Commento musicale
Terra
tremuit
(Chants
de l’Eglise de Rome,
Ensemble Organum, dir. Marcel Pérès)
Invito a cena con
delitto nella Roma di papa Giovanni VIII (forse il primo a morire
assassinato). E il pesce lo porta Plinio il Vecchio. Certo, non di
persona, ma quasi tutti i pesci citati nel menù sono letteralmente
pescati dalla sua Storia Naturale, enciclopedia per eccellenza
durante tutto il medioevo.
È la Coena
Cypriani, “La cena di Cipriano”, un piccolo gioiello, una
satira mimata, uno “iocus” colto fra tardo antico e alto medioevo
che imparai ad amare più di trent’anni fa, quando studiavo latino
medievale alla Statale di Milano col mitico Giovanni
Orlandi.
I master chef
all’opera

L’attribuzione a
Cipriano, vescovo di Cartagine nel III secolo, è fittizia: il testo
originario è opera di un anonimo del V secolo. Il contesto, uno
scenario dove tradizione letteraria latina e biblica sono ormai in
simbiosi. La trama, esotica e senza tempo: “Quidam rex nomine
Iohel”… “Un certo re, di nome Gioele, celebrava le nozze in una
regione d’Oriente, a Cana di Galilea. Molti invitò a partecipare
alla sua cena e questi, dopo essersi ben lavati nel Giordano, si
presentarono al banchetto”. Il fine, didascalico, “gradevole e
utile poiché permette di riportare alla memoria tante eventi e
personaggi” (parola del grande Rabano Mauro, fra quelli che
misero mano alla rielaborazione del libretto in età carolingia).
Infatti gli invitati, una bella folla, sono personaggi dell’Antico
e del Nuovo Testamento, connotati dal vestiario all’alimentazione.
Il tutto è ai nostri occhi a dir poco bizzarro, ma si tratta di un
mondo immerso nella sfera religiosa e la sacra rappresentazione
procede allegra e festosa fin quasi alla fine, quando si trasforma in
dramma…
Premessa: il testo che
leggiamo non è l’originale, ma una delle tre rielaborazioni
operate nell’alto medioevo che hanno purgato i versi da personaggi
non presenti nella sacra scrittura. Autore: Giovanni
Immonide (825-880 d.C.), uno dei principali artefici della
politica culturale di Giovanni VIII (papa dall’872 all’882), per
il quale scrisse anche una fortunata Vita di Gregorio Magno:
“Fu un piacere
comporre questo gioco./ Tu, papa Giovanni, accettalo in dono:/ Se lo
desideri, ora puoi anche ridere./ Mentre corrono questi tempi
tristi,/ Con le nostre arti ormai spossate, stanche,/ Cogli i dogmi a
te cari dai miei versi”.
La geopolitica è
servita
Anno Domini 876: il
papa ha da poco incoronato imperatore il suo prediletto, Carlo
il Calvo, e stabilizzato il potere nell’Urbe. Nonostante il pungolo
costante delle flotte saracene alleate del duca di Napoli e lo stato
di guerra endemica fra potentati nella penisola italica e in Europa
(roba da far impallidire i contrasti di oggi), la Pasqua può essere
festeggiata in un clima di relativa tranquillità:
“Con quest’opera il
papa si diverta/ Mentre festeggia i giorni della Pasqua/ […] Carlo
imperatore offra ai commensali/ Questa Cena: ama infatti gli
spettacoli/ Mirabili e i vestiti sempre nuovi./ […] La chiesa, due
volte minacciata,/ Si rallegra: Roma libera trionfa”.
I brani finora citati
sono tratti da lettera dedicatoria, prologo ed epilogo aggiunti
dall’Immonide.
La Scrittura come
cibo
Ora è il caso di
entrare nel vivo della festa. La cena è servita: “risus paschalis”
e ritmo carnascialesco esorcizzano la morte, ma il vero cibo è la
Parola, la Scrittura. L’esempio, quello del profeta Ezechiele che
divora il suo libro (3,1): «Figlio dell'uomo, mangia quello che
hai davanti, mangia questo rotolo, poi vai e parla alla casa
d'Israele».
Prima del pesce il menù
prevede un antipasto e due portate intervallate da una rissa (proprio
così, scatenata da Eglon re di Moab, che lascia – momentaneamente
e simbolicamente – a bocca asciutta personaggi del calibro di Mosè,
Giovanni e Gesù).
Giusto per fare qualche
esempio, durante l’antipasto Noè riceve delle olive, chiaro
riferimento al ramoscello d’ulivo portato dalla colomba a fine
diluvio, e Gesù una salsa all’aceto (e anche qui il pensiero va
alla spugna immersa nella “posca”, miscela di acqua e aceto di
vino, offerta al Cristo agonizzante sulla croce). Nel corso della
prima portata, rimando ancora più evidente, “Giacobbe offrì
lenticchie,/ Le mangiò solo Esaù”. Nella seconda poi, parliamo di
carni (argomento delicato), “Adamo prese un fianco,/ Prese una
costola Eva”.
Pesci fuor d’acqua:
simbologie ed eredità culturali
E arriviamo al momento
cruciale, quando il pesce (insieme al vino) occupa non a caso la
parte centrale dell’opera. Di mezzo certamente gli apostoli
pescatori e la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma è bene
ricordare che immagine e nome generico di “pesce” in greco
avevano un’importanza sostanziale fin dai tempi delle catacombe. Le
singole lettere del termine ΙΧΘΥϹ (“ichthýs ”)
diventavano le iniziali di “Iησοῦς Χριστός, Θεοῦ Υἱός, Σωτήρ”
(“Iesous Christos Theou Yios Soter”, “Gesù
Cristo Figlio di Dio Salvatore”) e la corte papale del IX secolo,
che ormai aveva pescato fedeli in quasi tutta Europa, il greco lo
masticava ancora bene. Senza dimenticare infine la balena, all’epoca
ritenuta un pesce, da cui era fuoriuscito Giona, simbolo di
resurrezione.
Ecco quindi la
moltiplicazione mistica e teatrale dei pesci della Coena, in
buona parte pescati dal mare magnum della Naturalis Historia
(e per la loro identificazione rinvio all’ottimo studio di Armando
Battiato):
“Ugualmente Andrea e
Giacomo/ Introdussero allora/ Le portate di pesce./ Gesù prese un
asello,/ Un labeone Mosé,/ Beniamino quel pesce/ Simile a lui,
‘lupo’,/ E una muggine Abele./ Prende Eva una murena,/ La
palamita Adamo,/ Giovanni una ‘locusta’,/ Pescespada Caino./ Il
polpo e il capitone:/ Va il primo al faraone,/ L’altro ad
Assalonne./ La torpedine per Lia,/ A Tamar un’orata,/ Cantoride al
re David,/ Giuseppe saggia il garum./ A Lazzaro un ‘pesce ombra’,/
Geremia e Giuditta:/pesce di scoglio e sogliola./ A Tobia un ‘pesce
rondine’,/ A Giuda un argentillo,/ La seppia per Erode./ Per Esaù
un bel pesce/ Cornuto, glauco invece/ Per Giona e per Giacobbe/ Una
‘volpe marina’./ Molessadon merluzzo,/ Dentice per Isaia, Pesce ragno per Tecla,/
Coracino per Noè,/ Rebecca un fragolino./ Sgombro per Golia,/ La
sardella a Maria. Infine per Sansone/ Un
‘pesce sole’: elione”.
Culto e risate fra
commedia e tragedia
Il banchetto procede
quindi lieto e solare fino a sera con dolci, vino e conseguenti
effetti collaterali: “Noè dormiva inebriato,/ Sazio di bere Lot,/
Oloferne russava”.
Finché, grazie alla
musica (“Suona la cetra Davide,/ Il timpano Maria/ Iubal porta il
salterio…/ Danza e salta Erodiade”), si fa notte con una vera e
propria festa in maschera (“Per primo da maestro/ Si riveste Gesù,/
Segue da carcerato/ Giovanni, quindi Pietro/ Reziario, come al
circo”).
Il giorno dopo tutti di
nuovo da Gioele su ordine perentorio del sovrano.
E la commedia si muta
in tragedia.
È
stato rubato qualcosa (i furti nella Bibbia non mancano): il re
ordina un'inchiesta. È l'inizio della parte truculenta, specchio dei
tempi in cui autorità faceva sempre rima con atrocità. Il “risus
paschalis” inizia la sua salita al Calvario e questa volta come
aperitivo è prevista una lunga lista di torture dei convitati (e fra
Antico, Nuovo testamento e Atti dei Martiri la varietà è
impressionante). Ve la risparmio. Arriviamo dritti al colpevole, il
povero Acan figlio di Carmi, già condannato con famiglia e greggi
alla pena atroce della lapidazione (Giosué, 7, 1-26). Sulla scena
invece è previsto il linciaggio e tutta la sacra famiglia si
accanisce sul capro espiatorio. Anche qui stendiamo un velo pietoso.
Se volete leggere tutta la Cena dettagli horror compresi vi consiglio
le due edizioni tradotte disponibili: Anonymus, Coena Cypriani,
a cura di Albertina Fontana, Servitium editrice, 1999; Rabano Mauro,
Giovanni Immonide, La cena di Cipriano, a cura di E. Rosati e
F. Mosetti Casaretto, Edizioni dell’Orso, 2004.
Il “lieto fine”, se
così vogliamo chiamarlo, non è tanto il ritrovamento della
refurtiva quanto la partecipazione collettiva alla sepoltura del
disgraziato: “Marta cosparse il corpo/ Di aromi, lo rinchiuse/
Nella tomba Noè,/ Quindi Pilato pose/ L’iscrizione e poi Giuda/
Ricevette il compenso”.
Il sacrificio è
consumato. Ite, missa est: esodo dalla festa, tutti a casa fra le
righe della Scrittura.
A due versi dalla fine
“Sara ride del fatto”. È tutta una finzione, è tutto vero: la
verità può essere rivelata anche ridendo. Eco ne farà il refrain
de Il nome della rosa, dove la Coena
Cypriani sarà anche presa a modello per un sogno di Adso.
Così come era stata archetipo dei pranzi pantagruelici di
Rabelais e di Sade, di film come L’angelo sterminatore
di Buñuel, La grande abbuffata di Ferreri o Invito
a cena con delitto della coppia Neil Simon/Robert Moore. L’avrei
vista bene recitata dal compianto Gigi Proietti.
Cala il sipario anche
su un’epoca
Il pontificato di
Giovanni non avrebbe più goduto di questa tranquillità. Soltanto un
anno dopo sarebbe morto Carlo il Calvo. Due, e il papa sarebbe dovuto
fuggire in Francia, a incoronare un altro imperatore – debole,
balbuziente e già malato – che sarebbe morto l’anno successivo.
Alla fine, nell’881, si dovette rassegnare a porre la corona in
capo a un franco orientale (germanico), Carlo il Grosso, che non
riuscì a fare meglio del precedente e con la cui deposizione,
soltanto sei anni dopo, sarebbe finita in modo inglorioso la dinastia
dei carolingi.
In un’Europa in preda
a violente spinte disgregatrici, con l’amministrazione dei beni
ecclesiastici ormai in balia del nascente feudalesimo e la stessa
Roma, confinata nel Patrimonio di San Pietro, ricettacolo
di
cospirazioni di ogni
genere, i disegni egemonici del papa erano destinati a un finale
tragico. Nell’882 Giovanni VIII morì probabilmente assassinato dai
suoi parenti, che lo fecero avvelenare e finire a colpi di martello.
L’altro Giovanni,
l’Immonide, l’aveva già preceduto nella tomba col suo lieto
fine.
Testo, traduzioni e
artecomposizioni di Luca Traini