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venerdì 18 dicembre 2020

UNA PINACOTECA VIRTUALE A NAPOLI NEL III SECOLO Le "Immagini" di Filostrato Maggiore

Orsù, Muse, mentre mi unisco al vostro coro
Ponetemi accanto il multiforme Proteo: che si mostri
Nei suoi cangianti aspetti, perché io modulo
Un inno screziato.

Nonno di Panopoli


Volete visitarla? Sfogliate l’elegante edizione pubblicata da Aragno a cura di Letizia Abbondanza. In epoca di gallerie virtuali eccone una fantastica – reale? immaginaria? immaginaria e reale? – a Napoli, “città di abitanti di origine greca e raffinati” (Proemio 4), in un portico a più piani forse a Posillipo. Descritta da un sofista dalla curiosità insaziabile (autore anche - Dario Del Corno docet - di quella Vita di Apollonio di Tiana che fu il mio Adelphi preferito al liceo).
L’epoca è quella della dinastia dei Severi (e l’autore faceva parte del circolo dell’imperatrice Giulia Domna, “ammiratrice di ogni arte dell’eloquenza”): mosaico brillante attraversato da crepe sempre più grandi (ritorno all’ordine, cittadinanza universale – prima soltanto sogno da filosofi – tassazione crescente per l’aumento di spesa degli eserciti, nuova anarchia militare). Età d’oro del sincretismo religioso (dove l’imperatore Alessandro Severo poteva adorare icone di Orfeo con Cristo e Abramo) e dell’eclettismo nelle arti, in primis la Seconda Sofistica, dove la parola dei retori cerca di dominare qualsiasi argomento.
Con la sua esposizione appassionata Filostrato cerca di mettere in ordine, con soave disperazione, tutto il patrimonio figurativo della tradizione greco-romana classica in 64 quadri esemplari, innestandolo, con le sue maniacali descrizioni (ekphraseis), di tutti i chiaroscuri espressionisti della sua epoca (già testimoniati, solo per fare un esempio, dai rilievi della Colonna di Marco Aurelio).
Un programma da visita scolastica d’istruzione: “Il discorso non riguarda i pittori, né la loro storia, ma alcuni aspetti della pittura, raccolti per i giovani come lezioni, dalle quali imparino a interpretare e curare il proprio giudizio” (Proemio 3).
Una fantasmagorica via di fuga dai problemi economici, politici e sociali sempre più drammatici che tendevano a sbiadire il grande affresco della restaurazione severiana, una tumultuosa fuga immersiva costellata da tutta una serie di affabulate Sindromi di Stendhal: “Ma cosa mi è successo? Sono preso dal quadro e penso che i personaggi non siano dipinti ma che esistano realmente, si muovano e amino… Tu non hai pronunciato parola, nemmeno tanto da allontanarmi dal delirio, poiché sei vinto come me, e non sai risvegliarti dall’inganno e dal sogno” (Cacciatori I, 28).
E’ proprio questa contraddizione di fondo che ce lo rende così attuale (ha certamente influenzato anche la pinacoteca surreale del Satyricon di Fellini).
Contraddizione che non poteva essere avvertita dai grandi pittori del Rinascimento, che consideravano ancora l’antichità come un tutto unico. Infatti lo presero come pura fonte di ispirazione classica. Tradendolo meravigliosamente.
Stiamo parlando della fortuna del libro come repertorio iconografico: dall’editio princeps delle Eikones  curata dal grande Aldo Manuzio nel 1503, alla prima traduzione italiana operata qualche anno dopo da Demetrio Mosco per Isabella d’Este fino a quella francese di Blaise de Vigenère (1609).
Il Trionfo di Galatea di Raffaello alla Farnesina è una rivisitazione del Ciclope (II, 18) così come i capolavori di Tiziano Omaggio a VenereBacco e Arianna Baccanale degli Andri prendono spunto, più o meno fedelmente dagli  Eroti (I, 6), dall’Arianna (I, 15) e da Gente di Andros (I, 25). Il successo di quest’ultimo quadro della pinacoteca di Filostrato è testimoniato anche dalla versione seicentesca di un altro innamorato del classicismo come Nicolas Poussin (Baccanale con suonatrice di chitarra) che, sulla scia della traduzione del Vigenère, dipingerà anche una Nascita di Bacco, mescolando liberamente Semele (I, 14) e Narciso (I, 23).
Dosso Dossi riproporrà invece ironicamente Eracle tra i Pigmei (II, 22), aggiornando questi ultimi in veste di soldati contemporanei. Tramontata l’utopia del Principe machiavelliano, almeno il sogno di un eroe ex machina per l’Italia devastata dagli eserciti stranieri.
Ma è il suo Giove pittore di farfalle la traduzione perfetta, per immagini, di quanto affermato con coraggio (pendeva la condanna di Platone) nel Proemio, dopo l’abbraccio di arte e poesia: “La pittura è una creazione degli dei” (Proemio 1).

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