domenica 21 dicembre 2014

PELAGIO (360-420): UN'ERESIA SENZA PECCATO


Il successo del pelagianesimo nelle parole di un console



Sì, è vero: abbiamo ospitato anche Pelagio e ne siamo fieri. Era nostro amico. Era la nostra guida spirituale. La chiesa avrebbe condannato le sue teorie ben dopo il mio consolato. E non è che poi fra gli ortodossi regnasse sempre questa grande armonia. Per quanto santi si era sempre fragili esseri umani e Gerolamo e Ambrogio, solo per farti un esempio, non avevano una grande opinione uno dell’altro.
Umani, fragili, ma capaci di riscattare i nostri lati deboli non solo grazie al dono della fede, ma anche per mezzo della nostra forza di volontà, della ragione: pregare e soprattutto operare in vista del bene.
Così diceva Pelagio. Per questo ci piaceva. Perché ci ricordava i nostri antichi filosofi.
Liberi dal peccato originario di Adamo. Liberi di scegliere. Di scegliere anche il male. E perciò divinamente responsabili.
Tu dirai che è davvero strano sentire tutto questo elogio della libertà dalle mie labbra. Ma, a parte il fatto che qui si parla di una libertà interiore, c’era tutta una tradizione di romana libertas che era propria del ceto senatorio. Il privilegio di essere liberi. Privilegio di pochi e per pochi. Cosa molto diversa dalle vostre teorie.
Insomma, ci sarebbe piaciuto anche liberarci dal peccato da soli, da senatori, ma ormai, con tutti questi imperatori divini o semidivinizzati, anche questa parvenza elitaria di libertà era destinata a scomparire.
 

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