venerdì 28 novembre 2025

“L’UOMO E LA NATURA: CRISI, METAMORFOSI E RINASCITA"

 IL MIO INTERVENTO AL SEMINARIO “L’UOMO E LA NATURA: CRISI, METAMORFOSI E RINASCITA”

Un sentito grazie all’Università degli Studi di Cagliari, alla docente Alice Guerrieri e all’amica scrittrice Renata Asquer, di cui consiglio vivamente la lettura del romanzo Il visconte che amava i gelsi.


Nonostante gli esiti in buona parte sfavorevoli di COP30, anzi, proprio per questo, dobbiamo continuare ad approfondire il discorso sul rapporto fra uomo e natura e su quanto l’essere umano ha intesto storicamente per “natura”, perché è una nostra definizione che intende racchiudere “quanto si sviluppa in modo autonomo indipendentemente da noi”. Il fatto che si voglia “racchiudere” ciò che dovrebbe procedere per conto proprio è già un umanissimo tentativo di controllo rispetto a quanto dovrebbe sfuggire al nostro presunto “dominio” (termine tanto brutto fin dall’origine quanto ancora abusato). Un primo elemento di “crisi” (etimologicamente “scissione”), perché gli esseri umani percepiscono da millenni - da quando si è sviluppata l’agricoltura - una separazione con quanto, sulla superficie terrestre, non risulta sottoposto al lavoro da cui si attendono risultati positivi e diretti alla riproduzione della società e delle sue forme in termini sempre più ampi.

Parlo di “superficie terrestre” perché quanto sta sotto questa fragile scorza di mondo di poche decine di chilometri rispetto a migliaia, dai terremoti alle eruzioni vulcaniche fino al movimento di placche tettoniche e oltre, resta ancora oggi veramente “natura”, per quanto non di carattere biologico, che sfugge totalmente a ogni tentativo di nostro controllo. E questo è il secondo elemento di “crisi”, perché in fondo restiamo “superficiali”, anche se abbiamo giustamente spostato dagli dei alla scienza i nostri tentativi di interpretazione fino a contemplare tutto quanto va oltre il nostro pianeta, la Grande Natura, universo o multiverso che sia, tanto affascinante quanto potenzialmente devastante per gli orizzonti temporali di quanto definiamo “vita”, cioè, noi qui e ora.

Noi qui e ora siamo figli di tutta una serie di rivoluzioni “economiche”, in senso etimologico e tangibile, che hanno a che fare col nostro modo abituale di abitare la Terra e le rispettive leggi che presentiamo come date (“assolute”, “sciolte da ogni vincolo con l’esterno”) e che invece hanno inizio da un punto di vista strutturale - e strumentale - con la coltura agricola e la rispettiva sovrastruttura di nuova cultura che ne consegue da quasi 12.000 anni, da quando a Göbekli Tepe, nell’odierna Turchia, iniziarono a essere edificate steli ad angolo retto a imitazione di quella che era la forma privilegiata delle nuove porzioni di terra destinate ai campi agricoli e alle rispettive - e comode - canalizzazioni delle acque destinate ad irrigarli, forma destinata a un successo che dura fino ad oggi.

Göbekli Tepe in una foto di Teomancimit (2011)

Siamo quindi figli di una “civiltà ad angolo retto“ che si è plasmata in realtà abitative e conseguenti “economie” che hanno dato origine a ogni paese e città di cui vediamo costellata oggi la massima parte della superficie occupata dalla popolazione.

Questa concreta realtà quotidiana fatta di mura, porte, finestre inquadrate da mattoni o pietre squadrate non è affatto naturale, perché quanto intendiamo come “natura” rifugge ogni angolo retto e preferisce ben altre angolature, predilige di norma forme più circolari, elissoidali o irregolari (dal nostro punto di vista geometrico e “morale” ormai abitudinario e ben allenato tanto a memorizzare quanto a dimenticare).

Le architetture nuragiche possono sembrare una splendida eccezione a questo discorso. In realtà sono una delle eccezioni che confermano la regola. Con le loro pietre progressivamente squadrate aprono la strada a quello che sarà il marchio quadrato o rettangolare del dominio romano e delle sue successive metamorfosi e crisi: dalla forma prediletta e più comoda dei campi coltivati alle sue trasfigurazioni in edifici, libri e codici, in cui si cercherà di racchiudere la memoria delle proprietà della terra, dalla sconfitta di Ampsicora nel 215 a.C. ai “Condaghe” in lingua sarda e alla “Carta de logu”, fino ai disastri sociali della “Carta delle chiudende” sabauda del 1820 -pessimo modo di festeggiare, da parte dei fratelli Vittorio Emanuele I e Carlo Felice, allora viceré dell’isola, il primo secolo di dominazione dei Savoia sulla Sardegna - fino all’importante (e quasi dimenticato) grande tentativo di soluzione dello scontro fra pastorizia e agricoltura della Legge De Marzi - Cipolla del 1971 (è sempre bene fare un bel distinguo fra Regno d’Italia e Repubblica Italiana).

Insomma la nostra “artificialità” storica di Homo Sapiens (qualifica che ci siamo attribuita), dal Neolitico in poi ha dato vita, oltre che a strutture abitative artificiali, a tutta una serie di qualifiche che, da originari supervisori di costruzioni e canalizzazioni, hanno plasmato nei secoli re, imperatori e relativi sottoposti di prestigio, fino ad arrivare al visconte Francesco Maria Asquer di Flumini, alla sua coltivazione di gelsi - le cui more ho sempre amato e che i miei nonni contadini marchigiani avevano coltivato durante la Seconda Guerra raccontandomi quanto fosse stata una formidabile parentesi di gioia fra tanti orrori - e alle bellissime pagine pubblicate ad angolo retto di Renata Asquer, che narrano la sua Storia con lo stesso calore di un focolare domestico acceso nel cuore di una struttura abitata delle stesse forme. Lo stesso calore del ricordo profondamente sentito ed espanso al presente in vista del futuro che trasferiamo nei profili in cui amiamo traslare la struttura e la base del volo della nostra memoria: dai libri alle foto e agli schermi di cinema, televisione e iPhone.

I conclusione, parlando di “Crisi, metamorfosi e rinascite”, il rapporto fra uomo e natura che ha dato vita alla nostra civiltà, che è un sogno ad angolo retto, citando il mio ultimo libro, dovrà essere un sogno, una progettazione rivolta al futuro, con occhi ben aperti e rispettosi della diversità in cui inquadriamo i nostri bisogni. Niente più incubi di “dominio”, perché non dominiamo su nulla, tanto più oggi che dobbiamo salvaguardare una “democrazia” dai confini terminologici decisamente ampliati, che deve andare oltre ogni particolarismo, tenere ben in conto sia quanto sia “altro” rispetto ai comodi di qualsiasi parte e aver cura, quale società che abita un habitat più grande, di ciò che sembra sfuggire e invece è elemento fondante della nostra qualità di vita, cioè, la la natura.

Grazie ai nuovi strumenti tecnologici di cui disponiamo - e la radice di “tecnologia” significa “discorso sull’uso degli strumenti di cui facciamo uso” e non pura accettazione sic et simpliciter degli stessi - dobbiamo custodire anche quanto una volta ci faceva paura, perché oggi abbiamo scoperto che dobbiamo aver paura soprattutto di noi stessi.

La base quadrangolare è stata utile ma è piena di contraddizioni - in primis, per la sua natura originaria maschilista e patriarcale (se aggiungete una “e” a “retto” si capisce meglio di cosa parliamo e possiamo comprendere il significato dell'alternativa rivoluzionaria delle architetture al femminile di Zaha Hadid) - ma, una volta ripulita in modo cosciente dai suoi difetti, potrà ancora offrire forma e contenuti a nuove soluzioni di vivibilità condivise con quanto appare “altro” e invece ci riguarda strettamente.

Nell’attesa di altre metamorfosi in cui contestualizzare le domande a cui cerchiamo ogni volta una risposta - qui, soprattutto qui e ora, nella piccola, grande isola che ci siamo creati - rispondiamo come scrive con forza e dolcezza Renata Asquer: “Passando in rassegna ciò che si è fatto e anche il suo contrario. Dicono che solo così si può cogliere il senso delle cose passate e anche di quelle presenti”.

Luca Traini

martedì 25 novembre 2025

UN ARTICOLO DELLA RIVISTA “SCIENCE” CONFERMA “LA NOSTRA CIVILTÀ È UN SOGNO AD ANGOLO RETTO”

 Commento musicale J. S. Bach, Toccata e Fuga "Dorica"

“Culture literally changes how we see the world: where city dwellers see rectangles, people who live in round huts see circles”, questo il titolo di un importante articolo a firma di Nala Rogers pubblicato sul sito online della prestigiosa rivista scientifica americana il 20 giugno e riproposto in italiano sull’ultimo numero di Internazionale. Semplificando, si tratta di uno studio comparativo in cui certe immagini geometriche vengono sottoposte sia ad abitanti di città inglesi e americane che a indigeni Himba della Namibia (Stato la cui lotta di liberazione dal colonialismo europeo prima e sudafricano afrikaner poi ho studiato e seguito con passione). Dove popoli di cultura europea vivono con la “città” come punto di riferimento vedono quadrati o rettangoli anche in figure che potrebbero essere interpretate diversamente - perché il punto di partenza sono le loro abitazioni con mura, porte, finestre ad angolo retto, studiano su libri, vedono quadri o schermi di cinema, televisioni, computer e iPhone della stessa forma (elementi costitutivi della “civiltà”, termine che uso esclusivamente in termine tecnico e non morale, ossia di quanto sviluppatosi in 12.000 anni dall’uso della pietra squadrata e del mattone durante la Rivoluzione Neolitica che ha dato vita a società sedentarie dedite all’agricoltura) - così la cultura Himba, che, come tante altre culture tribali, ha seguito una strada diversa, fatta di abitazioni costituite da capanne protette da recinti circolari, vede soprattutto cerchi, perché questa è la concreta realtà esistenziale a cui fanno riferimento. Come ho scritto ne La nostra civiltà è un sogno ad angolo retto - edita da TraRari TIPI nel 2024, ma sviluppo di quanto avevo già avevo stilato in sintesi in un capitolo di “Art is a Game”, pubblicato da Skira nel 2011 per una mostra che avevo curato alla Biennale di Venezia - la forma prediletta delle “civiltà” agricole diventate industriali e oggi post-industriali non è qualcosa di assoluto, ma un contenitore ancora di formidabile potenza economica (dal greco “oikonomia”, “legge della casa”) e politica (sempre dal greco “polis”, semplificando, “città”) accettato, imposto o, in questo caso, rifiutato da altre culture che continuano a seguire la strada degli occhi con cui per milioni di anni - notevole quantità qualitativa di tempo - abbiamo visto noi stessi e quanto ci circondava. Sarà un caso che è proprio una donna, Uapwanawa Muhenije, Himba di un villaggio nel nord della Namibia, a stupirsi che, fra le diverse Illusioni di Coffer, “non riusciamo a vedere quelle rotonde”? Dopotutto la “civiltà ad angolo retto” nasce da una matrice maschilista che si è consolidata nei millenni e solo nell’ultimo secolo è stata messa fortemente in discussione. Un discorso ancora aperto che mi piace sia stato messo all’attenzione globale da una giornalista attenta come Nala Rogers, che farebbe contenta la mai troppo compianta Zaha Adid, con la sua nuova architettura tutta al femminile. Un discorso che non vorrei limitato solo al suo prezioso articolo Made in USA, dimenticando gli apporti della negletta Italia, dove il mio libro e quanto l’ha preceduto è frutto dei preziosi suggerimenti della responsabile di Musea, Debora Ferrari: da tanti anni ci ispiriamo a vicenda.

Approfondimento in

Luca Traini

sabato 22 novembre 2025

CHIESA DI SANTA MARIA DELLA GIOIA (1975>2025)

Un capolavoro di architettura e una grande mostra Per Arte ricevuta

J. S. Bach, Magnificat (dir. N. Harnoncourt)

Per Arte ricevuta, segno, terra, luce e I Piatti della Gioia

Mostra per il Centenario di Padre Costantino Ruggeri

Dal 22 novembre al 5 dicembre 2025 - Chiesa di Santa Maria della Gioia - Varese

Inaugurazione sabato 22 novembre ore 11, conferenza al Lyceum ore 15.30

Nel centenario della nascita di Padre Costantino Ruggeri, artista e francescano tra le figure più amate del Novecento sacro italiano, la Chiesa di Santa Maria della Gioia di Varese celebra il suo fondatore con una mostra che unisce arte, fede e comunità.

Il progetto, intitolato PER ARTE RICEVUTA, SEGNO TERRA LUCE vede la partecipazione di numerosi artisti contemporanei che, ispirandosi al messaggio di bellezza e condivisione lasciato da Padre Costantino: Samuele Arcangioli, Fausto Bianchi, Maurizio Cavicchiolo, Massimo Fergnani, Anny Ferrario, Vittore Frattini, Anna Genzi, Raffaella Grandi, Ugo Nespolo, Samuele Omati, Dario Paini, Nicola Perucca, Laura Pozzi Rinaldi, Chiara Ricardi, Arlenys Romero, Riccardo Ranza, Stella Ranza, H.H. Stillriver, Sara Tardonato, Pina Traini, Giacomo Vanetti, Giorgio Vicentini.

Ildegarda di Bingen della pittrice novantenne Pina Traini guida la sinfonia delle opere degli artisti presenti in mostra

Gli artisti espongono le opere nella sala della Chiesa e hanno realizzato 200 piatti d’artista, ciascuno pezzo unico e donato come segno di gratitudine e sostegno alla chiesa e alle sue attività. I Piatti della Gioia sono stati presentati ufficialmente domenica 16 novembre 2025 durante la Santa Messa alla Brunella ore 11.15, con una cerimonia simbolica come gesto di comunione tra arte e spiritualità.

La mostra, a cura di Debora Ferrari, sarà inaugurata sabato 22 novembre e resterà aperta fino al 5 dicembre 2025 presso la chiesa di Santa Maria della Gioia, in Via Montello 80. Nel pomeriggio dell’inaugurazione, alle ore 15.30 al Lyceum di Varese, in Via Carrobbio 3, si terrà la conferenza dell’architetto Luigi Leoni, che collaborò con Padre Costantino alla costruzione della chiesa: un incontro prezioso per riscoprire la genesi e il significato spirituale di uno dei luoghi più identitari della città, dove interverrà anche Federico Visconti presidente della Fondazione Comunitaria del Varesotto. In sede ci saranno i rollup con le chiese del frate/artista e i 200 piatti. Per l’occasione sarà presentato il catalogo ufficiale della mostra, edito da TraRari TIPI Edizioni, con testi di Debora Ferrari e a cura anche di Luca Traini, insieme a contributi di Mons. Gabriele Gioia, di Luigi Leoni Fondazione Frate Sole e della Fondazione Comunitaria del Varesotto, che sostiene l’iniziativa insieme alla parrocchia, agli altri enti patrocinatori: Provincia e Comune di Varese, FAI, Ordine degli Architetti di Varese, Provincia Francescana, Studio Ricerca Arte Sacra.

Il pubblico potrà visitare la mostra e sostenere il progetto attraverso l’acquisto dei Piatti della Gioia e del catalogo, il cui ricavato contribuirà al progetto e alle future attività di manutenzione.

Orari: venerdì 14.30-17, sabato e domenica 10-13/15-17. Ingresso libero e visite guidate nella chiesa.

Informazioni: culturalbrokers@gmail.com


La meraviglia della Chiesa di Santa Maria della Gioia in un mio post del 2018

Ruggeri, Leoni, Chiesa di Santa Maria della Gioia (1975-77)

La gioia è un'emozione che, vissuta intimamente, apre alla comprensione profonda e luminosa del mondo. È una metafora, certo, ma anche un'esperienza concreta, tangibile, quando si varca la soglia della chiesa di Santa Maria della Gioia. Questo spazio sacro, nato nel 1975 dal genio di Padre Costantino Ruggeri e dall'architetto Luigi Leoni di Busto Arsizio, porta la firma di entrambi, scolpita su una pietra all'esterno, un segno di eternità.

Dall'esterno appare come una crisalide: semplice, compatta, quasi una cisterna che richiama la peschiera un tempo presente sui terreni del marchese Ponti, poi acquistati dai Frati Minori della Brunella. Ma all'interno si trasforma, rivelandosi una farfalla, leggera e luminosa, un luogo dove l'architettura si fa poesia e spiritualità.

La chiesa si sviluppa su due livelli: al piano superiore si trova lo spazio liturgico, mentre il piano inferiore accoglie le sale dell'oratorio. All'esterno, un blocco di marmo botticino bianco funge da altare per le celebrazioni all'aperto, mentre una fontana richiama il tema dell'acqua, così caro a Ruggeri. Sopra, il tetto è un giardino pensile, affidato alla natura, dove “gli elementi in muratura permettono agli uccelli di fare i loro nidi,” come raccontava Ruggeri. Intorno, cento alberi da bosco e duecento rose canine completano il progetto, in armonia con la semplicità francescana.

Il sagrato coperto è una soglia tra il mondo esterno e il sacro, un luogo che evoca il tempo in cui i catecumeni sostavano qui prima di ricevere il battesimo. La pavimentazione è in ciottoli, mentre l'interno è rivestito in ardesia. I muri rustici, volutamente imperfetti, accolgono senza opprimere.

Il fonte battesimale (foto di Dario Paini)

Al centro del sagrato spicca il fonte battesimale: una roccia nera posata nell'acqua, illuminata da una luce che scende dall'alto, un invito visivo e simbolico a rinascere. Ruggeri innovava persino nei dettagli, come l'acqua corrente nei suoi fonti battesimali, elemento che portava dinamismo e vita.

Una paratia scorrevole in bronzo patinato, teatrale e maestosa, separa il sagrato dall'interno della chiesa. Varcandola, si entra in uno ‘spazio mistico’ dove tutto si accende: è il regno della creazione e della bellezza, indispensabili in un luogo di preghiera pensato per una comunità felice.

L'interno della Chiesa (foto di Marco Guariglia)

L'interno è essenziale, spoglio del superfluo, ma vivo nei colori delle vetrate e nelle geometrie avvolgenti. L’aula, con le sue panche in legno disposte in modo degradante, crea un senso di abbraccio collettivo, un infinito centripeto che unisce.

Costantino Ruggeri, ispirato da Le Corbusier, raccontava di aver incontrato il maestro nel 1965. Parlando della cappella di Notre-Dame du Haut a Ronchamp, Le Corbusier la definì “uno spazio ineffabile e indicibile,” un microcosmo che racchiude una terza dimensione simbolica dell’infinito. Questo pensiero influenzò Ruggeri nella creazione di spazi che fossero “luoghi di silenzio, di preghiera per l’uomo moderno, di gioia interiore e di pace.” Non meno significative furono le suggestioni di Henri Matisse e della sua Cappella del Rosario a Vence, dove luce, colore e semplicità diventano strumenti di spiritualità. “La mia opera è soltanto un fiore,” diceva Ruggeri, parafrasando Matisse.

Altare e vetrata (foto di Dario Paini)

Una delle meraviglie della chiesa di Santa Maria della Gioia è la vetrata principale, posta in alto, dove si intravede il profilo del Sacro Monte e del Campo dei Fiori, un richiamo al territorio e alla sua sacralità. Le vetrate, con i loro colori vibranti, dialogano con la luce naturale, trasformandola in una materia viva che anima lo spazio e lo spirito.

Anche gli arredi liturgici seguono il criterio dell’essenzialità e della povertà, senza mai rinunciare alla creatività. L’altare, il leggio, il crocifisso, il tabernacolo e persino il turibolo portano la firma scultorea di Ruggeri, spesso arricchiti da un piccolo animale simbolico, un tocco di tenerezza e umanità.

Santa Maria della Gioia è stata la prima di una serie di oltre venti chiese realizzate da padre Costantino Ruggeri nel mondo, un esempio straordinario di come l'arte, l'architettura e la spiritualità possano fondersi in un'opera che è insieme luogo di culto e testimonianza di bellezza.

Debora Ferrari

in Appunti per elaborazione e stesura della scheda in AA.VV, Atlante delle Architetture e dei paesaggi in provincia di Varese dal 1945 a oggi, Silvana Editoriale, Milano, 2023.


Bibliografia

N. Fabretti, La chiesa di un frate a Varese, in L’architettura, 277, 1978.

Santa Maria della Gioia, Arti Grafiche Barlocchi, Settimo Milanese 1981.

N. Fabretti (a cura di), Soltanto un fiore. Genesi di un artista cristiano, Marietti, Bologna 1990

L. Crespi, A. Del Corso, Un secolo di architettura a Varese, Alinea, Firenze 1990.

Costantino Ruggeri. L’architettura di Dio, Catalogo della mostra (Adro, 2005), Skira, Milano 2005.

M. A. Crippa (a cura di), Padre Costantino Ruggeri, artista francescano, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2019.

E. Cerutti, Santa Maria della Gioia al Montello, articolo per La Brunella, 2022.

[https://fondazionefratesole.org/](https://fondazionefratesole.org/)]

[http://www.padrecostantino.it/padre-costantinoruggeri/]

[http://www.padrecostantino.it/padre costantinoruggeri]

Video: [https://www.youtube.com/watch?v=c5ltFAGX820](https://www.youtube.com/watch?v=c5ltFAGX820]