giovedì 13 novembre 2014

APHRA BEHN & JOHNNY DEPP

Aphra Behn ritratta da Mary Beale

Ho letto Aphra Behn  grazie a Johnny Depp nel 2005, proprio così: era il Conte di Rochester nel film The Libertine.
Vecchia conoscenza il conte, cui tornai a far visita: la sua biografia scritta da Graham Greene, l'avevo pescata da chissà quale bancarella vent’anni prima. La copertina conciata come le pagine che la piccola scimmia strappava nel suo ritratto:  “Were I, who to my Cost already am/ One of those strange, prodigious Creatures Man,/ A Spirit free, to choose for my own Share,/ What sort of Flesh and Blood I pleas’d to wear,/ I’d be a Dog, a Monkey, or a Bear,/ Or anything, but that vain Animal,/ Who is so proud of being Rational” (“Foss’io - che a spese mie sono di già/ Una di quelle strane, prodigiose creature: un uomo -/ Uno spirito libero di scegliere/ Quale involucro di carne e sangue indossare,/ Cane vorrei essere, scimmia od orso,/ O qualunque altra cosa, tranne l’animale vano,/ Che è tanto fiero d’essere razionale”, A Satire Against Mankind, 1679, trad. Masolino d’Amico).


Drogato da Greenaway, avevo atteso chissà quanto di vederlo sbucare dai Giardini di Compton House.



E invece il miracolo l’aveva compiuto Laurence Dunmore (di cui poco si sa e io non sapevo niente). Con l’unica pecca che in questo gioiello mancava l’ultima incastonatura: Aphra. C’era “Easy Etherege”, il commediografo George Etherege, del cui “Man of Mode” parlerò in un’altra occasione, ma lei, l’amica, la scrittrice ispirata e coraggiosa che ne scrisse il compianto e sarà poi ammirata da Virginia Woolf e Vita Sackville-West, no.
Strana censura oggi per una donna che a un’epoca come il XVII secolo, in cui per nulla si poteva finire al rogo come streghe, era capace di rispondere per le rime: I curst my Birth, my Education,/ And more the scanted Customes of the Nation:/ Permitting not the Female Sex to tread,/ The Mighty Paths of Learned Heroes dead./ [...]/ The Fulsom Gingle of the times,/ Is all we are allow'd to undestand of hear" ("Fino a oggi maledissi la mia nascita, la mia educazione,/ E ancor più l'avara legge dei popoli/ Che non concede al sesso femminile di percorrere/ I gloriosi sentieri degli Eroi colti, ormai scomparsi./ [...]/ Il disgustoso frastuono del nostro tempo/ E' tutto quello che ci è dato capire e sentire", To Mr. Creech... On his Excellent Translation of Lucretius, trad. Viola Papetti).
Versi di rara potenza, forgiati da una commediografa sanguigna avvezza a farsi strada con forza in un teatro del mondo tutto al maschile, come testimoniato anche dalla sua prosa:
“Sono un’autrice che è costretta a scrivere per danaro e non si vergogna di ammetterlo. Di conseguenza deve scrivere per intrattenere (se vi riesce) una società che per molti segni mostra di compiacersi di questa maniera di scrivere. Una maniera troppo volgare agli occhi degli uomini colti che scrivono per la gloria, una maniera che anch’io disprezzo, al di sotto di me”.
“Non mi basta scrivere per la cassetta. Alla fama attribuisco gran valore, come fossi nata per essere un eroe”.

Mary Beale, Self-portrait, 1675-80 circa

Dopotutto io trovai il suo The Rover (1677) – la commedia Il giramondocurata da Viola Papetti - in un fondo di magazzino, sepolto da una marea di Shakespeare (ma anche Stratford-upon- Avon era in provincia). Ecco, appunto, The Rover: una trama ritessuta ad arte da un’altra opera (il Thomaso, uno dei peggiori testi del pur interessante Thomas Killigrew) e un drappello di protagoniste pronte a tutto per amore in una Napoli inverosimile, che strizzava l’occhio al teatro spagnolo contemporaneo e a Boccaccio. Prostitute comprese, com’erano considerate allora attrici e scrittrici.
Alle donne era stato permesso di calcare le scene per la prima volta solo nel 1660, grazie all’ordinanza di Carlo II che aveva riaperto i teatri dopo la chiusura imposta dai puritani diciotto anni prima, ma  occhio a scrivere “Miss” invece che “Mrs” prima del proprio nome!

La prima edizione (1686) delle Poesie di Anne Killigrew con un'incisione tratta da un suo autoritratto

Aphra, ritratta da un’altra donna, Mary Beale (ma dipingere non era così peccaminoso). La sua voce accorata raccolta nello splendido libro di Antonia Fraser L'ombra di Eva insieme a quella di Anne Killigrew, morta a soli 25 anni nel 1685 (“For there’s no Light/ But all is Night,/ And Darkness that you meet”, “Giacché non vi è luce/ Ma solo notte/ E buio incontri”,  Cloris Charmstrad. Anna Silva) e di Anne Finch (“Alas! A woman that attempts the pen/ Such an intruder on the rights of men/ Such a presumptuous Creature, is esteem’d/ The fault, can by no virtue be redeem’d”, “Ahimé! Una donna che si cimenta con la penna/ Come intrusa dei diritti maschili/ Come creatura presuntuosa è vista./ La sua colpa non può essere redenta da alcuna virtù”, The Introductiontrad. Anna Silva).


Anonimo, Ritratto di Anne Finch, senza data

Con la differenza che lei non era nobile sulla carta come loro, apparteneva al drappello d'acciaio di donne fuori dai ranghi che aveva visto fra le sue fila protagoniste dell'emancipazione culturale come Basua Makin e Mary Ward.
C'è da dire inoltre che gli anni della Restaurazione Stuart furono un’epoca strana, in cui una borghese dalla vita difficile (origine discutibile, probabile giovinezza in Suriname, forse un matrimonio con un olandese, probabilmente spia della Corona in Belgio, certo una vedovanza e un periodo in prigione per debiti, sicuramente buoni guadagni grazie a un profondo connubio col pubblico sulla scena) poteva aver successo.Prima che la pur Gloriosa Rivoluzione buttasse via l’acqua sporca col bambino, stigmatizzando la complessità di un’intera epoca con condanne superficiali anche da parte di critici del calibro di Richard Steele su pagine di classe come lo Spectator di Addison. E nella trama delle banalità sarebbe caduto anche il Leopardi felice dell’epoca, Alexander Pope.


Ma, come scriveva l’Anonimo del Sublime, i grandi hanno grandi cadute e la nostra grande Aphra Behn, incurante di ogni critica, avrebbe portato a compimento uno dei primi veri e propri romanzi dell’epoca moderna: Oroonoko or The Royal Slave. Un’opera antischiavista che avrebbe ispirato un altro genio, questa volta in campo musicale, Henry Purcell, con il suo Abdelazer or The Moor's Revenge.



Di Purcell conosciamo tutti il rifacimento al sintetizzatore della Musica per i funerali della regina Maria posto da Stanley Kubrick all’inizio di Arancia meccanica, ma voglio anche ricordare la ripresa struggente del Cold Song nel suo King Arthur ad opera di un formidabile Pierrot elettrico della mia giovinezza, Klaus Nomi, che, come Purcell, ci lasciò troppo presto.



Neppure Aphra raggiunse i 50 anni ma, cosa incredibile per i tempi, fu sepolta nell’Abbazia di Westminster, dove possiamo ancora vedere la sua lapide.
C’è scritto “Here lies a Proof that Wit can never be/ Defence enough against Mortality”, eppure l’ironia dovrebbe vincere sul tempo.
E quindi è giusto ricordarla con la scena di The Libertine in cui Depp/Rochester aiuta la sua migliore attrice, Elizabeth Barry, a diventare il simbolo di una stagione irripetibile di quel teatro che chiamiamo”umanità”.


 "Yet, after all, could build my nest with thee,/ Thither repairing when I'd loved my round,/ And still reserve a tributary flame./ To gain your credit, I'll pay you back your charity,/ And be obliged for nothing but for love" ("Ma, dopo tutto, potrei costruire con te il mio nido, ove tornare quando avessi concluso il mio vagabondaggio sempre recando un'amorosa offerta. Per guadagnare la tua fiducia ricambierò la tua carità e ti sarò debitore solo d'amore").

The Rover.



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