mercoledì 19 febbraio 2014

ZURBARÁN A FERRARA, QUEVEDO IN SOGNO

Da un lato era giovane e dall’altro era vecchia.
A volte camminava piano, a volte velocemente.
Ora sembrava esser lontana, ora essere vicina.
Le chiesi chi fosse e lei mi rispose: “La morte”.

Francisco De Quevedo, Sogni e Discorsi


Commento musicale I Girolamo Frescobaldi, Toccata VIII, Libro I, clavicembalo


Francisco de Zurbarán, Natura morta, 1630

Francisco de Zurbarán e Ferrara non hanno in comune quasi nulla se non una data.
Il 1598, quando nasce il pittore e la città e la Spagna perdono la loro grandezza: la prima finendo assorbita dallo Stato Pontifico, la seconda con la morte di Filippo II e tre bancarotte.
Non molto. Certo, fare la stessa esposizione a Hong Kong sarebbe stato ancora più surreale (meno a Macao, Casinò Venetian permettendo), ma le mostre, si sa, non contano tanto per i singoli quadri quanto per l’insieme delle opere in simbiosi con tutto l’apparato multi e cross mediale che fa da cornice.
Sono, in sintesi (anche chimica), delle installazioni, arte contemporanea. Quindi vanno bene dappertutto.

Questo non significa che il restauro delle singole opere non debba essere condotto col massimo rigore filologico, né che allestimento e catalogo non debbano cercare di ridare vita a una dimensione storica, tutt’altro. Ma essere coscienti, sempre, che la complessità di tutto questo travaglio corrisponde alle aspettative consce o meno di restauratori e allestitori in carne e ossa, che lavorano confrontandosi con una tradizione di fedeltà all’originale che data sì e no due secoli, quando prima, tranne rare eccezioni, neppure ci si poneva il problema.

Insomma, non c’è niente di male: il rapporto col passato non può che essere straniante. Dopotutto state leggendo un blog impalpabile e vedrete dei file Jpg.
Inoltre fare oggi una mostra di Zurbarán in un convento, luogo di elezione dell’artista, non ricreerebbe che in minima parte la fatidica “aura” delle origini – e nemmeno la sua puzza e il fanatismo che solo una grande arte riuscì a sublimare.
Un’arte ufficiale, benedetta da Stato&Chiesa, ma sentita fino al midollo. Noi oggi per questo siamo disposti a perdonare Damien Hirst, figuriamo quindi Francisco e i suoi francescani.

Francisco de Zurbarán, San Francesco (1639, 1645, 1635)

Incenso consigliato: i versi di Giovanni della Croce.

O fiamma d'amor viva,
Che sì dolce ferisci
Nel centro dell'alma, ove s'interna e cela!
Or che non sei più schiva,
E che lo vuoi, finisci:
5
Rompi del dolce incontro omai la tela!

Profumo: la prosa di Teresa d’Avila.

Se i rapimenti mi fanno uscire di me per la gioia, la mia anima viene colta da sospensione anche per un dolore molto forte e rimango priva di sensi. (Libro delle relazioni e delle grazie, 15).


Anche visitare le uniche tele rimaste in loco, al Monastero di Nostra Signora di Guadalupe, senza la percezione di spazio e tempo tipiche dell’età barocca è illudersi, una splendida illusione, una “dissimulazione onesta”, ma pur sempre una finzione, come chi ripete a piedi il cammino di Santiago senza feudatari, Inquisizione, epidemie, denti cariati.


Francisco de Zurbarán, Visione di San Pietro Nolasco, 1629

¿Qué es la vida? Un frenesí.
¿Qué es la vida? Una ilusión,
una sombra, una ficción,
y el mayor bien es pequeño;
que toda la vida es sueño,
y los sueños, sueños son.


Pedro Calderón de la BarcaLa vida es sueño


Dicevamo, la mostra a Ferrara… Beh, è una bella cartina al tornasole per mostrare le tenebrae del pittore spagnolo, esaltate dal chiarore del  capoluogo emiliano. Perché il Secolo d’Oro della cultura spagnola fu anche il secolo della sua ombra, la grande ombra politica che sarebbe scesa sulla penisola iberica. Capolavori proiettati come splendidi fuochi d’artificio dalle sconfitte dei suoi eserciti, strappati al “magazzino in cui si custodisce il buio delle notti” (ancora Quevedo, ancora Sogno della morte).


Commento musicale II Tomás Luis da Victoria, Tenebrae factae sunt


Si può citare come madre l’arte di Caravaggio, che arrestato proprio dagli spagnoli perse l’ultima fatidica nave per Roma, e padre il Rinascimento italiano riflesso nelle opere degli artisti della corte multietnica di Carlo V, ma tanta originalità sarebbe stata impossibile senza lo strano connubio fra il nazionalismo castigliano nascente e la rivoluzione estetica di un pittore straniero come El Greco.
Eccolo, “Il sogno di Filippo II”.

Dominikos Theotokopoulos El Greco, Il sogno di Filippo II, 1600

E il doppio del sogno di Filippo II, la morte dell’artista cantata da Góngora:

Tanta urna, a pesar de su dureza,                 Un'urna così insigne, benché dura,
lágrimas beba y cuantos suda olores            lacrime beva e quanti essuda odori
corteza funeral de árbol sabeo.                     funebre scorza d'albero sabeo.

Il sogno che si sarebbe trasformato nell’incubo della restaurazione aristocratica seguita alla morte del re, nonostante i tentativi del Conte-Duca d’Olivares, potente primo ministro di Filippo IV (quello del Manzoni dei Promessi sposi anche se, per l’arte del Secolo d’Oro, sarebbero più adatti certi passaggi degli Inni sacri).
Ecco allora che forme e contenuti del Barocco spagnolo vengono a configurarsi come un grande esorcismo contro la decadenza.
Dalla vena popolare sanguinante di Jusepe de Ribera nella Napoli dei vicerè

Jusepe de Ribera, Il bevitore, 1637

al perfetto e futuribile ritratto in piena luce di un’epoca nelle tele di Velázquez, il Raffaello spagnolo,

Diego Velázquez, Ritratto del Conte Duca di Olivares a cavallo, 1634

all’Agnello di Dio pronto per essere macellato: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice”.

Francisco de Zurbarán, Agnus Dei, 1640

Fra i primi capolavori del Nostro c’è lo splendido, prostrato San Serapio, un santo medievale inglese, certo scelto per propagandare la solidarietà con i cattolici anglosassoni emarginati ma quanto mai vivo nella sua trasumanata sofferenza, preludio a uno di quei martìri atroci (gli furono strappati gli intestini con un argano) di cui si nutriva tanto teatro barocco (pensiamo solo alla Tragedia spagnola di Thomas Kyd, al Tito Andronico di Shakespeare o all’Aristodemo del nostro Carlo de’ Dottori).
Ma Zurbaran allude, non indulge mai in dettagli truculenti. La sua è una religiosità visionaria ma sommessa. La luce si sprigiona dalla visione aperta nella tela come una piaga. Che non sanguina più.
E’ il gioco divino che illumina due parallele che si incontrano nel San Pietro Crocifisso appare a San Pietro Nolasco.

Francisco de Zurbarán, Apparizione dell'apostolo San Pietro a San Pietro Nolasco, 1629

Poi, negli anni ’30, il mistico sembra trasformarsi in creatore di moda. E’ l’epoca di un mirabile defilé di sante a cui si è certamente ispirato Almodovar nel suo Entre Tinieblas. Eccovi quindi una scelta di tre sacre Grazie dall’inquietante bellezza impassibile con tanto di strumenti del loro martirio e una vezzosa borsetta. Quella di Santa Margherita sembra appena uscita da una bottega del commercio equo e solidale. E non a caso: l’America Latina fu una meta privilegiata per la produzione in serie della bottega del pittore.

Francisco de Zurbarán, Santa Casilda (1635), Santa Margherita (1634), Santa Marina (1650)

In parallelo a questa metafisica trasfigurata in corpi sognanti si apre la stagione delle “nature morte”. Il termine italiano, naturalmente, non rende giustizia a questa vera e propria arte da mangiare. Anzi, da transunstanziare.

Francisco de Zurbarán, Natura morta, 1633

E l’elenco sarebbe ancora lungo.

Ma non servì al genio. Che morì povero e dimenticato in un lontano 1664. Nel crepuscolo del regno di Filippo IV. Prima della lunga notte triste dell’infelice Carlo II.


Alla Vergine sfugge una lacrima.

Francisco de Zurbarán, Cristo e la Vergine a Nazaret, 1640

lunedì 6 gennaio 2014

PLAY THE GAME NELLA TERRA DI MICHELINO DA BESOZZO

La locandina della mostra_Michelino da Besozzo, Miniatura per l'Elogio di Pietro da Castelletto, 1403

NEOLUDICA festeggia il suo primo lustro di vita nella terra di due maestri del Gotico Cortese, Michelino da Besozzo e suo figlio Leonardo.
Cinque anni che l’hanno vista protagonista, in prima mondiale, nel connettere i beni culturali alla nuova arte del videogame:
ad Aosta (2009),
alla Biennale di Venezia (2011),
e in tante altre esposizioni che hanno rivisitato, in modo originale e aperto al nuovo linguaggio dei giovani, la ricchezza del nostro patrimonio artistico.
Dal castello di Quart, dove Debora Ferrari e Luca Traini nell’estate del 2008 ebbero la prima illuminazione di una nuova arte, colta e popolare, al castello di Besozzo, alla sala delle mostre del Comune.
Quanto meraviglioso passato c’è nel nostro futuro! L’importante è esserne coscienti, ora. L’importante è non arrendersi alla crisi, oggi come nel 1400. Seguire la lezione di stile di Michelino e Leonardo e non avere paura di diventare protagonisti sapendo le enormi possibilità che si aprono, in tutti i campi, con i nuovi scenari.
Guardate la miniatura di Michelino in alto, connessa alla locandina della nostra mostra. Il “summus in arte pictoria et designamenti” (così viene definito l’artista nei registri del Duomo di Milano) illustra le origini mitiche dei Visconti con l’unione di Venere e Anchise. Un gioco di alta politica che diventa una specie di Middle Age’s Invaders, un'infografica come diremmo oggi.
E il figlio Leonardo? Guardate come rappresenta Prometeo che plasma l’uomo: è il sogno dell'uomo-macchina che tanto successo riscuote dall'antichità ai nostri giorni (per i rischi comunque connessi a questo gioco divino vedere Let’s Play: Ancient Greek Punishment, un recente videogame dalle intriganti forme arcaiche e arcade).


Leonardo da Besozzo, Miniatura dalla Cronaca Crespi, 1435-1442_Let's Play: Ancient Greek Punishment


In un contesto storico come l’attuale è importante dare nuova vita e nuove forme di connessione a queste formidabili eredità: uno sviluppo che deve procedere di pari passo con il restauro filologico dei monumenti.

Il cinema è stato capace di farlo nel ‘900. E’ la missione per il XXI secolo del grande e variegato mondo che ancora definiamo come “videogame”.

Ogni interazione, un’interpretazione. L’arte si mette in gioco per questo.



Conferenza L'ARTE E' IN GIOCO_NUOVE FRONTIERE TRA VIDEOGIOCHI E SOCIETA'
Sabato 25 Gennaio ore 17

FINISSAGE Domenica 2 Febbraio ore 15
Conferenza ARTE E VIRTUALITA' a cura di di Emanuele La Loggia


Sala Mostre Comune, Via Mazzini 4
http://neoludica.blogspot.it/2014/01/play-game-game-art-varese-elarte-e-in.html

Per altre informazioni sul progetto

giovedì 24 ottobre 2013

QUANDO LA STORIA FA "PONG" Nixon, Mao e un leggendario videogioco



Pace e videogame

Si parla tanto – e quasi sempre a sproposito – di violenza e videogame e ci si dimentica che i videogame sono figli della pace. Infatti l’ideazione del primo, Cathode Ray Tube Amusement Device (opera di Thomas T. Goldsmith Jr. ed Estle Ray Mann), risale non a caso al 1946. Certo era frutto della tecnologia bellica dei radar e ispirato alla missilistica dell’epoca, ma quante volte l’aspetto ludico della vita si ispira – ed esorcizza – il suo lato cruento!



Allo stesso modo Tennis for Two (1958), messo a punto per oscilloscopio e computer analogico Donner 30 da W. Higinbotham e R. V. Dvorak, rispecchiava le oscillazioni diplomatiche seguite al disgelo politico fra Est e Ovest della seconda metà degli anni ’50.




Nel caso di Space War di Steve Russell, realizzato per computer DEC PDP-1 nel febbraio del ’62, ci troviamo poi addirittura di fronte a una specie di prefigurazione profetica (e apotropaica) della Crisi dei Missili di Cuba nell’ottobre dello stesso anno.



L’Odyssey di Pong

Ma il caso più clamoroso di profonda connessione fra storia e videogame riguarda quel gioco dalla doppia vita che è diventato famoso col nome di “Pong”. Quei formidabili pixel, minuscoli quadrati che diventano sfere (millenaria ossessione della quadratura del cerchio) e vengono fatti rimbalzare da due piccoli rettangoli ai lati di uno schermo, sono stati una rivoluzione tanto tecnologica quanto artistica (le due realtà vanno quasi sempre di pari passo). E anche nel caso di questo gioco, di questa nuova arte, la storia della nascita sembra legarsi per l’ennesima volta inscindibilmente all’epica. Non a caso il nome originario è Odyssey. Il suo creatore, Ralph Baer, un ingegnere di origini ebraiche emigrato negli USA dalla Germania nazista. Lo sviluppo del suo lavoro, tormentato come il viaggio di Ulisse, frutto di sperimentazioni durate anni (l’incipit data 1966, la stessa data riportata nella prima mostra mondiale dedicata all’arte del videogame alla Biennale di Venezia, NEOLUDICA Art is a Game 2011-1966), fino all’approdo ai televisori con la Magnavox nel 1972.




E’ proprio in questo fatidico anno viene anche lanciata la sua versione "Coin-op", frutto di quella che in musica verrebbe chiamata Variazione su Tema, ad opera di altri due ingegneri, Allan Alcorn e Nolan Bushnell, quest’ultimo fondatore, insieme a Ted Dabney,  dell’Atari.



Le ragioni politiche di un successo

L’interesse per entrambe le versioni è immediato, ma successo commerciale e grande impatto sulla cultura popolare saranno prerogativa di Pong e del  suo elegante cabinato giallo. Infatti colore e rimando al tennistavolo, sport dominato dall’Estremo Oriente dai primi anni ‘50, non erano un caso - e non solo per il richiamo “esotico” dei film di Bruce Lee: da un anno era scoppiata la pace fra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese grazie alla “Diplomazia del Ping Pong”.



C’era già stata tutta una serie di precedenti di influenze reciproche fra Cina e Occidente degna di una saga videoludica: il viaggio di Marco Polo, la missione di Matteo Ricci, la moda delle “cineserie” durante il Rococò, il “Grande Gioco” fra Gran Bretagna e Russia nell’Asia del XIX secolo e l’influenza della “Rivoluzione Culturale” maoista sui movimenti del ’68. Tuttavia, il riavvicinamento fra due stati anche e soprattutto politicamente agli antipodi era avvenuto grazie al progressivo disimpegno americano in Vietnam e ai primi scontri fra due potenze comuniste, Cina e Unione Sovietica, sul fiume Ussuri nel 1969. Il realismo politico premeva perché  entrambi trovassero un accordo per contenere il gigante russo. Per chi volesse approfondire tutti i retroscena di questa spossante gara di scacchi diplomatica consiglio la lettura de La lunga rivoluzione, opera di un maestro dell’azzardo giornalistico, l’americano Edgar Snow, non a caso unico invitato occidentale ai festeggiamenti del XXI della rivoluzione cinese a Pechino nel 1970 (previo incontro col ministro degli esteri Zhou Enlai a una partita, naturalmente di ping pong, fra Cina e Corea del Nord).



Poi sarebbe venuto il 1971, i campionati mondiali di tennistavolo a Nagoya, in Giappone, con un componente della squadra americana, Glenn Cowan, che perde casualmente il suo autobus e viene invitato a salire sul pullman della nazionale cinese. Qui il tre volte campione del mondo, Zhuang Zedong, nel silenzio generale, lo avvicina e gli regala – un caso anche questo? - una serigrafia, ricevendo in cambio qualche giorno dopo una maglietta col simbolo della pace. Un altro e ben più famoso Zedong, Mao, prende la palla al balzo e il giorno prima della chiusura dei mondiali, il 6 aprile, invita l’intero team a una tournée in Cina. Senza incontrare opposizione da Washington - per quanto all’epoca riconoscesse come legittima solo la Cina nazionalista di Taiwan - già il 10 aprile i giocatori fanno il loro ingresso nella Repubblica Popolare via Hong Kong, primi americani (tranne qualche eccezione) a mettervi piede dal 1949.
L’impatto mediatico è enorme.



E’ il preludio agli incontri segreti di luglio fra Kissinger e Zhou Enlai e alla storica visita di Nixon a Pechino nel febbraio del 1972. A seguire, anche il premier giapponese Tanaka riconosce formalmente la Repubblica Popolare Cinese.
Nel frattempo, in aprile, esattamente un anno dopo lo storico evento, lo squadrone cinese è negli Stati Uniti per ricambiare il favore. Il tennistavolo non avrebbe più conosciuto un simile successo di massa.


Happy End, Happy Start

A settembre il primo "Coin-op" di Pong fa il pieno di monete nella Andy Capp’s Tavern di Sunnyvale (California) e, approfittando anche dell’atmosfera di ottimismo creata dal trattato SALT 1, firmato in maggio da USA e URSS, supera poi di slancio perfino la crisi energetica del 1973 entrando nella leggenda.




Zhuang Zedong è morto proprio il 10 febbraio di quest’anno, ma la sua visita negli Stati Uniti nel 2007 ha certamente ispirato Barack Obama per il suo famoso doppio a tennistavolo col premier inglese Cameron a Londra nel 2011.




Se l’alba dell’era videoludica si tinge di mitico – pensiamo solo al termine “Arcade”, che oltre al suo significato tecnico rimanda all’Arcadia cara a tanti pittori e poeti – lo si deve anche a un retroscena storico così pregnante perché ricco di attese di pace, di voglia di giocare, finalmente.

Luca Traini, Nolan Bushnell e Ilaria Amodeo di AESVI alla Games Week 2013

Luca Traini

Luca Traini e Debora Ferrari sono stati presenti a Milano con lo stand di Neoludica Game Art Gallery (attiva dal 2009) alla Games Week 2013 e con una scelta di opere a Playing the Game.

venerdì 6 settembre 2013

"ECCELLENZA" E' FEMMINILE: SOFONISBA, CHRISTINE, TAMARA

La trama della scacchiera risale quella dei damascati fino al gioco degli sguardi. Tre sorelle, quattro donne e un paesaggio generato dai loro sogni ad occhi aperti, creato dalla sorella assente davanti alla tela, dietro al quadro, che tutto permea di un amore concreto: colori caldi, tenerezza scultorea.

Sofonisba Anguissola, Le sorelle della pittrice agli scacchi, 1555
Commento musicale Barbara StrozziMiei pensieri

Innamorato dell’opera, indignato per la condizione femminile in ogni epoca, provo a immaginare una delle ragazze mentre, da vera regina, dà scacco matto a un re del Rinascimento e prova che le artiste della sua epoca non devono essere per forza cortigiane(Veronica Franco) o suore (Vittoria Colonna) o violentate (Artemisia Gentileschi) o assassinate (Isabella di Morra). Nelle vesti di una nuova regina devi scorgere la Giovanna d’Arco del poema di Christine de Pizan, anzi, due regine, mentre costruiscono la Città del Donne della poetessa, pietra angolare di una nuova cultura e non semplice costola della Città di Dio di sant’Agostino:

Miniatura tratta da La città delle donne (1405) di Christine de Pizan

“Je conclus que tous les hommes raisonnables
Doivent considérer les femmes, les chérir, les aimer,
Et ne doivent avoir à cœur de les blâmer
Elles de qui tout home est descendu”

“Io concludo che tutti gli uomini ragionevoli
Devono le donne stimare,  prediligere, amare,
E non devono aver a cuore di biasimare
Esse da cui ogni uomo è disceso”.

Così come il ritratto di un uomo prende vita dai pennelli di Tamara de Lempicka – grande amore di mia madre, pittrice di sole donne.

Tamara de Lempicka nel suo studio, 1928
Commento musicale Grażyna BacewiczToccata

Immagina le sue donne monumentali dai colori taglienti, anche da questa foto in bianco e nero, da questa eleganza che sublima in occhi di fuoco, perché la realtà delle donne è ancora tutta in chiaroscuro.

domenica 25 agosto 2013

UN POEMA ELETTRICO DEL SETTECENTO

Commento musicale Benjamin Franklin(1706-1790)  Quartet for strings with continuo (glass harmonica)

Donato Creti (1671-1749), Donna e cometa

Devo essere ancora nel teatro degli automi di Jaquet-Droz al Musée d’Art et d’Histoire o al Fantastic Film Festival di Neuchâtel quando passo da un lago all’altro e attracco ad Arona per trovare su una bancarella Il globo di Venere  di Antonio Conti (1677-1749).


Illustrazione da Le Philosophe sans prétention di Louis-Guillaume de Lafolie, 1775

Un poema. Un segno, perché no? Fantascienza DOC: il viaggio astrale di un abate cosmopolita, dalla natia Padova a Parigi, da Londra ad Hannover passando per l’Olanda, fino al pianeta Venere, oggetto dei suoi versi. Impresa agevolata dal fatto che il poeta era anche filosofo (traduttore di Voltaire) e scienziato di prestigio tale da diventare una specie di arbitro nella disputa sul calcolo infinitesimale fra Newton e Leibniz, suoi corrispondenti.
Precursore del Neoclassicismo - quindi più caro a Foscolo che alla contemporanea Arcadia - nei suoi limpidi endecasillabi sciolti figli degli esperimenti del Trissino e di Torquato Tasso, si avventura nel “cielo profondo” virgiliano in compagnia della Storia vera di Luciano, de L’altro mondo di Cyrano de Bergerac (quello vero non la maschera di Rostand) e della cortese sollecitazione dell’amica Madame de Caylus.
Forse è proprio quest’ultima a vestire i panni di Eubulìa, donna guida nell’opera a metà strada fra la Beatrice di Dante e un concetto greco preso pari pari dall’Etica Nicomachea di Aristotele  (traduzione letterale: “buon consiglio”). E’ grazie a lei che approdiamo in un pianeta che è tutt’altro che la sorella infernale della Terra dove la sonda Venera 13 riuscì a resistere solo 127 minuti, ma una sfera  luminosa e calda ricca di palazzi, statue e templi: su tutti quello dedicato alla nobile Antonietta Anguissola, moglie appena scomparsa del dedicatario Paolo Carrara.
In realtà, il fisico preilluminista ci ha tratto in un luogo dell’anima, la Venere Celeste cara a Platone e Petrarca dove Bellezza e Armonia (“ed amar la virtude, amar il bello/ natura è in noi”) scaturiscono dalla simbiosi fra Ragione e Immaginazione (“le parole alate/ del dolce mele che non sazia il senso”) e si materializzano in un défilé internazionale di bellezze femminili guidate da Laura e Beatrice: “Agili ninfe in breve gonna e cinte/ di corone di rose i biondi crini/ le seguiano tessendo allegri balli;/ indi sacerdotesse in bianca veste/ con incensieri, con vessilli e faci;/ultimamente due reine o dive,/ che dive mi sembraro agli atti, al volto,/ al serto d’oro, allo stellato manto,/ da’ due fanciulli che le stanno a lato/ sfavillanti di luci, e con occhiute/ piume sul dorso e colorite ad Iri”.
Il fatto che questa fantasmagoria presenti all’orizzonte montagne la cui cima è “ingombra/ di metalliche piante” per qualche istante mi fa tornare alla mente il paesaggio da incubo descritto da Stanislav Lem ne L'Invincible, dove microautomi dominano il pianeta Regis III. Tuttavia il cristallino corpo celeste cartesiano del poeta, che pure presenta un intero regno animale costituito da automi, è decisamente più pacifico, stile lupo e agnello biblici.  Dal motore niente affatto aristotelico, l’elettricità: “Veniano a volo aquile e colombe,/ e sui fiori scherzavano e su l’erbe/ cervi, leoni ed agnelletti e tigri./ Tali appariano a la sembianza esterna,/ ma pe’ nervi metallici vagava/ elettrico vapor, elastic’aura/ che trasfondea quasi energia di vita”. Sembra il destino dell’Occidente, già intravisto dal Lokapannatti, trattato cosmologico birmano di origine indiana in cui l’eco remota della razionalizzazione agricola dell’impero romano faceva immaginare un’economia gestita da “macchine veicoli di spiriti”.
Già, l’elettricità, la stessa che oggi mi permette di scrivere comodamente su questo computer. E il destino della rivoluzione scientifica e industriale aveva già condotto a una gita di piacere sul Verbano proprio l’inventore della pila, Alessandro Volta. Faccio ritorno dall’Anno Domini 2013 al 1776. Vacanza presto risolta nella minuziosa perlustrazione dei canneti delle sponde e dell’Isolino Partegora di fronte al municipio di Angera, rimuovendo una bella quantità di fanghiglia, provocando tutta una serie di bollicine, facendo scaturire a colpi di acciarino tante piccole lingue di fuoco sulle rive. Scoprendo insomma la natura organica del metano, definito dal grande scienziato "aria infiammabile nativa delle paludi".
Proprio così, il metano, le stesse lingue blu che uscendo dai fornelli della cucina permettono a noi scrittori di avere qualche ora in più da dedicare all’arte. Ma quanto deve l'arte alla tecnologia (quando insegnavo mettevo sempre le Lettere di Volta nel programma di Italiano)! E magari aveva portato in barca proprio il libro del Conti. Dopotutto il collegamento che fa tra caduta delle comete e “diluvi” (e qui rimando alla lettura del capolavoro di Paolo Rossi, I segni del tempo) si è ormai dimostrato scientificamente valido: l’acqua dei nostri oceani (e quindi anche il mio lago) sembra proprio avere origine da .

“Le immagini riflesse/ incontrano le dense e terse nubi”. E Angera.

Luca Traini, Il cigno e l'Isolino Partegora

“Il sogno mi disparve: io mi destai”. Approdo e ultimo verso del poema.