martedì 6 gennaio 2015

CURA E MALATTIA DEL GENIO


La musica di Hugo van der Goes


Hugo van der Goes, Edward Boncle in adorazione della Trinità (part.), 1480 c.a

Parlerò di come ho immaginato la musica di un pittore che amo, curato col canto da quanto agli altri parve follia.

Ho sempre sfogliato con tenerezza il volume dei Maestri del Colore dedicato ad Hugo van der Goes,  perché la biografia in bianco e nero riportava solo qualche notizia strappata al silenzio prima dei suoi accessi di malinconia feroce. Restava segnata qualche traccia del successo di un artista inquieto - dovevi investire nel tessile, fiammingo, e sei rimasto prigioniero della trama di una tela: non avevi neanche trent’anni e, nel 1468, figuravi già tra i migliori salari per le decorazioni delle nozze fra Carlo il Temerario e Margherita di York. Decano della gilda dei pittori di Gent nel 1474, confermato nell’incarico fino al 15 agosto del 1476, ma, già nell’autunno del ’75, frate converso nel convento degli agostiniani presso Bruxelles: lo studio innamorato del nudo de "Il peccato originale" diventava la slavina umana alle falde della montagna nuda de "Il compianto di Cristo". I profeti aprono lo scenario della sacra rappresentazione dell’"Adorazione dei pastori" e poi quella profusione di ori nell’"Adorazione dei Magi", figlia delle ricchezze – e dell’arte – dei mercanti fiorentini. Il priore del convento, padre Thomas, chiude un occhio ma tu sei ossessionato dall’Antico Testamento, dal Vitello d’oro cui hanno consacrato la loro vita gli agenti commerciali dei Medici, come Tommaso Portinari. E il "Trittico Portinari" è il tuo capolavoro e, contraddizione dell’Arte che pretende la consunzione, forse lo termini in convento. Ora è il momento della musica: Gilles Binchois, "Amoreux suy" per il ritratto della giovane figlia del committente, Margherita, fulgida bellezza bionda accanto alla madre diafana; "De plus en plus" la santa omonima col libro e il dragone e la Maddalena, con gli unguenti che non guariranno. La natura morta di fiori – gigli rossi e aquilegia, iris bianchi e garofani che alludono a tragedia e immortalità – e il covone di frumento che è l’eucaristia, “Betlemme”, letteralmente “Casa del pane”, per te amaro. Eppure convitati e angeli sembrano cantare la “Missa Ecce ancilla Domini” di Dufay, diretta dal mio René Clemecic, dall’”antico” Clemencic Consort sulla quinta traccia dell’ LP e del CD, quel maestoso finale del “Kyrie”. Poi, Hugo, ci dovrà essere quell’impassibile "Ritratto di donatore con S. Giovanni Battista" o "La morte della Vergine" mentre il tuo priore dispone il coro per cercare di rasserenarti, inventando la musicoterapia. Ma il pane non può essere spezzato su una tavolozza di colori. Alle mani giunte in preghiera deve essere strappato il pennello. La stessa cosa accade a Botticelli più o meno negli stessi anni.
Tu, come scrive il tuo compagno di noviziato Gaspard Ofhuys, vinci l’autodistruzione e la condanna di Dio ed esci dalla “frenesis magna” per morire, come si dice, “sano di mente”. Forse volevi diventare anche musicista ma non ne avesti il tempo. Il genio vuole provare tutto prima che sia troppo tardi. Ed io, insano per la tua bellezza, a più di mezzo secolo, non posso fare a meno di dedicarti il Planctus o la Déploration di Ockeghem sulla morte di Binchois.

“Omnia vincit amor”.


Nessun commento:

Posta un commento