lunedì 4 febbraio 2013

ASPETTANDO SANREMO



Ho sempre amato recitare i testi delle canzone italiana, specie quelli apparenza più innocui, perché il dramma è sempre in agguato. Da questo punto di vista – e di ascolto - “Casetta in Canadà” (1957) è perfetta, così figlia della piccola Italia che si apprestava a diventare potenza industriale. Voglia di ricostruire e continua tabula rasa da recitare come una fiaba: gentile, trasognata, crudele. C’era una volta, anzi, più volte un certo Martin si costruisce una casa e regolarmente un tale Pinco Panco gliela incendia. Devastante, specie per la casa di un emigrante, in Canadà. E lui, forse ottimista, certo testardo, ogni volta la ricostruisce, con grazia: “vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà”. Con gusto, perché piace alle donne, quella casa (e forse anche il suo costruttore): “Che bella la casetta in Canadà!”. Non piace agli incendiari, probabilmente palazzinari: Pinco Panco come Crasso, che comprava immobili pericolanti per rivenderli a prezzi più alti. E allora Martin vaga solo per la città, tutti lo guardano ma nessuno lo aiuta, neanche le fans, che aspettano solo il frutto dell’infinita fatica di questo architettomuratore instancabile. Lo ammirano, ma sposeranno i Pinco Panco.
Parole, parole, parole di un nuovo Sisifo e del suo eterno dramma rappresentato a Sanremo.


"Casetta in Canadà" recitata nel programma "Niente musica, maestro" su Radio Tre


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