mercoledì 24 luglio 2013

FORTUNY E D’ANNUNZIO: LO STILE DI UN INCONTRO

Madame Condé Nast vestita con l'abito da sera Delphos di Mariano Fortuny

Col pensiero alla mostra Sicily: Art and Invention between Greece and Rome a Villa Getty l’occhio si posa sulla foto di Madame Condé Nast: veste un abito da sera Delphos di Mariano Fortuny e sembra una scultura ellenistica che riaffiora nell’era dell’immateriale. Perché assuma concretezza devo rileggere le pagine che Proust dedica alle creazioni dello stilista catalano. Alla ricerca del tempo perduto, “La prigioniera”: “E’ forse il loro carattere storico, o piuttosto il fatto che ciascuna è unica, a dar loro un  carattere così singolare che l’atteggiamento della donna che la indossa, mentre ci aspetta o parla con noi, acquista un’importanza straordinaria, come se quel vestito rappresentasse il frutto d’una lunga deliberazione e se quella conversazione si distaccasse dalla vita ordinaria come la scena di un romanzo. Nei romanzi di Balzac, certe eroine indossano di proposito un certo vestito, quando devono ricevere un certo visitatore”.
Ricerca dell’assoluto in Fortuny come in Balzac. L’assoluto concreto che “si stampa nell’arena”, emerge fra le righe di una poesia come dai plissé di una nuova tunica, “diffondesi nel mare”  come nella laguna di Venezia, nel ricordo nostalgico dello Sposalizio del doge, nel Meriggio di D’Annunzio: “E la mia vita è divina”.
E in cerca di immortalità D’Annunzio e Fortuny erano andati insieme all’alba del secolo a Vicenza. Meta: il teatro Olimpico del Palladio. Prospettiva comune: una rappresentazione senza scena fissa, universale, Gesamtkunstwerk (eppure l’abito fa il monaco, l’ordine secolare, che cerca comunque di fissare un Infinito sentito come sodale).
Erano alla ricerca di un nuovo Rinascimento. L’ispirazione reciproca ricordava quella tra lo stesso Palladio e il poeta Trissino: il comune culto dell’antichità riverberato dal secondo in un rivoluzionario progetto di grafia italiana ispirata al greco e rivisitato dal primo nei suoi capolavori architettonici, che danno vita a uno stile assolutamente nuovo.
Nel 1912 da questa sinergia evocata per trame di orditi e di parole sarebbe dovuto nascere,a Parigi, il Teatro delle Feste. Ma la prima guerra mondiale impedì la messa in opera di questa realizzazione dell’arte all’insegna della gioia, così come la tregua instabile prima della seconda la sua concretizzazione a Barcellona, nel 1929 (anche se è giusto essere felici, oggi, di ammirare le gare di tuffi sincronizzati dei Mondiali di nuoto con lo sfondo della Sagrada Família di Gaudí in perenne costruzione).
Questa sintesi di moda e poesia – l’amore per la moda di un poeta, l’amore per la poesia di uno stilista – è quindi un progetto per il futuro, degno delle note di un nuovo “clavier à lumières” di un nuovo Skrjabin, tornando a Proust, perché certi “momenti del passato non sono immobili: serbano nella nostra memoria il moto che li travolgeva verso l’avvenire”.

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