martedì 31 marzo 2020

IL REGNO DEL CONGO, IL PRIMO VESCOVO DELL’AFRICA NERA (1518)



Il Regno del Congo (oggi soprattutto Angola del nord), conosciuto da piccolo nella meravigliosa enciclopedia I Popoli della Terra, da ragazzo su Africa di Hosea Jaffe, quindi nei libri del grande Basil Davidson e nel saggio letto e riletto di Randles. Fino alla recentissima biografia dello storico del Congo Brazzaville A. F. Nganga su Dom Henrique Ne Kinu a Mvemba (1495-1531), consacrato da vescovo della diocesi di Utica (odierna Tunisia) nel 1518 da papa Leone X Medici e caso unico fino a Joseph Kiwanuka, vescovo di Masaka (Uganda) nel 1939.


Henrique, figlio del grande re (“manikongo”) Dom Afonso I (Mani Sunda) e nipote di João I (Nzinga a Nkuwu), che aveva scelto di convertirsi (spontaneamente) al cristianesimo dopo l’incontro – è bene sottolinearlo: alla pari – con navigatori e stato portoghese. Sarebbe stato bello vedere il vescovo Henrique partecipare al Concilio di Trento. Purtroppo morì a soli 36 anni nel 1531, quando le  nuove strategie pastorali avevano già iniziato a emarginare gli africani dal sacerdozio.


Il rapporto con la Chiesa di Roma fu comunque più proficuo che col Portogallo. D’altro canto la scelta di diventare cristiani era stata anche, se non soprattutto, politica. C’era tutta la magia di nuove tecnologie e prodotti che approdavano dall’oceano, un tempo ritenuto sfera del sacro, dimora degli spiriti di antenati che si incarnavano in corpi bianchi... E non mi riferisco solo alle armi arrivate con Vele e cannoni (titolo di un libro fondamentale di Carlo M. Cipolla), ma anche a strumenti altrettanto formidabili come libri e scrittura. Afonso I, un gigante della politica dell’epoca, si dedicò subito anima e corpo alla fondazione di scuole per i figli della classe dirigente e, contrariamente all’Europa, l’insegnamento fu aperto anche alle donne (una delle sue sorelle fu apprezzata professoressa). Il corpo docente era però principalmente composto da religiosi europei e continua era la richiesta di nuovi maestri per avere classi meno numerose (proposta lungimirante sempre valida, anche da noi, oggi). Tuttavia, col passare degli anni, appelli come questo e altri finalizzati a un maggior apporto di specialisti nei campi delle più diverse tecnologie rimasero lettera morta alla corte lusitana. In un’Europa che ancora non aveva elaborato teorie di superiorità culturale, ma soltanto cultuale, si faceva strada il timore per la grande intraprendenza del manikongo e del suo popolo. Come ha sottolineato Randles: “Le lettere di Dom Afonso mettono in luce la delusione di un uomo che aveva aderito di tutto cuore alla civiltà europea, che credeva ancora alla buona fede e alla generosità di suo ‘fratello’ – è  la parola da lui usata nel rivolgersi al re del Portogallo – ma che si trovava profondamente sorpreso e rattristato dal comportamento interessato, disinvolto, vedi insolente, dei portoghesi residenti in Congo”.
Afonso I, in una lettera del 1516 al re del Portogallo Manuel I, era stato descritto in termini entusiasti: “Sembra che non sia un uomo bensì un angelo […] conosce meglio di noi i Profeti e il Vangelo e tutte le vite dei santi e tutte le cose di nostra Santa Madre Chiesa […] poiché non fa che studiare e spesse volte gli succede di addormentarsi sui suoi libri e sovente dimentica di mangiare e bere per parlare delle cose di Nostro Signore”.

I resti della Cattedrale di São Salvador (foto di Madjey Fernandez, 2013)

Soltanto dieci anni dopo il re congolese già denunciava con forza il coinvolgimento dei portoghesi nella tratta degli schiavi, anche a danno dei suoi sudditi: “Ogni giorno gli schiavisti rapiscono membri del Nostro popolo, figli di questa terra, figli dei Nostri nobili e vassalli, persino persone della Nostra famiglia. […] Necessitiamo nel Nostro regno solo di sacerdoti e insegnanti, non di mercanti, a meno che non siano di vino e di farina per il Nostro popolo. È Nostra volontà che questo regno non sia luogo di commercio o trasporto degli schiavi”.
Arrivati al 1540, poi, sono certe le trame dei lusitani dietro il tentativo di assassinare il loro ex “angelo” mentre assiste a una funzione religiosa. Dato che, come in massima parte dei regni africani, non era prevista la successione dinastica e ogni passaggio di poteri avveniva in modo convulso, il re intravvede forte il rischio che, con la sua scomparsa, “possano imporre un re di loro scelta”.
Infatti alla sua morte, nel 1543, il Congo piomba nel caos: lotte di successione si alternano a regni brevi e deboli. Il tutto aggravato dal trauma dell’invasione particolarmente feroce di un popolo nomade (e cannibale) di recente costituzione: gli Jaga. Soltanto l’aiuto di un forte contingente portoghese permette al re Alvaro I, nel 1571, di evitare il peggio. Il prezzo da pagare è il via libera all’occupazione lusitana della provincia di Angola, dove viene fondata la città di Luanda, avamposto della futura colonizzazione. Il regno inoltre è preda anche di continue spinte centrifughe da parte dei governatori delle province, una specie di feudalizzazione riconosciuta dal potere centrale con l’attribuzione di nuovi titoli nobiliari di stampo europeo come “conte”, “duca”, “marchese”. Nei tre quadri attribuiti al pittore olandese Albert Eckhout (1610-1665) o, più di recente, ai contemporanei artisti tedeschi Jaspar e Jeronimus Beckx troviamo al centro proprio il cugino di uno di questi nuovi “conti”, quello della provincia del Soyo: Dom Miguel De Castro,  ambasciatore in Olanda nel 1643, fra i servitori Diego Bemba e Pedro Sunda (e ritratti e psicologie di questi ultimi due, fa piacere dirlo, sono di livello decisamente superiore).


Alle continue pretese di Lisbona Alvaro I cerca un contraltare nella Chiesa, ribattezzando São Salvador la capitale Mbanza Congo (oggi Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO) e chiedendone il riconoscimento come diocesi. Una consacrazione che arriverà non solo col ritardo di un quarto di secolo (1596), ma che vedrà i vescovi, questa volta tutti rigidamente europei, che preferiranno risiedere, guarda caso, a Luanda, rifiutandosi per di più di consacrare sacerdoti indigeni (condotta riprovevole che provocherà proteste sempre più diffuse che sfoceranno a inizio XVIII secolo nell’eroica rivolta di Kimpa Vita, battezzata Dona Beatrix, la Giovanna d’Arco del Congo).
Era finita da un pezzo la “fratellanza” che si scambiavano per via epistolare Afonso e Manuel. Anche se ne I Lusiadi  di Luís de Camões leggiamo ancora “Il gran regno del Congo ivi si estende,/ cui demmo già la religion di Cristo” (V, 13), si diffonde sempre più tra i portoghesi in Africa l’idea che in fondo i congolesi non siano altro che “pagani” come le altre popolazioni (la scusa era soprattutto la persistente pratica della poligamia). Eccoli allora preferire i cannibali Jaga come compagni di caccia di nuovi schiavi, il cui traffico aumenta in modo esponenziale. Altro che stereotipi da certo vecchio cinema esotico, si tratta di una triste abitudine, quella di usare popolazioni divenute particolarmente feroci e bellicose per tutta una serie di circostanze contro altre più pacifiche, in particolare nomadi contro sedentari, che poi diventerà tipica di tutte le potenze coloniali e di certi loro apprendisti locali dopo l’indipendenza (parlo del buon numero di dittatori sanguinari coccolati soprattutto dagli occidentali nella seconda metà del ‘900 e oltre).
Non che i regimi politici africani originali fossero esenti da forme consolidate e spesso estreme di violenza, tutt’altro, ma l’apocalisse provocata nell’Africa Nera dagli europei finisce per metterle in secondo piano. Il rapporto vantaggi-svantaggi nell’arco dei secoli finisce per pendere sempre più verso il basso. Ma la resistenza è tenace. “Kulula mpanda”, “Togliere questa maledizione”, pregava il manikongo quando veniva incoronato e non saranno poche le volte che i congolesi vinceranno in battaglia portoghesi e cannibali. E’ il caso del re Pedro II e, soprattutto, dell’indomabile Nzinga (o Anna I), regina dei limitrofi stati di Ndongo e Matamba, certo feroce e spietata ma contro nemici feroci e spietati, oggi eroina del moderno stato angolano. L’arrivo degli olandesi, infine, permette a un altro grande congolese, Garcia II (re dal 1641 al 1661), di ribaltare le alleanze (prima schierandosi con gli stessi olandesi e poi con gli spagnoli) e di assicurare al proprio dominio gli ultimi anni di grandezza. Le ragioni del suo risentimento contro i portoghesi (esclusi i gesuiti, che avevano ripetutamente condannato le scorrerie dei loro connazionali) è ben chiarito da una lettera del 1643: “Il materiale di scambio (dei portoghesi) sono degli schiavi, che non sono né oro né tessuto, bensì esseri umani. […] La nostra ingenuità ha consentito l’apparizione di tanti mali nei nostri regni […] L’imparità di armi ci ha fatto perdere tutto, poiché di fronte alla forza non c’è diritto che tenga. […] La mia volontà è che le mie terre siano indipendenti. E’ mia ferma intenzione, e dovessi anche rimanere fulminato, morirò per liberare ciò che mi appartiene”.


Ancora una volta si ricerca l’aiuto della chiesa cattolica. Già nel 1604 c’era stata la coraggiosa ambasceria guidata da Manuel Ne Vunda, inviato da Alvaro II presso la Santa Sede. Raggiunta a ranghi decimati, dopo mille peripezie, solo nel 1608. Giusto in tempo perché il delegato, ormai in agonia, morisse dopo aver ricevuto la visita di papa Paolo V al capezzale. Successivamente ritratto in un busto scolpito da Stefano Maderno (con l’aiuto dell’artista Francesco Caporale), in un quadro di Raffaello Schiaminossi e in un affresco del Taschi nella Sala dei Corazzieri al Quirinale, il nunzio fu sepolto nella basilica di Santa Maria Maggiore. Risultati pratici oltre la gloria: nessuno. Per questo Garcia II ci riprova, nel 1648, spedendo una missione di frati cappuccini, ormai presenza maggioritaria in Congo, alla volta di papa Innocenzo X, perché avvalli con un decreto la sua fondamentale riforma della successione al regno in senso dinastico. Il papa non trova il coraggio di contrastare gli interessi dei portoghesi, ben felici di approfittare degli interregni caotici della monarchia elettiva, e si limita a spedire una corona dorata alla volta di São Salvador. La profonda delusione del sovrano, anche se alla lunga non minerà la sua fiducia (tutto sommato ben riposta) nei cappuccini, diventa però esemplare del senso di rabbia e abbandono a se stessi dei congolesi di fronte alle continue provocazioni dei portoghesi di Luanda.

Albert Eckhout, Ritratto di Garcia II (1641)

Dopo la morte di Garcia II la situazione precipita e si giunge allo scontro, che avviene a Ulanga, presso Ambuila, il 29 ottobre 1665. La battaglia è durissima (nell’esercito congolese combattono anche diversi europei residenti a São Salvador), ma alla fine l’artiglieria portoghese ha la meglio. Per il Congo è una catastrofe: muoiono il re Antonio I, quattrocento nobili e cinquemila sudditi. Orrore nell’orrore: la testa del re viene portata in trionfo a Luanda. Il regno non viene invaso solo per l’opposizione della corona portoghese, spesso in contrasto con la condotta avventuristica dei coloni d’oltremare e all’epoca stremata dalla “Guerra di restaurazione” con la Spagna (che terminerà solo nel 1668).
Tuttavia il 1665 rappresenta un punto di non ritorno per il regno africano. La crisi diventa irreversibile. Anche se agli inizi del XVIII secolo Pedro IV riesce a ristabilire una qualche forma di autorità, lo stato è ormai una pallida ombra del passato. Occorreranno, però, ancora più di due secoli prima che i portoghesi dichiarino il controllo di tutto l’odierno Angola, agli inizi del ‘900. Perché, è bene ribadirlo, nonostante gli orrori dello schiavismo e le nefandezze della successiva ideologia razzista, le potenze coloniali europee riusciranno a superare i possedimenti costieri e a occupare i territori interni dell’Africa solo a Seconda Rivoluzione Industriale avanzata. La resistenza degli africani fu lunga e tenace.
Il regno viene formalmente abolito nel 1914. L’ultimo a dichiararsi re del Congo muore nel 1958, quando ormai la lotta di liberazione è da tempo in ben altre mani. Una libertà pagata a carissimo prezzo e con enorme coraggio. Com’è scritto, scolpito nella poesia Sanguinanti e germoglianti del primo presidente dell’Angola libero (dal 1975 al ’79), Agostinho Neto.


“Noi
Dell’Africa immensa
Al di là del tradimento degli uomini
Attraverso foreste maestose invincibili
Attraverso il fluire della vita
Ansiosa veemente copiosa nei fiumi ruggenti
Per il suono armonioso di marimbe in sordina
Per gli sguardi gioventù delle folle
Folle di braccia di ansia di speranza”.

lunedì 16 marzo 2020

VIAGGIO INTORNO ALLA MIA CAMERA

  UNA LETTURA DA ZONA ROSSA

Commento musicale F. J. Haydn, Sinfonia parigina N. 82 "L'Ours"


#Iorestoacasa con Xavier de Maistre, confinato per 42 giorni a Torino nel 1790 a causa di un duello vietato (ma vinto). Questo giovane soldato irrequieto ha già fatto il giro delle guarnigioni del Ducato di Savoia (compreso il forte di Exilles, enorme avamposto lunare in terra piemontese), compiuto un volo in mongolfiera a vent’anni, nel 1784, e si diletta di chimica, pittura e scrittura.
Scrittore italiano in lingua francese o scrittore francese in uno stato della penisola italica che nel nome aveva una regione oggi francese, la sua, la Savoia? In realtà un cosmopolita come lo erano gli intellettuali – e i soldati – dell’epoca, quando la lingua franca era quella forgiata dal Re Sole. Lato luminoso di una famiglia dal fresco titolo nobiliare di conte il cui dark side era il fratello maggiore di Xavier, il filosofo oscurantista Joseph, capace di criticare il Congresso di Vienna come troppo moderato ma che almeno ha contribuito a diffondere l’opera del Nostro, purificandola – c'è da stupirsi? – dai troppi italianismi del suo francese di frontiera. Tuttavia il poeta Alphonse de Lamartine, imparentato tramite la sorella coi de Maistre, elogiando lo scrittore, da bravo romantico sottolineava ancora nel 1826 “cet accent naïf, tendre, mélancolique”.
Viaggiatore incallito anche se ai domiciliari, unendo la dimensione scientifica dei viaggi di Cook  a quella sentimentale di Sterne, Xavier effettua una minuziosa esplorazione della camera in cui è rinchiuso col prezioso servitore Joannetti e la cagnolina Rosine, trasformandola in un macrocosmo sinestetico ancora oggi esemplare, fonte di ispirazione anche per Marcel Proust: “Chi potrà contare le innumerevoli sfumature nei diversi individui e nelle diverse età della vita? Il ricordo confuso di quelli della mia infanzia mi fa ancora trasalire”. Dal cielo stellato agli arredi, dai libri a quadri e stampe. Per concludere allo specchio, nello specchio: “Mai mi sono accorto più chiaramente ch'io sono doppio. Mentre ripiango le mie gioie immaginarie, mi sento consolato a forza: una potenza segreta mi trascina”.
La stessa che, una volta uscito, gli permetterà di reggere alle sconfitte delle truppe del duca a opera dei rivoluzionari francesi e, rifugiatosi ad Aosta coi fratelli (uno dei quali, André, diventerà durante la Restaurazione vescovo della città per un breve periodo), di intraprendere un dialogo singolare con un lebbroso rinchiuso in una torre. Questo monumento, la Torre del Lebbroso, è oggi perfettamente conservato, come tutti gli altri del capoluogo della Valle, che ha dedicato anche una via allo scrittore, dove c’è l’Istituto Storico della Resistenza e si passa per andare in Piazza Émile Chanoux o al Teatro Romano. L’incontro fra l’acuta sensibilità dello scrittore-soldato e la solitudine forzata ma ricca di luce di Pietro Bernardo Guasco da Oneglia è del 1797. La pubblicazione del racconto, delicato e struggente, del 1811 (la prima traduzione in italiano, poi, è nientemeno che opera della sorella di Giacomo Leopardi, Paolina).
De Maistre all’epoca è ormai in Russia da molti anni e nel 1813 sposa Sofia Zagrjazskaja, damigella d'onore dell'imperatrice e zia della moglie di Aleksandr Puškin, il padre della grande letteratura russa, che proprio Xavier aveva ritratto in un piccolo ovale da bambino. Conclusa l’epopea napoleonica, conquista i salotti letterari di San Pietroburgo con La giovane siberiana I prigionieri del Caucaso senza dimenticare né l’Italia né i suoi interessi scientifici, inviando e facendo discutere all’Accademia delle Scienze di Torino alcuni suoi scritti sulla chimica dei colori.
Quando, nel 1832, uno dei suoi corrispondenti più prestigiosi, Alessandro Manzoni, gli scrive: "Signore, viaggiate ancora nella vostra camera?", De Maistre è già tornato nella nostra penisola da sei anni con la moglie, alla ricerca di un clima migliore per gli ultimi due dei quattro figli (invano purtroppo: l’ultimo morirà a Napoli nel 1837). A poco era servita la gran croce dell’Ordine Mauriziano conferita dal triste Carlo Felice. Qualche soddisfazione in più (ma non troppo), a Parigi nel 1839: l’omaggio di un “portrait” da parte del critico letterario per eccellenza dell’epoca: Sainte-Beuve.
Il ritorno in Russia, in un Paese in profondo cambiamento dopo la rivolta decabrista, lo portò a chiudersi sempre di più e a dedicarsi alla letteratura religiosa (mai comunque ultramontana come quella del fratello Joseph, scomparso nell’anno delle prime crepe della controrivoluzione, il 1821). La morte arriva nel 1852, l’anno successivo a quella della moglie. Viene sepolto nel cimitero di Smolensk, a San Pietroburgo.
Il viaggio iniziato in una camera ha termine in un altro spazio sconfinato: “Chi inonda così l'oriente di luce, non la fa brillare al mio sguardo per inabissarmi nelle tenebre del nulla. Lui che stende questo orizzonte incommensurabile, Lui che elevò queste masse enormi, le cui cime ghiacciate ora tutte sfolgorano dei primi raggi del sole, è quello che ordinò al mio cuore di battere e al mio spirito di pensare”.

domenica 1 marzo 2020

#IORESTOACASA COL GUERCINO

#AndràTuttoBene, come quando da piccolo creavo storie con i quadri di Guercino. Da quel passaggio silenzioso nella notte di quella carrozza dove neppure le ruote, neppure gli zoccoli ferrati dei cavalli fanno rumore. Sono scesi dalla barca i signori che trasporta? Parlano? Bisbigliano? Oppure indicano la piccola folla sullo sfondo, le due donne che sembrano fantasmi? C’è una fortezza. E’ chiaro di luna. Le nubi stesse pare emanino luce. Il viaggio andrà a buon fine.

La Notte si sveglierà e cullerà i suoi bambini. Dirà forse anche una parola di conforto alle due persone che ci stanno fissando dalla tela. Il pipistrello tornerà nella sua grotta, la civetta in cima all’albero. E come per magia l’arco rotto si ricomporrà.
E’ l’Aurora, è un altro carro, e questa volta vola in cielo, un aeroplano antico che rilascia fiori che atterrano lenti lenti, come un tempo sulla mia spiaggia gli inviti per il circo.
E verrà la Mietitura. Sarà il racconto del raccolto, come quello dei miei nonni. Nel quadro una sobria abbondanza, un mito antico e duro a morire, una finzione barocca. Così nel tempo ho seminato giudizio nella prima emozione. Senza perdere lo stupore.
Perché era comunque un lieto fine.
È quello che conta.