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venerdì 21 novembre 2014

IL CASTELLO DI GRESSAN

Du coeur ardent, en quoi que ce soit,

Christine de Pizan




Calibrando il passo del Vangelo e la vista delle nevi eterne con la fame tutta terrena di potere i signori de La Tour de Villa costruirono sulla roccia una torre a guardia dell’antica Via delle Gallie. Pietra su pietra cercarono di avvicinarsi al cielo nel microcosmo ameno di Gressan, dove i secoli avevano coltivato un villaggio nei campi di un proprietario romano, Graziano o Gracco.
Forse il modello fu la Torre de La Plantà, verso il confine di Jovençan, se confermata la matrice con le torri di Augusta Praetoria – e i La Tour nel 1200 erano proprio vicedomini di Aosta.
E Anselmo d’Aosta era forse originario di Gressan: una casa-forte del X secolo nella frazione di La Bagne è conosciuta col nome di Torre di Sant’Anselmo. “Precibus et operibus”, il motto dei costruttori del castello, c’è chi dice fosse opera sua. E “con preghiere e opere” – e soprattutto corvées – irrigando il tutto con sudore contadino, XII o XIII secolo che fosse, si cominciò a solleticare sempre più da vicino il paradiso. La porta della torre piccola e stretta come quella della salvezza, a più di sette metri di altezza, il corpo dell’intero edificio diviso in tre parti con una piattaforma di piombo come tetto: il belvedere che sta in cima come una dura conquista dopo tanti peccati di superbia.
“Sentinella, a che punto è la notte?
E’ venuto il giorno ed è notte”
Quanto  durò al cospetto di quell’eternità così bramata la saga dei La Tour?
Più o meno cinque secoli, fino al 1693, quando Grat Philibert morì e si ricongiunse alla malta dei padri. Nel frattempo, nello splendido ‘400 valdostano, era stata portata a compimento alle spalle della torre la nuova parte abitata, quinte di teatro degne di uno Scamozzi. Le mura, un tempo agguerrite e minacciose, si misero il cuore in pace, giocarono a backgammon e si ubriacarono come le guardie del castello di Issogne, fino a crollare in un sonno profondo, franando in buona parte su se stesse: tutta buona pietra per recintare vigne o simili.



Passato di mano in mano come un ingombro - nel 1800 ci passano accanto i turisti inglesi tutti vogliosi di pittoresco (il grande Turner però gli preferisce le rovine più anglosassoni di Châtel-Argent) -, il nostro monumento, per quanto ancora in piedi, diventa Tour des Pauvres, proprietà della Cassa dei Poveri della parrocchia di Saint Laurent ad Aosta. Tanta era stata l’ascesa quanto la caduta, ma se l’ascesi spirituale ha un senso, non stupisce certo la sua rinascita ad opera di un monsignore, Auguste Duc, monsignore e storico, che lo restaurò e ne fece la propria residenza estiva. Dopotutto sul suo stemma non c’era scritto “Duc in altum”, “Conduci in alto”? Però le mura che guardavano a nord e a occidente non le ricostruì. Forse in ossequio a Giosuè e all’evidenza della fragilità umana. Forse perché ancora intriso di estetica romantica, perché è così sublime perdersi nella natura dagli squarci. Cosa risuonava in alto, nella testa di monsignor Duc? La “Sinfonia fantastica” o “I Troiani” di Berlioz? Bisogna passare ancora per tanti Adagi per giungere a un Allegro finale, a oggi.
La contemplazione delle rovine prelude al restauro. La presa di coscienza del passato è un prendere per mano chi ci ha preceduto e ha voluto costruire oltre il tempo, stringere quella mano sporca di polvere e colore e piena di calli come sanno essere le mani degli artisti. Come fece Ernesto Chanu parlando di quel gioiello strano che è la chiesa della Madeleine, laggiù: la Maddalena che chiese sostegno ai suoi peccati di statica a un contrafforte tanto possente quanto di grazia circolare, come le sfere celesti.



Termino leggendo da una fotocopia di un suo articolo che mi hanno dato lo storico Marco Gal e le radici del salice che ha nel giardino. Loro sanno bene quanto sia fertile quanto sta sotto la patina del tempo: “ Nessun nesso apparente sussiste fra la chiesa e il non lontano castello, eppure lo sguardo di chi osserva non può evitare di correre dall’uno all’altro edificio, di collegarne nel pensiero l’esistenza, in quanto, nel giallastro colore del tufo, nelle ardesie nere vellutate di muschio, nelle sobrie forme quadrate, sente che entrambe le opere sono frutto di una medesima epoca, sintesi pietrificate di quelle che dovettero essere qui le massime religiose e sociali della vita medievale”.

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