Da Adriano a Claudiano e oltre: esempi da non imitare
Commento musicale Mesomede di Creta, Inno a Nemesi
Quando finiremo di parlare di morte della poesia e dell’arte, refrain vecchio di millenni, allora potremo guardare alla Storia con occhi meno piagnucolosi e più lucidi. E parlo di noi cosiddetti “Occidentali”, perché, solo per fare un esempio, in Cina la grande tradizione poetica è tuttora, usando un vecchio termine marxista, “propulsiva”, perfino a livello di social.
Certo, non voglio semplificare: è anche troppo facile attualizzare senza contestualizzazioni appropriate patrimoni e diversità vecchie di secoli, foglie sbriciolate di alloro riassemblate per nuovi certami geopolitici se non peggio: quanta di questa sterpaglia in versi è stata fatta rimasticare da una delle tante, troppe “invenzioni della tradizione” imbandite a opera di regimi autoritari!
No, io qui parlo del concreto, prezioso patrimonio di critica grazie al quale noi contemporanei, educati alla complessità, cerchiamo di metterci in connessione con l’altro da noi ponendo ogni volta in discussione risultati ottenuti con enorme fatica, tentando di scrutare a fondo forme e contenuti da punti di vista più comprensivi, volando alto grazie a quella simbiosi cosciente di scienza e tecnologia che è alla base di ogni sincera filologia, al discorso ricco di amore consapevole sui mezzi, sui diversi strumenti con cui possiamo scandagliare e analizzare, in sintesi e in dettaglio, profondità di linguaggio e pensiero espressi nei secoli che hanno preceduto questi formidabili nostri ottant’anni di pace che tendiamo troppo spesso a sottovalutare.
Pertanto, quando ci si commuove per l’”animula vagula, blandula” dell’imperatore e a tempo perso poeta Adriano, stilliamo pure qualche piccola lacrima - senza esagerare: l’affascinante, falso “primus inter pares” non ne avrebbe ammesse altre, specie al fronte, sul Vallo che porta il suo nome: l’umidità era già eccessiva - e pensiamo a come si era ridotta la poesia da un secolo alla sua epoca: roba per “nugae” (“sciocchezze”, “cose da poco”, senza neppure la caustica ironia dell’inventore poetico del termine, il repubblicano Catullo), “futilità” per una classe dirigente e per il suo capo che torna davvero poeta solo quando è un uomo che muore, ma resta e deve restare fedele, in quanto autorità indiscussa, anche in agonia, al gioco di forze prosaico del potere: morto un imperatore se ne farà sempre un altro (triste gioia di certa disgustosa “realpolitik” ancora in voga, alla faccia della vera geodemocrazia che desideriamo).
E infatti il suo successore, Antonino Pio, simbolo sottovalutato dell’acmé dell’impero (forse più simpatico, ma a cui nessuno dei moderni ha dedicato un grande romanzo come quello della Yourcenar), non si sarebbe cimentato in poesie.
Dopo tale silenzio Marco Aurelio, avrebbe privilegiato l’eleganza della prosa greca - lingua d’arte per eccellenza ai suoi tempi: la dominanza del latino è figlia del medioevo e dell’uso prediletto dalla chiesa cattolica - rivolta in principio a se stesso, in un fragile equilibrio tra inquietudine e dovere: “barbari” che invadono perché a loro volta invasi in un drammatico gioco di mura che vanno dalla Cina al Reno e “peste antonina” a mietere milioni di vittime senza guardare in faccia a “barbari” e “civilizzati” (ma colpendo sopratutto questi ultimi, proprio perché raggruppati in città, in particolar modo le masse di miserabili accatastate in rifugi di fortuna).
Ragione per dire che, vaiolo o morbillo che fosse, la poesia poteva ben poco contro un’epidemia? Possibile, specialmente se una poetica bramava di restare elitaria e navigare in superficie evitando di andare a fondo per evocare le dinamiche complesse, i prodromi delle “epidemie” insiti nella realtà sociale.
Galeno, che si trovò a operare in mezzo a tutta questa macelleria, si arrese anche lui alla prosa di un corpo sociale in crisi, come quando aveva cercato di curare i poveri gladiatori dalle “finestre del corpo”, le ferite delle normali vittime quotidiane dei sacrifici umani dell’impero. Quelle “finestre” aprivano orizzonti rosso sangue che dovremmo finalmente imparare a chiudere (proviamo a tenercelo a mente quando ci portano estasiati a visitare splendidi resti di mattatoi come il Colosseo).
I poemi latini “impegnati” della Pars Occidentis al posto delle piccole poesie d’occasione sarebbero tornati - Lucrezio a parte, il più “impegnato” di tutti, ma troppo scomodo per le classi dirigenti - tardi e fra le righe con poche illusioni, come una riesumazione tardiva del cadavere di Virgilio (e dei limiti meravigliosi, ormai verminosi, dei suoi esametri al servizio di una nuova casta dominante che vedeva in Enea il suo fuggiasco di successo), solo nel V secolo, alla fine dell’impero romano d’occidente, grazie a un egizio di lingua greca, Claudiano (ne abbiamo già parlato in https://lucatraini.blogspot.com/2014/12/claudiano-il-poeta.html), al servizio di un mezzo “barbaro” come Stilicone, l’unico capace di salvare lo stato romano - e quindi eliminato fisicamente su ordine della maggioranza imbelle di un senato che disprezzava questo genere di mezzosangue immigrati: monito valido anche oggi (vedi il mio romanzo d’arte Il Dittico di Aosta).
Togli di mezzo egizi di lingua greca che scrivono in un ottimo latino, generali di successo che non sono purosangue, lascia a poeti prima e prosatori a seguire di scrivere soprattutto di cose intime - in primis, guarda caso, le loro monumentali ville (dallo stravecchio verseggiatore Naucellio negli Epigrammata Bobbiensia alle frastornate Epistulae di Sidonio Apollinare) - privandoli di priorità come una qualche vista d’insieme e avrai l’“animula vagula blandula”, “la piccola anima smarrita”, fra le rovine di Roma saccheggiata nel 410 dai Visigoti e 45 anni dopo dai Vandali, con la fine del 476 che studiamo a scuola ma passata all’epoca quasi in silenzio.
Una lezione per noi contemporanei, che possiamo vantare e utilizzare il potere efficace di un’esperienza maggiore dei secoli? Certo, purché la poesia, figlia della grande lezione del Novecento, sia un “fare” concreto non più al servizio di élite che facilmente si annoiano per tutta una serie di privilegi - cosa successa anche in quelle che si pretendevano “repubbliche popolari” – ma un’evocazione lucida e pregnante come una gravidanza voluta di quanto vogliamo sia di importanza fondamentale e luce consapevole per tutti nel presente e in futuro, più forte e incisiva nei social contemporanei e in lotta per avere la meglio proprio sulle dinamiche social, che vogliono dividere invece che cercare con entusiasmo e fatica orizzonti comuni. Per affermare una nuova socialità condivisa alternativa alle politiche elitarie di bassa lega che si presentano falsamente come popolari e fanno invece i soliti, millenari interessi di pochi (quegli oligarchi noiosi che amano tuttora solo enormi ville, conti prosaici e, al contrario degli antichi, non hanno più bisogno di poesia).
In fin dei conti, visto che la parola scritta nasce dalla contabilità, bisogna continuare anche in questo millennio a tenere criticamente da parte i patriarchi e scrivere, condividere quotidianità e universalità guardando sempre più in grande, contribuire a un colossale registro dei conti che contempli patrimonio ecologico e umano senza paura degli antichi, ma prendendo il meglio per noi da loro, per la nostra democrazia ugualitaria che non vuole più schiavi internati - e quanti lo saremmo stati in tutte le cosiddette “civiltà” che ci hanno preceduto! - ma persone libere da qualsiasi impero che, in ragione critica e passione, hanno il sacrosanto diritto di promuovere nuove prospettive di giustizia e di pace, specie ora, a un mondo che sembra dimenticare quanto sia orribile, anche e soprattutto per i veri “civili”, ogni guerra o certe false paci piazzate, da brutta tradizione, come semplice assenza temporanea tra un evento bellico e l’altro.

