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giovedì 10 dicembre 2020

QUANDO CLASSICISMO FA RIMA (E MALE) CON MASCHILISMO I casi Eton e Rocci



Come non bastasse quanto successo a Eton qualche settimana fa ci si  è messa pure la pagina Facebook del dizionario Rocci. Brutte pagine che si pensava ormai archiviate come esempi di un passato da non ripetere mai più.

In Gran Bretagna, sembra pazzesco, ma le scuole miste sono ancora un’eccezione e solo nel 2017(!) Oxford ha ammesso più ragazze che ragazzi. L’elitarissimo collegio sfornapremier di Eton, modello di successo privilegiato come di nonnismo istituzionalizzato fino al 1980 (una brutta atmosfera che ho già descritto in Tucidide e Boris Johnson: il lato oscuro dei classici), è poi ancora sprangatissimo contro qualsiasi accesso femminile e si è distinto in negativo per una doppia levata di scudi. Il preside, coadiuvato da buona parte del partito conservatore, contro il ministro dell’istruzione Gavin Williamson – tory anche lui ma mosca bianca, forse perché viene da una famiglia di laburisti – per aver timidamente auspicato: “"Spero che in futuro apra le porte anche alle ragazze"… Gli studenti contro il preside per il licenziamento di un insegnante (diciamo così) di inglese - probabilmente la mummia scongelata di un inquisitore di epoca Stuart - che in una lezione ha sostenuto che le donne desiderano essere "schiacciate dalla potenza mascolina". Un insulto becero rivolto anche a chi fa storia seriamente e alla vera tradizione di studio scientifico della scuola storica inglese.



Perfino da noi qualche reazionario ha blaterato di persecuzione da parte del “pensiero unico dominante”, del “mainstream” e fesserie simili e ha cercato di difendere una specie di principio di “democrazia” interno al collegio. A parte il fatto che in democrazia deve rientrare anche il parere delle donne, che, non dimentichiamolo, sono maggioranza e a Eton non hanno voce, la questione, gravissima, non può essere trattata come un affare interno del collegio, perché investe il comportamento che questa massa di studenti avrà una volta uscita da questo specie di paradiso artificiale da padreterni, bellicosamente schierato contro Eve, presunti serpenti e mele. La democrazia non è questione di privilegi ma di diritti, universali e inviolabili, dove la parità di genere è fondamentale e qualsiasi forma di schiavitù (in questo caso sessuale) non può e non deve essere mai contemplata, teorizzata, divulgata o tantomeno praticata. Inoltre, l’ignoranza di docente, studenti e loro difensori non tiene conto della lampante evidenza a livello mondiale della media superiore delle valutazioni ottenute dalle studentesse. Evidenza che avevo già felicemente sperimentato come studente delle nostre preziosissime classi miste e che il decennio da insegnante nelle Medie Inferiori e Superiori mi ha perfettamente confermato.


Ma torniamo alla questione del privilegio, che è importante per collegarci all’altra pessima uscita social del Rocci (che mi spiace doppiamente perché è stato uno dei dizionari di greco che ho usato fra liceo e università). Andare a pescare un termine raro come “gineconomo”, un magistrato sovrintendente in Atene e altre città greche ad abiti e condotta delle donne durante le loro uniche occasioni di uscita (feste e funerali) e porlo, con ironia da quattro soldi, a modello per la nostra società che immagino, nella sua mente bacata, consideri “corrotta” o, con un altro aggettivo idiota, “decadente”.

Un altro triste caso del 2019, prontamente risolto grazie a un deciso e fermo intervento.

In primis lo squallore della freddura che segue la traduzione (parziale) del termine greco, degna di un goliardo di quart’ordine degli anni ’50, che sia opera di un semplice ignorante addetto alla comunicazione o di uno di quei docenti indecenti a cui “cade l’occhio”. E, soprattutto, la ripugnante crudeltà della stessa se si pensa agli orrori attuali dei tanti femminicidi e alla terribili condizioni di vita delle donne in tante parti del mondo. Se a questo aggiungo poi quella recentissima assoluzione per “delirio di gelosia”, mi verrebbe voglia di dire che oggi avremmo bisogno di magistrate “andronome che diano una regolata a certi maschi: altro che vecchi (o giovani invecchiati) bavosi controllori di una “morale femminile”!

Ma per fortuna non siamo più nell’era geologica del “dente per dente”, non viviamo più nelle epoche del privilegio legalizzato che  sono giunte, in pratica, fino alla fine della seconda guerra mondiale se non alla metà degli anni ’70 (la riforma italiana del diritto della famiglia data, non a caso, 1975). La risposta a questi “laudatores temporis acti”, apparenti o meno (specie ai più perfidi, che fanno passare certi messaggi fra le righe), è sfrondare i loro miti e portare alla luce i loro loschi fini.


"Democrazia": da maschile a femminile


Il mito della “classicità” o di altre epoche passate piazzate come pietre di paragone rispetto a una presunta inconsistenza del tempo presente è una tentazione che, purtroppo, non appartiene solo a loro. C’è tanta gente anche giustamente stanca della massa di chiacchiere o immagini effimere diffuse esponenzialmente, rispetto al passato, dalle diverse forme della comunicazione online. Ma questo aumento è soprattutto di carattere quantitativo e lo è sempre stato ogni volta che una nuova tecnologia ha favorito una maggiore diffusione e un maggiore accesso alla comunicazione. Ci si dimentica troppo spesso della grande quantità di immondizia presente nei media dei “bei tempi andati”: roba per specialisti, storici, come il sottoscritto, utile per quella che genericamente viene definita “storia dei costumi”. Lo storico contestualizza, non fa manifesti per il ritorno a chissà quale “età dell’oro” anche se il rischio di parlare sempre bene dei morti è sempre in agguato.

La Grecia antica (e ancor più Roma) non sono esenti da questo discorso, tanto più che la tecnica scientifica del loro studio si è venuta sviluppando soprattutto nella temperie nazionalistica imperversante da metà Ottocento a metà  Novecento, spesso con coloriture, anzi, biancore assoluto di stampo xenofobo e razzista (il vecchio modello di Europa maestra del mondo come Atene dell’Ellade). E a livello più basso la dotta citazione greca o latina da sfoggiare come segno, in piccolo, del proprio innalzamento di status.

La Grecia antica (arcaica, classica o ellenistica che sia), presa nel suo insieme, non è certo un modello valido oggi. Neppure Atene con la sua “democrazia”, privilegio esclusivo di cittadini maschi figli di padri e nipoti di nonni materni in possesso di una cittadinanza quasi mai elargita a stranieri, anche se domiciliati nella polis da decenni (forse questo ci richiama qualcosa di attuale). Stranieri e schiavi, che rappresentavano la maggioranza degli abitanti. È chiaro, contro ogni evidenza storica, che tutti questi amanti della classicità ateniese si immaginano Pericle, Sofocle o Platone. Certo non schiavi, magari fuggiaschi marchiati a fuoco, nell’inferno delle miniere del Laurio o piagati e piegati in due come strumenti agricoli nelle campagne.

E parliamo del caso migliore. Solo per fare un esempio, a Sparta sarebbe stato molto peggio, anche facendo parte della classe dominante dei carnefici (a meno di non arrivare, privilegio di pochi, alla vecchiaia).

Per le donne il discorso si fa ancora più cupo. Nella democratica Atene quelle nate da cittadini sono confinate in casa, come abbiamo detto, tranne che per feste e funerali, sotto tutela di un maschio per tutta la vita e in pratica considerate semplici strumenti di riproduzione. Una gloria per loro? Parlarne il meno possibile. Parola di Pericle, che infatti come compagna si era preso una straniera come Aspasia, coltissima e con nessuna voglia di tacere in compagnia di politici e filosofi. Ma era un’eccezione, non solo in Atene. E se le prospettive di vita erano squallide per le cittadine delle polis greche, figuriamoci per le straniere comuni o le schiave. Facile immaginarsi Saffo, Corinna, Aspasia o qualche regina ellenistica, meno la massa delle donne prigioniere, sequestrate o comprate sottoposte a ogni genere di soprusi e brutalità fin dall’infanzia. Senza contare le bambine abbandonate nelle varie discariche - perché erano soprattutto femmine – rifiutate dai padri e preda dei vari lenoni e mercanti di schiavi sempre in agguato fuori dalle mura delle città. Le poche donne riuscite a salvarsi da queste sabbie mobili, in massima parte, hanno considerato questa conquista un privilegio senza mettere assolutamente in discussione patriarcato e maschiocrazia. Cosa che si è ripetuta nei secoli, specie negli ranghi più alti (ancora con la regina Vittoria ma anche con le regnanti della prima metà del ‘900). Questo modello è stato dissotterrato negli ultimi tempi in diversi partiti populisti di stampo conservatore, specie nell’Est Europa, con certe dirigenti in prima linea contro i diritti conquistati dalle donne e considerati fondamentali dall’UE in nome di una tradizione tutta maschilista e sciovinista.


Pina TrainiAspasia, 2016

Tornando alla Grecia sappiamo tutti che ha dato contributi fondamentali anche per la nostra civiltà, ma secondo il nostro punto di vista, frutto dell’analisi e della rielaborazione di tutte le interpretazioni precedenti. Una scelta difficile, faticosa e tormentata che le migliori menti della nostra cultura democratica hanno selezionato per sottoporre a un confronto continuamente in fieri, dipanando fili conduttori in grado di riunire aspetti fondamentali ma comunque minoritari di quella cultura, anzi, delle sue diverse culture.

Non lasciamoci quindi abbacinare solo dai resti della sua arte. Se ci si perde
 nei suoi frammenti o si assolutizzano soltanto i cocci rischiamo di perdere la comprensione del suo insieme e finiamo per lasciare spazio, anche qui, ai deficienti e ai furbi.

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