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domenica 19 maggio 2019

Al monastero di Torba con Rosvita




A Torba le gerarchie celesti veramente al femminile. I restauri fatti con amore le restituiscono così terrene, senza quel desiderio di fuga nell’immateriale, figlio dell’epoca, della clausura, l’età, l’umidità. Secolo carolingio, stirpe longobarda, diverse dall’ovale senza volto, candore estremo, il lifting dell’immortalità.
Leggo un nome, “Aliberga”, e ne torna in mente un altro: Rosvita di Gandersheim.


“Che facciamo, sorella, lo mettiamo anche qui, pensoso in riva all’Olona, Terenzio?”.
Attraverso nove secoli e novecento chilometri e immagino qui, a Gornate, una raccolta rappresentazione del Calimachus nella chiesa tascabile del monastero: “Opus caelestis gratiae, quae non delectatur in impiorum perditione. (Questa è opera della grazia celeste/ Cui spiace la dannazione degli empi.)”.


“Abbiamo sempre un pensiero gentile anche per i malvagi, vero, sorella? Il male è non essere”.
La traccia dell’orrore passato riposa nella nostra pace, i saccheggi della soldataglia di Ottone Visconti finalmente sconfitti dalle merende al sacco delle scolaresche nelle Giornate del FAI.


Ora sì le rovine delle mura di Castelseprio, eleganti, la bellezza del bosco, dei prati, silenzio.
Tinnulae sonitum vocis a longe audiemus. (E noi già da lontano ascolteremo/ Il suono di quelle voci argentine.)”.

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