta Jean Guesdon, direttore creativo di Assassin’s Creed Origins. Per noi è un sogno che si avvera poter offrire il Discovery Tour di
Assassin’s Creed Origins, una modalità educativa appositamente sviluppata per
consentire a tutti di apprendere maggiori informazioni sull’incredibile storia
dell’Antico Egitto, attraverso l’esperienza interattiva di un videogioco”.
L’utilizzo didattico del Discovery Tour è già
stato sperimentato con successo all’Università
di Montréal. In questa occasione è stato condotto uno studio su un gruppo di 300
studenti di età compresa trai 12 e i 17 anni di otto diverse scuole per
scoprire se gli alunni delle scuole secondarie ricordassero concetti appresi
durante il Discovery Tour e se la loro memorizzazione fosse paragonabile a
quella degli studenti che avevano seguito delle lezioni tradizionali.
L’analisi
comparativa ha misurato l’apprendimento di due attività: una lezione tradizionale sulla biblioteca di
Alessandria alla fine del regno tolemaico e durante il primo periodo
dell’Impero romano, ed una visita guidata virtuale della stessa biblioteca per
mezzo del Discovery Tour. Il risultato ha dato un esito sorprendente: il punteggio post-test di coloro che hanno seguito il
Discovery Tour è cresciuto di parecchi punti passando da un 23% pre-test fino a
un 41% post-test.
“Senza la pretesa di sostituirsi
all’insegnamento - spiega Maxime Durand, Storico del team Ubisoft
- il Discovery Tour è stato concepito
come strumento per permettere a più persone possibili di imparare la storia e
interagire con essa divertendosi. Nella fase di realizzazione, inoltre, abbiamo
ricevuto molti consigli direttamente dagli insegnanti che si sono dimostrati
molto interessati alla nostra intenzione di creare uno strumento educativo di
facile accessibilità con delle ricostruzioni storiche di valore".
Discovery Tour by Assassin’s Creed: Ancient
Egypt è disponibile ai possessori di Assassin’s Creed® Origins e come versione
separata digitale per PC, scaricabile da Uplay e Steam e permette di condurre
75 visite guidate illustrate con centinaia di immagini provenienti da diversi
musei. Cinque i temi principali: Egitto, dominazione romana, le piramidi, la vita
quotidiana e la città di Alessandria. In ogni sezione della visita, è possibile
incontrare gli uomini e le donne che popolavano i luoghi famosi dell’epoca e conoscere
gli oggetti e le opere d’arte ora conservati nei musei di tutto il mondo.
Per
maggiori informazioni su Assassin’s Creed Origins, visitare
assassinscreed.ubisoft.com e la pagina Facebook
facebook.com/assassinscreeditalia.
Debora Ferrari e Luca Traini, curatori della mostra di Assassin's Creed Origins
mercoledì 14 febbraio 2018
Dylan Dog tra nero, giallo… e la Poetica di Aristotele
Tex, Zagor, il Comandante Mark
non mi avevano preparato a questo. E neppure Mister No. Dylan Dog usciva in
edicola e se non lo comprava mio fratello… Lui aveva 13 anni ma io ero
maggiorenne da ben sei mesi ed era un problema, perché non sentivo più con
l’intensità di una volta quell’odore d’inchiostro che ti stordiva: la nuvoletta
che campeggiava sopra la mia testa racchiudeva ormai più una riflessione di
studio che amore incondizionato.
Avevo visto Another Country ma non avevo collegato Dylan a Rupert Everett,
sembrava più una creatura di Egon Schiele rifocillata e rivestita per gli anni
’80 con un residuo razionale del decennio precedente messo a dura prova da
nuovi fantasmi. Lo collegavo più a Gothic
di Ken Russell, uscito più o meno in contemporanea.
"Walking here, two shadows went
Along with us, wich we ourselves produc'd".
"Passeggiammo e innanzi a noi due ombre,
opera nostra, andavano con noi".
John Donne, Lezione sull'ombra
E poi c’era il suo Groucho,
che mi portò dritto a casa di un amico che aveva il videoregistratore per
vedere i film della premiata ditta marxiana. La storia prima tragedia poi farsa
e ora paranormale. Tutto lontano anni luce dall’ottimismo progressista che ero
riuscito a costruirmi a fatica mentre intorno si avvertivano già le prime
crepe. Quindi, quando lo leggevo – perché si doveva leggere, leggere il testo
di Sclavi, non potevi guardarlo e riguardarlo a pezzi per finirlo di leggere
alla trentesima volta che lo aprivi – provavo un’ammirazione fredda e una
larvale invidia per la capacità del protagonista di gestire e riuscire dalle
sue storie da incubo. Anch’io ascoltavo Il
trillo del diavolo di Tartini, ma Dylan lo suonava.
Johann Heinrich Füssli, Odisseo davanti a Scilla e Cariddi
"Avevo degli incubi bellissimi con zombi,
fantasmi.
Sembravano film di Romero.
A volte sognavo in stile Nightmare.
I più raffinati e spaventosi erano sogni alla Giro di vite, il racconto di Henry James".
Ora, nell’era del digitale, sono
al Fondo Sclavi, che non è un antro, nella biblioteca di Venegono Superiore,
che non è più la stessa del rogo di sei streghe nel 1520, gli archivi non si
bruciano più, neanche quelli dell’Inquisizione, e anche se Dylan Dog scrive a
penna d’oca e calamaio si pubblica da trent’anni un fumetto apotropaico. Io
metto Tiziano Sclavi accanto alla Poetica
di Aristotele e sono tranquillo. Poi ci sono le visioni di quei finali di John Carpenter
e i ricordi di altri film al Dylan Dog Horror Fest che tornano a inquietarmi.
Gli happy end di Euripide, come quelli del Piccolo
Ranger, non mi avevano preparato a questo.
Il
progetto Una Biblioteca da paura, promosso dalla Cooperativa Totem e dal Comune
di Venegono Superiore in collaborazione con una vivace rete di associazioni del
territorio e con finalità la valorizzazione del Fondo Sclavi, si chiude a
febbraio 2018.
Per
salutare le tante persone che si sono appassionate a questo
patrimonio di 6500 volumi donati alla Biblioteca di Venegono
Superiore dal “papà di Dylan Dog” Tiziano Sclavi, l’èquipe del
progetto ha organizzato una settimana tutta dedicata alla letteratura gialla.
All’interno del programma una specifica giornata dedicata al Fondo Sclavi: sabato
24 febbraio quattro esperti proveranno a tracciare dei percorsi di lettura
inediti all’interno di questo prezioso patrimonio librario.
Questo
il programma completo della SETTIMANA GIALLA:
DOMENICA 18 FEBBRAIO
Ore 15.30 – Biblioteca Comunale
Una merenda da paura con la detective Arthura Doil
(dai 7 ai 12 anni – su prenotazione – 0331824459)
Ore 17.30 – Biblioteca Comunale
Inaugurazione della Settimana Gialla
Quando a indagare è lo psicologo
Bruno Morchio, scrittore e psicoterapeuta
modera Sara Magnoli, giornalista e scrittrice
MERCOLEDI’ 21 FEBBRAIO
Ore 20.45 – Sala Consiliare
Cinemusica in giallo: da Psycho a Montalbano
Paolo Castelli, docente di linguaggio cinematografico
Claudio Ricordi, critico musicale
Alberto Sironi, regista
modera Sara Magnoli, giornalista e scrittrice
Ore 20.45 – Sala Consiliare
Cinemusica in giallo: da Psycho a Montalbano
Paolo Castelli, docente di linguaggio cinematografico
Claudio Ricordi, critico musicale
Alberto Sironi, regista
modera Sara Magnoli, giornalista e scrittrice
GIOVEDI’ 22 FEBBRAIO
Ore 20.45 – Sala Consiliare
Le chiavi del brivido: tra emozione e scienza
Cristina Brondoni, giornalista e criminologa
Alessandra Mazzucchi, antropologa fisica
Massimo Polidoro, segretario nazionale CICAP
modera Veronica Deriu, giornalista
Ore 20.45 – Sala Consiliare
Le chiavi del brivido: tra emozione e scienza
Cristina Brondoni, giornalista e criminologa
Alessandra Mazzucchi, antropologa fisica
Massimo Polidoro, segretario nazionale CICAP
modera Veronica Deriu, giornalista
SABATO 24 FEBBRAIO
Ore 17.00 – Sala Consiliare
Il patrimonio del Fondo Sclavi
Marina Adotti, docente ed esperta del Fondo Sclavi
Alessandro Leone, cineasta e critico cinematografico
Fabio Folla, disegnatore
Luca Traini, storico dell’arte
seguirà aperitivo
Ore 17.00 – Sala Consiliare
Il patrimonio del Fondo Sclavi
Marina Adotti, docente ed esperta del Fondo Sclavi
Alessandro Leone, cineasta e critico cinematografico
Fabio Folla, disegnatore
Luca Traini, storico dell’arte
seguirà aperitivo
DOMENICA 25 FEBBRAIO
Ore 16.00 – Sala Consiliare
proiezione di The Lodger (L’Inquilino), di Alfred Hitchcock
accompagnamento musicale di Francesca Badalini (pianoforte)
ed Emanuele Cedrosa (percussioni)
Ore 17.30 – Sala Consiliare
Indagini e parole: autori a confronto
Margherita Oggero, Pierluigi Porazzi e Valerio Varesi
moderano Sara Magnoli e Paolo Rossetti, giornalisti
seguirà aperitivo
Ore 16.00 – Sala Consiliare
proiezione di The Lodger (L’Inquilino), di Alfred Hitchcock
accompagnamento musicale di Francesca Badalini (pianoforte)
ed Emanuele Cedrosa (percussioni)
Ore 17.30 – Sala Consiliare
Indagini e parole: autori a confronto
Margherita Oggero, Pierluigi Porazzi e Valerio Varesi
moderano Sara Magnoli e Paolo Rossetti, giornalisti
seguirà aperitivo
durante la Settimana
Gialla saranno esposte in Sala Consiliare le copertine originali dei
“Classici del Giallo” Mondadori di Oliviero Berni.
giovedì 25 gennaio 2018
NON SOLO MACHIAVELLI E GUCCIARDINI: LE "MEMORIE" DI PHILIPPE DE COMMYNES
Ricordi, dubbi, rimpianti
Commento musicale Antoine Brumel, Sicut lilium
Sconvolgimenti epocali
Commento musicale Pierre de La Rue, Autant en emporte le vent
Gabbie di ferro e cannoni
Commento musicale Johannes Ockeghem, Missa l'Homme Armé: Kyrie
La morte, la storia, l’arte
Commento musicale Antoine Busnois, Je ne puis vivre ainsi
Addii e rinascite
Commento musicale Josquin Desprez, Adieu mes amours
Claus Sluter, Pozzo dei profeti: re Davide (Certosa di Champmol, Digione, fine XIV sec.)
"Una grandissima efficacia di rappresentazione.
Personaggi e paesi sono colti sul vivo o con pochi tratti essenziali e
caratteristici che li rendono indimenticabili. Par di vedere sul volto,
solitamente grave del nostro autore, un finissimo sorriso che è già
un po' quello dello humour. Come Erasmo, Commynes conosce gli
uomini e compatisce le loro follie con discrezione e indulgenza"
Ricordi, dubbi,
rimpianti
Commento musicale Antoine Brumel, Sicut lilium
La Storia si fa coi “se” e i “ma” se sono i protagonisti a farla. E Philippe de Commynes lo fu ai più alti livelli, ministro e consigliere privato di sovrani in due grandi corti della seconda metà del XV secolo, prima in Borgogna e poi in Francia, dove si decidevano i destini dell’Europa nell“autunno del medioevo” (secondo la felice definizione di Huizinga). I suoi ricordi, i suoi dubbi, i rimpianti nei suoi Mémoires: se Carlo il Temerario non si fosse ostinato contro gli Svizzeri, se Luigi XI non si fosse accanito contro Maria di Borgogna, se Carlo VIII non avesse sperperato una fortuna per la sua calata in Italia…
Tutti quei soldi, tutti quei morti.
Arazzi di Alessandro Magno (Fiandre borgognone, seconda metà del XV sec., foto di Sailko)
"Credo di aver visto e conosciuto la parte migliore d'Europa e non ho visto nessuna signoria e nessun paese, anche di assai più grande estensione, che avesse tale abbondanza di ricchezze, di mobili, di edifici e anche di ogni sorta di prodigalità, di spese di feste e di vivande (come la Borgogna)... La buona fortuna e la grazia di Dio durarono per lei lo spazio di 120 anni." (Commynes, Memoires V, 10).
"Tutta questa raffinata nostalgia/ trasudava di vernice fresca./ Dopo i tornei, i balli e i canti/ sarebbe venuta la macelleria./ Poi la noia,/ la muffa/ e ancora la nostalgia." (Luca Traini, Villon).
E forse non li avrebbe
scritti se non invitato da Angelo Catone, arcivescovo di Vienne, cui dedicò l'opera. Il vescovo era un umanista, lui
no, il passato lo aveva rispolverato dopo essere caduto per la prima volta in
disgrazia, nel 1489, ma era il presente che aveva contribuito a costruire che
avrebbe raccontato nel suo francese non troppo curato ma vivo, come bozza per
una possibile messa in scena di altri, magari in latino, ma cosciente che
dietro quella finzione ci sarebbero state le sue quinte, dove la storia che
pulsa è fatta anche di giri di parole, di ripetizioni, di smemoratezze volute o
impreviste. Non c’è traccia di idealizzazione nel racconto di questo uomo, di
questo ministro e diplomatico razionale che ci ricorda il Guicciardini,
pragmatico e costruttivo, che volle raccontare soprattutto quanto aveva vissuto
in prima persona: il lento lavoro che prelude alle decisioni ponderate come ai
compromessi e le improvvise accelerazioni imposte dagli eventi (dalle soluzioni
geniali o da apparente follia).
Anonimo, Busto di Philippe de Commynes (primo quarto del XVI sec., Parigi, Louvre)
"Delle astuzie e dei raggiri che si fecero nei nostri paesi da vent'anni a questa parte non ne sentirete parlare da nessun altro con tanta verità quanto da me." (Mémoires III, 5)
"Il sapere corregge un uomo, anziché renderlo peggiore; non fossa'altro per la vergogna di conoscere il proprio peccato, se non sarà trattenuto dal mal fare, almeno ne farà di meno. E se non è buono, farà tuttavia finta di non voler far male o torto a nessuno. Ne ho visti parecchi esempi fra i grandi che sono stati dissuasi da molti cattivi propositi dal sapere e anche sovente dal timore della punizione di Dio, di cui avevano maggior conoscenza che non gli ignoranti, i quali non han visto né letto nulla." (Mémoires V, 18).
"Delle astuzie e dei raggiri che si fecero nei nostri paesi da vent'anni a questa parte non ne sentirete parlare da nessun altro con tanta verità quanto da me." (Mémoires III, 5)
"Il sapere corregge un uomo, anziché renderlo peggiore; non fossa'altro per la vergogna di conoscere il proprio peccato, se non sarà trattenuto dal mal fare, almeno ne farà di meno. E se non è buono, farà tuttavia finta di non voler far male o torto a nessuno. Ne ho visti parecchi esempi fra i grandi che sono stati dissuasi da molti cattivi propositi dal sapere e anche sovente dal timore della punizione di Dio, di cui avevano maggior conoscenza che non gli ignoranti, i quali non han visto né letto nulla." (Mémoires V, 18).
Sconvolgimenti epocali
Commento musicale Pierre de La Rue, Autant en emporte le vent
Sotto gli occhi vigili, prudenti e spesso spaventati di un memorialista che non si fa pudore di ammettere la paura come uno dei fattori determinanti dell’azione politica, nella fattispecie militare, viene passata in rassegna, senza ombra di retorica, un’età feroce e spregiudicata caratterizzata da mutamenti imprevisti, sconvolgimenti epocali. Nelle sue pagine non troviamo ancora descritti quegli elementi strutturali economici, politici e sociali, cardine del mutamento storico, fatti propri dalla nostra storiografia nell’ultimo secolo. Duchi e re sembrano ancora decidere i destini dei propri popoli e le memorie di un ministro avrebbero dovuto educarli alla giusta misura delle proprie azioni.
A sinistra: Anonimo, Filippo il Buono e suo figlio Carlo il Temerario (Recueil d'Arras, metà XVI sec.).
A destra: Ritratto di Luigi XI (disegno del XVI sec. da un ritratto di Jean Fouquet, Bibliothèque Nationale de France).
"Il giorno in cui giunsero due servitori del conestabile di Lussemburgo (Luigi di Sainville e il segretario Richer) il re (Luigi XI) fece nascondere il signore di Contay, servitore del duca di Borgogna (Carlo il Temerario), con me dietro un grande e vecchio paravento che era nella sua camera... Il re si sedette su uno sgabello proprio accosto al paravento affinché noi potessimo udire quel che diceva Luigi di Sainville... E mentre Luigi di Sainville parlava (dell'alleanza di Carlo il Temerario con Edoardo IV d'Inghilterra), pensando di piacere al re, cominciò a contraffare il duca di Borgogna, a pestare un piede per terra, a bestemmiare per san Giorgio, a chiamare come lui il re d'Inghilterra Blayborgne, figlio di un arciere che portava questo nome, e a farsi beffe di lui in tutti i modi possibili. Il re rideva forte, e gli diceva che parlasse ad alta voce perché cominciava a diventare un po' sordo, e che ripetesse tutto di nuovo. L'altro non si faceva pregare e ricominciava di gran buona voglia. Il signore di Contay,con me dietro il paravento, era l'uomo più sbalordito del mondo." (Mémoires IV, 8).
"Lo scrittore è secco, acuto, con uno stile aderente ai fatti: le qualità di descrittore si fondono con quelle del moralista e dello psicologo, che penetra nelle coscienze per registrare i vizi ed il valore. Il ritratto di Luigi XI non è indegno di un Saint-Simon." (Giovanni Macchia).
A destra: Ritratto di Luigi XI (disegno del XVI sec. da un ritratto di Jean Fouquet, Bibliothèque Nationale de France).
"Il giorno in cui giunsero due servitori del conestabile di Lussemburgo (Luigi di Sainville e il segretario Richer) il re (Luigi XI) fece nascondere il signore di Contay, servitore del duca di Borgogna (Carlo il Temerario), con me dietro un grande e vecchio paravento che era nella sua camera... Il re si sedette su uno sgabello proprio accosto al paravento affinché noi potessimo udire quel che diceva Luigi di Sainville... E mentre Luigi di Sainville parlava (dell'alleanza di Carlo il Temerario con Edoardo IV d'Inghilterra), pensando di piacere al re, cominciò a contraffare il duca di Borgogna, a pestare un piede per terra, a bestemmiare per san Giorgio, a chiamare come lui il re d'Inghilterra Blayborgne, figlio di un arciere che portava questo nome, e a farsi beffe di lui in tutti i modi possibili. Il re rideva forte, e gli diceva che parlasse ad alta voce perché cominciava a diventare un po' sordo, e che ripetesse tutto di nuovo. L'altro non si faceva pregare e ricominciava di gran buona voglia. Il signore di Contay,con me dietro il paravento, era l'uomo più sbalordito del mondo." (Mémoires IV, 8).
"Lo scrittore è secco, acuto, con uno stile aderente ai fatti: le qualità di descrittore si fondono con quelle del moralista e dello psicologo, che penetra nelle coscienze per registrare i vizi ed il valore. Il ritratto di Luigi XI non è indegno di un Saint-Simon." (Giovanni Macchia).
Ecco, in questo Commynes è
in un certo senso anche umanista, quando rispolvera il suo Tito Livio di base, così
diverso da quello del Machiavelli, e il punto di vista vincente di un
imperatore elogiato per la sua tradizionale “misura” come Ottaviano Augusto. E
visto che si parla di Machiavelli c’è da chiedersi come mai la teorizzazione del
memorialista francese sia così scarsa a confronto di quanto espresso dallo
scrittore de Il principe. La
risposta, in sintesi, è semplice: le teorie rivoluzionarie, di norma, nascono
dalle sconfitte mentre la prassi del regno francese era stata vincente, per
meriti come per fortunate circostanze. Squadra che vince non si cambia e
Commynes aveva assistito, dopo il disfacimento della potenza inglese sconvolta
dalla Guerra delle Due Rose (1455), al
tracollo improvviso e imprevisto del Ducato di Borgogna (1477), che sembrava destinato
a sostituire come superpotenza continentale sia la Francia, reduce dagli incubi
della prima metà del ‘400, che il Sacro Romano Impero germanico (in crisi da
secoli). Il suo Dio, che ogni tanto compare fra le righe senza miracoli ma
armato di legge implacabile (e imprevedibile), sembrava proprio parlare francese. Il rischio paventato, quella superbia che aveva travolto Inghilterra e Borgogna.
“Negli Arazzi di Alessandro Magno, seguendo l’interpretazione di Aby Warburg, possiamo vedere ritratti nei panni immaginari di soldati macedoni Carlo il Temerario e il suo esercito. Aggiungo il fatto che la lotta contro gli ‘uomini selvaggi rappresenta quella contro i francesi, così rappresentati alla luce del Ballo degli ardenti narrato da Jean Froissart. Nel 1393, infatti, quattro danzatori vestiti da ‘sauvages’ che si esibivano davanti al re Carlo VI (che già mostrava segni di squilibrio mentale) erano finiti bruciati vivi a causa dell’incendio provocato da una torcia portata dal fratello del re, Luigi I d’Orléans.” (Luca Traini, Alessandro Magno e la sua leggenda, Varesecorsi 1996).
"Gli Svizzeri si erano radunati, ma non in gran numero, come sentii raccontare da molti di loro. Dalle loro parti non si trae tutta la gente che si crede e allora se ne traeva ancora meno di adesso: dopo, infatti, i più hanno lasciato l'aratro per farsi soldati." (Mémoires V, 1).
Gabbie di ferro e cannoni
Commento musicale Johannes Ockeghem, Missa l'Homme Armé: Kyrie
Un “peccato” compiuto da Carlo VIII nella sua impresa italiana, che vide Commynes, consigliere poco ascoltato, decisamente contrario al tentativo di riconquista francese del Regno di Napoli. Lo storico conosceva bene la nostra penisola, era stato in missione a Firenze nel 1478, dove aveva avuto occasione di conoscere e stimare Lorenzo de’ Medici: sapeva quale razza di pericoloso intrico si nascondesse dietro il fragile equilibrio sorto dalla Pace di Lodi. D’altro canto qualche “peccato” l’aveva compiuto pure lui, tramando contro il giovane Carlo VIII e finendo rinchiuso otto mesi, nel 1487, in una gabbia di ferro nel titanico castello di Loches (vi finirà prigioniero i suoi giorni anche Ludovico il Moro nel 1508, non in gabbia ma nel torrione), con tanto di confisca di un quarto dei beni. Riabilitato, viene spedito come ambasciatore a Venezia nel biennio 1494/95 per assicurasi la neutralità della Serenissima: "Io tardai qualche giorno a partire perché il re ebbe il vaiolo e fu per morire; gli venne la febbre, ma non durò che sei o sette giorni... Lasciai il re ad Asti e credevo fermamente che non sarebbe andato più oltre. In sei giorni giunsi a Venezia con muli e carri, poiché la strada era la più bella del mondo." (Mémoires VII, 7). Da questo punto di vista privilegiato analizzerà il formidabile - e inaspettato - successo della discesa in Italia delle truppe francesi: "Dappertutto in Italia non avrebbero avuto altro desiderio che ribellarsi, se le cose del re fossero state condotte bene, con ordine e senza ruberie." (Mémoires VII, 8). E Venezia resterà nel suo cuore per la bellezza e il sistema di governo, una repubblica aristocratica che, insieme al parlamento inglese, darà le ali al suo sogno, mai realizzato, di una monarchia affiancata da un forte potere assembleare della nobiltà. La borghesia e, tanto meno, il popolo minuto non rientravano nei disegni di questo signorotto di provincia assurto ai più alti onori, non è possibile chiedergli tanto. In compenso la sua descrizione di Venezia ispirerà molto l’immaginario francese fino a Proust e ad Assassin’s Creed II.
Il donjon del Castello di Loches (foto di Clayton Parker).
Vittore Carpaccio, Arrivo degli ambasciatori inglesi alla corte del re di Bretagna (Venezia, 1495).
"Questo re nostro padrone (Luigi XI) aveva fatto fare prigioni assai rigorose, vale a dire gabbie di ferro o di legno rivestite dentro e fuori di placche di ferro ferrate in modo terribile, larghe otto piedi e alte soltanto un piede di più che la statura di un uomo. Il primo che le immaginò fu il vescovo di Verdun, che fu subito chiuso nella prima che fu fatta e vi dormì per quattordici anni. Dopo di lui molti lo maledissero ed anch'io, che la assaggiai per otto mesi sotto il re che c'è adesso (Carlo VIII)" (Mémoires VI, 11),
"La mia meraviglia fu grande nel vedere la posizione di quella città (Venezia) e nel vedere tanti campanili e monasteri e casamenti tutti sull'acqua e la gente senz'altro modo di andare qua e là che in quelle barche, di cui credo se ne potrebbero mettere insieme almeno trentamila, ma che sono assai piccole... E' la città più splendida che io abbia mai visto e quella che fa più onore agli ambasciatori e agli stranieri e che si governa più saviamente e dove il servizio di Dio è fatto più solennemente" (Mémoires VII, 18).
Vittore Carpaccio, Arrivo degli ambasciatori inglesi alla corte del re di Bretagna (Venezia, 1495).
"Questo re nostro padrone (Luigi XI) aveva fatto fare prigioni assai rigorose, vale a dire gabbie di ferro o di legno rivestite dentro e fuori di placche di ferro ferrate in modo terribile, larghe otto piedi e alte soltanto un piede di più che la statura di un uomo. Il primo che le immaginò fu il vescovo di Verdun, che fu subito chiuso nella prima che fu fatta e vi dormì per quattordici anni. Dopo di lui molti lo maledissero ed anch'io, che la assaggiai per otto mesi sotto il re che c'è adesso (Carlo VIII)" (Mémoires VI, 11),
"La mia meraviglia fu grande nel vedere la posizione di quella città (Venezia) e nel vedere tanti campanili e monasteri e casamenti tutti sull'acqua e la gente senz'altro modo di andare qua e là che in quelle barche, di cui credo se ne potrebbero mettere insieme almeno trentamila, ma che sono assai piccole... E' la città più splendida che io abbia mai visto e quella che fa più onore agli ambasciatori e agli stranieri e che si governa più saviamente e dove il servizio di Dio è fatto più solennemente" (Mémoires VII, 18).
Gli occhi prosaici del
cronista, affinati dal pragmatismo veneziano ("Sia per mezzo dei servi degli ambasciatori sia in altri modi... non badavo a spese per essere avvertito." Mémoires VII, 19), svelano i retroscena delle
velleità cavalleresche del giovane Carlo VIII: l’incompetenza dei ministri di
corte, le astuzie di Ludovico il Moro (uno dei principali responsabili dell’operazione)
e soprattutto le spese folli per la spedizione con il conseguente enorme
indebitamento: "Il re era giovane assai,debole di persona, voglioso di fare a suo talento, attorniato da poca gente savia e senza buoni capitani. Denaro sonante, niente, giacché ancor prima di partire furono presi a prestito centomila franchi dalla banca Sauli di Genova, all'interesse del quattordici per cento, da pagarsi a ogni fiera; e come dirò poi, furono fatti prestiti da molte altre parti. Non c'erano tende né padiglioni, e così si entrò d'inverno in Lombardia; ma c'era questo di buono che la compagnia era gagliarda, piena di giovani gentiluomini, benché, a dir vero, poco disciplinati." (Mémoires VII, 1). I proclami irreali
(conquista di Napoli più successiva crociata contro i Turchi) e i facili eroismi non trovano spazio nelle pagine dei Mémoires, piuttosto si sottolinea l’importanza
dell’esercito professionale costruito da Carlo VII e da Luigi XI dopo i disastri
della Guerra dei Cento Anni: “Mi pare che un principe accorto, il quale possa disporre di diecimila uomini e abbia mezzo di mantenerli, è assai più da temere e da stimare di quanto non lo siano dieci alleati stretti insieme, che abbiano ciascuno seimila uomini; perché fra loro sono tante le cose da stabilire e da sbrigare che la metà del tempo si perde prima che qualcosa sia concertato e concluso” (Mémoires I, 16). Il supporto
fondamentale di un forte contingente di truppe svizzere (già la Francia di Luigi XI aveva favorito con larghe elargizioni lo sviluppo militare della Confederazione in funzione antiborgognona). E la novità fondamentale di un uso massiccio dell’artiglieria,
più agile, maneggevole e soprattutto spaventosamente efficace (quelle armi da fuoco
così drammaticamente sottovalutate dal Machiavelli umanista de L’arte della Guerra): “Nessuno si rendeva conto degli effetti della nostra artiglieria, che è davvero la più possente di tutte le artiglierie del mondo” (Mémoires VIII, 23). Oltre ai metodi spietati di combattimento, altra eredità dei massacri
della Guerra dei Cento Anni e dei suoi strascichi. Ce ne offre un breve esempio il
Guicciardini: "Accostandosi a Fivizzano, castello de' fiorentini... lo presono per forza e saccheggiarono, ammazzando tutti i soldati forestieri che vi erano dentro e molti degli abitatori: cosa nuova e di spavento grandissimo a Italia, già lungo tempo assuefatta a vedere guerre più presto belle di pompa e di apparati, e quasi simili a spettacoli, che pericolose e sanguinose." (Storia d'Italia I, XIV).
Come si sa, dopo il successo iniziale, Carlo VIII si ritrovò sì padrone di Napoli ma invischiato in una penisola in piena rivolta. L’uscita da questo cul de sac fu drammatica. Il rischio era quello di fare la fine del Temerario, intestarditosi in imprese pericolose e, soprattutto, non necessarie. A Venezia lo storico fu testimone oculare della nascita della Lega Santa, che scatenava Ducato di Milano e Repubblica Veneta insieme a mezza Europa (Aragona, Sacro Romano Impero e Inghilterra) contro le truppe francesi: "Presso un masso di porfido, dove si sogliono fare le pubblicazioni, fu pubblicata la lega. Io stavo a vedere di nascosto da una finestra con l'ambasciatore del Turco... quella notte stessa venne a parlarmi per mezzo di un Greco e stette quattro ore nella mia camera; aveva un gran desiderio che il suo signore fosse nostro amico" (Mémoires VII, 20). Sono i primordi della lunga alleanza tra Francia e Impero Ottomano in funzione antiasburgica. Commynes raggiunse il suo re a Siena: "Mi scrisse di andargli incontro a Siena, dove lo trovai... mi chiese ridendo se i Veneziani avrebbero mandato gente contro di lui: tutti coloro che lo circondavano erano infatti giovani che non credevano che ci fosse al mondo qualcun altro buono e capace di tener le armi in mano." (Mémoires VIII, 2).
Non si aveva idea di quanto sarebbero state drammatiche la successiva attraversata degli Appennini e la battaglia di Fornovo (6 luglio 1495) dove, grazie anche a divisioni, indecisioni e lentezze della coalizione nemica, i francesi riuscirono infine ad aprirsi una via per il ritorno in patria: "Il re smontò in una cascina poveramente costruita, ma dove c'era una grandissima quantità di grano in covoni, di cui tutto l'esercito profittò... Io so che dormii in una vigna, ben disteso sulla nuda terra... senza mantello; quella mattina il re si era fatto imprestare il mio, e i miei bagagli erano troppo lontani... A tutti pareva di averla scampata bella, e non eravamo più così pieni di superbia come un po' prima della battaglia." (Mémoires VIII, 12).
Addii e rinascite
La splendida edizione Einaudi del 1960 (che io sappia, purtroppo mai ristampata) termina con il commosso saluto del grande Federico Chabod alla storica Maria Clotilde Daviso di Charvensod, morta dopo aver curato e tradotto i Memoires: "Con ugual serenità e coraggio affrontò la Resistenza. Uno degli ultimi ricordi che ho di Lei è un suo improvviso arrivo, con Giorgio Vaccarino, nella Valsavarenche già occupata dai partigiani, l'estate del '44. Spirito di verità, non mai lusinga di soddisfazioni e riconoscimenti esteriori, la condusse alla ricerca storica, poi costantemente perseguita per tutta la vita; e il suo Commynes è come un epilogo". Un lavoro fondamentale, che va ricordato. La sua forza può essere riassunta nella precisa - e commovente - distinzione che la Daviso opera fra il senso della storia per Philippe de Commynes e il nostro, ricordandoci con passione quanto la memoria sia preziosa, oggi: "Questo l'autore che, con la sua umanità, evoca, vivo e popolato di uomini vivi, un mondo per i più spento e lontano, in cui risuonano vuoti nomi senza volto. Noi non pensiamo più, come lui, che il leggere antiche storie valga a istruire i principi nell'arte di conoscere ed evitare inganni, né cerchiamo nelle vicende umane conferma della giustizia divina. Per noi la storia non deve essere un lugubre panorama di morte sul quale sconsolatamente meditare, ma conoscenza di vita che ci tempri all'azione".
Melchiorre Ferraiolo, Cronaca figurata: entrata delle truppe francese in Napoli il 22 febbraio 1495.
"I signori e i capitani vivono in Italia sempre in maneggi con i nemici e in gran timore di trovarsi fra i più deboli.";
"Questa, di compiacere ai più forti, è la natura dei popoli d'Italia; ma erano, e sono, trattati così male che bisogna scusarli.";
"Poche volte, facendo questo viaggio, i nostri indossarono l'armatura, e per andare da Asti a Napoli il re mise quattro mesi e
diciannove giorni soltanto; un ambasciatore ci avrebbe messo poco meno. Per questo concludo col dire, dopo averlo sentito
da molti religiosi e uomini di santa vita e da molta altra gente di ogni sorta (ed è quindi voce di Dio perché è voce di popolo),
che Nostro Signore voleva punire quei principi in modo che tutti se ne accorgessero.";
"La gente infatti ci adorava come santi e stimava che in noi ci fosse ogni fede e bontà; ma quest'opinione durò poco."
(Mémoires VII, 11; VII, 9; VII, 14; VII, 8).
La spedizione di Carlo VIII segna il passaggio dall'Umanesimo italiano, così come si era venuto formando in un secolo da Petrarca
e Boccaccio in poi, al fenomeno europeo del Rinascimento. La fine di un'epoca è ben rappresentata dal finale dell'Arcadia,
il poema del napoletano Jacopo Sannazzaro, che allude alla conquista francese della sua città:“Ultimamente un albero bellissimo di arancio, e da me molto coltivato, mi parea trovare tronco dalle radici, con le frondi, e i fiori, e i frutti sparsi per terra.”.
"I signori e i capitani vivono in Italia sempre in maneggi con i nemici e in gran timore di trovarsi fra i più deboli.";
"Questa, di compiacere ai più forti, è la natura dei popoli d'Italia; ma erano, e sono, trattati così male che bisogna scusarli.";
"Poche volte, facendo questo viaggio, i nostri indossarono l'armatura, e per andare da Asti a Napoli il re mise quattro mesi e
diciannove giorni soltanto; un ambasciatore ci avrebbe messo poco meno. Per questo concludo col dire, dopo averlo sentito
da molti religiosi e uomini di santa vita e da molta altra gente di ogni sorta (ed è quindi voce di Dio perché è voce di popolo),
che Nostro Signore voleva punire quei principi in modo che tutti se ne accorgessero.";
"La gente infatti ci adorava come santi e stimava che in noi ci fosse ogni fede e bontà; ma quest'opinione durò poco."
(Mémoires VII, 11; VII, 9; VII, 14; VII, 8).
La spedizione di Carlo VIII segna il passaggio dall'Umanesimo italiano, così come si era venuto formando in un secolo da Petrarca
e Boccaccio in poi, al fenomeno europeo del Rinascimento. La fine di un'epoca è ben rappresentata dal finale dell'Arcadia,
il poema del napoletano Jacopo Sannazzaro, che allude alla conquista francese della sua città:“Ultimamente un albero bellissimo di arancio, e da me molto coltivato, mi parea trovare tronco dalle radici, con le frondi, e i fiori, e i frutti sparsi per terra.”.
Come si sa, dopo il successo iniziale, Carlo VIII si ritrovò sì padrone di Napoli ma invischiato in una penisola in piena rivolta. L’uscita da questo cul de sac fu drammatica. Il rischio era quello di fare la fine del Temerario, intestarditosi in imprese pericolose e, soprattutto, non necessarie. A Venezia lo storico fu testimone oculare della nascita della Lega Santa, che scatenava Ducato di Milano e Repubblica Veneta insieme a mezza Europa (Aragona, Sacro Romano Impero e Inghilterra) contro le truppe francesi: "Presso un masso di porfido, dove si sogliono fare le pubblicazioni, fu pubblicata la lega. Io stavo a vedere di nascosto da una finestra con l'ambasciatore del Turco... quella notte stessa venne a parlarmi per mezzo di un Greco e stette quattro ore nella mia camera; aveva un gran desiderio che il suo signore fosse nostro amico" (Mémoires VII, 20). Sono i primordi della lunga alleanza tra Francia e Impero Ottomano in funzione antiasburgica. Commynes raggiunse il suo re a Siena: "Mi scrisse di andargli incontro a Siena, dove lo trovai... mi chiese ridendo se i Veneziani avrebbero mandato gente contro di lui: tutti coloro che lo circondavano erano infatti giovani che non credevano che ci fosse al mondo qualcun altro buono e capace di tener le armi in mano." (Mémoires VIII, 2).
Non si aveva idea di quanto sarebbero state drammatiche la successiva attraversata degli Appennini e la battaglia di Fornovo (6 luglio 1495) dove, grazie anche a divisioni, indecisioni e lentezze della coalizione nemica, i francesi riuscirono infine ad aprirsi una via per il ritorno in patria: "Il re smontò in una cascina poveramente costruita, ma dove c'era una grandissima quantità di grano in covoni, di cui tutto l'esercito profittò... Io so che dormii in una vigna, ben disteso sulla nuda terra... senza mantello; quella mattina il re si era fatto imprestare il mio, e i miei bagagli erano troppo lontani... A tutti pareva di averla scampata bella, e non eravamo più così pieni di superbia come un po' prima della battaglia." (Mémoires VIII, 12).
A destra: La battaglia di Fornovo (stampa d'inizio XVI sec.).
A sinistra: Gerolamo Savonarola ritratto in un incunabolo delle sue opere (1496).
"Quando arrivai a Firenze per andare incontro al re andai a visitare un frate predicatore chiamato fra Gerolamo (Savonarola), uomo di santa vita, per la ragione che aveva sempre predicato in favore del re... e diceva che era stato mandato da Dio per castigare i tiranni d'Italia... Molti lo biasimavano perché diceva che le cose gli erano state rivelate da Dio; altri vi prestavano fede; per parte mia lo credo un bravo uomo. Gli domandai se il re avrebbe potuto passare senza rischiare la vita... Mi rispose che in cammino avrebbe avuto dei fastidi, ma che l'onore sarebbe rimasto suo... e che Dio, il quale lo aveva guidato nell'andata, lo avrebbe condotto ancora al ritorno." (Mémoires VIII, 3).
"Anche loro erano come noi scarsi di buoni capitani... I Veneziani non vollero rischiare tutto in una volta e sguarnire il campo; invece per loro sarebbe stato meglio metter tutto in gioco, visto che erano assai ad attaccare... Non è possibile al mondo caricare con più ardimento di quanto si caricò dai due lati. I loro stradiotti, che erano in coda, videro i muli e i bagagli che fuggivano in direzione dell'avanguardia e che i loro compagni vincevano. Andarono tutti in quella direzione, senza seguire i loro uomini d'arme, che si trovarono senza scorta; senza dubbio, se a noi si fossero mescolati un millecinquecento cavalli leggeri, con in pugno le loro scimitarre, che sono spade terribili, noi, in pochi che eravamo, saremmo stati sconfitti senza rimedio... Avevamo un gran seguito di valletti e servitori che si gettarono su quegli uomini d'arme italiani, che per la maggior parte furono uccisi da loro; quasi tutti avevano in mano accette per tagliare la legna e con queste rompevano le visiere delle celate e davano loro gran colpi sulla testa; perché erano molto difficili da ammazzare, tanto erano forti le armature... Il nostro esercito aveva un gran seguito di vagabondi e di vagabonde, che fecero fortuna con i morti... Il combattimento non durò più di un quarto d'ora... In Italia le battaglie di solito non vanno in questo modo, perché essi combattono squadra per squadra e la battaglia dura talora tutto il giorno senza che né l'uno né l'altro sia vincitore... Quando si giunse a Nizza della Paglia... la sete era tale che vidi una quantità di fanti bere ai fossati di quei piccoli borghi dove passavamo. Noi bevevamo a grandi e lunghi sorsi acqua sporca e non corrente... Di una cosa bisogna dar lode a quell'esercito, ed è che non sentii mai nessuno lagnarsi; eppure, fu il viaggio più faticoso che io abbia mai visto in vita mia, per quanto ne abbia visti con il duca di Borgogna di quelli molto duri." (Mémoirs VIII, 11-14).
La morte, la storia, l’arte
Commento musicale Antoine Busnois, Je ne puis vivre ainsi
A sinistra: Gerolamo Savonarola ritratto in un incunabolo delle sue opere (1496).
"Quando arrivai a Firenze per andare incontro al re andai a visitare un frate predicatore chiamato fra Gerolamo (Savonarola), uomo di santa vita, per la ragione che aveva sempre predicato in favore del re... e diceva che era stato mandato da Dio per castigare i tiranni d'Italia... Molti lo biasimavano perché diceva che le cose gli erano state rivelate da Dio; altri vi prestavano fede; per parte mia lo credo un bravo uomo. Gli domandai se il re avrebbe potuto passare senza rischiare la vita... Mi rispose che in cammino avrebbe avuto dei fastidi, ma che l'onore sarebbe rimasto suo... e che Dio, il quale lo aveva guidato nell'andata, lo avrebbe condotto ancora al ritorno." (Mémoires VIII, 3).
"Anche loro erano come noi scarsi di buoni capitani... I Veneziani non vollero rischiare tutto in una volta e sguarnire il campo; invece per loro sarebbe stato meglio metter tutto in gioco, visto che erano assai ad attaccare... Non è possibile al mondo caricare con più ardimento di quanto si caricò dai due lati. I loro stradiotti, che erano in coda, videro i muli e i bagagli che fuggivano in direzione dell'avanguardia e che i loro compagni vincevano. Andarono tutti in quella direzione, senza seguire i loro uomini d'arme, che si trovarono senza scorta; senza dubbio, se a noi si fossero mescolati un millecinquecento cavalli leggeri, con in pugno le loro scimitarre, che sono spade terribili, noi, in pochi che eravamo, saremmo stati sconfitti senza rimedio... Avevamo un gran seguito di valletti e servitori che si gettarono su quegli uomini d'arme italiani, che per la maggior parte furono uccisi da loro; quasi tutti avevano in mano accette per tagliare la legna e con queste rompevano le visiere delle celate e davano loro gran colpi sulla testa; perché erano molto difficili da ammazzare, tanto erano forti le armature... Il nostro esercito aveva un gran seguito di vagabondi e di vagabonde, che fecero fortuna con i morti... Il combattimento non durò più di un quarto d'ora... In Italia le battaglie di solito non vanno in questo modo, perché essi combattono squadra per squadra e la battaglia dura talora tutto il giorno senza che né l'uno né l'altro sia vincitore... Quando si giunse a Nizza della Paglia... la sete era tale che vidi una quantità di fanti bere ai fossati di quei piccoli borghi dove passavamo. Noi bevevamo a grandi e lunghi sorsi acqua sporca e non corrente... Di una cosa bisogna dar lode a quell'esercito, ed è che non sentii mai nessuno lagnarsi; eppure, fu il viaggio più faticoso che io abbia mai visto in vita mia, per quanto ne abbia visti con il duca di Borgogna di quelli molto duri." (Mémoirs VIII, 11-14).
La morte, la storia, l’arte
Commento musicale Antoine Busnois, Je ne puis vivre ainsi
Le memorie si concludono con la fine ingloriosa di Carlo VIII, una piccola vendetta per l’autore. Il re muore per le conseguenze di una testata contro una porta in un passaggio diroccato detto “il pisciatoio”: "Uscì dalla camera della regina Anna di Bretagna, sua moglie, per andare con lei a vedere quelli che giocavano a pallacorda" - un gioco fatale per i re francesi - "nei fossati del castello (di Amboise); era la prima volta che ve la conduceva, ed entrarono insieme in una loggia abbattuta... ed era il più brutto posto che ci fosse, perché tutti vi pisciavano... Per quanto fosse basso di statura, entrandovi, picchiò la testa contro la porta; poi stette a lungo a guardare i giocatori, discorrendo con tutti... Dicendo questo, cadde riverso e perdette la parola... Chiunque voleva poteva entrare in quella loggia e lo trovava disteso su un misero pagliericcio, dove rimase finché ebbe reso l'anima... Io giunsi ad Amboise due giorni dopo e andai a dire la mia preghiera là dove c'era il corpo e ci rimasi cinque o sei ore; e, a dir il vero, non vidi mai tanto cordoglio e di tanta durata. Ma è anche vero che i suoi familiari, come i ciambellani o i dieci o dodici giovani gentiluomini della sua camera, erano trattati meglio e avevano stipendi e donativi più grandi di quanti mai ne abbia dati, e persin troppo. Il suo era il più umano e dolce parlare che mai ci sia stato, e credo che a nessuno abbia detto cosa che potesse dispiacere. Non poteva morire in più buon punto per restare famoso nelle storie ed essere rimpianto da quelli che lo servivano" (Mémoires VIII, 25 e 27).
Sic transit anche la carriera politica di Commynes. Il nuovo sovrano, Luigi XII, non si sarebbe mostrato riconoscente contro chi l’aveva sostenuto nella congiura del 1484 pagata in una gabbia di ferro: "Andai incontro al nuovo re, del quale ero stato intimo più di ogni altro e per il quale mi ero messo in tanti guai e avevo avuto tante perdite; eppure in quel momento se ne ricordò appena." (Mémoires VIII, 27).
Sic transit anche la carriera politica di Commynes. Il nuovo sovrano, Luigi XII, non si sarebbe mostrato riconoscente contro chi l’aveva sostenuto nella congiura del 1484 pagata in una gabbia di ferro: "Andai incontro al nuovo re, del quale ero stato intimo più di ogni altro e per il quale mi ero messo in tanti guai e avevo avuto tante perdite; eppure in quel momento se ne ricordò appena." (Mémoires VIII, 27).
Non restò che scrivere una
grande opera storica, che testimonia tra l’altro la simpatia per l’Italia e l’amore
per la sua arte, una passione che di lì a qualche decennio avrebbe portato Francesco I a ospitare Leonardo da Vinci nel maniero di Clos-Lucé e a incaricare architetti e pittori manieristi per la ristrutturazione del castello di Fontainebleau.
Bergognone, Gian Galeazzo Visconti offre alla Vergine il modello della Certosa, fine XV sec. (foto di Danielkwiat).
"Quella bella chiesa dei certosini, che è davvero la più bella che io abbia mai visto e tutta di bel marmo." (Mémoires VII, 9).
Addii e rinascite
Commento musicale Josquin Desprez, Adieu mes amours
La splendida edizione Einaudi del 1960 (che io sappia, purtroppo mai ristampata) termina con il commosso saluto del grande Federico Chabod alla storica Maria Clotilde Daviso di Charvensod, morta dopo aver curato e tradotto i Memoires: "Con ugual serenità e coraggio affrontò la Resistenza. Uno degli ultimi ricordi che ho di Lei è un suo improvviso arrivo, con Giorgio Vaccarino, nella Valsavarenche già occupata dai partigiani, l'estate del '44. Spirito di verità, non mai lusinga di soddisfazioni e riconoscimenti esteriori, la condusse alla ricerca storica, poi costantemente perseguita per tutta la vita; e il suo Commynes è come un epilogo". Un lavoro fondamentale, che va ricordato. La sua forza può essere riassunta nella precisa - e commovente - distinzione che la Daviso opera fra il senso della storia per Philippe de Commynes e il nostro, ricordandoci con passione quanto la memoria sia preziosa, oggi: "Questo l'autore che, con la sua umanità, evoca, vivo e popolato di uomini vivi, un mondo per i più spento e lontano, in cui risuonano vuoti nomi senza volto. Noi non pensiamo più, come lui, che il leggere antiche storie valga a istruire i principi nell'arte di conoscere ed evitare inganni, né cerchiamo nelle vicende umane conferma della giustizia divina. Per noi la storia non deve essere un lugubre panorama di morte sul quale sconsolatamente meditare, ma conoscenza di vita che ci tempri all'azione".
“Cuori
di noia da tempo avviliti,
Grazie
a Dio, sono ora sani e felici;
Andatevene,
cambiate dimora,
Inverno,
voi non resterete più”.
Luca Traini
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