IL MIO INTERVENTO AL SEMINARIO “L’UOMO E LA NATURA: CRISI, METAMORFOSI E RINASCITA”
Un sentito grazie all’Università degli Studi di Cagliari, alla docente Alice Guerrieri e all’amica scrittrice Renata Asquer, di cui consiglio vivamente la lettura del romanzo Il visconte che amava i gelsi.
Nonostante gli esiti in buona parte sfavorevoli di COP30, anzi, proprio per questo, dobbiamo continuare ad approfondire il discorso sul rapporto fra uomo e natura e su quanto l’essere umano ha intesto storicamente per “natura”, perché è una nostra definizione che intende racchiudere “quanto si sviluppa in modo autonomo indipendentemente da noi”. Il fatto che si voglia “racchiudere” ciò che dovrebbe procedere per conto proprio è già un umanissimo tentativo di controllo rispetto a quanto dovrebbe sfuggire al nostro presunto “dominio” (termine tanto brutto fin dall’origine quanto ancora abusato). Un primo elemento di “crisi” (etimologicamente “scissione”), perché gli esseri umani percepiscono da millenni - da quando si è sviluppata l’agricoltura - una separazione con quanto, sulla superficie terrestre, non risulta sottoposto al lavoro da cui si attendono risultati positivi e diretti alla riproduzione della società e delle sue forme in termini sempre più ampi.
Parlo di “superficie terrestre” perché quanto sta sotto questa fragile scorza di mondo di poche decine di chilometri rispetto a migliaia, dai terremoti alle eruzioni vulcaniche fino al movimento di placche tettoniche e oltre, resta ancora oggi veramente “natura”, per quanto non di carattere biologico, che sfugge totalmente a ogni tentativo di nostro controllo. E questo è il secondo elemento di “crisi”, perché in fondo restiamo “superficiali”, anche se abbiamo giustamente spostato dagli dei alla scienza i nostri tentativi di interpretazione fino a contemplare tutto quanto va oltre il nostro pianeta, la Grande Natura, universo o multiverso che sia, tanto affascinante quanto potenzialmente devastante per gli orizzonti temporali di quanto definiamo “vita”, cioè, noi qui e ora.
Noi qui e ora siamo figli di tutta una serie di rivoluzioni “economiche”, in senso etimologico e tangibile, che hanno a che fare col nostro modo abituale di abitare la Terra e le rispettive leggi che presentiamo come date (“assolute”, “sciolte da ogni vincolo con l’esterno”) e che invece hanno inizio da un punto di vista strutturale - e strumentale - con la coltura agricola e la rispettiva sovrastruttura di nuova cultura che ne consegue da quasi 12.000 anni, da quando a Göbekli Tepe, nell’odierna Turchia, iniziarono a essere edificate steli ad angolo retto a imitazione di quella che era la forma privilegiata delle nuove porzioni di terra destinate ai campi agricoli e alle rispettive - e comode - canalizzazioni delle acque destinate ad irrigarli, forma destinata a un successo che dura fino ad oggi.
Siamo quindi figli di una “civiltà ad angolo retto“ che si è plasmata in realtà abitative e conseguenti “economie” che hanno dato origine a ogni paese e città di cui vediamo costellata oggi la massima parte della superficie occupata dalla popolazione.
Questa concreta realtà quotidiana fatta di mura, porte, finestre inquadrate da mattoni o pietre squadrate non è affatto naturale, perché quanto intendiamo come “natura” rifugge ogni angolo retto e preferisce ben altre angolature, predilige di norma forme più circolari, elissoidali o irregolari (dal nostro punto di vista geometrico e “morale” ormai abitudinario e ben allenato tanto a memorizzare quanto a dimenticare).
Le architetture nuragiche possono sembrare una splendida eccezione a questo discorso. In realtà sono una delle eccezioni che confermano la regola. Con le loro pietre progressivamente squadrate aprono la strada a quello che sarà il marchio quadrato o rettangolare del dominio romano e delle sue successive metamorfosi e crisi: dalla forma prediletta e più comoda dei campi coltivati alle sue trasfigurazioni in edifici, libri e codici, in cui si cercherà di racchiudere la memoria delle proprietà della terra, dalla sconfitta di Ampsicora nel 215 a.C. ai “Condaghe” in lingua sarda e alla “Carta de logu”, fino ai disastri sociali della “Carta delle chiudende” sabauda del 1820 -pessimo modo di festeggiare, da parte dei fratelli Vittorio Emanuele I e Carlo Felice, allora viceré dell’isola, il primo secolo di dominazione dei Savoia sulla Sardegna - fino all’importante (e quasi dimenticato) grande tentativo di soluzione dello scontro fra pastorizia e agricoltura della Legge De Marzi - Cipolla del 1971 (è sempre bene fare un bel distinguo fra Regno d’Italia e Repubblica Italiana).
Insomma la nostra “artificialità” storica di Homo Sapiens (qualifica che ci siamo attribuita), dal Neolitico in poi ha dato vita, oltre che a strutture abitative artificiali, a tutta una serie di qualifiche che, da originari supervisori di costruzioni e canalizzazioni, hanno plasmato nei secoli re, imperatori e relativi sottoposti di prestigio, fino ad arrivare al visconte Francesco Maria Asquer di Flumini, alla sua coltivazione di gelsi - le cui more ho sempre amato e che i miei nonni contadini marchigiani avevano coltivato durante la Seconda Guerra raccontandomi quanto fosse stata una formidabile parentesi di gioia fra tanti orrori - e alle bellissime pagine pubblicate ad angolo retto di Renata Asquer, che narrano la sua Storia con lo stesso calore di un focolare domestico acceso nel cuore di una struttura abitata delle stesse forme. Lo stesso calore del ricordo profondamente sentito ed espanso al presente in vista del futuro che trasferiamo nei profili in cui amiamo traslare la struttura e la base del volo della nostra memoria: dai libri alle foto e agli schermi di cinema, televisione e iPhone.
I conclusione, parlando di “Crisi, metamorfosi e rinascite”, il rapporto fra uomo e natura che ha dato vita alla nostra civiltà, che è un sogno ad angolo retto, citando il mio ultimo libro, dovrà essere un sogno, una progettazione rivolta al futuro, con occhi ben aperti e rispettosi della diversità in cui inquadriamo i nostri bisogni. Niente più incubi di “dominio”, perché non dominiamo su nulla, tanto più oggi che dobbiamo salvaguardare una “democrazia” dai confini terminologici decisamente ampliati, che deve andare oltre ogni particolarismo, tenere ben in conto sia quanto sia “altro” rispetto ai comodi di qualsiasi parte e aver cura, quale società che abita un habitat più grande, di ciò che sembra sfuggire e invece è elemento fondante della nostra qualità di vita, cioè, la la natura.
Grazie ai nuovi strumenti tecnologici di cui disponiamo - e la radice di “tecnologia” significa “discorso sull’uso degli strumenti di cui facciamo uso” e non pura accettazione sic et simpliciter degli stessi - dobbiamo custodire anche quanto una volta ci faceva paura, perché oggi abbiamo scoperto che dobbiamo aver paura soprattutto di noi stessi.
La base quadrangolare è stata utile ma è piena di contraddizioni - in primis, per la sua natura originaria maschilista e patriarcale (se aggiungete una “e” a “retto” si capisce meglio di cosa parliamo e possiamo comprendere il significato dell'alternativa rivoluzionaria delle architetture al femminile di Zaha Hadid) - ma, una volta ripulita in modo cosciente dai suoi difetti, potrà ancora offrire forma e contenuti a nuove soluzioni di vivibilità condivise con quanto appare “altro” e invece ci riguarda strettamente.
Nell’attesa di altre metamorfosi in cui contestualizzare le domande a cui cerchiamo ogni volta una risposta - qui, soprattutto qui e ora, nella piccola, grande isola che ci siamo creati - rispondiamo come scrive con forza e dolcezza Renata Asquer: “Passando in rassegna ciò che si è fatto e anche il suo contrario. Dicono che solo così si può cogliere il senso delle cose passate e anche di quelle presenti”.










