domenica 23 novembre 2014

MITOLOGIA DEI “FERRERO ROCHER”







Ambrogio ha mai assaggiato realmente i Ferrero Rocher?
E se li ha assaggiati, lo ha fatto in vista di un piccolo, breve piacere tutto suo o per provare alla padrona che non erano stati avvelenati da qualcuno: dalla produzione, dal maggiordomo di palazzo, una domestica, un domestico, il marito, un rivale in ricchezza, un sovversivo, un maniaco, un semplice estraneo?
O c’è una terza possibilità nel campo di questa prima ipotesi, che cioè dei Ferrero Rocher si siano sciolti in bocca o siano scesi interi o a pezzi nella gola dello chauffeur in qualità di generoso dono della maliarda per tenere buono l’uomo, la sua eventuale famiglia e quindi, soprattutto, i probabilissimi figli di questa possibile unione?
E se Ambrogio li avesse provati di nascosto, rubati? La sciura… se ne sarà mai accorta?
Ne teneva il conto, voglio dire, delle scatole, dei singoli pezzi?
L’avrà mai denunciato per questo ipotetico furto? Dalla pubblicità, in questo caso certamente censurata, non è mai emerso nulla.
E se invece all’autista quegli ibridi cioccolatini aristocraticopopulisti avessero fatto sempre schifo? Perché scartare questa eventualità così estrema?
Personalmente non ci vedo niente di male. Anzi, potrebbe aver vomitato al termine di ogni spot per il solo fatto di averli avuti a vista d’occhio - o in un sussulto di coscienza: dopo il dolce ecco l’amarezza della sua condizione di lavoratore subordinato.
Non voleva mangiarli ma era costretto? O ne ha ingurgitato una massa spropositata tutta d’un colpo dopo anni di divieto fino a star male? O non li mangiava in ragione di qualche problema fisico? È poi mai guarito da questo malanno o il rapporto con la datrice di lavoro, il consumismo, il mondo dell’immagine, dell’apparenza hanno cronicizzato un problema altrimenti risolvibile?
Come si chiamava la signora? Cosa mangiava a pranzo, a cena, a colazione, quando cioè non sentiva soltanto un languorino, quando non desiderava soltanto qualcosa di buono, di effimero e sedeva a capotavola di un maestoso, lunghissimo Chippendale col marito al lato opposto, a dieci-dodici metri di distanza, in uno stato di evidente difficile comunicazione, se non addirittura di vera e propria incomunicabilità?
Si confidava con Ambrogio, magari nelle pause di relax fra uno shopping e l’altro? Aveva, come hanno vociferato in molti, una relazione clandestina con lui? Dietro quell’apparenza di dea in carta stagnola, aveva forse un cuore pronto a battere per un essere considerato inferiore ma che sentiva uguale nel turbine della passione?
E lui, l’amava?
E lei, lei era stata sempre ricca o aveva fatto fortuna grazie a un corpo avvenente salendo così di diversi gradi in società?
E ancora lui, Ambrogio: qual era la sua occupazione prima di passare al volante di quella limousine? Quale il suo misterioso curriculum vitae?
Forse che i baffi di cui faceva sfoggio erano l’unico retaggio di un passato proletario, magari politicamente impegnato?
Forse un vecchio socialista pentito e riconvertito allo spirito dei nuovi tempi, intendo gli anni ‘80? E allora basta con le utopie? Basta lavorare e far carriera e accettare un’inevitabile convivenza fra classi alte e basse? Ambrogio craxiano? Ambrogio assertore di una modernità che vede nel successo e nell’assiduo contatto con la ricchezza lo stimolo fondamentale per lo sviluppo tecnologico, testimoniato nel suo caso dagli arditi congegni che fanno sbucare i cioccolatini dai luoghi più impensati del macchina?
E se avesse finto?
Se avesse finto anche la padrona?
Se avesse finto pure la limousine, in realtà una Panda?
Dove sono ora i corpi dello chauffeur e di madame?
Dove respirano, se respirano ancora? Dove? Dov’è la limousine forse Panda?
È forse la mia Panda?

Ambrogio, signora, perché non rispondete?

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