domenica 7 dicembre 2014

IL DITTICO DI STILICONE (400 d. C.)



Flavio Stilicone, l’ultimo vero grande romano: un barbaro, un Vandalo - pare che almeno la madre fosse romana, ma a quei tempi contava solo il padre - console per la prima volta.
Ritratto insieme alla moglie Serena e al figlio Eucherio, davanti a un frontone non più triangolare ma trapezio, non inquadrati da un cerchio perfetto.
Vorrebbe guardare il cielo, ma è come se esitasse.
Sono al culmine della gloria, eppure qualcosa non torna. Spira come un’aura di tristezza, di quella malinconia fatta di trionfi e di rovesci improvvisi. Tu lo vedi che non dura (per gli esseri umani voglio dire, non per l’avorio).
Lei era figlia adottiva di Teodosio, ma in realtà nipote, nata da un fratello di cui resta solo il nome: Onorio.
E a un altro avorio, all'imperatore Onorio avevano fatto sposare una figlia appena adolescente.
 
 
E morta quella un’altra ancora, che di lì a poco avrebbe rinchiuso in convento.
E mai uno straccio di erede! Come lo definiva lo scolaretto di sant’Agostino, il piissimo storico Orosio? ”Di continenza ammirabile in un re”!
Beh, noi della poco pia setta dei senatori mormoravamo solo: “Impotente!”.
Crudeli noi; crudele lui, che ha sterminato l’intera famigliola; crudeli tutti, perché abbiamo festeggiato quella strage.
Cos’è, amico mio? Un brivido di gelo?
Ma non parlavamo di arte antica?
Vedi, il tempo è come il vento: spazza via tutto.
Dov’è l’impronta della tragedia?
Hanno cercato di pulire con l’acqua, una colata di cemento sulle erbacce, e sono cresciute colonne corinzie.
Il poeta Claudiano ci fa soffiare uno zefiro. Le vesti tremano appena. I piedi li vogliamo scolpiti sulla cornice, come fanno con le sedie sulle navi, così magari non cadremo.
In ogni caso l’equilibrio è precario.
 

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