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sabato 23 dicembre 2023

NATALE 1968: RADIAZIONI DI FONDO

Un fantastico televisore bianco e nero Condor sale una doppia scalinata esterna ad angolo acuto, scomoda e stretta. Fino all’ingresso dell’appartamento tutto storto - modernista, espressionista - dove ce ne stiamo soli soletti io e mia madre a fine autunno ’68. I tecnici fissano stupiti la casa. È il mio primo ricordo.

Il nome dell’apparecchio è perfetto perché abitiamo nella sperduta frazione di Pogliana, in cima a Bisuschio (VA). Vola, grande Condor, vola e portaci dall’etere le immagini del mondo di fuori, ché quando si esauriscono le pile la radio resta una scatola di plastica nera e muta - tu invece ti nutri di elettricità, quella che dà luce alle lampadine - e il telefono c’è solo al bar.

Casa assurda, tutta sghemba e con porte sempre chiuse su altri spazi disabitati che immagino e temo neri come la notte. Come le rare volte che fa irruzione mio padre. Per fortuna che sotto c’è lo stanzone delle Elementari pluriennali, dove la mamma insegna dalla prima alla quinta tutte insieme con alunni uno più simpatico dell’altro (sono la loro mascotte, non ho neanche tre anni). L’ultima volta che ci sono stato, a inizio secolo, tutto quell’edificio strampalato era sede dello Speleo Club Valceresio.

Nelle profondità della terra, del tempo, come quella specie di neve sporca nello schermo della tv quando finivano i programmi, accompagnata da uno strano rumore che sembrava di applausi. Qualche anno prima Arno Penzias e Robert Wilson avevano invece scoperto che… Ma chi lo sapeva? Io sarei rimasto anche a contemplare per ore il meraviglioso magma puntiforme danzante in quella pancia di vetro, però dovevo andare a dormire. Così lanciavo, per gioia o protesta, qualche giocattolo sul tetto, giusto fuori dalla finestra della cucina. E mia madre lo andava eroicamente a recuperare.

Il televisore era il giocattolo più grande per il Natale alle porte, impossibile da gettare sui coppi, perché, mi fu spiegato, si sarebbe rotto, forse irreparabilmente, al contrario dei soldatini. E io ero stregato da quello scrigno luminoso pieno di esseri in movimento - interi, a metà, vicini, lontani - che prima o poi, immaginavo, sarebbero voluti uscire fuori, come dalle foto, per riprendersi i colori. I colori della splendida natura in cui eravamo immersi, dove potevo sgambettare libero come Bambi finché c’era il sole. Anche Mina dopo aver cantato White Christmas a Canzonissima, anche tutti i suoi ballerini sbucati per magia da enormi pacchi regalo sarebbero usciti multicolor, discolor, versicolor dallo schermo, danzando da Villa Cicogna fino a noi per ballare sul piazzale della chiesa di sant’Anna e Sebastiano.

Però un giorno, mi assicurò il padrone del bar, sarebbe arrivata la tv a colori, come in America: sarebbero stati più felici pure i cartoni animati della televisione svizzera! Chissà, avrebbero fatto un documentario addirittura su Pogliana, che con la neve, il ghiaccio, d’inverno era praticamente isolata. Un giorno avremmo parlato a distanza con le nostre immagini, diceva, nel 2001. Non era un’idea sua - l’avrei scoperto dopo - ma di un film di Kubrick appena uscito nelle sale italiane. Diventerà uno dei miei preferiti.

Il viaggio oltre Giove verso l’infinito della pellicola tornò, molto tempo dopo la frazione di Pogliana - dopo Fermo, Porto Sant’Elpidio e Varese - nello scrigno luminoso di un altro televisore a tubo catodico, Sinudyne, questa volta a colori, quand’ero alla fine dell’università. Per quanto impegnato in studi umanistici, restavo sempre affascinato dagli antichi amori per scienza e la tecnologia. E avevo finalmente scoperto che quanto scovato da Arno Penzias e Robert Wilson quattro anni prima del mio Condor. In quel gioco fra coriandoli bianche e neri, in quel rumore si celava l’uno per cento dell’eco del Big Bang. Musica per le mie orecchie sempre puntate all’origine di ogni cosa. I due scienziati l’avevano scoperto quasi per caso. Dico “quasi” perché non amo il “caso”: spero da sempre che tutto abbia una ragione e ogni “mistero” la sua risoluzione. Come il perché fossi finito a Pogliana, che probabilmente con la poiana c’entra fino a un certo punto. Perché mia madre dalle Marche fosse finita a insegnare a casa di dio (che se sta in cielo certo là era più vicino). Perché dal Tempo di Planck - 10−43 secondi - quello che dovrebbe essere l’inizio,  fosse scaturita perfino la notte che mi sorprese la prima volta che andai da solo a comprare un’intera fila di pane in quella frazione, a inizio primavera ’70, già compiuti quattro anni, e cento metri di distanza sembrarono cento chilometri, l’inizio della fine. Finché non scese la mamma da quelle due scalinate sghembe e strette ad angolo acuto. A rassicurarmi che avere un’origine non è poi terribile come sembra.

Luca Traini

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