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mercoledì 9 dicembre 2020

UNA RAGIONE PER CREDERE, FAR CREDERE, DOVER CREDERE L'esempio negativo del "Fedro" di Platone

Commento musicale Luigi Nono, ...Sofferte Onde Serene..




Un filosofo abusato per citazioni da Baci Perugina che invece va sempre contestualizzato. Il rischio è di finire con la solita mediocre manfrina che “siamo nani sulle spalle dei giganti”.
Il prologo del Fedro di Platone, in riva a quel fiume Ilisso oggi cementificato, forse esorcizzato, è esemplificativo di un pensiero reazionario che vuole – e deve – rinnovarsi senza rinunciare ai miti fondanti del proprio potere.
Di fronte alla domanda di Fedro se proprio dove avviene il dialogo – in apparenza libero – sia avvenuto il mito di Borea che rapisce la figlia del re di Atene Eretteo, Orizia, Socrate, un Socrate rivisitato e corretto, risponde, mentendo, di sì. Pur “sapendo di non sapere” – o proprio per questo, visto che il motto è un’eredità aristocratica sapienziale dell’Apollo delfico -  ci crede  e non sarebbe il personaggio strano, fuori moda che è se non ci credesse.
I motivi di questo credo antico riattualizzato sono due e tutti politici.
In primis,Borea è ormai un dio nazionale per l’Atene democratica, perché si crede a furor di popolo che sia intervenuto contro la flotta di Serse durante la seconda guerra persiana e, in ogni caso, è meglio che le masse credano a un dio della tradizione che a chissà quale nuova scienza (il naturalismo, l’atomismo o, peggio del peggio, la critica radicale di certi sofisti). E’ necessario non farsi nemici per blasfemia, specie se ci si deve presentare come tradizionalisti.
Due, perché, proprio innovando l’antica tradizione religiosa alla base dell’antico potere aristocratico, se lo si vuole rinnovare e scalzare la democrazia in crisi, bisogna tenere in piedi quel mito come primo gradino di un processo di conoscenza riservato a pochi che porta a una nuova verità assoluta e indiscutibile per un nuovo potere assoluto e indiscutibile: quello della nuova nobiltà proprietaria – terriera e non -  che rigiustifica il proprio dominio sociale, politico e culturale usando lo strumento che aveva aggiornato il nemico, quella parte della borghesia imprenditoriale che, in Atene, si era alleata con le classi lavoratrici (schiavi e stranieri purtroppo sempre esclusi nell’antichità): il metodo filosofico. Pochi nuovi filosofi che sanno cos’è bene e male per tutti gli altri. Nuovi legislatori che sanno usare la parola della tradizione come lo strumento rivoluzionario della scrittura per imporre la loro verità in forma di assoluto, sciolto da qualsiasi convenzione condivisa fra tutti come una Costituzione moderna: l’idea, le idee superiori che organizzano materia e materie inferiori.
Ecco perché, secondo Platone e tutte le migliori menti conservatrici, bisogna far credere a tutti che la tradizione dica la verità, a pochi che la tradizione indichi il primo passo verso la stessa e che la vera realtà sia un potere assoluto come quello di un dio, ma, fino a un certo punto, comprensibile. Oltre, c’è la punizione, la reclusione anche per i dissidenti della classe dirigente e, in assenza di pentimento, la condanna a morte perché tutto resti come prima. Anche se tutto cambia, “tradizioni” in primo luogo: è la contraddizione di fondo di tutte queste filosofie-teologie.

P.S. Consoliamoci, noi democratici contemporanei, con la filosofia. Siamo tolleranti, anzi, comprensivi nella migliore accezione di questo aggettivo (lo dico senza ironia) e qualcosa di “vero” c’è in questo tipo di sapere: non si può far finta che la tradizione, le tradizioni non abbiano la loro importanza (sul nulla non s’innesta niente). I legami che impediscono qualsiasi “assoluto” (“sciolto da tutto”) vanno sempre presi in considerazione così come vanno evidenziati, per quanto possibile, interessi e finalità che ci stanno a cuore. “Per quanto possibile”: la maledizione platonica diventa aristotelica. Ma se non ci affidiamo ad atti di coraggio, a pensieri responsabili finiremo solo per cementificare fiumi che presto o tardi romperanno ancora una volta gli argini.

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